Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo
Chapter 7
Innanzi a tutti procedeva la croce; poi i gentili; poi i profeti, con grossi torchi in mano; poi i canonici ed i ceroferarii, con la testa avviluppata in bianchi guanciali; poi quattro cardinali, con ciascuno due damigelli che sollevavano le ale del loro piviale; poi il pallio, sostenuto dai magnati del comune, e sotto il pallio la vergine Maria a cavallo dell'asino, con s. Giuseppe, come abbiamo detto; e dietro a tutti il Papa, sotto il baldacchino, ed il popolo. Quattro canonici alzavano i lembi della gualdrappa dell'asino. E come tutto fu disposto in ordine nel chiostro, donde la processione doveva partire, un araldo uscì e gridò tre volte agli spettatori o divoti, facendo prima tre volte il raglio dell'asino:
--Da parte di monsignore il Papa e suoi cardinali vi facciamo sapere, che tutti lo seguano dovunque e' voglia andare, sotto pena di aver tagliata la parte anteriore delle vesti.
Ed il popolo rispose anche esso prima con tre ragli, poi soggiunse:
--Andiamo--noi siamo agli ordini di monsignore.
Allora il coro intuona l'inno.
Hez, Sir Asnes, car chantez, Belle bouche rechignez, Vous aurez du foin assez, Et de l'avoine a planter.
Il popolo risponde con il medesimo ritornello e si parte. Intanto i canonici cantavano della voce più aspra e scordata possibile:
Dalle parti d'oriente Venne un asino eccellente; Era forte ed era bello Ed attissimo al fardello!
Ed il popolo ripeteva:
Hez, sir asino, cantate, Il bel muso accartocciate, E tal copia di biada e fieno avrete, Che piantarne, per Cristo, ancor potrete.
Ed i canonici novellamente:
Era pigro nel cammino, Ma poi l'ebbe un cervellino, E col pungolo e il flagello Fe' volarlo come augello; Giunse fino a Betlemme: Visitò Gerusalemme!
Ed il coro ed il popolo proseguivano col solito ritornello--i canonici col rimanente dell'inno.
Sia che carro tragga al corso, Sia che porti soma in dorso, Le mandibole dimena Come Santa Maddalena. Mangia l'orzo con la pula, Dai cardoni non rincula, E in la trebbia, pel villano, Dalla paglia scarta il grano: Oh! vedetelo s'è bello Questo eletto d'Israello! Mirra, incenso, e pingue dose D'oro, e pietre preziose.... Alla chiesa tutto ha dato L'asinesco apostolato. Oh! vedetelo s'è bello Questo eletto d'Isdraello! _Amen_ dunque di', o somiero, _Amen_ canta un giorno intiero; E satollo di gramigna, Mangia, peta, ragghia e grigna; Chè alla chiesa tutto ha dato Il tuo santo apostolato. _Hez va!_ canta _hez va! hez va!_ Chè il tuo canto al cuor mi va: Delle orecchie, di pigrizia, Niun ti avanza di malizia; _Hez va!_ canta, _hez va! hez va!_ Chè il tuo canto al cuor mi va.
In questo mentre si ritorna alla chiesa.
In mezzo di essa avevano preparata una fornace, con stoppe e pannilini vecchi, vicino a cui la processione si ferma. Il papa dei becchi, i cardinali ed il vescovo della diocesi si assidono ai loro stalli nel coro, l'asino con la Vergine Maria a cavallo e s. Giuseppe si collocano presso l'altare dal corno del vangelo, e tutto il clero e i componenti della processione si dispongono in due file, dalla porta maggiore della chiesa all'altare, chiudendosi in mezzo la fornace. Poi attorno attorno il popolo, svisato nel voto e nei panni come l'abbiamo descritto. Accanto la fornace, da un lato schieravansi sei gentili, dall'altro sei giudei.
Allora gli araldi, o _vocatores_, come chiamavansi, si volsero prima ai gentili e dissero:
O gentili, per cui fatto S'è il negozio del riscatto:
poi ai Giudei:
O giude', per cui sciupato Ha il Signor parole e fiato, Come attestano i rabini, I notari e gli scabini! Storpi, dritti, grassi e secchi Cantiam gloria al re del becchi.
A questa intima, i giudei pieni di malumore fanno un atto d'impazienza, e gittandosi un lembo della gialla tunica addosso, si sdraiano per terra presso al fuoco, si grattano il posteriore e le barbe, e sclamano:
Ma insomma qui facciam sempre da gioco! Vi abbiam mandato un Dio, e ancora è poco?
E gli araldi.
_O vos gentes non credentes_, Qui venite _confitentes_; E a quei porci cenciosi Galilei La creanza insegnate e il _verbum Dei_.
E i gentili.
Vero Dio! re dei re!! Che lo creda chi ci ha fe'. Ma il nostro Olimpo più non si avviluppi, Chè troppi già ne abbiam di quei galuppi.
Allora il papa si alza e grida tutto corrucciato:
Ite dunque all'inferno, o miscredenti, E monsignor Mosè che si presenti.
Gli araldi, a quest'ordine, si appressano alla sacrestia e chiamano: _Tu Moyses Legislator!_
E Mosè, vestito di tonaca e cappa bianca insudiciata, lunga la barba, in volto accigliato, sonnolento, due enormi corna in fronte, la verga da una mano e le tavole della legge dall'altra, esce ansante e frettoloso, inchina il papa dei becchi, e dice:
Ch'altri poi vengano dopo di me, Per dio! qual dubbio, signor, qui vi è? Ma s'esto è tutto ch'io debbo dire, Andate al diavolo ch'io vo a dormire.
_Coro_--_Iste coetus psallat lætus!_
_Papa_--Questa bestia parla schietto, Ha criterio ed ha intelletto; Ma le sue profezie si porta il vento, Ch'ha vecchia moglie, e terminò l'argento
Gli araldi conducono quindi Mosè brontolando dall'altra parte della fornace, poi tornano alla sacrestia e chiamano:
Vieni avanti, Isaia, ma facciam patto Di parlar chiaro e di non dir bugie: Se profeta, da furbo, ti sei fatto, Noi non vogliamo udir castronerie; Chè ci han bastantemente trappolati, Con i tuoi logogrifi, e preti e frati.
Isaia esce a sua volta. Egli aveva gli occhi strambi e fisi al suolo, i capelli bianchi, rari ed irti, la barba scomposta come la tunica cenerina. Rossa stola gli cingeva la fronte, pallidissimo aveva il colore. Egli arriva innanzi al papa dei becchi, sta un momento a pensare, poi batte del piede la terra, e sclama:
_Est necesse virga Iessæ!_
Il papa, indispettito che, malgrado le proteste, Isaia era stato, giusta il consueto, anche adesso oscuro, strabilia, e voltosi alle sue genti grida:
--Cacciatemi via codesto buffone, e venga subito Abacucco.
Gli araldi si accostano dunque alla porta della sacrestia e gridano:
Isaia che ha ben pranzato Da briaco ha profetato: Ma Abacucco spiegherà Questa storia come va.
E subitamente dalla sacrestia veniva fuori un vecchio sciancato, vestito di dalmatica gialla, con le tasche piene di ravanelli, cui divora ansiosamente, ed in mano una frusta per percuotere i ragazzi Misac, Sidrac e... non ricordo l'altro, che gli andavano appiccando dietro una coda di volpe. Giunto in mezzo al coro, Abacucco fa uno starnuto e parla:
Che spiegar vi debbo, un corno! Se ho pensato notte e giorno, E trovato ho appena appena Che siam matti da catena? Ci vuol la _virga Iessæ_? e così sia: Basta che abbia misura e vigoria!
E sì dicendo, Abacucco dà un calcio al deretano dei ragazzi, e dondolandosi, e zoppicando si ritrae sollecito all'altro lato della fornace, ed offre una coppia di ravanelli ad Isaia. Il papa lo segue degli occhi, torvo ed accigliato, poi sclama:
Questo vecchio scapestrato Parla proprio da dannato! O profeta per pazzia, O è villana profezia. Entriam dunque in altro buco; Venga Balaam col ciuco.
Allora avanzano dal coro due messi del re Balec, che uniti ai vocatores, all'uscio della sacrestia gridano:
--_Veni Balaam et fac!_
E subito si presenta un uomo di grossezza spropositata, a cavallo ad un asino a cui avevan mozze le orecchie e raso il pelo col rasoio. Balaam, del volume del ventre toccava quasi la testa del somaro, mentre le gambe corte e grosse, armati i piedi di formidabili sproni, penzolavano come due salsicciotti. Egli tirava le redini alla bestia, e la frustava e spronava con un'enfasi da strabuzzare gli occhi, e mutare in piombino il rubicondo del volto. Però la restia cavalcatura si avviava alfine, allorchè si presenta un giovanotto armato di spada, che, afferrandola della briglia, la rattiene. Balaam, non volendo udire ragione, diluvia ancora frustate sull'asino, e lo scavezza, e lo sventra per gli sproni; quando questo sgrilla infine e dice:
Ma caparbio, viva dio! Vuoi che sgangheri ancor io? Non lo vedi che impacciato M'ha una bestia di soldato? Non capisci che sei indegno Di alcun regno--sopra me; Perchè a forza di dieta Son profeta--al par di te?
Balaam a così eloquente filippica del suo ciuco resta percosso e attonito, con la bocca aperta, e si guarda intorno. Quando ecco due angioli che gli danno parecchi forti scappellotti all'occipite. Balaam si rivolge e quelli gli dicono:
--Balaam, non obbedire al re Balec che si diverte a mangiare un profeta arrosto tutte le mattine.
Balaam, allampanato, guarda questi nuovi venuti, e grattandosi dolcemente la nuca risponde:
--Sta bene, miei signori: ma vi prego, un'altra volta, non mi battete così forte al cucuzzolo perchè io patisco di emicrania.
E ciò detto, si va a riunire agli altri compagni. Gli araldi chiamano poscia Elisabetta. Questa, che era vecchia, sorda, esce fuori tutta frettolosa, vestita di bianco, e gonfia come in procinto di partorire, e voltasi ai coristi dimanda:
--_Quid est rei, quid me mei?_ L'è una chiesa di casa del diavolo qui, signori miei! Non si può stare neppure comodamente a dire una litania! Insomma, sappiatevi che io ho fame, e che se rimango qui un altro poco mi cadono giù le soffoggiate che mi avete applicate sul ventre, e buona notte al vostro s. Giovanni Battista. Io vi fo una riverenza, monsignori, e vado a casa, perchè io non sono stata mai troppo soda di corpo, ed ora, con le suste e controsuste, e con le compressioni... con vostra licenza, e serva di vostra scioperatezza, sir papa.
Alle parole di s. Elisabetta, il papa dei becchi monta in bestia e grida:
--Vadano tutti all'inferno: ne abbiamo assai di questa laida canaglia di santi e di ebrei. Vediamo un po' se i gentili siano più puliti. Chiamate Virgilio.
Gli araldi gridano all'uscio:
Vieni, Maron, poeta dei pagani, E insegna il catechismo ai cristiani.
E Virgilio, coronato di cavoli, in figura giovanile, con bella toga ornata di ricami in carta gialla, avanza, e, facendo dignitoso saluto al duca di Svevia, sclama:
--_Ecce polo dimissa solo._
E senza aspettare ulteriori domande, nè rischiarare la sua risposta, volge le spalle e si ritira vicino la fornace. Il papa fa un moto d'impazienza e dice:
--Ho capito, l'è epidemia! Vediamo dunque se la Sibilla sia più ciarliera. Ma, scommetto, che neppure codesta pettegola saprà cavarsene nette le mani, e sarà parca di parole. Andiamo, via in nome di Dio! chiamateci su quella sgualdrina.
E gli araldi gridano alla porta:
--_Tu Sybilla, vates illa._
Una viragine dagli occhi scintillanti, pallide le guance, i capelli rossi scarmigliati e sciupata tutta nei panni, viene fuori furibonda. Ella batte forte dei piedi al suolo, si contorce, digrigna, poi con voce ammezzata e sorda, evocata dal fondo del petto come dall'imo di caverna, pronunzia:
Quando le rocce grondan sudore Viene il giudizio, viene il Signore: Ma infallibile segno poi sarà Costanza in donna e in frate castità.
--Almeno costei ha detto qualche cosa, sclama il papa dei becchi dietro alla Sibilla che si ritirava cogli altri. A quanto pare dunque codesto giudizio è ancora assai lontano, se i suoi segni sono infallibili. Conchiudiamo la storia e venga Nabuccodonosor.
Nabuccodonosor si presenta. Vestiva da re, con guazzeroni di damasco porporino orlati di orpelli e sopraccarico di nappe e fimbrie come un buffone, una corona di cartone in testa, lo scettro in mano, e barba lunga lunga di pelle di capra. Lo accompagnavano otto scudieri armati di partigiane di legno, e due ministri in cotta d'armi, che portavano, dentro un piatto, un grosso salomone incuffiato, il quale rappresentava l'idolo. Poi un gruppo di soldati, che si recavano in mezzo i tre fanciulli. Giunti presso la fornace, i ministri si volgon a costoro e dicono:
--_Huic sacro simulacro!_
Quei tre monelli scoppiano a ridere, e dando la berta al sacro simulacro che loro si voleva fare adorare ed ai ministri, spalancando e contorcendo la bocca, rispondono:
--Un bischero! quei seri; _deo soli digno coli_.
--Furfantelli, sdegnato sclama Nabuccodonosor, che Dio solo mi contate voi: dovete adorare anche me, altrimenti vi squarto in due come lepori e vi mangio a fricassea.
Ma i ragazzi s'incocciano; e Nabuccodonosor, perdendo le staffe affatto, ordina che si caccino nella fornace come lacche di damme. La fornace di stoppa è accesa. Fitta cinta di persone si fa attorno; ed e', cantando _Benedictus es Domine Deus_, scivolano fra le gambe della gente, e, quasi entrassero in quel rogo, dispaiono. Nabuccodonosor si gratta il naso e dice:
Vedi un po' quei bricconcelli Come pigliano a trastullo Un negozio, che i capelli Fa rizzare anche ad un brullo! Andar tanto allegramente Ai diavoli? è imponente! E perciò si straggan fuora E che vadano a malora.
E sì dicendo si ritira. I fanciulli escono dall'altro lato della fornace tutti festosi, e la messa comincia.
Al _Gloria_, al _Kirie_ ed al _Credo_, prima il sacerdote ragghia tre volte, poi canta. Ed il popolo risponde, cominciando anch'esso dai tre ragghi. Negli incensieri si mettono correggiuoli, pezzi di suole vecchie, e sterco di capra. S'incensa prima il popolo e l'altare di questa roba puzzolente, indi estraggono un grosso mazzo di salsicciotti e fanno atto d'incensarli con quello. Sull'altare frattanto si canta il credo, i profeti ed i pagani giuocano al lanzichenecco, e mangiano una frittata con agli, facendo toast e combibbie sazie e laute. Infine il sacerdote ragghia ancora tre volte e canta: Ite missa est! Ed il popolo, anche tre ragghi, e risponde Deo gratias! Allora il cappellano del papa dei becchi grida:
--_Silete, silete, silentium habete._
Il papa benedice tutti con la mano sinistra; ed il cappellano proclama:
--Monsignore, bravi borghesi, vi dà indulgenza plenaria di tutti i peccati che avete fatti ed avete buona intenzione di fare, e con essa vi dia il cielo trenta giorni di male al fegato, venti cofani pieni di male di denti, otto ore di colica, una moglie riottosa, ritenzione d'orina e la gloria eterna del paradiso--e così sia.
Quindi si dispongono a processione novellamente, ed il papa dei becchi, vestito degli abiti pontificali, con pastorale, camauro e cappa rossa, a cavallo ad una vacca, è portato al castello di Rodolfo, nella sala del tinello, dove, sedutosi alla più grande finestra, benedice il popolo di nuovo e comincia a mangiare marzapani.
Allora si presentano al duca Rodolfo due araldi, dei quali uno annunzia:
--Monsignore Goffredo di Buglione, oratore del re Enrico.
L'altro:
--Monsignor Baccelardo, oratore di papa Gregorio.
Rodolfo fa inchino al papa dei becchi ed alla corte di lui, e va a ricevere i nuovi suoi ospiti.
III.
PROMET. Io mi rifiuto: Dite loro in breve io non lo voglio. GOETHE.
--Monsignore, dice Baccelardo facendosi incontro a Rodolfo che entrava nel salone dove i due personaggi attendevano, io sono Baccelardo duca di Puglia. Mi reco in Germania dall'imperatore Enrico, cui porto lettere di papa Gregorio. All'ascensione del San Gottardo il mio cavallo si è azzoppato. Mi sono fermato alquanti dì ad Altorf onde farlo riposare, sendomi desso prezioso come amico. Malgrado ciò, vedo che gli è impossibile proseguire il viaggio. Prego perciò vostra mercede accordarmi ospitalità fino a che il mio corridore non si rimetta.
--Noi vi rendiamo grazie, bel cavaliere, dell'onore che vi piace farci, dimorando nel nostro castello. E non solamente vi concediamo l'ospitalità che ci dimandate, ma vi preghiamo prolungarla per quanto sarà compatibile coi vostri doveri, e di usare della nostra corte in tutto quello che possa tornarvi a diletto.
--Molte mercè, monsignore, soggiunge Baccelardo. La fama che tanto nobilmente suona di vostra cortesia mi rendeva sicuro del generoso accoglimento che mi fate.
Allora si trae innanzi Goffredo di Buglione e parla:
--Duca di Svevia, il re Enrico si querela con voi che non abbiate tenuti gli accordi posti ad Eschenweg. Il 22 ottobre è passato. Al campo di Gerstungen son convenuti tutti i baroni ed i castellani di Lamagna--meno vostra grandezza, Guelfo di Baviera e Bertoldo il carintio.
--Monsignor di Buglione, risponde Rodolfo, l'imperatore Enrico non ha ragione di dolersi di noi. Come suo cognato e come principe dell'impero, noi abbiamo oltrepassati i nostri doveri per secondare i suoi divisamenti. Ora basta. La ragione e la coscienza c'impongono certi limiti, al di là dei quali più non ci faremo trascinare, perocchè quaggiù dobbiam guardarci l'onore; oltre la tomba, l'anima.
--Sta bene, messer duca, soggiunge Goffredo, ma per codesta medesima legge di dovere e di onore dovevate trovarvi dove il vostro sovrano vi chiamava, dove i principi dell'impero erano tutti convenuti, e dove ancor voi avevate fatto promessa di essere.
--Sire di Buglione, noi intendiamo diversamente la forza dei vincoli che ci uniscono al re, e quelli che ci uniscono alla nazione. I nostri principii sono ben altri. Perchè noi, innanzi tutto, mettiamo la giustizia di Dio; poi l'appello della patria; ed ultima la volontà del re.
--Ma noi non vediamo, monsignore, replica il Buglione inchinandosi, per che modo la patria e Dio vi avessero potuto ritenere nelle vostre castella, quando il re ed i baroni dell'impero si ragunavano al campo di Gerstungen!
--Lo vediamo ben noi, sire di Buglione, risponde Rodolfo con accento pacato e convinto. Quando l'imperatore Enrico ci aveva dipinti i Sassoni come gente ribelle e d'ogni freno intollerante, e d'ogni subordinazione schiva, noi abbiam pigliate le armi, e la battaglia di Hohenburg lo ha vendicato. Dovrebbe essere soddisfatto. Dovrebbe essere sazio. Dovrebbe essere pentito anzi, perchè quel sangue civile, sparso così scioperatamente, dimanda al cielo riparazione, e l'avrà. Ah! sire di Buglione, perchè non vi siete trovato voi a quella giornata, chè ora, invece di addurci recriminazioni da parte del re ed accusarci forse nel vostro cuore, ci direste: duca di Svevia, voi vi siete condotto da cavaliere e da cristiano.
--So che fu terribile vittoria quella di Hohenburg, e che non costò meno al vincitore che ai vinti.
--Per lo appunto, monsignore, fatalissima ad entrambi. Appena le vedette annunziarono ai Sassoni che noi gremivamo il piano, l'allarme e lo scompiglio si mette fra loro, ed intronati e confusi si sbrancano. Ma i più bravi allacciano tosto gli usberghi e pigliano la pugna. Il loro primo urto sfonda le squadre di Svevia, e dopo un'ora di strage, le sbaraglia. Seguono i Bavari; le truppe sveve si ricuciono, e torniamo alla carica. Ma fummo di nuovo rovesciati.
--Malgrado i prodigi di valore di vostra grandezza, che nel folto della mischia come lione pugnava! sclama il Buglione.
--Noi facemmo il nostro dovere, sire di Buglione; mercè dunque della memoria che vi piace serbare delle opere nostre. Però Ottone di Nordheim, tra i Sassoni, ci superava tutti; e dovunque più urgeva l'urto nemico, dove più spessa l'oste minacciava, e' compariva per dar la vittoria ai suoi. E forse la giornata si sarebbe decisa per loro, se Gozzelone di Lorena non pigliava la battaglia coi suoi valorosi cavalli, e con truppa fresca d'ogni lato investendoli, ristorava la fortuna inchinata degli imperiali.
--Ed è egli vero che lo stesso re si avventò fra i nemici e fece miracoli non mai più veduti di valore? dimanda Goffredo.
--Gli è verissimo, monsignore, risponde Rodolfo, e perciò i Sassoni indietreggiarono. Ottone di Nordheim si adoperò a restituire le ordinanze, e venire alla riscossa. Ma, respinto con grave danno dei suoi, è trascinato dalla piena dei fuggitivi. Allora la rotta fu generale. Gli sventurati Sassoni, sparpagliati per la campagna davano nelle lance dei Lorenesi, e ruzzolando sotto le zampe dei cavalli perivano di sconcia morte. Li cacciavano gli stessi custodi dei bagagli. Con l'addensarsi della notte però il sacco ed il macello cessa. Il campo di Enrico si trasferisce in quello dei Sassoni ben ricco e ben provveduto, ed i morti sono contati a ventimila. Ciò doveva bastare. Ma il re volle condurre le truppe vittoriose pel paese turingio e sassone a dare il guasto. E campi e castella incendiò, uccise uomini, donne vituperò; di lutto, di vergogne e di miserie coperse le contrade, che pure erano provincie del suo impero. Ad Eschenweg però fu costretto licenziare la truppa, perchè essendo egli bruciato a danari e non correndo a tempo le paghe, nè essendovi più nulla a disertare, essa accennava tumultuare. Allora richiese da noi solenne promessa che, ai 22 ottobre, ci saremmo trovati al campo di Gerstungen con doppie condotte. Questa promessa noi non abbiamo stimato di mantenere.
--E perchè, se Dio vi guarda, monsignore?
--Perchè i Sassoni, pentiti, hanno dimandata mercede con ogni atto d'umiltà, e promesse quante soddisfazioni al re piacesse esigere da loro. Perchè noi abbiam digiunato quaranta dì, onde far penitenza di aver combattuto contra cittadini innocenti, e votato a piè dell'altare di non mai più combattere contro quei disgraziati. Perchè infine, sire di Buglione, noi ancora dormiamo le notti sul nudo pavimento, e ci laceriamo il fianco per aspro cilizio onde Iddio misericordioso si degni perdonarci il sangue dei fratelli ingiustamente sciupato.
--E cosa dunque, monsignore, dobbiam rispondere al re di parte di vostra grandezza?
--Gli risponderete, sire di Buglione, che perdoni i Sassoni ed i Turingi, e tolga da essi quelle riparazioni che una dieta generale di Alemagna saprà proporgli.
--Bene sta, messer duca, dice Goffredo; il re saprà la vostra risposta, e piaccia a Dio che non voglia dimandarvene ragione.
--Egli avrebbe torto se ciò facesse, risponde Rodolfo mestamente. Ad ogni modo, noi siamo a tutto rassegnati, e cada su chi lo provoca lo spargimento del sangue civile. Onorateci intanto, sir di Buglione, accettare ospitalità da noi, così come possiamo offrirla a tanto nobile e prode cavaliere, ed insieme alcuna memoria della visita che ci avete fatta nel nostro real castello di Zurigo.
--Mille mercè, monsignore. Resterò tanto che possa far riverenza alla duchessa, e togliere conforto di cibo. Indi muoverò per Gerstungen, dove il re mi attende impaziente di vostra risposta.
--Il vostro piacere sarà fatto.
Alla risposta di Rodolfo, che fu concorde a quella di Guelfo il bavaro e Bertoldo il carintio, Enrico strabiliò, e cento disegni di vendetta imaginò da prima. Poi si acquetò, e rammollito per la defezione di costoro, simulò cedere agli scongiuri dei Sassoni e si arrese. Mandò perciò nel loro campo gli arcivescovi di Salisburgo e di Magonza, i vescovi di Augusta e di Wurzburg, e Gozzelone duca di Lorena onde trattar dell'accordo. I commissarii imperiali con gravi e solenni parole esposero lo stato miserabile del sassone paese, ed il seme di discordia che per tal loro condursi si spargeva nelle province germaniche. Li consigliavano quindi a rendersi a mercede sull'istante, stando essi medesimi col proprio onore garanti, che i deditizii avrebbero salvo persona, sostanze e libertà. Fu lungo e tumultuoso il discutere di questo partito fra gl'insorti; infine e' piegarono all'imponente andazzo dei tempi, e cedettero.