Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo
Chapter 8
Il torrente intanto era declinato, il guado reso più praticabile, e la gente dell'imperatore varcata all'altra sponda; così che la sera si giunse a Parma--Enrico III aggiustò le cose d'Italia e ripartì per Lamagna. Goccelino, cui l'imperatore in persona aveva armato cavaliere, restò. Non che lo rattenesse vaghezza del paese d'Italia, ma perchè il suo cuore non batteva più libero.
--Ah! sclama la principessa di Salerno parimenti alla mensa con le sue dame, supponevamo bene noi che la storia doveva andare a finire così. Tirate avanti, bravo abate.
--Tutte le storie dei giovani cavalieri, madonna, finiscon così, riprende l'abate salutando del capo la castellana.
» Trovavasi dunque al castello una Bertradina figlia del conte... figlia di un conte, damigella della divota contessa Beatrice, giovinetta, se volete niente avvenente, ma fastosa di natali nobilissimi e d'immaculata virtù. Su di costei aveva messo l'occhio Goccelino. Per molti anni egli tenne celato questo amore, contentandosi di muta adorazione e della proferta di uffici che la damigella non accettava mica con fierezza. Ella sembrava anzi incoraggiare l'ardimento nel giovane di qualche occhiata carezzevole, che era quanto dire in una corte di santi, dove l'amore veniva considerato come peccato. Dopo l'avventura dell'imperatore, Goccelino si fe' più ardito. Egli svela chiaro alla damigella le speranze osate concepire, richiede da lei franca risposta.
--Ed ella? dimanda Baccelardo.
--Ella non lo scacciò già con alterigia: solamente piena di contegno lo rimise al giudizio del padre suo.
--Ciò era giusto, mormora la principessa.
--Madonna, sì. Ora il conte che aveva solamente questa figliuola ed era ricco e borioso, quasi quasi non fe' cacciar via villanamente il cavaliere dal suo castello. Gli ordina però di non rimettervi più piede, e mai più favellare di sua figlia, il cui nome reputava macchiato nella bocca di un uomo, per le vene del quale scorreva il sangue di Bonizone il falegname. Poi ne muove lamento al marchese ed alla pia moglie di lui.
--Fu un minchione il vostro conte! risponde Gisulfo; io avrei dato quello sfrontatello a divorare ai segugi.
--Come vi piace, monsignore, riprende l'abate. Certo è però che Goccelino ebbe a sopportare grave riprensione dal marchese, lunga omelia dalla contessa, ed aspro e schernevole garrito dal siniscalco suo zio. Fastidito del pettegolezzo di quella corte, e' si accommiata dalla castellana e dallo sposo di lei, e se ne torna a Parma dove i signori di Correggio gli venivano altresì un poco parenti per parte di madre. Ma perchè neppur quel paese lo guariva dal fernetico, se ne rivenne alla casa paterna per disacerbare il duolo con la lontananza e l'amorevolezza dell'eccellente padre suo. Capitò allora che Cuno fosse a Roma. Goccelino vi si recò incontanente ed al fratello raccontò dell'affronto ricevuto. L'altero spirito di Cuno, che nelle dignità della Chiesa cominciava di già a progredire, ne rimane offeso. Perocchè il suo carattere era addivenuto anche più violento e puntiglioso nei rigori silenziosi del chiostro. In guisa che si fissa in mente, e fa unico scopo dell'ostinata ed intraprendente sua volontà di domare l'alterigia del conte, e di dare sposa al figliuolo del falegname Bonizone la figliuola del barone. E senza metter tempo in mezzo parte per Canossa.
--Non ci mancava che lui per completare la corona dei santi, dice Guiberto sorridendo.
--In fatti, continua l'abate, in una corte, in cui i laici non valevano una buccia, e la religione toccava il fanatismo, lascio a voi considerare se un frate, ed un frate favorito consigliero di due pontefici, e severo riformatore del costume degli ecclesiastici, dovesse tornare potente e gradito come un santo. Accadde dunque così. Da prima vi fu un po' di muffa dall'una parte e dall'altra, vi fu un po' di discussione, un po' di orgoglio, un poco di ostinazione, ancora qualche minaccia--il frate di gastighi spirituali, quelli di temporali. Infine la contessa toglie acconciar ella le cose col padre di Bertradina, e contentar tutti--tanto più che vivamente pel frate s'interessava l'unica figliuola di lei, Matilde, le quale più fanatica di tutti quanti, di nove in dieci anni, già dispotizzava sui parenti in prima, e poi sui vassalli ed i feudatari. Ad ogni modo, non saprei ben bene dirvi degli incantesimi che adoperasse la contessa Beatrice; certo gli è, che il frate, il quale già mirabilmente se la intendeva con Bertradina cui teneva dalla sua, fu contento, e si aggiustarono le nozze.
