Il re dei re, vol. 2 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 1

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BIBLIOTECA NUOVA

PUBBLICATA DA G. DAELLI

IL RE DEI RE

Stabil. tip. già Boniotti, diretto da F. Gareffi.

IL

RE DEI RE

CONVOGLIO DIRETTO NELL' XI SECOLO

PER

F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

VOL. II.

MILANO G. Daelli e C. Editori.

1864.

LIBRO TERZO

LA NOTTE DI NATALE.

I.

Scosse Roma a' sacri allori, Tenne l'orbe setto i piè, E di un branco di pastori Fece un popolo di re. CELESIA.

Il 22 marzo 1073 papa Alessandro II si moriva, e tre giorni dopo, l'unanime consenso del popolo romano, solito per lo innanzi a tumultuare nei comizi dei pontefici, Ildebrando esaltava, col nome di Gregorio VII.

Prima che di quest'uomo singolare parlassimo, e' sarebbe mestieri accennare volando la posizione dell'Europa, della Chiesa, dei costumi e della società dell'XI secolo, e vedere in quale stato ed in quai tempi e' raccogliesse la tiara. Imperciocchè non altrimenti si puote giudicare un uomo, cui la storia non ha per anco ben definito. Ma chi di queste gravi cose si preoccupa non verrà a studiarle in un libro, che arieggia di romanzo, ed in un quadro abbozzato a volo di rondine. Le storie d'Italia, di Lamagna, della Chiesa riboccano di fatti e documenti che questo stato sociale narrano, analizzano, condannano o commentano. Chi poi queste pagine legge per puro sollazzo e dal dramma fiuta, per induzione, l'epoca e gli uomini che facciam loro passare dinanzi, quantunque sentisse di più minuta e seria scienza storica, i dettagli, le date, il complemento degli avvenimenti del secolo, tedierebbe. E' passerebbe oltre. Ora, se questi lettori sfuggono la noia di sapere, perchè mi darei io quella d'insegnare? Riassumo dunque in due linee.

La società era costituita sul tipo feudale. La Chiesa si modellava su questo, ed il vescovo calcava le pedate del conte, il papa quelle dell'imperatore. La società laica e borghese, la città, il contado, cominciavano a scrutinare il dritto della Chiesa e dell'Impero, ed a negarlo. La libertà apriva gli occhi all'alba. Il libero esame del dritto e dei doveri s'installava nel dominio della ragione. Cinque secoli di dolori, di miserie, di vituperii, d'urto di parti, di reciproca negazione di jus, di vicendevole trionfo e vicendevole sconfitta, lo spettacolo di papi nefandissimi e d'imperatori prepotenti, aveano risvegliato la coscienza pubblica. Il dubbio entrava nell'imperio dell'anima. Non che la vertigine fosse nell'ordine materiale. Era il morale, al contrario, che insorgeva e reagiva. Materialmente, almeno in teoria, nelle costituzioni e nelle leggi, tutto era stato allogato al suo posto. Si eran stabilite le dipendenze, i dritti ed i doveri di ognuno eransi fissi; alla società si apriva cammino più spazioso per avanzare senza sregolatezze e senza trambusti. Imperciocchè le rivolture parziali di taluni Stati non interessavano la nazione tutta intera. La società sembrava assisa--sur uno sgabello di ferro rovente o sur un seggio di velluto poco importa--ma sembrava adagiata, costituita, normale, vitale. Un uomo sorse allora.

E' dette uno sguardo all'Italia, e la vide dipendere dall'ingordo dispotismo d'Alemagna, divisa, suddita a padrone a lei straniero d'indole, di lingua, di pensamento. E' dette uno sguardo allo Stato ecclesiastico, e lo vide imbrodolato nella laida e feroce ignoranza dei laici, addetto ad uffici contrari ai canoni ed alla santità del sacerdozio--perchè gli ecclesiastici ambivano il possesso di feudi ed agli obblighi di questi doveansi assoggettare. E' dette uno sguardo alle cagioni che tante miserie producevano; e lungi dal trovarle nell'ambizione dei sacerdoti, i quali non solo non sapevano rifiutare, ma sollecitavano dignità che solamente ai laici addicevansi, le trovò nelle investiture che questi ne davano--vale a dire nella forma non nella cosa in sè stessa. Infine e' guardò la catena delle subordinazioni sociali, e vide che la tiara dipendeva dalla corona, la Chiesa dall'Impero, l'Italia dalla Germania. Tale andamento nelle costituzioni del mondo a quest'uomo non talentò.

E quest'uomo era Ildebrando.

Egli trovava nella Società qualche cosa di abnorme. Vedeva che la forza dominava la ragione, la carne lo spirito. Sentiva un germe di corruzione minare le fondamenta di ogni legge morale e civile. Comprendeva bene questo veleno disorganizzante partire dal pontefice; ma non voleva persuadersi ciò dipendere dal falsar questi i principii del suo ministero; dall'attribuirsi dritti che cozzavano con la santità della carica; commettere opere ed attentati sacrileghi; ambire a poteri illeciti e non consentiti da tutti gli ordini sociali. Non voleva persuadersene Ildebrando, per sostenere che la dipendenza dall'Impero trascinava il pontefice all'enormità dei delitti; che le investiture dei feudi corrompevano gli ecclesiastici. Lungi dunque dal vietare a costoro di accettare più feudi, chè non l'avrebbero obbedito, lungi dal ritornare il papa ai primitivi doveri di sacerdote, senza competenza nelle bisogne secolaresche, concepì il progetto ardimentoso di crollare l'intiero sistema sociale, le costituzioni dell'impero, le leggi dei feudi, e creare un nuovo mondo tutto subordinato ad un potere teocratico, sollevare l'altare sul trono, il pastorale sullo scettro, l'Italia a Lamagna sottrarre, il papa trasformare in monarca.

Ildebrando si accinse all'opera.

Dotato di un animo smisurato per aspirare come Catilina sempre a cose eccedenti, incredibili e troppo sublimi, il suo spirito aveva rinvigorito nel silenzio dei chiostri. E lo aveva rinvigorito col concentrarsi in sè stesso; con l'isolarsi dalle umane passioni, che son pure le umane debolezze; con lo studio ostinato che la mente riscalda come l'attrito riscalda il ferro; con la meditazione che esalta l'intelletto e dà energia alla volontà; con le mortificazioni che addestrano al dominio dei sensi, ed inaspriscono la fibra, nel tempo stesso che sterilizzano il cuore e soffocano la sensibilità. Nel ritiro, nello studio, nella penitenza, il carattere d'Ildebrando erasi fatto cupo, arbitrario, indomabile. Perchè il ritiro gli proibiva qualunque comunicazione con i suoi simili, cui come nemici doveva considerare. Lo studio lo elevava al disopra delle regioni della terra, e gliene inspirava disprezzo, mentre gli dava coscienza della sua superiorità e del suo nobile destino. La penitenza l'inselvaggiva, indurandolo prima contra sè stesso. Inoltre, ruminando sempre sopra un'idea, questa gli si era presentata lucida come chi vede nelle tenebre lungamente permanendovi, gli si era assimilata, l'aveva presente a tutti gli atti della mente e della volontà. Facendo scopo della sua vita sempre un oggetto, non gli sfuggi mai parola o respiro che a quello non fosse diretto; non si mosse che per avvicinarsi a quello, a quel centro attirare gli sguardi di quanti gli stavano a contatto. Non regolandosi che sotto il dominio di un principio, addivenne ostinato nel rimuoversene, violento nel difenderlo, furioso nel vederselo contrastato. Quindi un'eccezione nell'opinione universale, un perno di disquilibri e di guerre. « Quel lusinghiero tiranno » scrive di lui s. Pier Damiano, amico fedele, satellite cieco, strumento divoto di tutte le volontà di lui, « quel lusinghiero tiranno che mi compassiona con cuor di Nerone, che mi liscia a schiaffi, mi carezza con artigli d'avoltoio, il mio _santo Satana_, e non esagero! è il solo fra quanti confratelli caritatevolmente mi usano compassione e gemono sui mali miei, è il solo a cui torno oggetto di riso ». (_Ep._, I, 2.)

