Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 8

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Venne quindi rizzato in mezzo alla vasta pianura, lungo la destra dell'Ebra, suntuoso padiglione col trono ornato delle insegne imperiali. Ivi, il dì seguente, Enrico IV circondato dei suoi principi in gran pompa si assise. Tutto l'esercito sotto le armi si schierò a due fila, fra le quali dovevano passare tanti prodi ad umiliarsi. Al cenno del re, i deditizii furono fra le armi accompagnati ai piedi del soglio. Precedevano i principi sassoni e turingi, l'arcivescovo di Magdeburg, il valoroso vescovo di Alberstadt, Ottone di Nordheim, Magno duca di Sassonia, il conte Ermanno, Federico palatino, Teodorico conte di Cantelenburg, Adalberto langravio di Turingia, i conti Rudiger, Sizzo, Bern e Berengario. Seguivano baroni, nobili, e quanti eranvi gentiluomini, valvassori, valvassini, e paggi non per anco armati cavalieri, in una parola chiunque aveva nome, stato e ricchezze fra i ribellati. Enrico li accolse maestosamente. Poi, mal consigliato, li diede a custodire ai suoi, finchè non avesse pronunziato sulla loro sorte. E la loro sorte fu questa: che, dimentico della parola dei suoi commissari, li confinò in fortezze lontane e malignate da paludi, e loro confiscò i beni che tra i suoi guerrieri ripartì.

In quel punto giunsero i legati del papa, i quali, avendo tenuto altri sentieri e non essendo stati impacciati da mali di vetture, arrivarono alquanti dì prima di Baccelardo. Ora udiremo da costui quale accoglimento e' ricevessero, perchè, di ritorno, egli è già, dove noi lo lasciammo, alla presenza di papa Gregorio che anela interrogarlo.

IV.

Un cri part, et soudain voila que dans la plaine Et l'homme et le cheval, emporté hors d'haleine, Sur les sables mouvants, Seuls emplissant de bruit un tourbillon de poudre Pareil au noir nuage où serpente la foudre, Volent avec les vents. HUGO--ORIENTALES.

Infatti Ildebrando non curò neppure torsi dal viso le gromme del sangue, e dritto menatosi seco Baccelardo nel suo gabinetto, di lui non meno ansioso, dimanda:

--Ebbene, bel cavaliero?

--Santo padre, risponde Baccelardo, il cuore di Enrico è ostinato, e non vi ha potere che dal suo tenace proposito lo rimuova.

--Non vi ha potere! tentennando della testa ed accennando il volto a sorriso, sclama Ildebrando. Continuate. Raccontateci tutto fil filo.

--Santo padre, io non posso raccontarvi che poco, risponde Baccelardo, i vostri legati, che di non molto antecedo, v'informeranno meglio di tutto.

--Dite pure quel che sapete, impaziente scoppia Gregorio, e ditelo presto, in nome di Dio!

--Eccomi. Vostra beatitudine volle spedirmi in Germania prima dei legati onde in certo modo io preparassi loro la strada, e men bruschi facessi arrivare i decreti del concilio del Vaticano. Pur non avvenne così: io giunsi otto giorni dopo di loro.

--Otto giorni! sclama Gregorio! bisogna dire, ser cavaliere, che voi siate ben neghittoso, o traditore della santa Sede.

--Nè l'uno nè l'altro, signore. Il mio cavallo si azzoppì nelle montagne dell'Elvezia, e dovetti restare quindici giorni per farlo guarire. Ecco tutto.

--Pel nome santo di Dio! e voi curate più un tristo di ronzino, che l'adempimento dei nostri ordini, messere?

--Ser papa, uditemi. Io non sono per alcun modo vassallo della Chiesa, che per me nulla ha fatto nè ha saputo fare finora. M'incaricai delle vostre commissioni per cortesia, e le compii con quella solerzia che meglio mi convenne. In ordine al ronzino poi, come vi piace addimandarlo, gli è bene che vostra beatitudine sappia, io averlo caro più della persona mia stessa. È il solo fedele che io mi abbia. Mi son trovato in mezzo alle zuffe accerchiato da densa selva di aste, minacciato da cento nemici; e non ho veduto papa Gregorio aprirmi il varco periglioso, ma il mio cavallo. Mi son trovato fra gli aguati dei miei persecutori, inseguito come belva, messo a segno di cento arcadori, in un nuvolo di giavellotti e di chiaverine; e non è stato papa Gregorio che dall'insidie e dalla morte mi ha campato, ma la velocità del mio cavallo. Ho dovuto arrampicarmi per greppi dirupati, sospeso fra il cielo e l'abisso, senza segno di calle, dove il camoscio non si sarebbe avventurato; ho dovuto valicare lagune melmose affondando fino alla gola; ho dovuto guadar fiumi terribili; e non ho trovato papa Gregorio che il pericolo e la fatica mi temperasse, ma questo fedel mio cavallo. Per qual titolo dunque papa Gregorio pretendeva da me che io avessi abbandonato il compagno che Iddio ha messo alla deserta mia vita per obbedir lui, che finora non mi ha data neppure una parola di conforto o di speranza?

--Tu non hai fede, cavaliere, sclama Gregorio con gravità, non volendo rispondere per le rime e romper con Baccelardo per allora; e dove manca la fede, l'interesse mondano precede a tutte le considerazioni di anima e di Dio. I tempi non sono ancora maturi, la Chiesa milita ancora. Ma i dì della grazia son prossimi, ed allora vedrai se papa Gregorio saprà darti più del conforto, più della speranza.

--Sì, santo padre, quel che mi avete dato pel servigio che vi resi a Montecassino, insultando il neghittoso papa Alessandro! I tempi che sperate però mi sembrano ancora lontani, se vero è pure ciò che ho udito della sorte dei vostri legati.

--Della sorte dei nostri legati! grida Gregorio stupefatto. E che sarebbe loro avvenuto di sinistro, cavaliere? Parlate su, dite chiaro, e dite presto quel che sapete. Il vostro narrare lento e misterioso ci stucca.

--Ne apprenderete fra breve anche troppo, signore. Essi si presentarono al re, nel momento ch'e' finiva di umiliare i Sassoni. Enrico aveva sentore del vostro parteggiare per costoro e delle prevaricazioni che i vostri legati andavan spargendo pel campo, onde subitamente levarli a rumore. A rompervi le vie, diede sul fatto libertà ad Ottone di Nordheim e lo constituì vicario imperiale di Sassonia. Poscia, dopo discussi gli altri affari dell'impero, fe' comparire i legati. Io non saprei dirvi qual corruccio destasse fra quei numerosi principi il canone che li spoglia del dritto d'investir feudi agli ecclesiastici, e di riscuotere i livelli annessi ad essi, nè quanto maggiore fosse lo sdegno al divieto delle mogli ai sacerdoti. Per poco quella adunanza di gente nobile ed assennata non iscoppiò in tumulti. Si rise però quando udissi della scomunica fulminata contro l'arcivescovo di Brema, contro quel di Strasburgo, contro i vescovi di Bamberga e di Spira, ed altri uffiziali della corte e primati dell'impero, se pel mese di giugno non si fossero presentati in abito di penitenti alla soglia del Vaticano onde essere giudicati da voi.

--Si rise! sclama Gregorio ghignando. E poi? Ed i legati?

--Oh! quanto ai legati essi non si scomposero nè per ire nè per beffe. Chè anzi allora presentarono la vostra lettera ad Enrico. Questi, borioso per aver domata Sassonia, la lesse, e ad alta voce alcuni pezzi ne recitò, tra i cachinni dell'assemblea.

--E non sapreste per avventura, bel cavaliere, quali fossero codesti pezzi?

--Se ne parla per tutta Germania, santo padre, e maraviglia ognuno di vostra temerità. Quell'indirizzo per esempio: _Al re Enrico salute ed apostolica benedizione, se alla sede apostolica presterà l'obbedienza dovutale da chiunque è cristiano_: quell'imporgli di _sfrattare dalla reggia gli scomunicati da voi, ed impetrare con idonea penitenza il perdono_; quel rimproverargli _che da nemico, da ribelle, da traditore, col più insolente disprezzo oppugna la sempiterna autorità della Chiesa--testimoni i vescovadi di Firmano, di Ravenna, di Spoleto e di Milano conferiti a sue creature, quasi che le chiese fossero ad arbitrio di un laico, e date a governare ai re_: quel consigliarlo _a non mormorare dei vostri decreti e recarsi volentieroso come giumento a fare ciò che voi ordinavate_: quel comandargli _che non solo egli ma tutti i re della terra con riverenza profonda debbano osservare i vostri decreti_: quel mettergli perentorio in fine, perchè _senza lungamento di tempo ritornasse alle loro sedi gli ecclesiastici sassoni esuli o imprigionati che fossero, restituisse le chiese ed i beneficii usurpati, si sottomettessero tutti ai canoni di un concilio presieduto da voi, se pure, contumaci al vostro decreto, dalla spada di s. Pietro non volessero essere sterminati dal grembo della Chiesa._ (_Ep._, III, 10).

--Basta, comprendo, l'interruppe Gregorio, E poi?

--Eh! beato padre, e poi l'imperatore lacerò in più pezzi il foglio, e sul volto dei legati lo gittò fra un pieno grido di gioia di tutta la dieta. E per dar prova più solenne in qual conto e' tenesse vostre minacce e vostri desideri, fe' trarsi avanti i chierici ed i laici di Colonia, venuti a supplicarlo di eleggere il successore di Annone, e li costrinse o ad accettare per arcivescovo un tale Idolfo, uomo di bassa lega, ovvero a star senza pastore finchè loro ne salisse la noia. Idolfo fu accettato.

--Ed i legati? dimanda Gregorio furibondo.

--I legati intimarono allora all'imperatore la citazione di comparire ad un concilio a Roma onde purgarsi delle colpe che gli apponeva tutta Germania, sotto pena di essere pronunciato ribelle, scomunicato, e decaduto dai dritti di re. A quest'intíma la collera di Enrico trabocca. Ei fa cacciar via vituperosamente gli audaci legati, tra le contumelie di tutta l'assemblea, e dai suoi Stati di Germania li bandisce, rattenuto dall'arcivescovo Sigofredo da Magonza che non li facesse frustare. Indi spedì corrieri per ogni provincia di Lamagna, onde convocare a Worms un concilio, ed egli stesso vi si recò.

--Ed il concilio si tenne?

--Per certo, e vi accorse numero immenso di abati, diaconi, vescovi, metropoliti e duchi, conti e baroni senza fine. Congregatisi tutti, il cardinal Bennone sorse a leggere una storia di voi, santo padre, nella quale tutti i fatti di vostra vita dettagliavansi ed esaminavansi con severità. Indi produsse terribili accuse contro la vostra modestia, le sue parole confirmando per lettere di parecchi vescovi, cardinali, ecclesiastici e nobili d'Italia, non che del popolo e del senato romano. Delle quali multiplici imputazioni ricordo solamente, che....

--Tacetevi: non vogliamo udirle, l'interruppe Gregorio. Il nostro giudice è in cielo, ed a colui solamente dobbiamo dar conto. I giudici ed i potenti della terra abbiamo sotto le suole dei nostri sandali, e li schiacciamo a guisa di fango.

--Come vi piace, santo padre. Mentre dunque quelle incolpazioni si discettavano, giunsi io. Gli araldi che guardavano le porte mi annunziano all'imperatore per oratore del papa. A questo titolo mi si vieta l'ingresso. Ma avendo insistito esser io cavaliere, ed avere lettera di Gregorio VII da presentare nelle proprie mani del re, m'intromettono alla presenza dell'augusto concilio. Superbamente un segretario dell'imperatore toglie la lettera per ordine di lui, e ad alta voce comincia a recitarla. Alle corrucciate ed amare parole della santità vostra, lo sdegno di Enrico traripa. Egli mette in obblìo le sacre prerogative degli ambasciadori, e comanda che mi gittassero nel fondo di una torre del castello di Worms. Allora io protestai avanti a tutta quella adunanza dell'onta che si faceva alla mia persona, e dichiarai che, quando che fosse, ne avrei dimandata ragione, se non come oratore come cavaliere.

--E ben faceste.

--Udite adesso ciò che accadde. Appena uscito dall'aula del concilio, otto uomini della guardia imperiale mi aggrattigliano, mi tolgono ogni maniera d'armi, e mi traggono alla prigione. Allora dimandai per favore vedere un'estrema volta il mio cavallo, e licenziarmi dal fedele animale. E sì dicendo sentii le lagrime navigarmi per gli occhi. Messer Ulrico di Cosheim, favorito dell'imperatore e suo intimo confidente, notò la mia richiesta, e fece soddisfarmi. Venne anch'egli a vedere il superbo corridore, ed assai maravigliò della fortezza, della venustà, dell'eleganza del nobile animale. Io gli carezzai il collo, gli carezzai la testa, e raccomandai al sire di Cosheim che, se quel disgraziato palafreno avesse dovuto cangiar di padrone, gliene avessero dato almeno uno altrettanto generoso e distinto che la sua genealogia meritava. Ulrico mi promise che lo avrebbe tenuto per sè, se la mia sfortuna così avesse portato, o ne avrebbe fatto dono al re. In ogni modo, ei s'incaricava di custodirmelo e riguardarlo come il cavallo di un bravo si riguarda. Confortato di questa fidanza, più contento mi recai alla muda.

--Proprio alla muda vi avevano condannato? domanda Gregorio.

--Alla muda proprio, risponde Baccelardo, quasi io mi fossi un malfattore. Però non ebbi poscia a dolermene. Perocchè avvenne che a messer Ulrico di Cosheim, invaghito della bellezza del destriero, prendesse talento cavalcarlo. Glielo apprestarono. Ora io non saprei dirvi, santo padre, quanto quel gentile animale s'imbestialisse vedendo quel nuovo signore. Fu tanta la selvaggia sua retrosia, e tanto il mordere e sparar di calci, che molti tra quei palafrenieri e scudieri accorsi ne restarono malamente conci. Messer Ulrico, che è maestro in cavalleria e vigoroso della persona e destro, s'incoccia a vincere la partita. Gli si accosta quindi di nuovo, e con maniere parte aspre parte carezzevoli cerca domarlo. Messer Ulrico però aveva malamente avvisato, perocchè ne tolse di tale percossa dalle zampe d'avanti, ch'ei fu trasportato via per estinto. Nessuno più allora sentì voglia aver che fare con quella belva, sapendo come tutti il sire di Cosheim superasse per maestria di equitare. Fu intanto riferito ad Enrico della grave ferita del suo favorito e del croio corridore. Anche al re salta il ticchio vincere la puntaglia; chè il re valeva ancor meglio del duca di Cosheim nel maneggio de' cavalli. Fu quindi il mio povero _Licht_ novellamente bardato, e tratto nella cavallerizza. I cortigiani di Enrico vollero distoglierlo da quella prova, ma perciò appunto ve lo decidono più. Sicchè fa condurre quivi altri cavalli, fa circondare il mio da scudieri e mozzi, e quasi tendendogli aguati cerca di cavalcarlo. Dio lo perdoni! perchè due di quei disgraziati ebbero a morirne, ed egli si salvò da qualche sconcio per la sola leggerezza del tirarsi da canto.

--È un demonio dunque codesto vostro cavallo, ser cavaliere? dimandò Ildebrando.

--Mai no, santo padre--esso è di quegli esseri che la specie umana conobbe pochi per egual fedeltà. Ma, per farla breve, l'imperatore sospettando che vi fosse alcun segreto nel modo di cavalcarlo, ed innamorato della sua leggiadria volle impararlo a montare da me. Fui perciò ritratto di prigione, e tradotto alla cavallerizza, presente lui. Udii del suo desiderio e mi balzò il cuore per allegrezza.

--Comprendo anch'io, disse Gregorio. Tirate avanti.

--Vostra beatitudine vedrà se avevo ragione di amarlo. Dimandai dunque innanzi tratto che mi restituissero le armi. E dopo che me le ebbi tutte vestite, feci menarmi sul mastio. Quivi era uno spianato, da un lato circondato da mura, dall'altro da una specie di parapetto, sotto il quale, alla profondità di un quindici piedi scavavasi fossa profonda altrettanto, ripiena di acqua. Oltre di questa, aprivasi vasta campagna. Quivi condotto dunque cominciai a palpare il mio fedele Licht; cominciai ad aggiustargli le cinghie, e gli pizzicai un cotal poco le orecchie. Ed esso a farmi festa a non finirla. L'imperatore, l'imperatrice, tutti i grossi baroni della corte e dame e donzelli e scudieri stavano presenti. Io li obbligai a tirarsi da canto e salii a cavallo. Allora detti un fischio, come lo squittire della volpe; e mentre essi tutti si aspettavano che io lo avessi fatto un cotal poco corvettare e saltabeccare nell'angusto spianato, io lo volto netto al parapetto della fossa e dissi:

» Sire, tu contro il sacramento delle genti mi hai fatto cattivo; io, contro la santità della parola di cavaliere ti dico che ti sei condotto da sleale, e via me ne vado.

--Bravo! sclama Gregorio stendendo la sua mano a Baccelardo, che la strinse ma non la baciò. E continuò:

--Io detti allora forte di sprone, ed il cavallo salta giù, coverti entrambi di pesanti armadure come eravamo. Da prima affondammo fino all'imo ambedue ed alcun poco vi rimanemmo. Ma poscia toccando di sprone novellamente, _Licht_ si dimena, e risaliti in un baleno, e guadata la fossa, che dall'altra sponda era piena di acqua a fior di terra, fuggimmo per la vasta pianura. I balestrieri dell'imperatore avrebbero voluto tirarci su; egli nol permise. Solo ci sciolse dietro molti suoi uomini d'armi per righermirci. Infatti mentre noi correvamo così alla perduta ed avevamo quei bracchi alla coda, ecco spuntarci di fronte, al gomito della strada, uno squadrone di cavalieri del duca di Lorena. Sicchè chiusi in mezzo per tal modo dovemmo arrenderci. Quei cavalieri però ci trattarono co' maggiori riguardi, e ci condussero alla presenza del re. Egli, al vedermi, si alza da sedere. Fa anche di più, mi viene incontro e mi stende la mano cui io piegando a terra il ginocchio baciai. Ed e' mi disse:

--Messer Baccelardo, voi siete bravo ed animoso cavaliere. Le vostre ardite parole e la vostra audace opera ci son piaciute moltissimo, e perciò vi diamo licenza di ritornare ad Ildebrando, con nostre lettere, libero ed onorato. Togliete intanto questa catena di oro, questa spada, e questo pugnale in nostra memoria, ed abbiatevi la imperiale nostra parola che, come avremo aggiustate le cose dell'Alemagna, penseremo altresì ai vostri negozi col duca Guiscardo, che a noi non negherà di obbedire.

--Mercè, sire, risposi io, codesta è cortesia che supera ogni mia speranza.

--Noi vi rendiamo giustizia, cavaliere, riprende egli magnanimamente. E perchè abbiate maggior prova del come noi sappiamo far conto dei bravi, vi proponiamo a stanza la nostra corte imperiale, finchè non sarete restituito negli Stati del padre vostro--se ciò vi permettono gli anteriori accordi fra voi ed Ildebrando.

E sì dicendo si mise a dettare la lettera che vi presento, santo padre; e di cui, se per avventura avrete dispiacere, non dovete accusarne che voi.

Gregorio prese la lettera di Enrico e ad alta voce lesse:

« Enrico per la grazia di Dio re dei Romani ad Ildebrando.

« Tale saluto hai tu meritato colla tua mala condotta, tu che in quanti nella gerarchia ecclesiastica occupasti gradi infimi od alti hai teco recato sovversione di ogni ordine, e scandalo e maledizione di Dio. E per non dir che delle cose più gravi, oltraggiasti i ministri del tempio, umiliasti gli arcivescovi, i vescovi, i preti e gli unti del Signore quali vili mancipi, i quali non sappiano ciò che si faccia il padrone, li affliggesti e conculcasti coi piedi. Tu eri tiranno e noi tacemmo per non turbare la pace e menomare la maestà della fede: ma la nostra pazienza, giudicando timore, ti sei sollevato contro la stessa dignità di sovrano che a noi fu data da Dio. Hai minacciato per mezzo di arroganti legati; hai voluto rapirci il potere quasi che noi lo tenessimo da te e non da Cristo, e che regno ed impero stessero nella mano dell'uomo; mentre il Signore dei cieli ha chiamato il servo Enrico all'impero non il nemico Ildebrando alla sede. Tu vi salisti per la scala che dicesi frode ed è maledetta da Dio. Per danaro sei pervenuto al favore, pel favore ad una potenza di ferro, per la potenza alla sede di Pietro, e dalla sede della pace hai cacciato in bando la pace con l'armare i sudditi contro i sovrani, con l'insegnare a vilipendere i vescovi chiamati da Cristo, quasi non da Cristo chiamati. Nè pago del tiranneggiare i tuoi sudditi, hai gravemente oltraggiato anche noi, che, indegni sì, ma pur siamo fra gli unti, unto non al tempio ma al trono; mentre è dottrina dei santi Padri che Dio solo ci può giudicare.

« S. Leone emulator dell'apostolo ha detto: _temete il Signore, onorate il re_. Ma perchè tu non temi il Signore, credi di non onorar noi che siamo re. Tu pertanto che fosti maledetto e condannato dal concilio tenuto qui a Worms, discendi, abbandona una sede usurpata. Farem salire codesta cattedra da un altro, il quale non veli la prepotenza, l'orgoglio e l'ambizione col manto di religione, ed insegni la vera dottrina di carità dell'evangelo, non quella di Satanno.

« Noi Enrico per la grazia di Dio, re di Germania e di Roma questo vogliamo che tu sappi, Ildebrando simoniaco e falso pastore¹ ».

¹ Vedi VOIGT, _Storia di Gregorio VII_.

Come Gregorio ebbe letta questa lettera, che Paolo Bernried, pecudino fautore di lui chiama _di ogni ingiuria disonesta e di falsità ripiena_, e sir Rogero Greiffey _il sunto più esatto della storia e condotta di Gregorio_, il colore del volto di lui si fece rovente come bragia. Senza dimandare più motto, licenzia Baccelardo, e tutto quel dì e la notte susseguente lo si vide percorrere le stanze cupo, taciturno, agitato da interna inquietudine, e da quella specie di smania che tormenta la donna vicina a partorire.

E presso a poco, guardata dal lato morale, identica era la situazione di Gregorio.

Egli ruminava il più vasto colpo che per undici secoli avessero mai concepito i successori di san Pietro. E' doveva dare alla terra un esempio di rigore e di smisurato arbitrio di potere, che i secoli venturi funestò di mali infiniti, di guerre, d'irreligioneria senza limiti. I suoi progetti erano alfine giunti a pienezza onde venire alla luce, senza più veli, senza più orpelli. La sua autorità aveva messa radice solida. I popoli avevano udito maravigliati la novità dei suoi disegni, e speravano fare un passo ancora al riscatto, affrancarsi dalla potenza della spada, vigilando sbarazzarsi poi anche di quella della parola. I potenti, colpiti nell'ebbrezza dell'orgoglio e dei dritti, fremevano parte, parte ridevano. Tutta la terra, in una parola, quest'uomo fatale aveva messa a combustione; ed ora saliva i pinacoli per gittarle il più grande dei suoi pensieri, per farle udire il più terribile suo verbo.

Al domani fu intimato un altro concilio per Roma.

V.

Descendors, les ordres divins Veulent que ce bonheur, ces clartés sans mélange Passent rapidement. REBOUL di Nimes.

Centodieci vescovi e prelati convennero a Roma pel novello sinodo intimato da Gregorio, alcuni cardinali, e parecchi dei feudatari che dominavano Italia--tra i quali quella celebre contessa Matilde, che sì giovane, sì bella, attenevasi al papa per tal divota sommessione da lasciar poi parlare di stregonecci e di amori. Vi assistevano il prefetto ed i tribuni di Roma, per la sicurezza e tranquillità dei padri, e quelli dei nobili che per Gregorio tenevano, onde tornare più solenne e maestosa l'adunata.

In spaziosa sala del palazzo Laterano, a foggia di semicerchio, si allogarono i seggi. Primi sedevano i cardinali, allora non più di sette, nè vestiti di porpora ma di paonazzo. Dopo gli arcivescovi, cui sotto i bianchi manti seminati di croci nere trasparivano ricche dalmatiche, aperte ai fianchi. Indi i vescovi e gli abati dalle lunghe barbe che loro scendevano sul petto. Ai due lati di questo semicerchio, nella parte interna, sedevano i signori laici e gli oratori delle corti straniere. Nel centro, sotto l'elevato seggio del papa, quattro segretari; ed il pontefice di rimpetto a tutti, nel mezzo, con due prelati dietro per trasmettere i suoi comandi. L'abate Ugone di Cluny riceveva alla porta i brevi di credenza di coloro che si presentavano al concilio. Egli poi li affidava agli araldi sacri onde condurli ai posti che loro spettavano. Infine si tenevano fuori quattro centurioni, con un manipolo di soldati, per arginare esterni tumulti, mettere a segno i riottosi del sinodo.