--Giorno di maledizione! si lascia uscir di bocca il priore. Tutti lo guardano. L'abate soggiunge:
--Goccelino sposa la giovane: ma si avvede presto che ella aveva per lui, anzi che amore, ripugnanza, e che mal volentieri lo seguiva all'altare. Invece pareva affascinata dal guardo di suo fratello. Donizone il cappellano poeta, divenuto altresì abate del cenobietto annesso al castello, benedisse gli sponsali; e Goccelino si menò a casa Bertradina. Fece rumore in allora che, al domani, la giovane sposa non ricevesse il _morgingab_ dal marito[1]. Se ne dissero delle grosse, e parecchie anche insolenti.
[1] Il _morgingab_ era un dono che il marito dava alla moglie dopo la prima notte delle nozze per averla trovata vergine. Ed era tanto l'entusiasmo degli uomini di allora per questa verginità, che le leggi ebbero a metter regola e modi ai loro doni.
Sia comunque, e Dio sa il vero, in queste trattative eran corsi alquanti mesi; alcuni altri il frate ne dimorò nella casa paterna. Infine ritornò a Roma dove seguì perigliosa e pertinace carriera di consigliere e di morigeratore.
--Volete che vi nomini costui? domanda l'arcivescovo sorridendo:
--Dio ve ne preservi, susurra l'abate con voce pietosa, e continua.
» In quell'intervallo Goccelino, che dalla donna sua si era compiutamente alienato, considerava quali spessi colloqui i due cognati avessero fra di loro, quale perfetta intelligenza, e come rammorbidivasi il cuore del fratel suo verso Bertradina. E sì che suo fratello ad affetto tenero e compassionevole non aveva ancora, e forse non aveva mai aperto il cuore! Ma Goccelino s'illudeva. Perocchè Cuno non dava a quella donna che pietosi avvisi, e la confortava a sopportar paziente il disgusto che il marito aveva concepito per lei, e le cento scipite fole che sul fatto del _morgingab_ correvano pel volgo. Sia però come vuolsi, certo gli è che dopo sei mesi Bertradina sgravò, e mise a luce una bambina.
--Corpo dell'ostia! grida Gisulfo, dopo sei mesi voi dite?
--Sì, monsignore. Ma ciò non torna nulla al caso; imperciocchè anche dopo sei mesi una femmina può partorire, e la prole vivere. Non pertanto io non saprei dirvi quanta fosse l'indignazione di Goccelino. Senza pigliar tempo, senza nulla considerare, ei si reca al letto della moglie, e vilipendendola del nome di adultera, le lacera il seno col pugnale.
--Dio ti perdoni, accecato! potè solo profferire la misera, e spirò.
--E Dio l'ha perdonato, sclama il priore suo malgrado e quasi parlasse fra sè.
--Goccelino andava in cerca ancora della bambina, soggiunge l'abate, allorchè Bonizone entra nella fatale camera. Egli si getta ai piedi del figlio, gli abbraccia le ginocchia, e lo supplica di contentarsi di un delitto solo. Goccelino spinge il vecchio ad urtare di capo nel suolo ed esce, e fugge. Consentite intanto un momento, belle dame, che io beva un gocciolo per inumidirmi il gorgozzule, poi ricomincio.
VII.
Ito è così, e va senza riposo Poi che morì: cotal moneta prende. A soddisfar chi è di là tropp'oso-- _Purg._ II.
E dopo che l'abate si fu qualcosa rifrancato, ed ebbe bevuta una larga sorsata di vino, continuò:
--Goccelino dunque corre subito alle scuderie, inforca il primo cavallo che gli si para alla mano e vola a Roma. Cuno era partito allora allora per l'abazia di Cluny. Goccelino gli tiene dietro. Appena e' si arrestava la notte per dare un po' di strame alla cavalcatura. Viaggiava solo, fosco come il turbine, furibondo come il tigre. Egli fece periglioso e stentato viaggio, scavalcò montagne di nevi eterne, valicò fiumi terribili, affrontò uragani, fame, incontro di belve feroci; e sempre in una tetra tensione di spirito, superò tutto, e giunse al monistero di Cluny. Non si nomò Chiese di Cuno suo fratello; ma questi era assente. Intanto gli fu proferta ospitalità se volesse attenderlo.