Ildebrando entrò nella società come il toro entra nel circo. Ogni cosa gli dava molestia, ogni cosa l'offendeva, perchè egli si aveva creato un mondo morale, come Platone si aveva creata una repubblica. Non che egli avesse torto, perchè veramente i costumi ed i sentimenti di quei tempi erano orribili, e chiunque aveva un principio di giustizia e di religione se ne spaventava. Però i più tristi erano gli ecclesiastici. « Essi conducono vita da giudei » scrive s. Pier Damiano (_Ep._, IV, 9.) « non arrossiscono dell'incontinenza, degli scandali, delle più sozze e laide brutture, non hanno orrore dei sacrilegi e delle rapine de' santuari, di delitti e scelleratezze che gridano vendetta al cielo, perchè da gran tempo sono avvezzi a vergognarsi delle virtù cristiane. Nei loro circoli si odono arguzie a migliaia, bisticci, motti profani, freddure del mondo, e tutti i vezzi del vivere cortigianesco della città, da parerne meglio vanarelli, zanzieri e buffoni che ministri di Cristo. I loro discorsi non si aggirano che sulle adultere pratiche di questo o di quel lussurioso, non si odono che rise sconce, facezie sporche e disoneste, o il rumore diabolico dei dadi. In una parola, ed i vescovi sovra tutti, non curano che acconciarsi il crine a modo di edifizio, coprirsi a pelli di peregrini animali, portar sotto il mento preziose pellicce di martora, che al percuoter dei raggi sfolgoreggiano, ornare a stracarico di squame di oro le bardature dei cavalli, cavalcare robusti destrieri, tirarsi dietro stuolo numeroso di soldati e trabanti; sicchè negli arnesi da svenevoli, nelle amorose smancerie, nel muover degli occhi, nel gesto e nelle parole e' rassembrano compiutamente a istrioni. »

Tanta improba rilasciatezza doveva colpire Ildebrando nel fondo del cuore, perchè egli comprendeva come, per rendere potenti ed autorevoli gli ecclesiastici, bisognasse renderli prima rispettabili. Egli aveva trovata in sè la forza di reprimere le altere richieste dei sensi, di resistere all'andazzo dei tempi. Pretendeva che anche gli altri rinvenissero tanto coraggio, ed in questa austerità di principii si consolidassero. Perchè, una volta rimondati da ogni lezzo profano, potevano bene stendere ardita la mano al potere, ed impossessarsi del governale del mondo. In una parola, egli vide che il secolo aveva tre bisogni: un centro a cui si potessero rannodare le nazioni, da cui sperare giustizia, pace e difesa; un principio di credenze non contaminato da sozzi ministri; una libertà cittadina, che non fosse nè precaria, nè all'arbitrio dei despoti e degli stranieri. Ed egli entrò nella società, dalla rigida vita dei chiostri, con tre propositi: riformare il sacerdozio; sottrarlo dalla subordinazione laicale; constituire il papa re d'Italia, re dei re, protettore dell'universo, onde tutte le nazioni, tutte le città, tutti gli oppressi in lui riguardassero un giudice supremo, al suo tribunale si appellassero. Egli intendeva fare del papa quegli che prima i re poteva giudicare, deporre ed annullare, poi castigare i popoli.

Fornito di un carattere vivo, ostinato, coraggioso, prudente nella condotta e nell'attendere, sagace nel concepire e nel penetrare, pronto nel dedurre le conseguenze delle opere e nel prevenirle, audace nel tentare, duro nel resistere, ardimentoso nel pretendere, altero e vigoroso nel contrastare, attivo nell'agire, scaltro nel simulare e fino ipocrita, Ildebrando comparve sulla scena del mondo. Da prima e' si trovò fuori la sfera, perchè altrimenti l'aveva concepito. Ma, essendo egli una di quelle organizzazioni compiute ed elette nelle quali la natura spiega tutto l'opulento lusso dei suoi poteri, una di quelle tempre che la natura fonde intere e tali da elevare la specie umana onde servir di gradino intermedio tra Dio e l'uomo; mano mano quel mondo conoscendo, adattandovisi, sperando nel lavoro del tempo, cominciò l'opera fatale, che unico l'avrebbe reso nella storia--se un altro uomo del destino, nell'ultimo secolo, non fosse comparso per disputargli la gloria e superarlo di gran lunga.

Alla morte di Damaso II, 1049, Bruno vescovo di Toul, parente e consigliero carissimo di Enrico III, fu eletto papa nel sinodo di Worms. Bruno, recandosi a Roma, passa per Cluny, il giorno di natale, vestito degli abiti ponteficii. Quivi s'incontra nel priore Ildebrando, il quale di tali cose sa dirgli e siffattamente persuaderlo, che Bruno, semplice e credulo, depone le insegne ponteficali, ed in abito di pellegrino si reca a Roma, onde farsi rieleggere dal clero e dal popolo. Ildebrando lo seguì per manodurlo. E' gli fece attraversare a piedi nudi tutta la città, lo condusse dove il popolo ed il clero già trovavasi adunato a cantare il _Te Deum_, e Bruno, procedendo in mezzo dell'assemblea, parlò:

« Popolo e clero di Roma, noi, per volere dell'imperatore Enrico, nel sinodo di Worms fummo eletti a pontefice: ma, innanzi ai decreti di ogni altra autorità, noi stimiamo l'elezione del popolo e del clero romano, e protestiamo esser pronti a ritornar nella patria, se dai vostri suffragi quella scelta non sarà confirmata. »

Indi favella Ildebrando a pro di lui; ed a suo consiglio, il popolo ed il clero lo riconosce, chiamandolo Leone IX. Ildebrando fu allora creato cardinale suddiacono della Chiesa e proposto del monistero di San Paolo. Di qui ei comincia ad influire negli affari ecclesiastici, e su tutto quanto fa questo pontefice. L'elezione di Vittore II, successore di Damaso, e quella di Stefano IX, che a Vittore tenne dietro, non fu che opera d'Ildebrando, ed a sua insinuazione ogni atto di loro.

Alla morte di Stefano, il conte di Tuscolo briga pel vescovo di Velletri, uomo bestiale e caparbio e delle sacerdotali discipline ignorantissimo, e lo fa ungere col nome di Benedetto X. Ma Ildebrando si reca tosto in Germania, e l'imperatore Enrico, a consiglio di lui, sceglie Niccolò II.

Questo pontefice fu la mano con la quale Ildebrando gittò le prime fondamenta del suo gran sistema, che poscia si elevò a norma di dritto pubblico e di constituzione teocratica. Niccolò II agiva ciecamente e fiducioso sotto i dettami di lui. Infatti Ildebrando l'indusse nel concilio di Laterano a mandare fuori quel famoso decreto che stabilì il modo da tenersi nell'elezione dei nuovi pontefici, conferendone il potere esclusivamente ai cardinali vescovi, la confirma ai cardinali chierici, l'approvazione al clero ed al popolo romano; togliendo così all'imperatore non solamente la facoltà di scegliere, ma il dritto altresì di confirmare l'elezione. Ed Ildebrando lo trascinò a rompersi con Roberto Guiscardo, a scomunicarlo per l'usurpazione di Troia, sognata proprietà dei pontefici, ed infine accordargli l'investitura del ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia--allorchè l'avrebbe conquistata sui Saraceni--con l'obbligo di dodici soldi di Pavia per ogni paio di bovi che arassero nel territorio investito. Scomunica arbitraria, investitura ridicola, perchè si arrogava padronato su paese conquistato ai due imperi, ma che tanto Roberto quanto i pontefici seppero far valere, secondando gl'interessi di entrambi. Niccolò richiese, qual signore diretto del feudo, giuramento di fedeltà, e Roberto giurò di essere ligio alla chiesa romana ed al papa suo signore; di non minacciarne la vita, e non tenerlo cattivo; di aiutare di tutte le sue forze la santa sede per conservare, acquistare, o ricuperare il patrimonio di San Pietro, promettendogli assistenza nel sostenere la dignità di pontefice e governare il principato e le terre dell'apostolo; di non bandir oste contro di chicchessia senza il piacere di lui; di rimettergli nelle mani le chiese dei suoi dominii coi beni e dritti annessivi e difenderli; infine di vegliare alla sicurezza nei comizi dei nuovi pontefici. E sulle basi di questo giuramento, i papi pretesero da poi sempre alla signoria del regno di Napoli!! Ma nel 1061, dopo avere Niccolò II sottratto all'imperatore la facoltà di eleggere il papa e dato alla Chiesa, con l'investitura a Roberto, un esercito ed un capitano per farne eseguire i decreti, si morì. Ildebrando, ragunati i nobili romani ed i cardinali, proclama Alessandro II--mettendo così senza indugi in pratica il decreto del concilio di Laterano emanato da papa Niccolò.

Molti dei nobili, e segnatamente il conte di Tuscolo e quel di Galeria, con grande parte di popolo e di clero, mal sentirono questa elezione senza assenso dell'imperatore. Gli mandarono ambasceria perciò, con una corona d'oro ed il titolo di patrizio di Roma, pregandolo di dar loro un pontefice. In Basilea si accolse concilio numeroso, che dichiarò erronei, ed abolì i canoni di Niccolò II, come contrari alle constituzioni dell'impero teutonico ed ai decreti del concilio di Laterano di Leone VIII, ed elesse Cadolo, vescovo di Parma, col nome di Onorio II. Ildebrando, cui Niccolò aveva elevato ad arcidiacono della Chiesa ed Alessandro a cancelliere, con facoltà di fare quanto mai gli fosse piaciuto, per modo che s. Pier Damiano gli scriveva:

Papam rite colo, sed te prostratus adoro: Tu facis hunc dominum, te fecit ille Deum--

Ildebrando manda subito un legato ad Enrico con lettere del conclave. Ma il messo non è ricevuto, e vilipeso ritorna a Roma. Anzi, nella primavera, Onorio II, ricco di tesori molti e forte di truppa sì italiana che tedesca, si avvia alla volta di Roma e si accampa a Sutri. Poi, udendo che anche Alessandro faceva preparativi di guerra, leva il campo, ed al 14 aprile si presenta alle porte della città.

Quasi tutto il popolo romano ed i nobili caldeggiavano per Onorio. Alessandro andò ad attaccarlo nei di lui alloggiamenti. Alle falde del monte Oro, i due eserciti, capitanati dai due pontefici, vennero alle prese ferocemente, e quei d'Alessandro, rotti dall'ostinata puntaglia dei nemici, sbaragliaronsi. Se non che, mentre questi godevano della vittoria, sorpresi dalla contessa Matilde e da Goffredo di Toscana con truppa fresca, sono investiti da tutti i lati, e travolti in fuga. Onorio II si ricovera a Parma; ed Alessandro, minacciato dai suoi nemici di Roma, recasi a Lucca. Enrico convoca allora due concili ne' quali Onorio non comparve; ed Alessandro ed Ildebrando seppero dire di tali umili e peritose ragioni, che Alessandro fu riconosciuto.

Questo pontefice si abbandonò interamente ad Ildebrando. E questi lavorò sempre di alacre attività onde dar vita al suo sistema, nell'opinione dei popoli radicarlo, metterlo in opera per fatti. E perciò si avventurò fino a citare l'imperatore Enrico a dar conto di sua condotta innanzi al tribunale di San Pietro. Infine nel 22 marzo 1073 Alessandro si muore.

Il tempo era giunto. Ildebrando aveva gittate le basi della sua politica, nell'età era maturo. Morto appena il pontefice, col darne novella al popolo, intima digiuno di tre dì e preci pubbliche onde invocare lo Spirito Santo. Spirati i tre giorni, cardinali, prelati e clero processionalmente si recano al Vaticano, dove il popolo si ragunava già pei funerali del papa. D'improvviso, alquanti amici di lui, nel religioso silenzio della turba, gridano: Ildebrando è l'eletto di s. Pietro, il designato vicario di Cristo! E salito al pergamo il cardinale Ugo Candido, allora suo amicissimo, ne spippola lussureggiante panegirico. Il popolo risponde ad eco ai partigiani d'Ildebrando. Immediatamente gli addossano la porpora, gli porgono fra gl'inni e gl'incensi il camauro, e nella chiesa di San Pietro celebrano i riti dell'esaltazione. Compiuta la cerimonia, i sacri araldi gridano:

--I diaconi, i vescovi ed i cardinali elessero l'arcidiacono Ildebrando in pontefice, gl'imposero nome di Gregorio VII, e vogliono ch'egli sia supremo signore di Roma, padre e giudice della cristianità. Collaudate, o Romani, l'elezione dei cardinali? »

Il popolo grida: Collaudiamo!

