Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 9

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--Ascoltami Iddio, ascoltatemi Gesù Cristo, e vergine Maria, ascoltate tutti, santi del cielo, angeli ed arcangeli, troni e dominazioni, il sacramento che io fo. Se di questa ferita non muoio, possano le mie ossa non avere quiete nel sepolcro, possa mancarmi il cibo alla fame, l'acqua alla sete, il sonno alle pupille, possano i demonii impossessarsi dell'anima mia e straziarla di rimorsi e di paure finchè vivo, e col fuoco eterno dopo la morte, se non mi vendico di mio fratello--fossimo entrambi a morire sul medesimo letto, fossimo entrambi a comunicarci al medesimo altare--giuro di non perdonargli mai, mai, mai!

--Mai! sclama fra sè Alberada colpita, mio Dio! che si richiede dunque da me?

--Baroni, ecco la storia che io contai a Melfi, soggiunse l'abate di Cluny, Cuno non morì. Roberto Guiscardo subito dopo sposò Alberada. Innocente come era ed angosciata per doversi separare dal padre, la santa fanciulla quasi invita lo seguitò all'altare. Questa memoria, udendo il mio racconto, allucina Roberto, che appone ad amore per altrui il pietoso stato dell'animo di colei, la quale avrebbe tolto anzi morire che dipartirsi dal padre suo. Alberada fu ripudiata. Decidete or voi, monsignore, se la verità noi favellammo.

--Vi domando perdono, ser abate, risponde Gisulfo, se vi aspreggiai di parole, ed a voi altresì, priore di Lacedonia. Roberto agì da forsennato. Alberada era innocente.

E sì dicendo il principe Gisulfo porgeva una mano all'abate, un'altra al priore, e si alzava dalla mensa. I suoi ospiti lo seguivano. Allora a lui si para innanzi l'arcivescovo di Salerno, Alfano, e dice:

--Ed a me, monsignore, a me non dimandate voi perdono dell'avermi detto mentitore?

--A voi, messer arcivescovo, che ardiste dare del pazzo a nostra sorella, fiero risponde Gisulfo, a voi non solo non dimandiamo scusa, ma aggiungiamo che siete uno scimunito ubriaco.

Alfano a quelle brutali parole corrusca negli sguardi, e portando la mano al fianco, dove soleva tenere il pugnale, fa due passi verso il principe. Poi tutto ad un tratto ristà e dice:

--A domani, principe Gisulfo.

La principessa intanto dimandava:

--E Cuno ha perdonato il fratel suo, messer abate?

A questa domanda Ugone sembra interdetto. Ei resta un momento a riflettere, poi risponde:

--L'ha perdonato.

--Mai! mai! sclama Alberada fra sè, uscendo dalla sala, mio Dio! che si richiedeva dunque da me!

Allora sotto l'uscio della stanza il priore le si accosta all'orecchio e dice:

--Alberada, deggio favellarti.

A quella voce ella si scuote: retrocede da prima, poi si accosta, e presa da subito tremito che le invade tutta la persona, risponde:

--Non è più tempo, Guiberto, guárdati: fuggi--le terre d'Italia non sono più per te.

Le nostre leggitrici han già del pari compreso che Cuno era Ildebrando, ora Gregorio VII; Goccelino, Guiberto priore di Lacedonia.

VIII.

Io vinsi al cesto Il figliuolo d'Enope Clitomede, Alceo Pleuronio nella lotta, a cui M'aveva sfidato; superai nel corso L'agile Ificlo; e nel vibrar dell'asta Polidoro e Fileo. _Iliade_, XXIII.

All'ora di sesta del domattino tutto era in punto pel proposto sperimento della forza e dell'agilità dei candidati al combattimento con i campioni normanni. Avevano steccata una lizza nello spianato della chiesa di San Matteo, che allora si edificava, e sopra cui davano le finestre delle case circostanti. Da queste, sì la principessa moglie di Gisulfo che le consorti dei suoi cortigiani potevan tutto bellamente osservare. Ad una estremità del parallelogramma avevano levato una tribuna, sulla quale sedevano, come giudici della tenzone, Ugone abate di Cluny, Guaimaro conte di Capaccio, Giordano sire del castello di Corneto nel Cilento, Castelmanno figliuolo del conte Adelferio, e Giovanni figlio di Ademario _il rosso_. Essendo tutti longobardi, stupenda vista e' facevano con le loro lunghe barbe ondeggianti sui petti coverti a guarnelli di bianco panno di Cipro. All'altra estremità della lizza aprivasi la porta per introdurre i campioni già radunati in numero di sette, ed erano, come si segnarono coi segni di croce sur una pergamena tenuta dal maestro di campo di Gisulfo: Gisulfo principe di Salerno; Baccelardo il _diseredato_ come veniva addimandato; Alfano arcivescovo di Salerno; Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli; Pietro conte di Atenolfo; un milite chiamato Romualdo, e Laidulfo lo Zanni. Il quale ultimo si segnò e scomparve dalla tenda, sì che tutti pensarono non fosse una burla, e col maestro di campo si dolsero aver ricevuto fra mezzo a loro un cotal satiro. Ma il maestro di campo li pregò di star cheti, perchè quell'uomo, comunque e' si fosse alcuno di loro non disonorava.

L'abate di Cluny celebrò la messa. I campioni l'udirono, giurando sull'ostia della comunione di non fare per niun modo uso di ciurmerie e d'invocazioni diaboliche onde vincere la prova. Dopo, l'abate si recò al suo posto, i campioni alla tenda.

Innanzi di essersi cimentato alcuno non poteva assistere allo sperimento dell'altro.

Ciò stabilito le trombe suonarono e la lizza si aprì.

Primo ad entrarvi fu il milite chiamato Romualdo. Un compagno di armi gli recò grosso ferro di cavallo ben compatto, ben chiuso, saldo, non forato. Romualdo andò dritto a presentarlo ai giudici, perchè minutamente l'osservassero, poi lo presentò al popolo, fitto e numeroso, che si addossava allo steccato, recandolo in giro. Egli aveva le maniche del ghiazzerino di bufalo rimboccate fino al gomito; portò il ferro sempre alzato in alto perchè di frode non si dubitasse. E come lo ebbero tutti veduto, Romualdo ritorna presso la bigoncia dei commissari, e lo lancia iteratamente in alto, facendo che netto risuonasse al suolo. Poi lo riprende, lo rileva novellamente sulla testa perchè tutti lo rivedessero intero, lo abbranca tra ambo le mani, ed in due secondi senza sforzo, senza alterare il colore del viso, come avesse rotta una ciambella, in due lo spezza, giusto nel mezzo, ed ai giudici presenta i due pezzi, con lo stesso garbo, con la stessa celerità che avrebbe messa un cerretano a fare scomparire due bossoli.

--Bravo! bravo! grida la plebe: ed i giudici stessi lodarono sì la sua forza che la sua destrezza.

Romualdo si appoggia delle spalle allo steccato ed aspetta.

Un araldo d'armi allora annunzia Pietro conte di Atenolfo, ed Astolfo figliuolo di Marino Capece di Napoli. Nel sorteggio erano dessi usciti dopo il milite. Entrarono in fatti i due signori accompagnati dagli scudieri che recavano le spade e le mazze di acciaro. Anch'essi si soggettarono alla cerimonia della visita. E poi gli era ben mestieri che si fosse misurato il diametro dei manichi delle mazze rispettive; e si trovò quello della mazza del conte Pietro un pollice e mezzo circa, due pollici quello del sire di Marigliano Astolfo. Fatto ciò, si portarono due ceppi nel mezzo dell'arena, sopra i quali ciascuno collocò la sua mazza. Fu primo il conte Pietro a scagliare il colpo. Alzò la daga lentamente sulla spalla sinistra, fissò il mezzo del manico, ed il colpo cadde. La barra di acciaro è recisa quasi che tutta; ma l'arma si rompe nell'elsa fra le mani del conte, di tal che si accagionò questo incidente se intera non fu partita.

Il sire di Marigliano sorride, ed a volta sua alzando la spada, la si vede corruscare per aria come baleno, la si ode sibilare e piombare sul manico d'acciaro con la forza di un mangano. Ed una parte della mazza era caduta da un lato del ceppo, l'altra dall'altro, messa in due, netta come se fosse stata di neve.

I giudici applaudiscono al colpo poderoso, e la plebe grida forte: _alleluia, alleluia!_ quasi avesse voluto adular quel signore. Del che il conte Pietro adirato manda a dolersi col principe Gisulfo; e questi ordina che fossero presi trenta di que' sciagurati e frustati, da poichè e' non erano scesi nell'arena onde sollazzar la marmaglia e togliere applausi da lei, ma per far generosa prova di chi meglio avrebbe difesa la patria.

Il conte Pietro, che si era veduto umiliato da Astolfo, lo sfida alla lotta. E' si credeva certo di vittoria, perciocchè statura gigantesca aveva e membra robuste a petto di Astolfo, piccino anzi che no, e segaligno. Il sire di Marigliano resta un istante titubante alla sfida. Ma poscia, arrovetando la faccia, per solito pallida, accetta, e senza pigliare indugi si cava il giubettino, e si colloca in positura di aspettare l'assalto del nemico. A quell'inatteso spettacolo i commissari ed il popolo si alzano per meglio osservare. Ed in fatti il conte Pietro, vestito come si trovava di ferro, si avventa sopra il sire di Marigliano per ghermirlo dal collo, sollevarlo da terra, fargli perdere ogni equilibrio. Astolfo, al primo assalto, sfugge il pericolo avvinchiandosi alle braccia di lui e lotta di polsi onde ridurlo ad indietreggiare. Ma il conte sta fermo. Anzi gli restituisce tal urto, che il meschino va a cader supino due passi lontano. La sconfitta di Astolfo però è avvertita appena, tanto sollecitamente risorge dal terreno e in piedi si mostra a fronte al conte. Questi, confortato dal primo pegno di vittoria, ritorna per aggavignarlo dal collo. E vi riesce, e lo solleva circa otto pollici dal terreno. Astolfo allora sentitosi a quelle strette, gli si attorciglia ai fianchi con le braccia, gl'involge le gambe tra le gambe, e per tal modo lo stringe alla cintola che a poco a poco si vede il conte Pietro allascare le braccia, la faccia da prima s'impallidisce, poi colorasi a rosso, poi addiviene paonazza, poi livida, infine si annerisce come la vôlta di un camino, strabuzza gli occhi, il sangue gli rompe dalle narici e dalle orecchie, si spezza in due, e cade resupino con Astolfo sul ventre.

E questi così fittamente si era attaccato al conte Pietro che le sue braccia sembravano immedesimate nel corpo di lui. La corazza si era avvallata sotto la pressione delle braccia, la spina dorsale si era rotta, il conte Pietro era morto.

Cotal terribile prova fa restar tutti mutoli: e già si prevedeva che il sire di Marigliano sarebbe stato il campione per combattere contro il Normanno. Imperciocchè e' sembrava impossibile potersi dar saggio di vigoria maggiore dei due che Astolfo ne aveva dati.

Egli si ritira alla tenda, dove aspettavano gli altri tenitori della giostra, ed il corpo di Pietro conte di Atenolfo è menato via dall'arena.

Gli araldi annunziano Baccelardo duca di Puglia e di Calabria. Perchè questi siffattamente facevasi chiamare, agognando sempre ricuperare gli Stati del padre suo Umfredo da Roberto usurpati.

Entrò nella lizza Baccelardo vestito di gabbano di velluto scarlatto, avendo in una mano pennoncino dello stesso colore, e dall'altra uno stocco lungo e sfilato somigliante tutto ad uno spiedo. E subito appresso a lui vennero quattro scudieri, che menavano grosso toro nero con la testa bendata, ed un cavallo leardo rotato, svelto, lungo, vispo, che andava saltarellando dietro al palafreniere come un levriere. Baccelardo vi salta sopra e comanda agli scudieri di ritirarsi.

Egli allora si accosta alla bestia, si piega sul destriero, e con l'elsa a croce dello stocco le strappa la benda. La luce del sole che lo colpisce negli occhi fa restare il toro come stordito. Guarda il popolo imbiettato nello steccato con torvo e lento sguardo, fiuta il terreno, e con le zampe comincia a gittarselo alla pancia. Baccelardo prima fa sventolargli innanzi del muso la banderuola rossa, poi lo punge al fianco con lo stocco. Il toro mugnola ferocemente e non si muove. Il cavaliere lo torna a tribulare in più parti con punture e gli fa ripassare avanti agli occhi il rosso pennoncello. Ma anche questa volta la bestia si contenta di far udire cupo muggito e pestare dei piedi l'arena.

--Per l'anima mia! sclama Baccelardo, che torpido codardo animale!

E di bel nuovo forte lo punzecchia. Allora il toro tutto ad un tratto dà un salto dal lato dove egli si trovava e gli va sopra. La presta cavriuola che il giannetto spicca lo sottrae dal colpo cui giusto nel bel mezzo del petto il corno formidabile aveva diretto. Baccelardo fugge per lo steccato, sempre agitando la rossa banderuola, ed il toro lo insegue. Infine questo si ferma e Baccelardo gli torna sopra ad aizzarlo. E la belva novellamente ad inseguirlo sordamente, orribilmente muggendo, ed egli a novellamente fuggire. Ma come il cavaliere si fu accorto da quel muggito sordo e profondo, e dallo scintillare dell'occhio, arroventato come carbone ardente, che il parossismo del furore del toro toccava l'apice, e' si ritragge verso la porta, dove stavano già presti gli scudieri, con le lance arrestate per difendersi, e di un salto scendendo di cavallo lo consegna loro. Quest'operazione fu l'affare di un minuto. Pure il toro, che all'altra estremità della lizza lo puntava, incontanente gli corre addosso e si trovarono l'uno a fronte dell'altro. Baccelardo adesso non solamente non si ritrae, ma gitta lo stocco da un lato. Il selvaggio animale lo fulmina prima di uno sguardo, indi piega la testa per menargli terribile cornata. E di questa certo fuor fuori lo avrebbe passato e slanciato a morir lontano sulle teste degli spettatori, se egli non si trovava lesto a profittar di quella sfavorevole positura. Salta da un lato, afferra il toro di una mano per un corno, sì che lo costringe a ritorcere la testa, dall'altra per la coda irrequieta. Orribili ad udirsi furono i mugghi della belva così disquilibrata e resa inabile ad usar di sue forze. Perciocchè, chiunque una volta ha veduto una _Corrida de toros_ sa, come a tutto disadatto sia questo in quella situazione, e quali erano _las cositas_ che Pacquito Montes soleva fare per _las sinoritas_ di Andalusia, ed io gliele vidi fare. Infrattanto sforzi spaventevoli metteva la fiera onde raddrizzare il capo, e palleggiarsi sulle corna l'ardito giovane; costui però, puntando, soda ed inchiodata la teneva, e di un occhio feroce dominava ed affascinava il sanguigno suo sguardo. Baccelardo allora descrive un mezzo giro, costringe il toro, sempre in quella attitudine, a seguirlo, lo trascina per l'arena fino innanzi alla tribuna dei commissari. E come si è colà, mentre della mancina se lo teneva la testa sommessa, con la destra gli scarica in un baleno fra le due corna cotal pugno con la manopola di ferro, che l'animale dà in un grido feroce ed a terra stramazza. Baccelardo tira quindi il pugnale, sottile come uno spillo, e fra le due corna glielo caccia.

Tutti allora gridano: al miracolo, al miracolo; è uno stregone!! E le donne segnatamente cominciavano a far delle croci a furia e sclamavano: ecco il diavolo: _Iesus Maria!_ vedete là il diavolo.

In effetti, elleno non avevano torto. Dappoichè sull'impalcata che copriva la tribuna dei commissarii, tutto ad un tratto si vede rizzare un essere singolare, fino allora rimastovi accosciato. Colui aveva piuttosto l'aspetto di satiro che di uomo. Della persona era basso, scarno. I patimenti, e forse il digiuno, avevano consumato di sopra le sue ossa ogni adipe, ogni succo inutile. Però egli era altresì restato asciutto ed ossuto per modo, che i suoi tendini ed i suoi muscoli gli si disegnavano sotto la pelle abbronzata, come in certi s. Bartolomei che sogliono fare i pittori, per istomachevole e truce edificazione dei fedeli. Il collo aveva toruto; la mano lunga, stecchita, grandissima. Della faccia poi non distinguevasi gran cosa. Non aveva che un dito di fronte e le livide labbra scoverte di pelo, tutto il di più era irsuto di setolacce rossigne, folte e lunghe, che scomposte gli piovevano sul petto--non escluso il naso piccino alzato della punta verso la fronte. La quale fronte, bassa e stretta, circondava a guisa di zona bianca, lenticolata, la testa piatta e schiacciata come quella dei Samoiedi. In una parola, incarnava colui la figura di quel pittore, il quale rimproverò il Caracci di non saper dipingere animali, ed in animale dal Caracci fu ritratto, come nel museo napolitano si può vedere.

Solo spiccatamente risaltavano in quel deforme capo due occhi turchini, che vibranti e lucidi, quasi due fiaccole nel fondo di buia caverna, rutilavano nell'orbita; poi i denti bianchissimi che guarnivano una bocca, la quale fendeva la testa orizzontalmente in due parti disuguali. Perocchè, tutto al rovescio degli altri uomini, costui aveva corta altrettanto la metà del volto dalla bocca alla fronte che lunga dalla bocca al mento.

Ei vestiva un giubbetto di cuoio di bufalo bollito, dall'attrito raspato il pelo, dall'orgia e dall'incuria maculato in guisa da sembrare screziato come il manto della tigre. Poi un paio di brache, anche di cuoio di bufalo rattoppate di fresco a pelle di capra non rasa dei peli. Alla cintura non portava arma, tranne il pugnale.

Costui era Laidulfo lo Zanni.

Laidulfo aveva veduto il prodigioso colpo di Baccelardo, ed il toro atterrato. E' si lascia scorrere, della testa in giù, lungo uno staggio che serviva da pilastro alla tribuna, e come un gatto salta nello steccato. Ognuno pensò che, se colui non fosse davvero il diavolo, non poteva mancar di essere per fermo una belva che si avventava alla bestia uccisa per divorarla. Imperciocchè Laidulfo in due salti è sul toro, ed afferratolo dai piedi, con gioia feroce comincia a trascinarlo per la lizza. E' lo trasse fin presso la porta di rincontro ai giudici. Dove essendo giunto, con ambo le mani apprese ai piedi di dietro, sale sul parapetto di difesa che circondava il recinto, solleva di terra la smisurata bestia, e principia a dondolarla, a guisa di campana, a dritta ed a mancina. Indi mette uno sforzo spropositato e la scaglia parecchi passi lontano da lui. Ciò fatto dà novellamente un salto grottesco nell'arena, si slancia sulle palizzate dall'altro lato, e dispare in un momento, come un momento solo era durato l'apparizione e l'opera sua.

E la plebe che lo aveva riconosciuto e che per un suo eguale simpatizzava, rompe ogni riguardo e grida bravo, _alleluia!_ Questo è il campione che si voleva, viva Laidulfo il pazzo, Laidulfo il buffone!

L'araldo interrompe le clamorose ovazioni, ed annunzia monsignor Alfano arcivescovo di Salerno ed il principe Gisulfo.

I nostri lettori si ricorderanno senza dubbio con quali parole la sera dell'orgia si separassero questi due signori, e come l'arcivescovo, poeta famigerato ai tempi suoi e in seguito, fusse stato offeso bestialmente dal principe. Non appena quindi un pochino di raggio dell'alba si mise nella camera di Alfano, che tutta la notte, malgrado il vino non aveva potuto chiuder pupilla, chiama a sè il suo maestro di palazzo e manda a pregare Baccelardo si volesse compiacere a lui venire. Al che, come Baccelardo ebbe obbedito, Alfano lo supplica di recarsi incontanente in nome di lui, arcivescovo di Salerno, a sfidare il principe per quella mattina, a primo transito o a tutta oltranza, secondo a lui fosse gradito. Baccelardo gli fece da prima gravi osservazioni. Però il prelato essendosi mostrato duro, gli fu giuoco forza portarsi ad intimare la sfida. E Gisulfo, che uomo di cuore era, l'accetta senza punto esitare, e decisero che si sarebbero battuti quella mane stessa, nello steccato della prova.

Infatti montati ambedue sopra superbi cavalli e coverti di piastra e di maglia entrano nella lizza. I loro scudieri portavano lance e rotelle. I preliminari dell'abbattimento non furono lunghi. Convengono subito che si sarebbero battuti fino che l'uno non fosse morto, o non avesse dimandato mercè. Si situano quindi l'uno di rincontro all'altro, avvegnachè lo steccato non fosse interamente atto a quella pugna, perchè corto, e mettono in resta le lance dopo aversi attaccato al collo gli scudi. Il maestro del campo fa suonare la tromba, e l'uno sull'altro si rovescia. La prima corsa di lancia è fatale al principe: perocchè la sua scivola sull'elmo di acciaro dell'arcivescovo, il quale piegandosi, la schiva, e si va a piantar nel terreno. L'asta di costui poi si rompe sul petto del principe dopo avergli forata la rotella e la corazza, attraversata la maglia, e sfiorato alquanto le costole. Gisulfo resta saldo sul cavallo: animosamente si tira dal petto il mozzicone, e riprende la lancia che il suo scudiero gli presenta. Novella lancia è data altresì ad Alfano, ed ai loro posti ricollocansi. La seconda corsa è pure a disvantaggio di Gisulfo: dappoichè egli fracassa l'asta sua sullo scudo dell'arcivescovo; questi lo colpisce di tal poderosa maniera sulla corona principesca, sormontante la celata, che rotte le gorgiere, lo fa percuotere delle spalle sulla groppa del cavallo, e spiccar sangue dalle narici.

Il principe di Salerno sbuffava di modo orrendo così due volte umiliato dall'offeso prelato. Si riprendono novelle lance, e si situano per cominciar la terza corsa. Questa fiata però la fortuna è diversa. L'asta dell'arcivescovo lambe il collo del principe, sguizzando sulla polita spalliera, e va a ficcarsi nell'estremo della groppa al cavallo; quella di Gisulfo passa Alfano da parte a parte dal petto, lo ribocca, spezza le cinghie della sella, gli fa perder le staffe, e sollevandolo di peso così infilzato, trascorre l'arena, trascinato dal cavallo furioso per la ferita, e va a gittarlo sotto la bigoncia dei commissarii.

Un grido di applausi fragoroso sbocca quasi involontario da ogni banda. Gli spettatori giudicano unanimemente doversi a lui la palma della vittoria.

Il misero arcivescovo intanto mormora le prime parole di quei versi memorabili di Orazio: _Quo pius Eneas_, e muore--muore quale aveva vissuto, valoroso cavaliere più che costumato ecclesiastico, fedele fino all'ultimo respiro alla poesia, ad Orazio, al centenario Falerno, che avevan formato la sua delizia invece della Bibbia.

Allora i giudici si riuniscono per decidere a cui spettasse l'onore della pugna del domani contro il normanno campione. E primo il sire del castello di Corneto si volge all'abate di Cluny per dimandargli del suo parere. Ma l'abate, che si trovava sotto il dominio del suo incubo sin dall'aprirsi della lotta, fraintende, e risponde:

--Il mio parere è che si seppellisca codesto arcivescovo, il quale è morto da gagliardo dopo aver vissuto da epicureo. Ed egli è ben mestieri che sappiate non intendere io per epicureo i settatori di quella dottrina severa che stabiliva il filosofo di Samo, di cui l'eloquente ed imaginoso Lucrezio sclamava: _Deus ille fuit, qui princeps vitæ rationem invenit eam quæ nunc appellatur sapientia_; ma quella sozza ed invereconda dottrina che professarono di poi i discepoli suoi, e che Orazio, Petronio e Marziale cantarono, e che la Chiesa condannò per canonizzare la sapienza del divino Aristotile. Ed avvegnachè i precetti sublimi dello Stagirita sembrassero talora eterodossi, perchè come il fulmine nasconde la sua luce nelle nuvole, quel filosofo nasconde la sua sapienza tra le tenebre della parola; non pertanto i santi Padri della Chiesa han convenuto, che niuna dottrina meglio si addice alla santità dell'evangelo, i cui proseliti, al dire di s. Giovan Crisostomo, son chiamati _fedeli, affinchè mediante il disprezzo del ragionamento umano, alla grandezza della fede si elevassero_. Io sovente ho meditate queste sante parole, e della predestinata incomprensibilità di Aristotile mi son persuaso. Pure non resterò mai dall'indagare cosa mai quell'onnipossente intelletto intendesse con l'_entelechia_ e l'_univocazione dell'essere_. Conciossiachè quel principio impalpabile, incorporeo, etereo non ho saputo giammai conciliare come mai possa essere _essenza della forma_, ed il _constituente dei corpi da cui ricevono organizzazione_. Da poichè se è canone di logica che _dat nemo quod non habet_.....