Il re dei re, vol. 3 Convoglio diretto nell'XI secolo

Part 3

Chapter 33,839 wordsPublic domain

Matilde che vedeva quanto iracondo ed avventato fosse l'oratore di Enrico e come pertinace Gregorio, se gli lascia allora cadere ai piedi e comincia a supplicarlo. Nella fortezza erano ancora molti prelati oltramontani ed italiani messi al digiuno di pane ed acqua. Questi, che taciti avevano assistito allo strano dibattimento, vedendo la contessa in quell'atto, ne seguono tutti l'esempio; e tanto dissero, tanto pregarono che l'invincibile pontefice consentì alfine persuadersi. Egli accorda quasi per grazia ciò che ben egli comprendeva, per fina politica, tornargli estremamente vantaggioso. E perchè grave pericolo correva dalla disperazione di Enrico, illimitato utile ed importanza dall'avvilimento di lui, si volge a Baccelardo e parla:

--Sta bene. Dite dunque al vostro padrone: primo, che in avvenire curi di meglio scegliere i suoi messaggeri, e che non ci mandi più innanzi un insolente, il quale, vestito della divisa di oratore, si reputa in dritto di balestrar le parole come un giumento ubbriaco balestra i calci: inoltre, che sappia grado e renda mercè alle suppliche pietose di questi signori, se noi gli concediamo di accostarsi a Canossa per cancellare con la sommessione e la penitenza l'oltraggio recato alla nostra persona ed alla Chiesa. Andate.

Baccelardo si stringe nelle spalle sdegnosamente e prima di partire fissandogli addosso alteramente gli occhi, risponde:

--Ser papa, l'imperatore Enrico udrà la vostra prudente risposta, e non mi avrei mai perdonato, se, per mia poca umiltà, non vi foste condotto a questo giudizioso partito. In quanto a me poi, santo padre, gli è ben che sappiate aver deposta oramai qualunque speranza, fuori quella di morire da cavaliere illibato, fedele a colui per cui mi piacque prestarmi. Io non curo quindi la vostra ingiuria più che non curerei dell'infelice arguzia di chi giungesse solamente a farmi sbadigliare. Addio.

Ciò detto saluta della mano quei signori, bacia la destra della contessa Matilde, e volgendo le spalle superbamente al pontefice esce. Gregorio lo seguì dello sguardo sanguigno fino a che non l'ebbe perduto di vista, e senza avvedersene, i denti della mascella superiore si eran tanto addentro ficcati nel labbro inferiore che il sangue ne spiccava.

III.

J'ose a peine le croire: Mais ce jour à jamais emplira ma memoire. SAINTE-BEUVE.

Il castello di Canossa nel secolo XI era tra le piazze forti d'Italia la più famosa e la più solidamente munita. Messo, come accennammo, a cavaliere di picco dirupato, era di quel lato imprendibile assolutamente per assalto o scalate. Dall'altro lato poi, da quello ove era il borgo di Vico di Canossa, come l'erta del burrone addolcivasi, era stato munito di tre ordini di rampe, che ripiegavansi a foggia di ferro di cavallo. Ogni giro di quelle rampe era chiuso da una porta, che si sopraponevano, guarnita di saracinesche e petriere. Al termine della seconda rampa, innanzi di arrivare alla terza porta, era stato scavato nella roccia un fosso, cui si traversava su ponte levatoio e si colmava di acqua mercè la grande cisterna esteriore della corte. L'ultima porta immetteva sur un vasto spianato, che dava sul principio del burrone, in un angolo del quale, quello che guardava il Vico di Canossa e le rampe, elevavasi il vasto edifizio. Al castello atteneva un piccolo cenobio con sei celle per sei frati benedettini, di cui capo era il Donizone che le serviva un po' di tutto. Tra il cenobietto ed il castello eravi un cortile con impluvio, un orto, poi le cucine. Si entrava nel castello per un vestibolo. All'angolo mattina del castello torreggiava sul burrone un'immensa rocca quadrata, e quivi si trovavano le prigioni e la cappelletta, dedicata a S. Apollonio, a cui scendevasi per qualche gradino. Ornavano la cappella colonne di marmo rosso che ne sostenevano la volta. Le mura, ossia le rampe, erano guarnite di merli, di bastie, di grossi mangani da lanciar pietre. Così che quel castello non poteva levarsi d'assedio, per poco che fosse provvisto di scorte e di uomini, per quanto grosso fosse il numero degli assediatori. Ed infatti Ottone tre anni vi fece consumare al re Berengario, quando volle ghermire Adelaide vedova di Lottarlo, nè il prese. Imperciocchè Adelaide chiamò in suo soccorso Ottone re di Germania, che la liberò, la sposò--e con questa unione fuse nella sua casa il regno d'Italia. Alla morte di Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, e di Beatrice sua moglie, Matilde, figlia di costei e del primo marito Bonifazio, riunì l'immensa eredità dell'antico marchesato di Toscana a quella della casa di Canossa, e divenne sovrana del più grosso feudo d'Italia.

Due furono sempre i movimenti di questi marchesi: levarsi a signori d'Italia tutta; favorire i papi nelle lutte cogl'imperatori di Lamagna. Matilde aveva deposto il primo pensiero. Ma più che tutti i suoi antenati, più che ogni altro principe divoto, ella caldeggiava per la sede di Pietro.

Matilde, nella prima giovinezza, aveva anche essa forse soccombuto all'imperio dei sensi, alle tentazioni della voluttà, alle seduzioni dell'amore, al fascino di quelle parole che danno la vertigine alle fanciulle. Poi, disingannata forse, oltraggiata in sua fierezza, o inebbriata di più alto sentire di sè e di sua dignità, più matura negli anni, più dotta della realità dell'esistenza, si era isolata da qual si fosse passione terrena. Nel suo cuore aveva spento l'amore, che è tutta la vita di giovane donzella. Aveva scacciata la vanità di essere la più bella castellana d'Italia, che gli era un soffogare le più soavi e brillanti illusioni di una donna. Aveva sepolto nell'anima l'orgoglio del fasto e del potere, ch'è quanto mai femmina possa ambire e desiderare. Ella aveva concentrato il suo spirito sull'elevato pensiero della vita futura e del destino dell'anima oltre la tomba. Le sue facoltà intellettuali avevano perciò acquistata una visione indeterminata; le sue idee un colorito vago e fantastico. Ma nel tempo stesso, con l'ostinato meditare sopra oggetti ascetici, aveva assunto un rigore di principii, una solidità di carattere che nulla valeva a riscuotere, e che le davano quella specie di cieco coraggio che nulla cura, nulla bada. Si era devoluta come schiava all'arbitrio dei pontefici. E questi, non è a dirsi, se avessero saputo profittare della fatale tendenza di una principessa tanto potente. Matilde aveva seriamente contemplata la dignità del papa. Lo aveva scevrato dall'uomo, e gli aveva assegnato il dominio della parte morale dell'universo. Il papa, per lei, era il pugno di Dio che stringeva le anime de' suoi popoli. Non essendo dunque il pontefice che un organo mosso dall'intendimento di Dio, che un portavoce dei comandi del cielo, il non obbedirgli significava ribellarsi al Signore. Identificato così il pontefice e Dio, Matilde aveva messo a scopo della sua vita soddisfarne ogni volere indefinitamente, per poi lasciargli l'eredità dei suoi Stati. E così fece.

La sua corte componevasi. di uomini austeri ed ipocriti. Non fasto di abiti, non pompe di feste, non brio di banchetti, non fulgore e spirito di cortigiani, non perigliose delizie di cacce, non treno ricco di servi e cavalli, di astori e di alani. I menestrieri fuggivano il castello come soggiorno maledetto. I giullari e gl'istrioni vi passavano del capo chino mormorando una maledizione alla fredda castellana. I merciaiuoli e le cortigiane lo detestavano, non trovandovi a trafficare le loro merci. Gli stessi guerrieri, per cui la vita scioperata e le forti crapule sono elemento necessario di esistenza, in quella corte avevano attinto sussiego severo; e perciò appunto più duro e feroce carattere. Non dividevano le grazie della contessa che due individui. Una vecchia dama, alquanto sorda, alquanto losca, alquanto zoppa, del resto, nel cuore soda come macigno e capace di starnutire un buon migliaio di _paternostri_ al dì; e Donizone, stravagante ed ubbriaco frate, che nell'ebrietà scriveva la vita di lei in versi esametri latini, e nei momenti di lucidi intervalli si tagliava le mani al torno. E quella le prestava i pochi uffizii di damigella che le potessero occorrere; questi le diceva la messa tutte le mattine, le benediceva la mensa, le faceva l'esposizione del sacramento all'ora di compieta, bene inteso però che Donizone adempiva a quest'altri doveri quando non si trovava ubbriaco, lo che spessissimamente avveniva. Vi servivano infine altri pochi famigliari, i quali acquistavano importanza solo in occasioni solenni come questa, che albergava gente al castello. Ed allora, perchè persone non pratiche e ad opposti mestieri addette, commettevano goffagini e disattenzioni senza fine, cui la distratta castellana neppur essa avvisava. E questi stessi erano un vecchio avanzo della corte del marchese Goffredo, i quali per loro vecchiezza, Matilde non aveva avuto il coraggio mettere sulla strada a mendicare.

A questo castello, verso l'ora di sesta del domani l'imperatore Enrico si approssimò. E' non portava divisa da re. Non aveva abito che annunciasse un principe o dimostrasse pompa. La testa coperta da berretto a foggia di capperuccio, il corpo di una tonica di grosso drappo verde, corta fino al ginocchio ed azzeccata al fianco da cinto di cuoio, le brache strette fino alla noce del piede sovramontate da coturnetti, ed un piccolo mantello uso a portare alla caccia per essere più spiccio e svelto. Del resto, niun'arma, nemmanco il pugnale.

Sorgeva intanto rigidissima giornata. Le nevi, cadute a iosa il giorno avanti, ridotte a minutissima polvere dal ghiado della notte, levava a turbine freddo vento di tramontana ed appiccava alle persone ed al muro come mastice. Lo stesso fiato si gelava uscendo dalla bocca. Enrico salì a piedi l'erta della rocca. Lo accompagnavano Baccelardo, Guiberto, il vescovo di Vercelli, quel di Bovino, e parecchi signori, venuti appositamente di Piacenza, udito della prossima riconciliazione, ed attendati per su le circostanti alture, non trovando ove albergare. Giunti sul piccolo spianato innanti le fortificazioni della prima porta, videro uscir fuori dalla postierla di soccorso l'abate di Cluny che, da star sugli spaldi, li aveva scorti. Ugone trasse incontro all'imperatore e gli disse:

--Sire, io ebbi l'onore di tenere vostra magnificenza al fonte del battesimo, e vi ebbi caro come figliuolo, venerandovi come re. Duolmi perciò che papa Gregorio abbia voluto darmi una parte a sostenere nelle disgrazie che vi hanno colpito. E duolmente maggiormente adesso che debbo dirvi, d'ordine suo, ingrate parole. Imperciochè so, sire, come sovente i grandi comunichino alle persone l'odiosità delle opere.

--Ma che vi han dunque comandato di dirci, messer abate? domandò Enrico impaziente.

--Eccovi, sire. Nel primo recinto di queste mura lascerete il vostro seguito: indi solo, spogliato dei sandali, del berretto e del mantello, i piedi e la testa nuda sotto l'aperta volta del cielo, pel tempo perverso che fa, e digiuno, attenderete nella seconda rampa che il papa vi appelli al castello per perdonarvi.

--Sacramento di Dio! scoppia Enrico digrignando ferocemente, ma costui ha dunque intieramente dimenticato che noi siamo re, unto come lui, ed inviolabile della persona? Vuole dunque gittarci ad eccesso da disperato, e demente cozzare con un demente?

--Sire! risponde Ugone tutto peritoso, vedendo la figura sformata del re, che percorreva a lunghi passi lo spianato. Sire, per la misericordia di Dio, quietatevi. Prestatevi a quest'atto di umiltà. Ne avrete larga ricompensa dal cielo, e trionferete dei vostri nemici. Che vi giova ribellarvi adesso, che vi sta nel pugno la vittoria, e che siete alla vigilia di mostrarvi ai popoli vostri più grande e più forte? Un segno più o meno di umiltà non vi sconforti. Ricordatevi che Cristo patì avvilimenti peggiori. D'altronde, gli è l'affare di un momento. Sarete tosto introdotto, io spero, e riconciliati; perchè quanti siamo nel castello non desistiamo dal tornare favorevole il pontefice.

Enrico lo stette ad udire, poi rispose:

--Dovremo dunque sorbirci questo calice fino alla feccia?