--Starà lungi molti dì? dimandò.
--Verrà stasera, gli risponde il frate portinaio, forse domani. Certo non tarderà guari, perchè deve ricevere il voto di certi novizi che debbono far professione, _Kirie eleison_! E siccome l'abate è a Goslar con l'imperatore Enrico, il padre priore farà la funzione, _Christe eleison_! Potete dunque attendere, ser cavaliere, se avete voglia del riverendo priore, e gustare un gocciolo, _Kirie eleison_! che il cellario può offrirvi buono come in ogni altro castello di barone. _Kirie eleison! Christe eleison!_
--Avete detto che torna domani? replica Goccelino.
--Cosa avete, ser cavaliere? chiede inquieto il portinaio, vi sentireste forse male? _Kirie eleison_! Gli è pur vero che il padre priore con reliquie ed _agnus dei_, con miracoli e senza guarisce infermi, _Christe eleison_! ma evvi ancora il vecchio padre Adalberto che.....
--Addio, frate, grida l'altro, e volgegli il dorso.
--Goccelino scomparve. Il portinaio allampanato gli tiene dietro dell'occhio; infine si segna di croce e sclama:
--Gran peccatore dovrà essere colui che per fermo veniva a confessarsi al priore. _Christe eleison!_ La sua faccia però non è quella di un contrito. _Kirie eleison!_ Ricusare anche un gotto! _Christe eleison!_--io me ne intendo di queste botti: gran peccatore! pingue furfante!
--Il brav'uomo che era quel portinaio, soggiunge l'arcivescovo. In un mese che passai a Cluny mi fece cotto quarantadue volte.
--Ne abbiamo fatto un santo dell'ordine, sclama l'abate, e Dio l'ha nel suo seno. Poi continua:
» Il priore infatti arrivò la sera, ma infermo. Il primo suo pensiero fu di andare a ringraziare s. Benedetto del prospero esito della sua spedizione, poi di cercare il letto.
» Al domani la chiesa rigurgitava di gente per contemplare la cerimonia di quattro o cinque novizi che profferivano il voto. Un sacerdote celebrò la messa. Finito l'evangelo i novizi si trassero avanti l'altare. Allora dall'attigua sacrestia uscì un frate col capperuccio calato per ricevere le loro promesse.
--Ah ci siamo, dice la principessa, io rabbrividisco di già.
--E vi è di che, riprende l'abate. Tutto il popolo infatti aveva assistito con divozione alla messa; ma con più fervore di tutti, giusto là presso ai balaustri di marmo del coro, avevano fissato un cavaliero che della fronte piegata nelle mani, immobile, fervoroso come un santo, aveva orato senza distogliersi mai.
--Birbo di santo! dice l'arcivescovo.
--Appena però si comincia la funzione della professione egli leva la testa. E' sta un momento, un momento solo a squadrare il frate che la compiva, indi di un lancio, come il gattopardo si avventa sulla preda, si avventa su colui, e col pugnale lo trafigge alla nuca. Fu l'opera di un baleno. Il povero cenobita manda un grido e cade supino. A questa vista, Goccelino anch'esso si dà un colpo di mano sulla fronte: poi come un fulmine passa per mezzo della gente atterrita, risale il cavallo che gli teneva lesto un pitocco dietro il sagrato, e scompare. Non era stato il priore che egli aveva ucciso.
--E chi dunque? dimanda la principessa di Salerno.
--Ma! un altro povero disgraziato di monaco, il quale aveva preso il luogo di lui, ambasciato da febbre urente e trattenuto a letto.