I vescovi di Lombardia e di Lamagna, che per le simonie, i baratti, il concubinato e le sregolatezze d'ogni maniera contro i sacri canoni, avevano a temere del carattere rigido ed inesorabile d'Ildebrando, si recano allora all'imperatore Enrico e lo supplicano che annullasse un'elezione fatta in onta dei diritti imperiali e delle costituzioni, e che non patisse l'insolenza dei Romani, i quali si volevano sottrarre al suo padronato. Enrico, anch'esso irritato, manda infatti a Roma Eberardo di Nellenburg, perchè interrogasse il popolo ed i cardinali dell'insubordinazione ai dritti dell'Impero, e, rilevata l'irregolarità dei comizi, scacciasse Gregorio, ed eleggesse altro pontefice. Giunto a Roma Eberardo, Ildebrando raccoglie il clero ed i deputati del popolo. E dinanzi a quelli per tal modo s'infinge e si scusa, che sue rispettose parole da Eberardo riportate all'imperatore, Enrico, che cuore generoso e pieghevole aveva, si chiama soddisfatto della sommessione di Ildebrando, ed ordina al vescovo di Vercelli, cancelliero dell'Impero in Italia, che celebrasse la cerimonia dell'esaltazione. Per lo che nel 1074, il dì della Purificazione, Ildebrando è prima ordinato sacerdote, indi eletto pontefice.

Una sera, dopo aver Gregorio passata la giornata a spiccar legati per tutto l'orbe cristiano, a scrivere di quelle sue lettere piene di semplicità e di schiettezza le quali fanno mirabilmente a calci con la sua storia violenta, appoggiato ad un verone del palazzo Laterano contemplava il cielo, pel quale si andavano sfioccando bianche nuvole come falde di neve. Egli, infermo da tre settimane, non aveva potuto intendere ad affari, nè i suoi amici avevano permesso che alcuno gli si avvicinasse onde non intristirlo con isconfortevoli novelle. Ora, compiutamente riavutosi, ripigliava le redini dell'universo, e ad ascoltarne i casi e le vicende si apprestava. Un camerario gli annunzia il cardinale Ugo Candido, legato nelle Spagne, che, reduce, cercava rendergli conto della missione.

Ildebrando fa cenno della testa che entrasse, ed in piedi come stava, le braccia incrociate sul petto, l'accoglie. Il cardinale entra, e dice:

--Santo padre, il conte Evoli di Roucy, il guerriero della Spagna, ha accettato di conquistare alla Chiesa le terre d'Iberia sopra i Mori, e si è fatto investire del paese come feudo ponteficio, promettendo pagarne i tributi. Ma gli altri signori spagnuoli, a cui ho fatto mostra del vostro breve, sono restati orrendamente scandalizzati dalle parole di questo, che voi, _in forza dell'autorità dell'apostolo, proibivate loro di combattere i Mori, se alle condizioni del conte di Roucy non si sottomettessero_ (_Ep._, VII, 1). Essi han perciò risposto: che pugnano e pugneranno mai sempre, finchè si tratta di liberare la penisola dagl'infedeli; ma che intendono ciò fare per loro solo utile, gloria ed interesse: che la Chiesa non può vantar dritto sulla conquista, perchè mai la Chiesa non ha mandato nè un soldo, nè un fante per combattere i Mori: e che, infine, gli è sogno di ebbro o di matto il dritto della santa sede alla sovranità della Spagna. Dappoichè nel 701, nel concilio di Toledo, il re Witiza dichiarò sè ed il popolo spagnuolo indipendente dalla santa sede, e con decreto proibì a tutti gli abitanti delle Spagne qualunque segno di ossequio alla chiesa di Roma.

Gregorio stette ad udire l'ardita risposta degli Spagnuoli, per gli storici giustissima, per lui sediziosa, e dopo alquanto di silenzio dimandò:

--E voi, cosa avete risposto voi a quei ribelli, messer cardinale?

--Io mi son taciuto « disse il cardinale », dappoichè, santo padre, quivi non si trattava ribattere parole con parole, ma distruggere fatti. Ora e' dà segno di stoltezza chi contro l'evidenza dei fatti osa pugnare.

--Sta bene « risponde Gregorio severamente »; ritiratevi dunque, ser cardinale, poichè m'avvedo che voi v'intendete meglio di donne che di canoni.

Il cardinale Ugo Candido, uomo dottissimo ma ecclesiastico come tutti quelli d'allora, vale a dire punticcio in fatto di donneare, ed inoltre superbo e violento, guarda il pontefice di maniera corrucciata, poi facendo un passo indietro ed un gesto di disdegno, soggiunge:

--Mi ritiro, santo padre: ma vi ricordo che Ildebrando non mi parlò così il giorno che mi sedusse, e lo feci mutare in Gregorio VII.

E Gregorio perdette un altro amico.