--Sire, si fe' a dire Guiberto, anch'io vi prego di non guastare l'opera cominciata per sì lieve formalità, che i canoni richiedono. Se aveste udito il mio consiglio, non vi sareste messo con sì nobile e generosa fiducia all'arbitrio dell'impudente pontefice. Ma poichè la bisogna si è cominciata così, finiamola come si può meglio, in nome di Dio, e lasciateci poi cura di ristorarvi l'onore quando che sia.

Enrico gitta un sospiro e sclama:

--Così vuoi, mio bravo Guiberto? Farò così: ma giuro alla Beatissima Vergine di Goslar...

--Perdonatemi, sire, se ardisco interrompere il vostro giuramento. Non sappia la luce del dì ciò che passa nel fondo della vostra coscienza. Nei tempi che corrono, anche la luce può divenire infedele.

Ugone di Cluny lo comprese, e gittando un sospiro susurra a voce sommessa:

--Dio ti perdoni, arcivescovo di Ravenna: da voi ho meritato questa sopruso.

Enrico strinse la mano di Guiberto e si prestò a Baccelardo che gli scioglieva i calzari ed all'arcivescovo che gli toglieva il mantello. Indi seguì l'abate che, a passo lento e taciturno, precedeva. Giunti innanzi la porta della seconda rampa, la postierla si aprì per lasciare entrare Ugone, il quale recava la novella a Gregorio, e si rinchiuse di nuovo sul volto del re. I frati del cenobio, i prelati rinchiusi nel castello, salmeggiavano dietro i merli della rampa. Enrico restò lungamente, degli occhi accollati a quella porta, immobile, assorbito in una nuvola di nere idee, che gli rinnovellavano i fatti diversi della sua vita come le vedute di un panorama. A tempi lontani, a scene varie egli viaggiò della mente, e considerò quanta improba fosse la natura degli uomini, che solamente nel male debbano star cheti, e ribellarsi ai modi dolci ed alle azioni generose.

Finalmente, assiderato, si tolse di quella posizione immobile, e conciossiachè passeggiasse sulla neve, cominciò a muoversi per bandire il freddo.

Intanto erano passate parecchie ore ed alcuno non si vedeva. I piedi arrossiti gli dolevano: il volto egualmente, ma più rosso di sdegno che di freddo; imperciocchè il sangue, a ventisei anni, rigoglioso gli bolliva per le vene. Suonò mezzogiorno; suonò vespero: nè alcuno da parte di Gregorio comparve. Enrico era digiuno. La neve, il vento gli percotevano il viso. Non udiva voce fuori di quella lugubre salmodia e di quella della natura crucciata. Ma egli non sentiva più fame, non sentiva più freddo, dell'ira dell'uragano non temeva; perocchè uno, ancora più terribile e fosco, imperversava nel suo cuore. Quelli della sua corte non ardivano presentarsi a lui onde non mortificarlo peggio nella sua umiliazione. Ma il loro cuore dava sangue, anche più concitato di quello del re. Infine suona compieta. Allora Baccelardo, non resistendo oltre, entra nel secondo girone, e recando ad Enrico i panni e gli usatti:

--Sire, dice, ho qui un'azza: comandate che quella porta vada a terra, e vi do parola di cavaliere che, ferrata com'essa è, ci andrà.

--E vada, sclama Enrico furibondo, ritirandosi.

Baccelardo, in men che si dice, comincia a scaricare sull'uscio tal tempesta di colpi, che la postierla principiava a sgangherarsi e ben presto gli avrebbe aperto il varco, se non si fosse affacciato tra i merli delle mura il vescovo Giovanni di Porto ed avesse detto:

--Ser cavaliere, a nome della contessa Matilde e del pontefice Gregorio v'intimo desistere dall'opera pazza, e di allontanarvi, se non vi torna più grato di esser salutato da qualche centinaio di frecce.

Baccelardo sospende i colpi e sta ad udire il parlamentario; e come questi ebbe finito:

--Cane di un vescovo, grida, tu sei un poltrone come il tuo padrone, e tutti agite da poltroni malcreati. La mia risposta intanto è questa; e così potessi darne una somigliante anche al figlio del falegname di Soano.

E sì dicendo, scagliava l'azza contro il vescovo, che ne avrebbe avuto certo spaccato il cranio, se sollecito non si tirava indietro. Egli allora tolse la balestra di mano ad un soldato per rimandargli il saluto; ma Baccelardo era scomparso dietro la rampa delle seconde mura, e unitamente al re ed al resto della corte tornava al romitaggio di San Nicolao.

L'imperatore non tolse cibo che pochissimo e la notte non dormì.

Allo spuntare del giorno voleva partire per Piacenza e tentare la fortuna delle armi, l'ultima che gli restasse nel naufragio, e morire da guerriero come aveva vissuto da re. Se non che i signori della sua corte, e Matilde, che tutta confusa e peritosa andò a fargli visita per confortarlo, lo supplicarono di non si disperare così tosto, e correre alla violenza, ma facesse tentativo, quel giorno ancora, perchè forse Gregorio, soddisfatto di sua umiltà e convinto del suo pentimento, gli avrebbe aperte le braccia e perdonato. Enrico battagliò lungamente questo avviso. Infine, vinto dalle preghiere della pia donna, si prestò a secondarli. Sull'ora di sesta quindi si presentò di nuovo al castello.

L'abate di Cluny che quivi lo attendeva, non ardì profferir parola. Enrico comprese cosa significasse la sua presenza, e facendo cenno ai suoi di restarsi, si fe' cavare i borzacchini ed il mantello, e seguì l'abate. La postierla si aprì di nuovo, come il dì avanti, e di nuovo si richiuse.

Quattro ore mortali Enrico ebbe il coraggio di attendere ancora quel giorno: niun messaggio del papa gli giunse. Ed era medesimamente digiuno, ed il tempo orrido al pari. Questa volta però le ore passarono più sollecite. Egli restò più tranquillo. Imperciocchè cominciò a correre con la mente l'avvenire, e vagheggiare un piano di vendette. E per tal modo vi si addentrò, e le sorbiva con tanta delizia, che, immemore e fuori di sè, disse all'arcivescovo di Ravenna che, corrucciato, lo veniva a rilevare:

--Restiamo ancora; prolunghiamone l'agonia.

--Sire, risponde Guilberto, gli è inutile attendere di più. Vestitevi, montate a cavallo e ritiratevi. Io compirò il rimanente. Dimani poi, cavalcheremo alla volta di Piacenza, se uopo è, e Iddio deciderà della vittoria. Questo infame portamento di Gregorio irriterà chiunque ha nel petto cuore di un uomo.

--Infame sì, risponde Enrico, ancora stravolto e col viso scomposto, o meglio convulso, a gioia feroce, infame certo; e perciò appunto prolunghiamone l'agonia, e ricordiamogli le ore spasimate che mi fece passare a Canossa.

Guiberto comprese che l'irritazione del pensiero ed il freddo avevano concentrato il sangue nella testa del re, e che la febbre ed il delirio lo travagliavano. Lo condusse perciò fuori le mura, ed affidollo ai cortigiani, affinchè lo menassero al romitaggio e lo andassero a ristorare di un bagno.

Due ore dopo, un cavaliere si presentava a Gregorio come parlamentario, e le porte della stanza si chiudevano.

--Ebbene, messere, che vuol dir ciò? dimandava Gregorio con voce alquanto commossa.

--Vuol dire, Ildebrando, rispose l'altro, che tu non devi temere ed ascoltarmi.

--Guiberto! grida il pontefice levandosi da sedere, che chiedi tu qui?

--Guiberto appunto, risponde l'arcivescovo di Ravenna, alzando la visiera. Tu non aspettavi la mia visita, fratello; ma io, che ho miglior cuore del tuo, che che tu ne possa pensare, ho voluto gustare del piacere di abbracciarti.

--Indietro, assassino, grida Ildebrando ritraendosi, qual novello delitto sei venuto qui a commettere?

--Per l'anima di quel nostro bravo Bonizone, fratello, tu non hai cangiato in nulla! Tu sei sempre quel petulante giovane, che fantasticava in ogni cosa il male e non si piegava nè per consigli, nè per forza. Ed a dire che neppure nel volto sei mutato! Io invece... eh! fratello, la vita del campo e tra le femmine consuma; e tu ben ti sei avvisato farti papa. Minchione che non lo hai fatto prima!

--Ma, che cosa è dunque codesto insolente favellarmi? aprimi passo o va via, grida Gregorio turbato, sbalordito, non sapendo quasi che dicesse, affogato da cento affetti diversi.

--Corpo di mille lance, qui non ci ascolta nessuno, Ildebrando. Lascia dunque, con tutti i diavoli, codesto sussiego, perchè con me non sei nè più nè meno dell'intrigante frate che ha barattata la cocolla per la tiara, e del figliuolo di Bonizone come me, arcivescovo di Ravenna eccetera. Inoltre egli è necessario che io ti favelli. E stammi bene ad udire, sai! Perchè già da te conosci come il nostro sangue sia infiammabile, e come entrambi siamo maledettamente corrivi allo sdegno ed alle mani.

--Parla dunque, e toglimi presto il fastidio di vederti, mormora Gregorio, cadendo sul suo seggio spossato dall'assalto delle interne passioni.

--Ma di', sclama di un tratto Guiberto come colpito da un'idea, ti brulicherebbe forse ancora per la mente lo scherzo che ti feci a Cariati? Eh! via, fratello, non istà bene ad un vecchio pensare a queste umane debolezze, e ad un pontefice covare sdegni sì lunghi. D'altronde tu mi provocasti così villanamente, e ne ho fatta di poi una penitenza che non saprei dirti. Lasciamo stare dunque i vecchi rancori, che nulla omai ci potrebbero giovare e nuocerci moltissimo, e pensiamo a perdonarci l'un l'altro. Io già mi strugge una rabbia di perdonare, che perdonerei ....

--Non mai, non mai, non mai! grida Ildebrando interrompendolo e rizzandosi di nuovo in piedi, no, non mai!

--Che uomo diabolico che sei, Ildebrando!--continua Guiberto sorridendo e mettendosi a sedere--gli è più facile cavare i denti ad un orso che te dal broncio. Eppure, se ci riconciliassimo, sarebbe lo spettacolo più commovente di cristianità; ed io muoio proprio della voglia di darlo codesto spettacolo e di udire a piangere le donne pie per la tenerezza, e le buone comari che griderebbero al miracolo. Via, piegati dunque fratello, pensa, corpo del diavolo, che hai sessantaquattro anni sonati, e sei prossimo ad andare innanzi a monsignore Iddio, che con voce terribile ti dimanderà, come a Caino: cosa hai tu fatto del tuo fratello? Perchè vedi, Ildebrando, se io sono stato un poco discolo, e forse lo sono ancora un tantino, se sono forviato, la è colpa tua, che, invece di darmi bravi consigli, mi spingi alla perduta nelle follie. Andiamo dunque, abbracciamoci, e qui finisca ogni mal'animo. Vedi che io ho fatto il primo passo, ora come sempre!

--Indietro, ti dico, grida Gregorio, e sgombrami la via, scellerato, perchè alla tua vista, alla tua memoria, io sento l'anima farsi a brani, la ragione disquilibrarsi. Chi è dunque che ha permesso a questo rettile di avvicinarsi fino a me? Perchè Iddio della divorante sua pupilla non ha per anco incenerito quanto di più nefando, quanto di più scellerato abbia prodotto la terra?

--Via, via Ildebrando, non facciamo zannate! Tu già conosci che io non rinculo avanti le aste, come vuoi dunque che mi spaventi di parole e di collere? Animo su, un abbraccio, ed a tutti i diavoli i picchi e le smancerie. Siamo fratelli alla fine. E poi io ti perdono; e poi io non ti domando neppur conto di mia moglie, di mia moglie che tu hai vituperata, di Alberada che io ho amato col più robusto delirio che possa agitare il cuore di un giovane. E tu me l'hai tolta, me l'hai rubata, mi hai oltraggiato negli affetti e nell'onore. Facciamo pace dunque. Le passioni domestiche cedano ai doveri politici. I rancori di uomo si seppelliscano sotto l'esigenze di papa e di arcivescovo. Prendi la mia mano.

--Indietro, ribaldo, la tua persona, il tuo contatto, il tuo respiro stesso avvelena l'atmosfera che respiriamo e mi lorda.

--Ah! sclama Guiberto, cambiando accento e levandosi. Bisogna dunque mutar tuono, non è vero, pontefice? Bisogna che ogni voce di natura si soffochi, che non siamo mai più Ildebrando e Guiberto, ma l'arcivescovo di Ravenna e Gregorio, ma i nemici che si han giurata guerra mortale e che non si perdoneranno mai, neppure con la certezza dell'eterno castigo? Ebbene, tal mi avrai, se così vuoi, Ildebrando. Ma, per l'ultima volta, io te ne supplico, dimentichiamo ogni sdegno, torniamo fratelli.