Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 10

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E primi i Sassoni ed i Turingi non del tutto da Enrico prostrati o malamente domati dalle ultime vittorie. Poi i principi di Sassonia, liberati dalle fortezze ove per ordine del re custodivansi onde mantener ligio e tranquillo il popolo scemato di capi. La lega infine, fomentata dal papa, tra Rodolfo di Svevia, Bertoldo di Carintia e Guelfo duca dei Bavari, allettati dall'imagine dell'impero che ad uno dei tre sarebbe toccato, come i più potenti principi di Germania, caduto Enrico. Le quali cose appena questi ebbe saputo, intimò al castello di Worms dieta, sia per iscandagliare l'animo dei nobili, sia per pigliare le debite misure sulle cose dell'impero. Ma alla dieta di Worms niuno dei grossi baroni comparve, intenti a collegarsi fra loro. Talchè fu mestieri trasferirla a Magonza. Nè quivi alcuno si mostrò pure, sendosi già pattuita alleanza tra Lorena, Franconia, Baviera, Svevia e Sassonia; avendo i principi ricevuta risposta da Gregorio, a cui si erano volti a consiglio, che se Enrico non si riconosceva vassallo di lui e della Chiesa « scuotessero sulla sua porta la polvere dei loro calzari e richiamassero al governo del regno un principe, il quale giurasse e fornisse cauzione di mantenersi sempre obbediente alla santa sede, e compierne fedelmente i decreti. Onde gli facessero conoscere costumi, sentimenti e condizione del principe cui miravano sostituire ad Enrico, per confirmarne l'elezione e renderla santa in faccia alla terra; se non credevano meglio d'intieramente affidarsi in lui, che aveva in mente consigliarli e dirigere in quella necessaria scelta del novello sovrano ». (_Ep._ 3, lib. IV). Si unirono quindi nel castello di Ulm, Rodolfo, Guelfo, Bertoldo ed i vescovi di Worms, di Metz e di Würzburg, e dopo una lunga deliberazione decisero, che, pei 15 di ottobre di quell'anno 1086, i principi che avevano cara la salute dell'impero si sarebbero accolti nel palazzo municipale di Tribur, e quivi pigliate le più sane misure. Ed il giorno stesso corrieri di quei signori cavalcavano per gli altri principi di Germania.

Il dì per la dieta di Tribur arrivò. Vi si recarono quanti castellani tenessero feudi nella Svevia e nella Sassonia, alla testa di grosse squadre di cavalli. Vi trassero i Bavari condotti da Guelfo, i Sassoni in numerose torme guidate da Ottone di Nordheim, e quasi tutti i signori dell'impero, coi rispettivi arimanni, fossero essi stati laici o ecclesiastici. Legati del papa vennero, Ugone di Cluny, Siccardo patriarca d'Aquilea ed Altamanno arcivescovo di Padova, Come l'assemblea si fu radunata, Ugone pigliò la parola primiero e disse:

--Baroni, derivando le dottrine politiche dalla dottrina fisica dell'apostolo Aristotile, il re è il cuore della nazione, i principi le sensazioni che nel cuore han fondamento. Ora le sole parti similari hanno idoneità di sentire, e ciò per due motivi: primo perchè i sensi dipendono dagli elementi ed il semplice miscuglio di questi non forma gli organi parti dissimilari, ma le sole similari e semplici; secondo perchè la sensazione non è nè energia nè facoltà di per sè attiva, ma puramente passiva, ossia mutazione comunicata. Quindi, essendo prerogativa degli organi ogni attività spontanea, la sensazione si effettua nelle parti simili, e perciò nel cuore, sede delle sensazioni, perchè composto di parti simili...

Il patriarca d'Aquilea che vide l'abate imbarcato, senza timone, negli oceani aristotelici, e che i membri della dieta si guardavano in volto l'un l'altro, indecisi tra il riso ed il corruccio, interrompe Ugone, che resta degli occhi fissamente incollati alla parete. Il patriarca allora, e senza lunghi preamboli, dichiara in nome di Gregorio che Enrico IV era stato scomunicato e deposto dal regno per le gravi sue colpe. Che perciò il pontefice, come supremo signore del feudo consentiva all'elezione del sire novello, e della sua autorità la convalidava. Qui sorsero altri principi ad accusare il re chi di uno, chi di altro delitto. Lo accagionarono di tutte le miserie di Lamagna, lo dissero origine di quelle guerre che essi invece movevano, lo chiamarono tiranno, crudele, scapestrato, e di ogni guisa di vituperii lo coprirono, onde giustificare la perfidia di loro condotta, e la gioia che sentivano di rimbeccare al figliuolo le offese del padre, e riscattarsi della dipendenza sommessa in che Enrico III li aveva gittati.

Allora giunsero messi di Enrico. Ulrico di Cosheim spose magnanime cose pel re e smentì le impudenti accuse dei principi e dei legati. Promise ancora molto per Enrico ed innanzi ai loro occhi ritrasse senza velo, come per la loro ribelle condotta la dignità dell'impero si contaminasse, sottoponendola al vescovo di Roma vassallo di Lamagna, e come le constituzioni se ne violassero scelleratamente. Coloro risposero non fidarsi della mansuetudine del re ora che, dato giù, deserto si vedeva; che essi conoscevano fino a qual punto si dovessero altrui sottomettere; che le constituzioni della Germania non manomettevano, avendo deliberatamente avanti giudicato Enrico cui, scomunicato dalla Chiesa, per non incorrere anch'essi nelle censure, abbandonavano, ed eran quivi ragunati ad eleggere sire novello. Alle quali parole altre il duca Ulrico soggiungeva. Poi, capito che vanamente maneggiava pratiche, di nobile fierezza si protesta, aver ordine del suo signore dichiarare loro, che al dì vegnente avrebbe accolti nel castello di Oppenheim i suoi uomini d'armi e presentata battaglia.

Gli oratori di Enrico lasciavano la dieta costernata. I principi comprendevano a qual repentaglio li esponesse la disperazione del re. Fatta perciò deputazione di nobili sassoni e svevi gliela mandarono con alla testa Ottone di Nordheim. Questi si presentò al castello di Oppenheim, ed incontanente introdotto alla presenza di Enrico, così parlò:

--Sire, la dieta di Tribur non vuole esservi ostile, nè adoperar con voi fuori i dettami della legge e della giustizia. Gravi colpe i principi dell'impero han quivi portate contro di voi; e conciossiachè la dieta avesse il dritto di giudicarvi, onde per avventura alcuno non secondasse particolari risentimenti di offese ricevute, vi rimette alla condanna ovvero all'assoluzione del pontefice.

--Messer conte, dimanda alteramente il re, dove e voi e la dieta avete appreso mai che i vassalli possano giudicare i padroni, ed un nemico l'altro?

--Sire, risponde Ottone, gli è pur vero che Gregorio ostilmente si è con voi condotto, ma colui non sarà vostro giudice, ciò non soffrendo nè la giustizia, nè il decoro dell'impero.

--Lode a Dio, che aveste almeno tanto pudore! sclama il re con una specie di rabbia repressa.

--Sire, continua il Nordheim, il pontefice verrà solamente invitato ad una dieta di principi tedeschi ad Augusta, dove, udite le ragioni da tutte le parti, si profferirà sentenza finale. Qualora però, termine un anno, quivi non vi foste pienamente giustificato, nè vi fossero stati tolti gli anatemi; noi ci protestiamo di avervi come decaduto dal trono, e non più signore di Germania. Intanto, sire, per arra della vostra buona fede sottoscriverete i capitoli che la dieta vi propone, e giurerete di osservarli.

--E quali sono codesti capitoli, se Dio vi aiuta, bel conte? con un tal quale beffardo sorriso dimanda il re.

Ed Ottone di Nordheim, cavandosi dal petto una pergamena, con voce tranquilla e solenne legge--saltando su i preliminari:

« Il quale Enrico promette e giura d'incontanente restituire alla chiesa di Worms il suo vescovo Adalberto di Rheinfeld ».

--Perchè il povero vescovo ha smagrita bene la collottola nelle mude dei castelli del re, e gli è bene che per nostra carità torni alla vita gaudiosa delle bische e dei lupanari! Avanti.

--Giura vuotare la città da lui resa una piazza d'armi, un covo di masnadieri; confessare per iscritto aver fatta ingiustizia al popolo sassone e svevo, imprimere questa lettera del suggello reale in presenza di tutti i baroni, farla circolare per Italia e Lamagna, e finalmente recarsi a Roma per impetrare perdono dal papa, ed in tutto e per tutto compiere il volere del santo padre.

--Anche se quel prezioso santo lo obbligasse a cedere la corona a qualcuno di voi, nobili baroni, o in tutti i casi a investir voi, conte di Nordheim, del principato di tutta Sassonia, lui congratulare del fedel regno d'Italia! Non è vero, modesto sire di Nordheim? dovrebbonsi aggiungere queste parole.

Ed il conte, senza nulla rispondere all'ironico ghigno, chinava il capo e proseguiva:

--Giura inoltre purgare la sua corte del mal imbratto di femmine infami, libertini e scomunicati.

--Ancora? nel quale caso dovrei restar romito come la luna nei cieli, perchè non conosco alcuno dei bei seri di Germania, che non risenta un tantino il puzzo di questi tristi peccatacci. E dove andrebbero le vostre consorti, bel sere?

Ed il Nordheim continuava:

--Licenziare l'esercito, ritirarsi a far vita privata in compagnia del vescovo di Verdun e di altri ecclesiastici, non visitare nè le chiese, nè i luoghi santi di quella città, non immischiarsi negli affari del regno, nè portare insegne reali finchè non venga assoluto da un sinodo.

--Da bravi!, sclama Enrico, nulla fu obliato, tutto fu preveduto per umiliarci, ed i principi nostri padroni che cosa promettono dal loro canto--se essi si son degnati prometterci alcuna cosa, e se voi vi benignate di dircelo, bel conte?

--I principi promettono, risponde il Nordheim, fornirvi armata brillante pel vostro viaggio in Italia, ed intercedervi grazia dalla santa sede, offerendo invece a Gregorio, primamente di sbarazzarlo da quel perduto arcivescovo di Ravenna, che gli avete messo alle calcagne per non farlo mai più posare tranquillo; poi di cacciare di Puglia e di Calabria i Normanni, i quali hanno invaso il territorio romano, e dedicar quel paese alla sovranità di s. Pietro, come caldamente desidera il pontefice. Infine di farvi cingere dal papa la corona imperiale.

--Sta bene. E se noi non accettassimo codesti patti?

--Allora, i principi si terrebbero sciolti da qual si voglia giuramento di fedeltà, e senza più lungamente attendere procederebbero all'elezione di un altro re.

--Ah! sclama Enrico.--Nè dice altro per un pezzo, restando degli occhi immobili e la fronte corrugata. Poi si cangia totalmente in viso, e come se tutto ad un tratto si fosse deciso, toglie i capitoli di mano al Nordheim, li firma sollecitamente, li suggella e restituendoli soggiunge:

--Sire di Nordheim, voi siete un vituperato sono infami i nostri baroni. Non pertanto, siate voi testimone della violenza che ci fa il nostro popolo ed abbiate per fermo che, se Dio è Dio, le paga. Noi giuriamo di mantenere i patti di questi capitoli. Ci duole solo che essi ci siano pervenuti da voi, cui avevamo in conto di amico e di fedele, e che tal disinganno ci abbiano dato altresì Rodolfo, Bertoldo e Guelfo. Ora, potete partire.

--Sire, soggiunge Ottone, ricordatevi che avete giurato, e che avete soscritte le condizioni di pace che vi ha proposte la dieta. In quanto a noi poi, con la vostra sopportazione, sire, dovreste ancora ricordarvi che, prima di essere vostri amici, eravamo cittadini; prima di essere vostri fedeli, eravamo principi dell'impero; e per ciò appunto custodi della sua pace, delle sue leggi, delle sue consuetudini. Le nazioni non appartengono ai re. Che vostra grandezza quindi ritorni ad essere il padre di questi popoli, non attenti alla libertà di loro, non ne violi le constituzioni, rimetta l'impero nella grandezza e nel fulgore in che glielo lasciò la gloriosa e temuta memoria del padre suo, Enrico il _nero_, ed allora ci troverà tutti sudditi devoti e fedeli.