--Demonio di un giovane! sclama l'arcivescovo di Salerno. _Enceladus jaculatar audax!_
--Proprio un demonio, risponde l'abate, se vuolsi considerare l'arditezza; ma buono quanto altri mai nel cuore. In effetti, figuratevi se poche volte egli avesse versato il sangue sul campo di battaglia! Eppure, il sangue di quell'innocente, sparso nel santuario del Signore, pesò sull'anima dell'omicida come sull'anima di Caino pesava quello del fratello. Egli erra qualche tempo alla ventura per la Francia, ritorna nell'Italia, visita santuari, fa voti, cinge un cilizio, si confessa con un santo. Ma vanamente, perocchè la pallida spaventata faccia di quel frate gli stava sempre presente, sentiva sempre alle spalle la voce di Dio che l'inseguiva gridando: omicida! omicida!! Inoltre il padre di Bertradina ed il marchese di Toscana avevano messa taglia alla sua testa, ed ei si vedeva perseguitato da tutti--dall'ira degli uomini, cui temeva la meno, e dal castigo del cielo. Così che si decide andare in pellegrinaggio a Gerusalemme.
--Lasciate il viaggio, ser abate, lo consiglia Guiberto, se no l'alba ci coglie qui.
--Io non domando mica meglio. Non vi racconto dunque per minuto il difficile e lungo viaggio, perchè già sento abusar soverchio della cortesia di queste dame, e l'ore della notte inoltransi. Goccelino compì il voto. Sul sepolcro di Cristo, la schiavina coperta di cenere, il fianco allacciato da cilizio, pianse le sue peccata, si confessò, fece spaventevole penitenza. Infine l'immagine del frate, e la voce di Dio non lo perseguitarono più, ed ei si credette perdonato. Decise tornare in Italia e comporsi cogli uomini, i quali non potevano mostrarsi fieri dove che Iddio aveva accolto il suo pentimento. Sopra galera veneziana s'imbarca dunque a Cesarea.
» Ostinata burrasca li travoglie lungamente. I corsari barbareschi danno loro la caccia. Perigliano più volte andare a picco, e lunga tormentosa agonia li travaglia. Infine un fil di vento forte li gitta sulla spiaggia del Ionio, al lido di una terra di Calabria. I Veneziani rimpalmano il legno e salpano per le venete lagune. Goccelino, angustiato da febbre e stanco già di navigare, si arresta quivi, sprovveduto di scorte e di panni. Si dirige quindi al castello.
--Qual castello? domanda Gisulfo.
--Uditemi, monsignore. A Cariati.
Il barone Giselberto, e la figliuola di lui Alberada si eran messi allora allora a mensa. All'annunzio di un pellegrino, entrambi scendon nella corte per riceverlo e menarlo al tinello. Il barone gli scioglieva i sandali per lavargli i piedi, la giovinetta lo confortava di differenti ristori. Goccelino rendeva loro mercè dell'ospitale carità, e pregava che desistessero da quegli uffici.
Ma Giselberto dichiarava che, per lui, un palmiere figurava Iddio, e perciò poco quanto gli potesse praticare.
--Bravo uomo! sclama Baccelardo. I Normanni non ebbero mai nè più prode, nè più santo guerriero di lui.
--Infine l'infermo fu guidato al letto e vigilato con una amorevolezza senza esempio. Eppure non gli avevano dimandato ancora nè del nome, nè della condizione, nè d'onde venisse.
--La carità, figliuoli miei, è cieca.
--E più spesso sorda! dice l'arcivescovo sorridendo. L'abate prosegue:
--La malattia di Goccelino intanto volgeva al peggio, ed egli stesso credeva di aver contratta la peste in Oriente. Però non nudriva alcuna speranza di vita. Un giorno che più grave sentiva avvicinarsi l'ora fatale, risolve scrivere a suo padre ed a suo suocero onde dimandare loro perdono. Così fa, e le lettere partono per due vassalli che il barone spicca.
Suo suocero lo aveva da lungo tempo perdonato--chè anzi non aveva mai concepita veramente collera contro di lui, perchè anch'egli credeva Bertradina colpevole, e braccheggiava dietro a Cuno, dentro Roma sicuro e despota, per vendicare la seduzione della figlia. Bonizone, giunto alla sua ora finale, agonizzava. Aveva presso di sè chiamato Cuno, onde non passare al cospetto di Dio così sconfortato e deserto di ambo i figliuoli. Cuno si era recato per dare al padre la benedizione dei moribondi. La pietosa lettera di Goccelino arriva, li commove entrambi. Bonizone lo benedice e spira.
--E la ragazza? dimanda la principessa di Salerno.
--La ragazza di Bertradina fu salva da Bonizone. Questi però non volle tenerla presso di sè, sia che anch'egli credesse colpevole Cuno, sia che gli premesse allontanare ogni memoria del vituperio. Aveva quindi chiuso in un forzierino d'ebano il libro di ore di Bertradina, vi aveva aggiunto una lettera d'invio della bambina, fatta da pubblico tabellione di Soano, e l'aveva mandata a Cuno a Roma, per mezzo di un pellegrino che si recava a Nostra Signora da Loreto e che aveva tolta la missione di portarla. La fanciulla però non vi giunse e corse voce che quel romeo l'uccidesse al colmo di mezzanotte, e del grasso fecesse prezioso unguento pel male di luna.
--Oh! lo scellerato! sclama la principessa.
--E ve n'han tanti! dice l'abate. Cuno rese dunque gli ultimi ufficii a suo padre, e si accinse a viaggio per le Calabrie, onde, se fosse a tempo ancora, rinconciliarsi con l'illuso fratello, o ringraziare il barone Giselberto e sua figlia della carità cristiana largheggiata al pellegrino. I vassalli del barone gli tennero da guida.
--E rivide il fratello?
--Sì. Goccelino non era morto; chè anzi, mercè le amorevolezze di Alberada e le mediche cognizioni di lei, riacquistava la salute e di giorno in giorno volgeva alla convalescenza. Il barone non meno della figliuola gli prodigò cure. Ma come lo vide mettersi sul meglio, lo lasciò intero alla sapiente carità di Alberada, ed intese tutto alle cacce ed ai banchetti cui e' grandemente amava.
--Il resto si prevede, dice Baccelardo,
--Ahimè, troppo, continua l'abate. La giovinetta passava lunghe ore al governo dell'infermo, il quale, cominciandosi a riavere, raccontava maravigliose storie di terra santa, e la pietosa iliade dei suoi viaggi. Bella, ingenua, vereconda, lo ascoltava quella fanciulla, e sovente versava lagrime di pietà. Dio la benedica. Dio conforti lunghi anni quella pia, che io ebbi ventura conoscere ai suoi giorni felici! Ah! non mai resterò dal piangere l'involontario male che io le feci.
--Era dessa bella? domanda la principessa.
--Ah, madonna, figuratevi che brillava come la stella del mattino. Toccava appena la più fresca giovinezza, e nell'aria infantile del sembiante le traspariva tale immaculato candore che inspirava nel tempo stesso confidenza e venerazione religiosa. Ad una statura vantaggiosa e svelta, talchè un cantore la pareggiò un dì ai cedri del Libano di Salomone ed alla regina Saba, accoppiava un profilo purissimo ed una carnagione bianca per modo che le venuzze cerulee del seno vi si disegnavano sopra pallidamente. Il corruscare dello sguardo ceruleo splendeva come i fuochi dell'opala, segnatamente quando guardava alcuno dell'abituale sua benevolenza, lo che le dava qualche cosa di non terreno, come quelle apparizioni di anime celesti di cui si racconta nelle leggende, ovvero di quelle fate che proteggono le difficili avventure di un paladino, come nei circoli della sera sogliamo udire a narrare dai menestrieri. Non dico nulla poi della soave melode della voce e della parola cortese che perenne le volava dalle labbra. Allora io mi convinsi della dottrina del veggente di Stagira, che l'anima occupa ogni parte del corpo secondo la totalità della sua perfezione e della sua essenza, non già secondo la totalità delle sue facoltà.
--Ser abate, si direbbe per Dio che voi l'amaste, dice il priore.
--Non sarebbe già la prima testa bianca ed il primo cuore freddo che ciò abbia fatto, risponde l'abate.
Tanta bellezza dunque--e nei paesi, e nelle corti di Europa, perdonate bellissime dame, io nulla mai vidi di somigliante--infiammarono l'anima di Goccelino. Avrebbe voluto essere imperatore per elevarla fino a lui! Divisava però, come col fratello si aprì, recarsi alla corte di Germania, e supplicare Enrico di concedergli tanta parte dei suoi favori da poterla impalmare. L'avesse pur fatto, chè quella donna forse lo avrebbe tornato a virtù!
--Sì, mormora il priore, l'avesse pur fatto.
--Che può l'uomo, sclama l'abate d'accento commosso, quando Iddio diversamente divisa? Dio infatti, nei suoi riposti consigli disponeva diversamente. Ella era già fidanzata a Roberto Guiscardo.
Cuno giunse al castello. Tenera, effusiva dalla parte di Goccelino fu la riconciliazione. Cuno lo perdonò. Vide anch'egli intanto la giovinetta: seppe i pensieri di suo fratello. E fosse stato che Cuno palpitasse pei giorni di quella fanciulla, con un uomo che tanto ingiusto e brutale con Bertradina si era addimostrato, fosse stato pietà di quella vergine pura, la quale, avvegnachè con solenne promessa già fidanzata, sembrava sorbire lenta seduzione da Goccelino, fosse stato infine che quel cuore di ferro anch'e' una volta si schiudesse a teneri affetti, e per la prima fiata sentisse dolce moto; certo, Cuno cominciò a colloquire più spesso con la fanciulla, e le raccontava storie d'incauti affetti, e la teneva lungi da Goccelino con parole scaltre.
--Ser abate, gli dice Alberada sotto voce all'orecchio, rammentatevi che siete per isvelare la confessione di un uomo terribile.
--E chi lo dimenticherebbe? risponde l'abate segnandosi della croce. Indi continua:
--Goccelino si avvide di quelle pratiche e qualche sospetto gli si andava insinuando nell'animo. Si era levato già di letto, ed in parte aveva racquistate le forze.
Una sera che costui, addossato ad un davanzale di finestra contemplava malinconico tramonto, di sopra la sua testa, tra il merlato di una torricella, Cuno ed Alberada favellavano. Le loro parole non si udivano distinte, nè le pronunziavano tutte sul medesimo tuono. Ma Goccelino ne udì tanto che l'anima si senti lacerare e rivivere nei feroci affetti. Cuno, per compiutamente salvarla da suo fratello, raccontava alla fanciulla normanna la storia di Bertradina. Goccelino non proferì motto. La sera si addimostrò anzi lieto più del consueto e più facondo; al fratello, che immaginava già cotto di quella donzella, disse mille cose amorevoli. La notte però, mentre Cuno dormiva, egli cerca della stanza di lui, e con sorriso feroce e diabolica voluttà gli fa sulla persona tale oltraggio che fa inorridire e che mi è legge per pudore celare. Nel castello intanto si parlò solamente di pericoloso colpo di pugnale.
--Mio Dio! mormora Alberada sommessa.
--Indi scende alle scuderie, continua l'abate e simulando ordine premuroso del barone, si fa aprire le porte del castello e fugge in Germania--dove l'imperatore lo accoglie con ogni amorevolezza, e gli tiene la parola datagli a Parma.
Il povero Ildebrando intanto......
--Ildebrando? sclamarono Gisulfo ed altri parecchi della mensa; gli è dunque di lui e di suo fratello Guiberto, qui con noi, che racconta la vostra leggenda, ser abate? Non ci eravamo dunque apposti nel sospetto.
--No, baroni, scompigliato balbetta l'abate. Poi, rimettendosi, soggiunge: io aveva altrove fisa la mente, e quel nome mi volò dalle labbra scioperatamente. Non è di lui che io favello, non è di lui. Altri sventurati volle Iddio provare coi fatti che io sono stato costretto a narrare.
--Bene sta, ser abate, bene sta, freddamente dice Gisulfo; andate innanzi, perchè noi sappiamo oggimai distinguere l'astore dall'airone.
E l'abate tutto rosso e mortificato proseguì:
--Il povero Cuno intanto dal sonno cadde nello svenimento. E per fermo di emorragia sarebbe morto, se al maestro delle scuderie non nasceva tardo dubbio di verificare, se veramente il barone avesse data quella notturna commissione al favorito palmiere. Il maestro delle scuderie, vecchio torpido e credulo, va su all'appartamento del barone e lo fa risvegliare. Giselberto forte s'indigna della soverchieria che si pensa fatta per trappolargli un cavallo, e manda a vedere alla camera dell'altro fratello. Allo spettacolo miserando si commuove ognuno. Tutto il castello si caccia sossopra, si mette in opera ogni sollecitudine per aiutare il disgraziato. Cuno in effetti rinviene, e domanda di Goccelino. Gli narrano della fuga di lui. Egli allora col residuo di forze che rimanevangli, si rizza sul letto e di voce vacillante susurra: