Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo
Chapter 6
--Nobilissimo re, il popolo di Sassonia, non ultimo fra le nazioni dell'impero per la gloria e per la fede, vi supplica a rendergli l'antica libertà del paese, gli antichi privilegii. Uomini stranieri, toltisi dalla bruzzaglia per imbratto di perfide pratiche, la fanno da signori a casa nostra, ed i beni, le persone, la libertà, l'onore trattano come roba da rubello. Monsignore, se voi ci lasciate la integrità delle antiche costumanze e l'onore, saremo il popolo più fedele e divoto delle vostre provincie. Sempre in punto d'armi contro le orde de' Luitici che tribolano le nostre frontiere, vogliamo essere dispensati dalla guerra di Polonia. Vogliamo inoltre tornati a libertà i principi sassoni tenuti prigioni per non giudicata colpa di fellonia. Vogliamo demoliti i castelli dalle vette dei monti nel cuore del paese e sbrattate le guarnigioni; giudicati dalla dieta i principi spogliati arbitrariamente di dominii, e rifatti de' danni gl'innocenti. Vogliamo ancora, monsignore, che anche voi portiate la vostra residenza in alcun'altra delle vostre provincie, perchè la Sassonia vi ha fatte le spese fin da fanciullo: che bandiate dall'impero i cortigiani venali e traditori, i quali pericolano la pubblica salute: che l'amministrazione delle cose dell'impero si affidi ai principi del regno, perchè l'erario non si sperperi, non si corrompano i giudizii: che la corte fosse purgata da concubine, richiamata l'imperatrice, il vostro mal costume, omai maturo di anni, mutato. Di questo vi supplicano i Sassoni, sire, e per quell'eterno Iddio che confessate, vi scongiurano di esaudirli. Imperciocchè se voi incaponito userete della spada contro di loro, essi ancora sanno trattarla, e morire per la libertà e la salute del paese. La nazione vi ha giurato fedeltà, perchè anche voi giuraste reggere i popoli nella giustizia; conservare le leggi ed i costumi degli antenati; proteggere a ciascuno i dritti, la dignità, i beni. Se voi violate il sacramento, in noi cessa l'obbligo di obbedirvi, e subentra il dovere di farvi guerra. E sì faremo, sire, sì faremo, finchè sarà vigore nelle nostre braccia, finchè non vedremo la libertà della patria restituita.
Questo franco ed ardito dire--ahi! troppo ignoto adesso--eccita la collera di Enrico, di temperamento vivo ed avventaticcio. Nondimeno si contiene e con un cotal suo beffardo ghigno risponde:
--Se alla nostra giustizia vi appellate con ragione, vedrete che la nostra giustizia giammai fu appellata invano. Se per la tranquillità dell'impero; l'impero è tranquillo, ed è perciò che noi puniamo i ribaldi ed i rivoltosi, e punimmo i Sassoni i quali di ogni debito di sudditanza credettero francarsi, perchè il vigoroso braccio di Enrico III era ghiadato nel sepolcro. Se poi il popolo che vi ha mandato pretende altra cosa da noi, convocheremo a parlamento i grandi dell'impero, e la sentenza della dieta terrà luogo al giudizio delle armi.
Udita la risposta, i Sassoni, consigliati da Ottone di Nordheim, si reputano vilipesi. E' si levano ad armi, ed in sessantamila muovono alla volta di Goslar, piantando campo intorno le mura. Il vescovo Burcardo di Alberstadt li tiene di assaltare la piazza. Enrico che vi era dentro, spaventato si fugge al castello di Harzburg con la sua corte: ed i Sassoni, tolto il campo di Goslar, sotto le mura di Harzburg vanno a metter le tende. L'imperatore manda Bertoldo di Carinzia, già insieme nei disgusti temperati, onde parlamentare coi nemici, e proporre loro, che la lite avrebbe discussa una dieta dell'impero ove avessero deposte le armi. Ma eglino insistono nel dimandar smantellati i castelli dai monti di Sassonia, aperti e sbertescati i varchi, ristabiliti i privilegii, l'onte pagate, e nulla voler udire di altri principi di Germania, mica sì ferocemente trattati come essi, e perciò a favore dell'imperatore pieghevoli.
In questo frequentare di messaggi e continuar d'avvisaglie infrattanto l'imperatore una notte si fugge dal castello assediato con la corte, i tesori e le insegne imperiali. Egli trae ad Hersfeld, ove i manipoli dei suoi guerrieri ed i suoi nobili si accoglievano. Nel tempo stesso, i Sassoni stringevano alleanza coi Turingi e gli Svevi. Allora si propone novello parlamento a Gerstungen. È accettato. E gl'insorti per tal modo sanno esporre di loro miserie, che i medesimi commissari imperiali si scuotono, dalla loro piegano, e convengono in deporre Enrico ed eleggere imperatore Rodolfo, di stirpe imperiale anch'esso, duca di Svevia e di Borgogna al di qua del Jura, con insegne e nome reale ad Arles, corte sovrana in Zurigo, prode nelle battaglie, savio nei consigli, liberale e gentile nel trattare, al re cognato. Questo però fu concordato segreto, e solamente si pubblicò che i Sassoni avrebbero soddisfatto Enrico pel delitto di fellonia, ed e' i torti contro Sassonia riparati, amnistia concessa.
Gregorio VII allora scrisse lettere ai principi alemanni, ai sassoni particolarmente, e cercò richiamare al suo tribunale la lite dell'impero.
Egli credette preparata da Dio l'opportunità di quell'ora onde iscrollare la vetusta autorità imperiale, e le sue dottrine proclamare. Imperciocchè, se giungeva a misurarsi con la Germania ed al suo sistema la sottometteva, il rimanente di Europa, o non avrebbe affatto o avrebbe assai debolmente resistito.
Poi, tutto sembrava favorirlo.
In Lamagna regnava sovrano di età e di consiglio giovanissimo, guasto dagli ecclesiastici che lo avevano tenuto alle falde, volubile, corrivo all'ira, nell'arte di governo non pratico. Lo attorniavano ministri ladri ed ignoranti, che il paese disertavano di balzelli, le constituzioni dell'impero attentavano. La fede dei principi traballava. Feroce odio metteva in combustione le provincie, di spiriti sempre opportune, la guerra civile accesa, consumata, e a disvantaggio del re vinta. Sicchè dunque Gregorio poteva lavorare: e passassero pure inavvertite le sue opere pel momento, egli avrebbe poi fatto giungere il giorno da cavarne profitto, come aveva praticato coi canoni di Niccolò II.
Ma Ildebrando faceva conti falliti. Imperciocchè alcuno non curò del suo intervento nelle bisogne dello Stato: nè uopo ve n'era. I Sassoni avevano già a Gerstungen strappato ad Enrico, che vedeva tentennare la fede dei suoi, trattato vergognoso, in virtù del quale le fortezze levate in Sassonia erano rase, sgombri i presidii, perdonati i ribelli ed i fautori. I Cesariani però, che per costoro tenevano, stomacano di tanta ostinazione nel non volere nè rimetter le armi, nè dagli articoli da loro proposti per la pace recedere. Passan quindi dalla parte del re novellamente, ed i Sassoni abbandonano. Così che, mentre Ildebrando credeva Enrico prostrato, le fortune di lui ristauravansi.
Egli manda bando per tutto l'impero che agli 8 di luglio 1075 ogni principe di Germania, ecclesiastico e laico, con quanti avessero vassalli e sudditi atti alle armi si trovassero al campo di Breitungen; perdona tutti gli altri nobili ribelli che dalla parte avversa tornassero alla sua. Tanto apparato sbalordisce i Sassoni. Essi fanno arrivare replicate legazioni a Cesare ed ai suoi principi, spediscono oratori alla dieta di Goslar, ed a Magonza, con scritte e con parole dimandando pace, rassegnandosi ad ogni legge di Enrico. Ma questi, oltraggiato nell'onore col trattato di Gerstungen eseguito appuntino, non vuole udire, non vuole veder mai legati di Sassonia, ai suoi nobili e vassalli impone giuramento di troncar coi ribelli qualunque pratica. Così che questi, tirati a capelli dalla disperazione, fanno voto generoso, morir tutti per la patria e per onorata libertà. Si bandisce poscia un digiuno, vestono di scorruccio, e, processionando scalzi e con la fronte affitta al terreno, traggono alla casa del Dio degli eserciti onde implorare grazia e vittoria da lui. Indi corre bando che, tolti seimila da restare a guardia delle fortezze, gli altri che portavano armi le vestissero, e coi viveri per sè si recassero al piano di Lutnitz, il dì che Cesare avrebbe messo campo a Breitungen.
Infatti, al dì prefisso, Enrico con grosse tolte di gente e forti apparecchi si trovava al campo. Ve lo raggiunsero il duca Guelfo coi Bavari, Rodolfo con una condotta di Svevi, Gozzelone coi Lorenesi, Teodorico duca dell'alta Lorena con uno squadrone di cavalieri, i capitani dei Franchi Ripuari con le forti loro schiere, Bertoldo da Carinzia con un corpo d'arcadori, parte montato parte a piedi, un esercito intero di ausiliari boemi capitanati dal figlio del re Wratislao, ed un distaccamento della sua guardia, comandata da suo genero Wiprecht. E poi dei vescovi, conti e marchesi, dei dignitari della corona, di tutti che avevano giurisdizione ecclesiastica o secolare, nessuno mancò. Perchè a nessuno si concesse restare a casa, tranne pochi vescovi svevi impossibilitati, l'arcivescovo di Colonia ad Enrico niente grazioso--perchè nel campo dei Sassoni combattevano il vescovo di Magdeburg suo fratello e quello di Alberstadt suo cugino--ed il vescovo di Liegi in fin di morte. Ma costoro ebbero a mandare le loro condotte con un vicario. L'istesso abate di Fulda, rattratto e perduto dei piedi, che andava con le grucce, dovette cavalcare all'esercito. L'imperatore quindi manda un araldo ai Sassoni per annunziar loro che il domani intendeva attaccare battaglia. A consiglio del duca Rodolfo muove perciò il campo da Breitungen ed il primo dì lo ripone in su quello di Elu, e al domani nei dintorni di Eisenach, poco stante dai quartieri dell'oste. Enrico si era messo a giacere per _far la siesta_, quando, in sul velar l'occhio, il duca Rodolfo lo sorprende e gli dice:
--Sire, i Sassoni alloggiano poco lungi dalla vanguardia, ed improvvidi del nemico pasteggiano, e fanno combibbie. Ordinate perciò che squilli la regia tromba, ed attacchiamo battaglia, perchè la notte starà ancor molto a calare.
Enrico l'ascolta.
Era giorno di grande caldura. Il terreno polverulento e frastagliato di dumi, incapace di capire tutto un esercito collocato di fronte. Fu partito quindi in cinque ordini; il primo del quale assegnato a Rodolfo con gli Svevi, il quale, per antico privilegio della nazione, avevan dritto formare l'antiguardo ed assaggiare l'inimico; a tergo asserrati gli altri baroni per la riscossa; ai lati Guelfo coi Bavari; per ultimo Enrico con gli eletti. Così serrati si accostavano infatti ad Hohenburg; allorchè nel campo sassone giunge contemporaneamente l'araldo di Enrico--ritardato dalla perversità dei cammini che intimava battaglia--ed il grido delle vedette, che avvisava il nemico gremire già il piano.
II.
Orribili corpi affatturati! uomini-lupi, donne-dragoni.... Quale spaventevole fracasso! GOETHE.--_La prima notte di Walpurgis_.
Abbiam lasciato Baccelardo, ha un bel tratto, ai piedi del San Gottardo. Cortesia vuole che non dimenticassimo alcuno della famiglia in mezzo della quale ci siamo collocati come istoriografi--non pagati e perciò veritieri.--E lo ritroviamo a Zurigo, il giorno di San Martino.
Se un uomo del nostro secolo fosse capitato in quella città a tale giorno, egli avrebbe giurato esser cascato dei piedi dritto in uno spedale da matti, o il carnovale esser venuto colà più precoce di due mesi. Eppure non era così. Celebravasi la _Festa dei Becchi_.
Noi la descriveremo tal quale usavasi allora, temperando le scurrilità empie e le lordure di che s'interpolava. I concili ed i SS. Padri, per quattro secoli, la fulminarono di scomuniche e proibizioni ma invano. Solamente avvantaggiata civiltà la bandì. Noi l'accenneremo, onde veggano un poco i nostri lettori di che i padri deliziavansi, e quale dose di religione essi avessero. Non ci diano perciò dell'empio. E se qualche tanghero di prete della fabbrica dell'_Armonia_ voglia scandalizzarsi, legga innanzi il Du Cange, il Gioia, il Signorelli, ed altri cento che di tali cose favellano, e si persuada che la storia, e quanto dalla storia procede, non può essere cancellato da Dio, non può essere stuprato dai papi.
In tutt'altra circostanza, questi bravi Svizzeri, i quali allora erano svevi, sarebbero stati curiosi sapere più o meno alcun poco di un cavaliero che entrava nella città loro, a piedi, seguíto da cavallo zoppo e trafelato. Ma in quel dì e' non ci badarono; perchè avevano per le mani faccende ben altre e più serie.
Baccelardo si trovò dunque in mezzo di un popolo trasformato della più stramba guisa. Femmine travestite da canonici; frati in gonne da donna; chi si era mutato in orso, chi in porco, molti da caproni e da buoi, moltissimi da asini. Avevan messi a contribuzione tutt'i vecchi cenci dei rigattieri, le costumanze disusate, ed i colori dell'arco baleno onde sfigurarsi il sembiante. Ed a fianco ad Arabi, che dispensavano benedizioni a foggia di pugni, andavano vescovi, che si solleticavano il naso con la barba di una penna per starnutire. Vicino a matrone, che vendevano ceci arrosto e tortine con noci, camminavano notari che distribuivano agli per _agnusdei_. E poi giudei che leccavano un pezzo di lardo e ne bisungevano le barbe ai monaci che incontravano. Poi giullari che con enfasi nasale ed ingoiando le parole appiccate ed impiastricciate l'une con l'altre, predicavano il giudizio finale. Poi damigelle scollacciate che con le tuniche inverecondamente rimboccate fino sopra del ginocchio, vendevano salsicciotti di Westfalia. Poi baroni che dimandavano l'elemosina per s. Andrea. Poi poveri che si avevano applicate ulcere per tutte le regioni del corpo e ne offrivano cortesemente parte ai benefattori. E poi tutti i travisamenti possibili di volto, di panni, e di condizioni sociali. E quanti non avevano potuto aggiustarsi strambi vestimenti o sgorbi sulla persona, avevano indossati i panni a rovescio, cacciati i gheroni della camicia, imbrattato il viso di farina, o, avvolti in un lenzuolo, rappresentavano Catone in Utica, l'ombra di Nino, e l'arcangelo Michele, che si asciuga il sudore dopo aver mandato Satanno a tutt'i diavoli. Le maggiori contraffazioni però erano del genere religioso. E vedevasi un bettoliere, grasso ed ubbriaco, rappresentar la Vergine Maria in istato di parto, a cui accorrevano buoi ed asini a far corte in compagnia di angioli e cherubini. I quali cherubini rastiavano placidamente dei denti vicino a brustolita crosta di pasticcio, e che la Madre di Dio mandava a barbariveggoli il più cortesemente possibile. Qui poi un palafreniero che si aveva cucita addosso di rovescio una pelle di cavallo morto e figurava s. Bartolommeo scorticato. Là una cantoniera che sguaiatamente maravigliava di sua tarda pregnanza, e rappresentava s. Elisabetta. In una parola, secolari e laici, plebe ed aristocrazia, uomini e femmine, interamente difformati, avevan gareggiato a comparire nelle guise più strane.
Intanto le campane suonavano a distesa, trombe, ribebe, naccare, tamburetti baschi, mandole, ciannamelle, ghironde, quanti sapevano strimpellavano alla peggio. Ed una confusione, una calca, una pressa, un gridare, un pestarsi, un rimorchiare i passaggieri, un bagordo insomma assordante, confuso, una frenesia di gioia, senza limite di pudore e di riguardi. Trascinato dalla folla, Baccelardo si trova al castello del duca Rodolfo, che a Zurigo aveva corte sovrana.
Vicino alla porta di questo sire però inferociva più lo stringersi, ed un pigiarsi da mandar rotto il respiro, perocchè tutti volevano entrare, ed assistere all'elezione del duca Rodolfo al cardinalato. Ma la beatissima Vergine si era lasciata andare di traverso sull'uscio, e non permetteva penetrare a chicchesia, impacciata da un lembo della sua tunica paonazza accroccata ad un gancio sul portone, dove appiccavansi i nibbi.
--Andiamo dunque per tutti i demonii, madonna Maria, gridava un bestiale s. Pietro che voleva ficcarsi dentro ad ogni costo; ti sei messa là di sbieco come la quaresima nell'anno, ed i bravi figliuoli guardano i profondi abissi del tuo sedere. Levati dunque, o ti accoppo con le mie chiavi.
--Senti, sguaiato rinnegato di s. Pietro, replicava la _Sine labe_, se capiti un giorno alla taverna, quando mi danza pel capo un gotto di quel di Borgogna, ti voglio torcere il collo come un cappone. Intendi? brutto ceffo di maniscalco.
--Ecco la più male educata Vergine Maria che io mi abbia veduta in mia vita! tutto peritoso e maravigliato sclamava Carlomagno. Ma insomma che si fa?
--Si fa, si fa, che se non mi liberate le falde di questi cenci, cui mi avete cuciti addosso, io ve lo lascio cader qui nel fango il vostro Gesù bambino, e ve lo prenderete inzaccherato come un monello. Già mi manca il respiro. E ti assicuro, per tutti i martiri, che val meglio fare il mestiere di vinaiuolo che della beatissima Vergine.
--Largo, largo a monsignore il vescovo che si ha adattate una coppia di orecchie men lunghe delle sue.
--Monsignore s'intende meglio in adattar corna che orecchie. Vedete là i suoi palafrenieri come li ha tutti conci da buoi!
--Fate riverenza al pievano di Sant'Udda, che ha più cervello negli usatti che nella testa, come ha dimostrato nell'ultima sua omelia sul peccato della gola.
--Magnifica omelia, commentata dal più pingue asciolvere che abbia mai fatto crepar d'indigestione un abate!
--Non è vero, ser pievano?
--Olà, canaglia, indietro, e attenti a me: Io sono Marco Tullio Cicerone! Estraggo i denti; taglio l'unghie ai piè; Ed abolisco i ricchi e la ragione: Ma perchè non vi manchino i flagelli, Vi do i preti, le pulci ed i bargelli.
--Bravo monsignor Virgilio! Ma io avrei più caro che voi mi deste la corona di agli che vi circonda il capo, e quel mazzo di porri, che mi andrei a friggere col lardo.
--Indietro, indietro che arrivano i legati del Papa dei Becchi. Fate largo alla riverente pancia del canonico Ifiglo.
--Ed in fatto di pancia, il canonico, a grande edificazione dei suoi confratelli, ne acconcia sempre una somigliante alle sue penitenti.
--Ma ti prenda il gavocciolo, s. Andrea! Vuoi dunque che io ti applichi due calci nel servizio che mi vai sempre tra i piedi?
--Ora, udite questo buffone di Giulio Cesare come è divenuto insolente, da che un bel damigello di monsignor Rodolfo gli ha insegnato a fecondare i terreni di Monna Egelina!
--Pace, pagani! io sono s. Paolo e chiedo che mi lasciate entrare.
--Tu ti aduli, il mio s. Paolo. Tu sei ancora Saulo--e lo so io che all'esazione degli ultimi livelli mi tosasti fino al cuoio.
--Largo, largo al cavalier Vulcano. Egli è forastiere, ed ha la ciera della fame e di s. Giorgio. Fatelo entrare.
--Gli colga la peste! mi ha lasciato andare di un sorgozzone sul capo, che mi ha sciupato il più bel travestimento d'asino! Ora chi porterà la vergine Maria e suo figlio in Egitto?
--Ma! l'abate di Zug, risponde s. Lorenzo.
--All'abate di Zug, di vergine non confiderei neppure la maga di Endor, replicava l'asino malandato di Baccelardo.
--Per asini ed asini poi vi è il reverendo capitolo tutto intero. Lascino fare a me.
--Ecco i commissarii del Papa, largo, fateli passare. Scostatevi, bestie e buffoni. Passate, molto ubbriachi messeri, passate.
Due vicari del Papa dei Becchi entrarono in fatti dietro a Baccelardo; e vi si sarebbe precipitata appresso tutta la folla che intendeva ad allagare il castello, se coi calci dell'aste le barbute del duca non l'avessero mandata indietro. I vicarii però vennero nella sala dove il duca, vestito degli abiti reali, sedeva sur un trono attorniato da conti e da baroni, e gli presentarono una pergamena, perfettamente insudiciata di untume. Il priore Liemaro, cancelliere di Rodolfo, la prese e lesse:
« Ingolfo, Papa _Cornardorum et Incornardorum_ di qualunque nazione e generazione siano o saranno, al diletto nostro figliuolo naturale ed illegittimo Rodolfo, duca di Svevia e sire di Arles e di Zurigo, salute con benedizione della mano sinistra.
« La tua tal quale vita e santa riputazione di buoni servigii nel commentare il mandato del Signore _crescete et multiplicate_, e per ciò che abbiam fiducia che farai, secondo l'indole della giovinezza e sapienza tua, negli atti dei becchi, ci hanno indotto a conferirti la prolifica dignità di nostro cardinale, onde sappia il mondo che noi siamo Pietro e che su questa pietra posa la felicità e la dovizia dei mariti tolleranti e dei buoni figliuoli. Per lo che comandiamo a nostri amici, inimici e benefattori, i quali di questa vita passeranno o dovranno passare, che ti abbiano a riconoscere come operoso cardinale di nostra chiesa, e ti abbiano ad allogare, stabilire, installare ed investire con cori, corni, cetere, organi e cembali scordati e bene sonanti nel pieno possedimento dei dritti e delle dignità alla tua carica connesse, e farti rallegrare e godere di quante libertà e franchigie ai nostri rassegnati e gaudiosi sudditi accordammo.
« Nel nostro territorio di Zurigo, _sub annulo peccatoris, anno pontificatus nostri secundo. Pridie idi decembris, hora vero noctis 17, more cornardorum computando_ ».
Il duca Rodolfo, in segno di ringraziamento, fece ai legati profondo inchino, voltando loro le spalle, tra uno scoppio di _alleluia_ e di risa universali; indi si ammanta dell'ampio paludamento chermisino, tutto divisato a corna di oro, che gli presentarono i legati. Di poi scende nella corte, monta a cavallo, e si dirige alla chiesa, dove il Papa celebrava già gli uffizi santi. Al vederlo, la folla rompe in prolungate grida di plauso, i buoi muggiscono, ragghiano gli asini, brontolano gli orsi--e tutti ad una voce sclamano:
--Ricordatevi, monsignore, di dar la preferenza alle damigelle di vostra corte nell'esercizio dei vostri nuovi e santi doveri.
Intanto se lo tolgono in mezzo e si recano alla chiesa.
Baccelardo, che aveva fatto rinchiudere il cavallo nelle scuderie e lo aveva provveduto del bisognevole, sparecchia ancor egli lauta colezione, e raggiunge la folla alla chiesa. Allora vi arrivava altresì Rodolfo col popolo.
Le porte erano chiuse. Il vescovo della diocesi si tragge innanzi e bussa. Vulcano affaccia il capo, e dopo a lui Cerbero, e dimandano che domine chiedessero da loro.
Il vescovo risponde:
--Schiudeteci le porte, perchè noi veniamo dal paradiso, con credenziali dell'imperatore Carlo Magno, a causa d'impreveduta e provvisoria indisposizione dell'Eterno Padre.
Allora Vulcano grida. Accorrono tutti i canonici ed i chierici nascosti dentro, vuotano molte bottiglie di vino, in segno di bene arrivati, ed entrano.
Gli uffizii compiuti, l'ora di terza arrivata, tutto era in pronto per la processione. Sopra un asino installano una delle più belle fanciulle di Zurigo, e le cacciano in braccio un puttino di cenci, che figurava il bambino Gesù. Al suo fianco si arrabbattava un vecchio zoppicando, con una mazza in mano, la faccia sporca di carbone; e questi, come sapete, era s. Giuseppe. Però egli si tirava a stento dietro all'asino ed andava borbottando:
--Tanti guai per un scimiotto di putto che mi è piovuto in casa senza saper donde! Però io protesto veh! monna Maria, che se per l'avvenire mi viene ancora tra i piedi codesto tuo arcangelo Gabriello, che fa di tai giuochi ai mariti dell'età mia, io gli rompo le ossa senza complimenti, e poi lo accuso di adulterio allo scabino. Mi hai capito?
--Zitto là, scimunito! chè volta e gira tu sei sempre quell'attacca barruffe di maniscalco che tutti sanno. Guardati però che non ti spezzino l'altro stinco.
--Silenzio, cialtroni, gli sgrida il Papa che andava loro dietro, e pensate a rispondere al coro.