Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 5

Chapter 53,543 wordsPublic domain

A questa selvaggia apostrofe il penitente resta pietrefatto. Egli alza gli occhi sul volto del pontefice e lo vede corruscare negli sguardi di fosforica luce, tremante ancora di raccapriccio e di sdegno. Volge la testa al popolo, e l'ode mormorare e lo vede commuoversi. Tanto basta. Egli si alza come forsennato, salta sull'altare sì che fosse a vista di tutti, di un colpo di mano manda indietro il cappuccio e mette un fischio acuto. I congiurati, che nella chiesa appostavano ed attendevano che Gregorio avesse consumato il corpo ed il sangue di Cristo--perchè il corpo non l'anima di lui volevano morire--prendendo quel sibilo per segno, si scagliano sul popolo ed incominciano a cacciarlo via a colpi di spada. Laidulfo intanto da un lato, Cencio dall'altro si avventano al pontefice, ancora in sull'atteggiamento d'inspirato, e Cencio lo prende alla nuca, Laidulfo gli scarica sulla testa un colpo di daga. L'arma vola in pezzi sul cranio dell'unto. Al colpo, il pontefice si appoggia all'altare. Il sangue imbrattagli il volto, la pisside cade. Lo stile di Cencio gli passa il braccio credendo passargli il fianco. Ildebrando però non profferisce lamento, nè si trasforma in volto. Segno di commozione, di paura, di sdegno in lui non appare. Solamente, quando Cencio gli dà del pugnale mormora le sublimi parole di Cristo:

--Signore, perdonali; ignorano quel che fanno.

Il vescovo di Bovino intanto si unisce ancora a quei due. Rovesciano a terra Gregorio, ed in mezzo ad un popolo sbalordito e volto in fuga, tra sacerdoti atterriti e moribondi, lo trascinano via dalla chiesa.

L'arcivescovo di Ravenna era restato in piedi sopra l'altare, freddo, impassibile, con le braccia incrociate sul petto, girando attorno lo sguardo immobile e distratto--come la statua del silenzio--come la statua della stupidità--come Amicla--come Niobe--come la moglie di Lot, lo sguardo, la mente perduti nel vago.

V.

Se il tuo fratello pecca contro di te sgridalo, e se si pente, perdonalo. S. LUCA, 17.