--Bene sta, sire di Nordheim, Avete compiuto il vostro mandato, ritiratevi.

Ottone partì, e ritornò alla dieta in Tribur per consegnare ai principi i capitoli firmati e giurati da Enrico. Viva fu la gioia di coloro, per la maggior parte o sconfitti alla battaglia di Hohenburg, o umiliati alla dedizione del campo di Gerstungen e tenuti cattivi nei castelli dell'impero per la durata e sicurezza della tranquillità. Smisurato fu il gaudio dei legati. Segnatamente allorchè si udì che Enrico, per dar pruova di voler mantenere i patti, aveva accolti a consiglio nel castello di Oppenheim i suoi, e dopo commovente discorso, licenziati dalla corte i vescovi di Bamberga, Colonia, Strasburgo, Basilea, Spira, Losanna, Zeitz, il duca Ulrico di Cosheim, i conti Eberardo ed Artmanno, i quali erano partiti con le lagrime agli occhi. Imperciocchè quelli amavano Enrico teneramente, come colui che dimostravasi magnanimo come re, valoroso come guerriero, senza fasto e compagnevole come soldato, liberale, franco, grande rimuneratore ed ammiratore delle opere prodi, di alti e nobili intendimenti. Così che meritamente forse nella storia spregiudicata s'ebbe appellativo di grande--appellativo che le calunnie non mai specificate da fatti, cui numerose gli addossarono i sediziosi ed i proseliti di Gregorio, non potranno giammai cancellare. Dopo il qual tenero addio, riconfortandosi per tempi migliori, Enrico mandò ordine al comandante di Worms restituire al vescovo la sede, le rendite e l'autorità vescovile, spianare le torri, vuotare la città da' presidii ed arnesi da guerra, licenziare le truppe. Si accommiatò in fine dai baroni che aveva con sè, e ritirossi nel castello di Spira senz'altra compagnia che l'imperatrice Berta, con cui erasi riconciliato, ed il suo figliuolo Corrado.

I legati intanto, ed il conte Mangoldo di Verigen ed Udone di Treviri ambasciadori della dieta di Tribur mossero per Roma. Papa Gregorio, che combattuto in mille affetti, sospeso all'orlo di abisso profondo, in agonia di pensiero, come quegli che sopra un dado aveva giocato tutto--grandezza, fortune, ambizione, progetti, il passato e l'avvenire, tutte le opere ed i concepimenti di una vita, tutto un potere strabocchevole, tutta la magica e paventata signoria di una parola, aspettava; ed aspettava senza velar gli occhi di sonno, senza sentir bisogno di cibo, smanioso, ansante, bruciato da impaziente inquietudine.

VII.

E' par che voi veggiate, se ben odo, D'innanzi quel che il tempo seco adduce E nel presente tenete altro modo. Noi veggiam come quei ch'ha mala luce Le cose, disse, che ne son lontane. _Inf._, XIII.

La legazione della dieta di Tribur pose addosso ad Ildebrando tripudio che non sapeva contenere. Aveva trionfato. L'imperatore era avvilito; egli si levava alla cima della gerarchia sociale. Re, principi, signori, tutta la gerarchia ecclesiastica e secolare accosciavasi ai suoi piedi. Sulla terra non si riconosceva potere al suo superiore; non uomo di lui maggiore; non dignità più riverita e temuta, potenza più illimitata ed a scrutinio non soggetta, nè capace d'essere rovesciata. L'Italia infine non si atteneva più all'Alemagna. Ed egli poteva darle legge, darle freno. Il suo sistema di universale teocrazia era prevalso; le autorità della terra stringeva nel suo pugno. Re dei re, egli poteva eleggere e rovesciare i re e gl'imperatori. Dopo Iddio a niuno andava secondo. Ed il suo gaudio cresceva dal saper che, forzati e tratti da seguito arcano di fatalità, i secolari recavansi a tanta subordinazione, che avevano combattuto, che si erano ribellati, che addentavano avviliti il morso cui aveva lor posto. Poi comparava Enrico IV, da lui spogliato di dignità e da qualsiasi dritto di principe e d'uomo, ad Enrico III, che deponeva i pontefici e li creava, che metteva leggi alla Chiesa e l'aveva vassalla. Tutti i popoli adesso, tutti i paesi erano feudali alla Chiesa. Roma, un'altra volta, sorgeva padrona del mondo, senza colpo ferire, senza soldati, per sola virtù di ostinata volontà, di gigantesco concepimento. Aveva ragione il prigioniero di Sant'Elena di dire, che se e' non fosse stato Napoleone avrebbe voluto essere Gregorio VII!

Per quindi maggiormente godere del suo trionfo, Gregorio accettò l'invito della dieta, e si dispose a partire per Augusta.

La dieta di Augusta si apriva ai 22 di febbraio.

L'inverno si mostrava rigido, copiose cadevano le nevi, gonfiavano i fiumi, imperversavano i venti. Ma che perciò? La tensione del pensiero ogni altro bisogno o debolezza in Gregorio attutiva. Fiso della mente nel sublime momento in che avrebbe profferita la sentenza del suo nemico, e' valicava tempo, perversità di stagione, malvagità di cammini, e nulla curava, e ad Augusta correva, dove già il suo spirito tanta vaghezza di lusinghe e di ambizioni soddisfatte andava assaporando.

Sulla metà di dicembre quindi Gregorio partì da Roma. Lo accompagnava la contessa Matilde, sopra borioso stallone isabella, virilmente vestita, e grosso seguito di baroni che le componevano intorno brillante cintura. Lo seguiva poderosa scorta di soldati toscani, sudditi della contessa.

Gregorio cavalcava bianca chinea, coperta di ricca gualdrappa di velluto porporino ricamata a croci d'oro. Avvenente anzi che no della persona, quantunque piccolo di statura, i suoi grandi occhi scintillavano di luce vivissima; la sua fronte alta e calva si spianava dalla letizia; dal naso aquilino fiutava orgoglioso la pura aura di un'atmosfera, che tutta del suo nome e della sua potenza riempiva. Il peso del mondo non ottenebrava il suo volto; la sua mente intendeva ad ogni cosa, senza soccombere, senza gualcire di precoce vecchiezza il corpo che animava.

Vestito di bianca lana, ravvolto a metà entro mantello di panno cremisino, su cui suffusa e lunga cadevagli la barba argentina, Gregorio si compiaceva dell'impaziente alterigia del suo corridore, che andava caracollando, e graziose parole diceva alla contessa che gli cavalcava alla destra. Ed ora dava provvedimenti al vescovo di Porto, che gli teneva dietro per i bisogni e la sicurezza del viaggio; ora benediceva il popolo, il quale gremiva le strade, vago e motteggiatore dello spettacolo di quella cavalcata.

Come però furono giunti in sulle porte, tra mezzo a gruppo di soldati, Gregorio vide una giovinetta a cantare la _cantilena di Rolando_, l'aspetto della quale lo colpì. Si raccolse un istante nella mente, e ricordossi infatti di quella fanciulla che, nella sanguinosa notte di Natale, lo aveva arrestato alla porta di Santa Maria Maggiore e scongiurato di tornare indietro. E si risovvenne altresì che, impaniato tra le gravi cure della Chiesa, di niun modo aveva poscia pensato a sdebitarsi con lei, e pigliar conto di sua fortuna e condizione. Per lo che, avviato adesso sopra dubbia carriera ed in volta per viaggio periglioso, onde non avesse novellamente dimenticato di mostrarsele grato, fa sosta alquanto e manda il vescovo di Porto per menargliela avanti.

Guaidalmira, considerata, diciam così, alla spicciolata, non era bella in ciascuna delle sue membra, tolto la taglia della persona alta, svelta e tornita. Però nello insieme talmente quelle membra armonizzavano, che ne usciva una delle più piacevoli e piccanti fisonomie, segnatamente per quei suoi grandi occhi neri che brillavano come due gocciole di neri diamanti. Quel sembiante quindi aveva un'attrazione, a cui non si resisteva di leggieri, ed una tale aperta franchezza che tutte le sensazioni dell'anima vi si pennellavano. Il suo sorriso, che metteva in mostra i più bei denti, era un incanto. Ella, non riccamente ma pulitamente vestita, all'invito del vescovo si apre strada tra i capannelli dei soldati ed al pontefice si presenta. Gregorio la stette a considerare fisamente un bel tratto, quasi di quell'aquilino suo sguardo avesse voluto affascinarla. Però non essendosi Guaidalmira per nulla scossa, ed avendo con fermezza sostenuto quella specie di compenetrazione mentale, Gregorio le dimandò:

--Non saresti tu per avventura, giovanetta, colei che, la notte di Natale, alla porta di Santa Maria Maggiore, ci avvisò di un pericolo cui andavamo ad incontrare!

--Io per l'appunto, risponde Guaidalmira.

--E come dunque sapevi tu degli assassini che ci minacciavano la vita, figliuola?

--Con la mia scienza, pontefice, franca soggiunge la giovinetta.

--Ah! non avresti miglior risposta da darci, bella fanciulla? riprende Gregorio.

--No.

--Eppure ti gioverebbe moltissimo confidarti a noi, e dirci il vero.

--Io non vi ho dimandato nulla, sir papa. Perchè dunque mi tentate voi con promesse che non mi seducono più del canto del cuculo? Vi ho detto che io lo sapeva col ministero della mia scienza; gli è giusto così. Vi basti.

--Bene sta. Noi ti dobbiamo mercede, e, forse ci avrai dato del poco generoso per averlo dimenticato finora.

--No, santo padre: anzi ve ne dispenso, perchè io non ho bisogno di nulla.

--No? quale è dunque il tuo mestiere?

--Voi lo vedete: dico canzoni pel popolo; predico l'avvenire.

--Predici l'avvenire? ma non sai tu, fanciulla che l'avvenire è in mano di Dio?

--Che perciò? nelle sue mani, io l'indovino. Anzi, se pur siete disposto a darmi mercede alcuna, permettetemi che osservi la vostra mano e che vi dica la sorte.

Gregorio resta un momento a considerare quella giovinetta, per leggerle nell'anima se ella favellasse di buona fede e per interna convinzione, ovveramente tentasse abbindolare anche lui. E forse della sincerità di colei dovette persuadersi, dappoichè, sollecitato altresì da un languido sorriso della contessa Matilde, egli tira tosto la mano di sotto il mantello, si cava il guanto e gliela porge. Guaidalmira piega il ginocchio a terra, la bacia, la guarda attentamente, ne esamina le linee, ne studia le pieghe; ed il suo volto si copre di rossore. Poi, rialzandosi, dice malinconicamente:

--Fatalità! io non credo più alla mia scienza.

--Ah! e perchè dunque, fanciulla? domanda Gregorio.

--Perchè? risponde Guaidalmira, perchè? Essa detta la medesima sorte a me povera monelluccia di strada ed a voi sovrano pontefice, terrore dell'universo. La stolta! Quale disinganno!!

--Vero? sclama Gregorio accennando il volto a gaiezza.

--Si, riprende Guaidalmira con un sospiro, divenendo di un subito pallida, mentre una lagrima le navigava per gli occhi. Sì. La mia fede ha perdute le ali per sollevarsi al cielo, i miei occhi han perduta la luce per leggere nell'avvenire. La medesima sorte! stolta!

--Ed è ben scura codesta sorte che tanto vi addolora, o figliuola? domanda Gregorio.

--Chi lo sa? mormora Guaidalmira. Sprazzi di sole in fiotti di uragano. Lugubre certo è la mia. Nondimanco però, sia vera, sia falsa la mia scienza, non posso, santo padre, restarmi dal rivelarvi che essa della vostra persona mi detta che...

--Che cosa! parlate pur liberamente, dice Gregorio.

--Si, pontefice, sclama la donzella: vivrete Cesare, morrete Mario!

E sì parlando, senza aspettare ulteriori domande, volge le spalle a Gregorio e parte. Questi resta colpito alle parole della giovinetta, la segue un istante col guardo, poi gitta un sospiro e si rimette in cammino.

La contessa Matilde aveva tirato il capperuccio sulle gote per celarne il pallore.

Giunto in Lombardia, i nobili ed il clero che ancora gli restavano divoti, lo accolsero della più suntuosa magnificenza. E' si fermò alquanti giorni nelle terre lombarde, e di là mosse per Vercelli, seguíto da splendido corteo.