Appena Guiberto ebbe udito che andavano ad attentare alla vita di Ildebrando, appena ebbesi veduti dileguare d'innanzi i tre antesignani della congiura, anch'egli si leva da cenare e nelle sue stanze si ritira. Cento pensieri lo assalgono ad un tempo. Prima i pensamenti dell'arcivescovo, il quale vedeva finalmente rimossa la pietra angolare che i passi alla sua ambizione attraversava. Egli vedeva scrollati gli alti disegni di quel severo pontefice, che alzatosi in mezzo al secolo, e, saldo come roccia colossale, aveva detto a tutte le leggi, a tutti i principii, a tutti i costumi che contro lui andavano a infrangersi: volgete il corso! Egli vedeva il suo più ostinato nemico abbattuto, dinoccolato nella polvere; e seco, tutte le ambiziose riforme, gli arditi concetti, e le rigidezze insensibili. Egli sentiva i popoli italiani respirare dal giogo novello, che aspra teocrazia gli preparava--non il giogo soave del Vangelo, non la legge di carità di Cristo, ma smisurata libidine di dominio che mai non avrebbe avuto nè confine, nè sazietà. Egli vedeva gioire gli ecclesiastici, sbalorditi da gli alteri comandi del nuovo unto, violentati nelle opere loro, richiamati da una vita lusingata da facili amori, avvaghita da glorie guerresche, da poteri sproporzionati, da dignità che trovavano a comprare senza stento, e dorata da nobile libertà cui niuno si piccava disputar loro. Egli vedeva l'imperatore Enrico e l'Alemagna tripudiare, sentendosi liberi da guerra feroce che li minacciava, da un uomo il quale stendeva la gigantesca sua mano alla corona, agli statuti dell'impero, ai dritti del popolo per scrollarli, capovolgerli, annichilirli, contaminarli di onta non redimibile mai. Egli vedeva infine emancipati tutti i re della terra e tutti i popoli che avevano cominciato ad udire voce novella, che si sentivano di botto mutati a vassalli di un uomo senza esercito, senza città, senza regno, senz'altra forza che una magica parola, senz'altro dritto che la debolezza di qualche bigotto scellerato, il quale, per redimersi delle peccata, aveva osato donare ciò che non è d'alcuno, ciò a cui senza sacrilegio non si può mettere mano, ciò a cui non si mette giammai mano impunemente--la libertà dei popoli! E questi e cento altri pensieri dell'uomo di Stato, dell'uomo civile, del magnate della Chiesa si spandevano per la mente dell'arcivescovo. Guiberto poi meditava da quale umile condizione a quale altezza si fosse collocato quell'uomo fatale; quale carriera avesse percorsa. E mano mano, considerando sè stesso, risalendo dall'arcivescovo di Ravenna al priore di Lacedonia, dal priore al paggio della contessa Beatrice di Toscana, dal paggio al figlio di Bonizone l'artigiano; e Gregorio VII dal papa all'arcidiacono Ildebrando, dall'arcidiacono al priore di Cluny, e dal priore discendendo fino alla bassa origine di lui, giungeva ad un punto dove le due esistenze combaciavano, dove le due carriere si congiungevano, s'immedesimavano; dove i due fratelli, non nemici implacabili come adesso, pargoleggiavano nel povero abituro del falegname di Soano. E qui il pensiero s'inebriava dei placidi trastulli dell'infanzia con tanta voluttà gioiti nel tetto paterno, della patria che mai più tanto lusinghiera non si sente se non quando si è lontani, ed in mezzo alle lutte dell'età adulta. Quindi si risovveniva di suo padre, che, pio e povero, per sudori della fronte somministrava loro il pane, che tanto savii consigli loro dava, e che la sera se li toglieva sulle ginocchia e loro insegnava a mormorare una preghiera per la madre, che più non viveva, loro additava le leggi di Dio, la pietà pei poveri, il rispetto pei padroni, e dopo scarsa cena, ringraziando il Signore del dì trascorso, loro raccomandava di amarsi sempre, ed andavano a dormire sonni sereni, innocenti--di quei sonni che non gustarono mai più, quando, cacciati nel turbine sociale, ad affetti e pensieri dovettero mettere condizione e misura. E queste ed altre memorie soavissime, impadronendosi del cuore di Guiberto, lo lacerano, lo commuovono, lo vincono. Guiberto domina l'arcivescovo; il fratello prende la mano sul nemico. Laonde perdendo di vista il pontefice per ricordarsi d'Ildebrando il figliuolo di Bonizone, si gitta addosso un mantello velocemente ed alla chiesa di Santa Maria Maggiore corre.

Ah! perchè Gregorio non si compunse alla voce del fratello, che generoso lo andava a salvare dagli assassini! Ma Gregorio non mutava di propositi. Gregorio aveva sterile l'anima, il cuore freddo, il carattere orgoglioso e caparbio; Gregorio vituperava le blandizie delle umane passioni. Il suo ghiaccio rivoltò Guiberto; la sua durezza inviperì l'arcivescovo.

I congiurati si trascinavano dunque Ildebrando, ed egli, dopo un tratto di sbalordimento, a passi lenti li seguiva.

Ma ecco che la voce per Roma si sparge dell'assassinio e del ratto del pontefice. Ecco che i partigiani di Gregorio si destano; che tutti i cuori si spetrano; che tutte le voci si sciolgono. Ecco che le opere ed i disegni di Gregorio si cominciano a commentare. Si mettono a luce le sue generose azioni, la sua carità verso i poveri, il suo disinteresse, la sua pura morale. Ecco che gli stessi nemici cominciano a magnificare la sua persona, strano misto di vizii e virtù opposte, a paragonarlo ai vituperevoli pontefici trascorsi, lerciati di ogni laidezza, a sentire la nobiltà dell'idea di riscattare gli oppressi, di tornar Roma regina dell'universo. Ed un rumor crescente si sparge per Roma. Si svegliano i neghittosi; si suonano a stormo le campane; e si dimanda del Santo. E si corre alla torre di Cencio dove si dice imprigionato o sepolto.

L'alba rompeva. Un'alba buia, brizzolata di nebbia che il freddo cangiava in ghiacciuoli. Non sole, non risveglio di quella vita del mattino che tutto penetra, uomini e natura. Roma pareva in scorruccio. Infrattanto, una moltitudine concitata di gente, che alla torre di Cencio aveva tratto, vi stormeggiava intorno, e levava vasto ululato chiedendo il suo pastore.

Per le feritoie e per le petriere, con forte scarica di frecciate e di sassi, e con la voce è loro intimato di allontanarsi. Il corruccio del popolo dirompe. Tutti quei curiosi, o neghittosi, o pietosi ed anche divoti, si cangiano in partigiani. Essi accostano alla torre un battifredo, protetti dai pavesi, ed intendono a travagliare le mura, forare la torre. Poi, di quella breccia il torrente trabocca dentro.

--Il papa! il papa! gridavano taluni.

--Che papa e papa! rispondevano altri, non ne vogliamo altri che _il papa dei pazzi_.

--Uccidete quanti son dentro, sclamavano di un lato.

--Risparmiate almeno le bestie, facevano eco da un altro.

--Mai no, mai no, perchè allora dovreste tutti salvarli. Uccidete, bruciate--e lasciate le femmine, onde ristorare lo spirito all'allibito pontefice.

--Date a me che possa sfamarmi di codesto Cencio.

--Ohe! udite Stefano che vuole sfamarsi!

--Farai magro pasto, Stefano; chè tu sei un lupo e Cencio un mingherlino non più grosso di una corda da liuto.

--Ti mangi la rabbia! mi hai rotte due costole coi gomiti.

--Largo, largo, io porto il fuoco per incendiare la torre: preme a me delle tue costole dunque?

--Tanto meglio, chè ce li beccheremo arrosti costoro.

--No no; perchè, se brucerete, cosa prenderemo noi?

--Che prendere! ci cuculia costui! Il papa vogliamo, il papa.

--Che papa e papa! se l'han mandato all'altro mondo giù del Tevere! Pensate a portare alcuna cosa a casa vostra, dico io.

--Demonii! mandarlo all'inferno per via d'acqua! Che giudizio!

--Il papa, il papa--morte a Cencio, morte a tutti.

--Che morte ci conti, un bischero? Peliamoli anche con un riscatto.

Il pontefice intanto era stato trascinato nella stanza più riposta del castello.

All'irrompere del popolo nel primo cortile, Cencio ed il vescovo di Bovino lo minacciano di freddarlo del tutto se non si affacciava alle finestre per allontanare la plebe. Ma alle minacce Gregorio sta sodo, e non risponde parola, non dà a vedere segno di commozione o di codardia.

Come però Cencio si avvide che principiavano a lavorare anche alla porta con asce ed azze, e che i gangheri pericolavano di cedere, supplica il pontefice per umili modi che volesse allontanare la canaglia, la quale rotto eccidio minaccia. Alle maniere sommesse Gregorio si piega. Approssimasi al balcone, quindi benedice quella gente aggruppata nella corte, le ordina di ritirarsi ed ai capi che venissero a lui, perchè si sarebbero aperte le porte. Ma quei di giù, prendendo i cenni per inanimamento, si avventano di più rabbia alle porte. Appoggiano scale alle mura per isfondar le finestre; appiccano il fuoco alle stalle. Cencio allora sgomentato si gitta ai piedi del pontefice e supplicandolo di perdono:

--Mercè! santo padre, sclama novellamente, mercè se ho oltraggiata la vostra tremenda persona.

--Non avete oltraggiato noi, Cencio, risponde Ildebrando, perchè noi siamo l'ultimo servo dei servi. Voi avete vilipesa la terribile maestà di Dio; ed a lui volgetevi per dimandargli perdono.

--Se mi perdonerete voi, pontefice, mi perdonerà ancora Iddio che giudica la terra col vostro consiglio.

--E siete voi pentito davvero, Cencio, oppure temete la giustizia degli uomini, che è qui per dimandarvi ragione del sacrilegio?

--No, pontefice. Nella cecità della mente io vi avevo mal giudicato. Io vi apponeva sentimenti che in voi non trovo adesso. Lasciatemi pure allo sdegno degli uomini, se volete, ma voi perdonatemi, e restituitemi la vostra stima; perchè io porterò mai sempre cordoglio di aver vituperato un nobile e santo uomo.

--Ma non sarebbe codesta ipocrisia, Cencio, ed un proponimento di voltarsi a vita migliore, come tante altre volte nelle angustie avete fatto, e poi, uscitone, ricominciare peggio d'assai?

--No, pontefice. Io sono veramente addolorato di avervi offeso. I vostri nemici vi avevano calunniato. Le opere vostre erano torte e forviate. Io non vi aveva mai conosciuto sì da vicino e sì grande. Io mi condussi a vendicarmi di torti che credetti aver da voi ricevuti per sola malignità o per gelosia di potere, e per gusto che avevate di altrui mal fare. Ma adesso....

--Ebbene, Cencio, noi vi perdoniamo, l'interrompe Gregorio. Solamente, in pena del macchiato santuario, andrete in pellegrinaggio a Gerusalemme. E con voi perdoniamo tutti i vostri compagni.

Intanto la plebe aveva gittate le porte, allagata la casa, e penetrava nella camera del pontefice, e i ferri alzava sulla testa di Cencio, del vescovo di Bovino e di Laidulfo. Ma Gregorio arresta loro le braccia e dice:

--Alto, figliuoli; non potrete percuotere l'uomo pentito senza peccare. Cencio ed i complici suoi sono stati perdonati da Dio e da noi; perdonateli voi ancora.

E sì dicendo faceva loro riparo della sua persona, ed allontanava il popolo, ringraziandolo dell'attestato di affetto che avevagli dato.

Eglino intanto se lo toglievano sulle braccia, ed acclamandolo, giubilosi se lo recavano in trionfo per le contrade di Roma.

Cencio sfuggì. Ma i suoi servi furono morti, sperperate le sue masserizie, bruciate le case, e messo a spada chiunque dei suoi si trovò; saccheggiate ed arse le case dei complici. Il vescovo di Bovino ebbe appena ventura di ripararsi novellamente a Roberto--dopo già aver ferme parole di alleanza con Guiberto tra l'imperatore Enrico ed il duca di Puglia, Calabria e Sicilia.

Fuggì pure Laidulfo.

Il pontefice tra le ovazioni del popolo era stato ricondotto a Santa Maria Maggiore. E benchè gravemente ferito sulla fronte e nel braccio, con tranquillità imperturbata di spirito, con solenne maestà, che cento tanti lo faceva comparire più grande del consueto, perdona i suoi nemici, canta il _Te Deum_ per render grazie a Dio di sua liberazione, ringrazia il popolo di commoventi e soavi parole, e finisce di celebrare le tre messe. Rientrava in fine al suo palazzo di Laterno, allorchè gli si fa incontro Baccelardo che, reduce di Germania, sulla via della quale noi lo lasciammo, recava pressanti notizie. Egli si presenta a Gregorio e gli dice:

--Sire papa, venite al vostro gabinetto ed udrete. Io trascuro di spazzolarmi la polvere, trascuro confortarmi di cibo; la mano di Dio vuol provarvi.

LIBRO QUARTO

IL CONCILIO DI ROMA

I.

Canc mais tant nom plac iovenz Ni pretz, ni cavalaria, Ni dompnets, ni druderia. FOLCHETTO da MARSIGLIA.

Gli è tempo ormai di vedere un po' più da presso Enrico IV, di cui qualcosa abbiamo accennato innanzi, e di cui più spesso dovremo favellare in seguito.

Pochi principi al pari di lui han suscitati più sdegni e spirito di parte, lasciando dir tanto e tanto diversamente di sè. Su di costui hanno pesato i più severi ed i più amari giudizii, le calunnie più infami, i soprusi più codardi; nel tempo stesso che elogi molti gli si fecero per nobiltà di maniere, per generoso sentire, per prodezza in guerra, magnanimità e fasto principesco. Una storia senza passione di Enrico ancora non avvi, perchè a lui si annette grande lite, ed il mutamento che subì la constituzione civile del mondo. E questo mutamento è tale, che le odiosità, anche adesso, non sono ancora cessate, sebbene i tempi e per gl'imperatori di Lamagna, e pei pontefici non fossero più gli stessi. Noi esporremo i fatti, ed i nostri lettori giudicheranno secondo l'indole loro. È storia questa che narriamo, e senza collera, senza affetto, senza passione veruna la narriamo--_Io parlo per ver dire._ Chi con la storia conserva broncio, salti questo capitolo.

Enrico IV, alla morte del padre Enrico III il Nero era restato fanciullo di cinque anni, sotto la tutela della madre Agnese, e la direzione dei vescovi. L'imperatrice si abbandonò tutta al vescovo Enrico di Augusta. Ella gli abbandonò il governo, e taluni dissero anche la persona. Sia come vuolsi, il favorito stomacò i principi di Lamagna per la sua strabocchevole ambizione e tirannia, e questi, unitisi a consiglio, primi gli arcivescovi Annone di Colonia e Sigofredo da Magonza, trassero dalla loro molti altri e decisero di sottrarre Enrico alla tutela della madre e del cortigiano. Con ingegnoso trovato, che per poco al giovane imperatore non riuscì fatale, l'arcivescovo di Colonia lo tenne nelle sue mani. Ed avvegnachè libero lasciassero le briglie alle passioni di lui, tumultuose, ardenti; pure, perchè severo uomo talvolta quel di Colonia sapeva mostrarsi, venne a fastidio ad Enrico, per tutto sdilinquire a favore di Adalberto arcivescovo di Brema, lo più stravagante ed originale uomo di Germania. Questi, curioso impasto di virtù e di vizii, di grandezze e di buffonerie, lasciava disgocciolare l'imperatore nelle libidini ed in ogni maniera di brutali passioni, onde rassodarsi nel favore di lui e le cariche tornar venderecce, le provincie mettere a ruba, gli onori per sè tutti carpire, i poteri in sè tutti concentrare.

La nazione intanto si sgruppava dalla soggezione con la quale Enrico III l'aveva avvinta; ed apponendo ogni odio di opere alla corruzione del giovane sovrano, si disuniva per levarsi a tumulto. Segnatamente perchè le finanze dell'impero impoverivano sensibilmente, tra per lo scialacquo di Enrico, che non aveva misura nel donare alle chiese e prodigare pei suoi piaceri, tra perchè l'arcivescovo voleva aprirsi agio ad empire in colmo i suoi progetti di signoria. I maggiorenti dell'impero allora si avvicinarono e fecero intimare ad Enrico il decreto di comparire alla dieta universale di Tribur, onde deliberare o di rinunciare allo scettro imperiale, o di levarsi di dosso la mala peste dell'arcivescovo di Brema--con quello stesso decreto posto a bando dell'impero. L'imperatore comparve alla dieta. L'arcivescovo fu cacciato dalla corte tra gli scalpori insolenti della plebe, ed il governo della Germania ripassò nelle mani dei vescovi.

Nel 1067, dell'età di diciassette anni, Enrico sposò Berta figliuola di Ottone, margravio di Susa, fanciulla d'intendimenti soavi, di bellezza incantevole. Queste nozze nel 1056 aveva aggiustate Enrico III, passando per Zurigo. Ma il suo figliuolo vi si era recato mal volentieri, obbligatoci da' principi di Germania, fosse perchè e' gradisse meglio la vita di scapolo in libidini vaghe, fosse perchè davvero, come confessarono entrambi quando dimandarono divorzio, ripugnanza invincibile li straniasse, al segno che insieme giammai non giacquero. Sia come si voglia, questo divorzio suscitò guai e querele molte, ma non mai fu legittimato nè dalle diete dello impero, nè dal pontefice.

I tempi intanto correvano per la Germania forti e calamitosi. In tutto quanto concerneva l'impero, o una parte di quello, tutto ciò che si riferiva ai principi, ai signori, agli Stati generali del regno, quanto aveva rapporto alle constituzioni, alle leggi, ai trattati di pace e di guerra, era stato sempre costume tenerne consiglio coi principi ed i deputati delle province cui più importasse l'esito della deliberazione. E dietro i loro suffragi ed il consenso dei popoli, emanavasi il decreto. Concorreva così, con la volontà dell'imperatore, il voto dell'intiera nazione. E siccome i re, giudici supremi di questa, amministravano la giustizia di per sè, e' non avevano residenza stabile, viaggiando di città in città, e convocandovi le diete generali, alle quali ogni nobile dell'impero aveva obbligo intervenire. Enrico, benchè non si scostasse da tali consuetudini, soffriva male l'annullamento o la temperanza del suo consiglio, conciossiachè poi dall'avviso delle diete giammai disconsentisse. Non pertanto i torbidi sorsero. I Turingi in prima, per non pagare indebita decima all'arcivescovo di Magonza Sigofredo; i Sassoni in seguito, perchè Enrico aveva eretti a cavaliere sui cocuzzoli delle loro montagne innumeri castella, dalle quali, come da ladronaie, calavan giù masnade di soldati a dar lo sperpero e disertare colti e borgate; gli Svevi per ultimo, anch'essi scorrucciati per non pagare insolito tributo, ed altre gravezze di usure e di balzelli.

La rottura di Enrico coll'arciduca di Baviera Ottone II di Sassonia della casa Boimenburg-Nordheim, le male intelligenze con Rodolfo duca di Svevia, e Bertoldo Zahringer che accennavano volersi quando che fosse levare a capi delle rivolture; il trattato con Sveno III di Danimarca, mediante il quale questi si obbligava a sussidiarlo nelle guerre coi Sassoni, egli stracciare dalle frontiere di Germania quel paese che affronta i confini di Danimarca e cederglielo; l'occupazione infine del castello di Luneburg, accelerarono lo scoppio della guerra civile.

Nel 1073, per la prossima festa di San Pietro e Paolo, Enrico aveva invitati a Goslar i grandi di Sassonia ad una dieta onde consultare di affari del regno. Però come i conti, i duchi, i vescovi, gli arcivescovi, gli abati si erano accolti nel palazzo imperiale all'ora prescritta, fu detto loro di attendere un momento ancora, perchè il re giuocava agli scacchi! Quei signori frementi aspettarono fino al tramonto. Allora un sergente del re comparve ed impose all'assemblea di sciogliersi, perchè Enrico già cavalcava parecchie miglia lontano di Goslar. A tanto affronto, i nobili sassoni non si sarebbero rattenuti dallo scoppiare, se la prudenza del margravio Dedi non li avesse acquetati. Ma la notte si accolsero a clandestino congresso in una chiesa, e quivi, rammentando gli oltraggi inflitti ai nobili, le miserie dei borghigiani, il guasto del paese, l'attentata libertà della patria, ruminando cosa volesse significare la guerra bandita già contro Polonia, stabilirono per loro editto convocare in Nockmeslau il popolo, convenirvi essi stessi, e quivi decidere della fortuna delle provincie.

Nel dì prefisso, folla immensa di nobili e di plebe vi trasse. Il duca Ottone di Nordheim, che si era allogato a presidente dell'assemblea, salito sur un poggio, pronunciò gravi parole con le quali le miserie del paese descrisse e degli arbitrii stravaganti di Cesare si querelò.

A quelle franche e magnanime parole si destano altri baroni ed ecclesiastici per accusarlo di più gravi e violenti attentati, e si risolve, o con le armi alla mano perire tutti, o francheggiare la Sassonia di ogni sopruso, e ricusarsi per la spedizione di Polonia. Si toglie quindi uno spicchio di tre di quei gravi senatori della provincia ed a Cesare si manda in oratori a Goslar.

Il resto dei signori di Germania caldeggiava per Enrico. All'arrivo dei legati dei baroni, egli li riunisce a consiglio nella reale corte, ed il sire di Nordheim parla: