Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo
Chapter 5
Il castellano obbedisce. Allora l'uomo avvolto nel mantello passa innanzi, entra, e si richiude l'uscio alle spalle.
Il castellano, che era restato a guardare, gitta un sospiro ed esclama:
--Senza neppure confessarla!
--Non paventate, bravo vecchio, risponde l'abate, se avrà giudizio non le sarà fatto alcun male, io credo; perchè negli occhi vi ha una mutazione _secundum esse_ spirituale, come dice quel santo padre di Aristotile, e gli occhi di lei...
--Spero in Dio che così avvenga, lo interrompe il castellano; mi ci era affezionato, e mi porti il diavolo se non l'amava come figliuola. La si mostrava sì buona, sì dolce che neppure i martiri, Dio mi perdoni! io penso fossero stati più rassegnati.
L'abate non risponde e resta del capo appoggiato al muro a meditare.... Sa il cielo cosa meditasse l'abate di Cluny, perchè da tutti allora veniva riputato mago, a causa della indefinibile sua sapienza nei misteri dalla filosofia greca e dei rabini ebrei. Eppure oggi l'abate di Cluny è uno dei santi meglio constituiti del cielo! Come la sapevan lunga quegli uomini dei tempi di mezzo!
L'altro intanto, appena ebbe chiusa la porta, si svolse dal mantello e penetrò nelle stanze riposte.
Quel piccolo appartamento era addobbato col maggior lusso che allora si conoscesse. Vi era un salotto, col soppalco a legno intagliato e le mura coperte di cordovano a rosoni d'oro. Vi era un tavolo di frassino incrostato di avorio e di laminuzze di argento niellato, e grossi sgabelli di noce intagliati a sfingi, girigori e lacci aggroppati. Vi erano infine guastade di fiori ed una giga. Fra queste ed altre minuterie femminili però dominavano, appesi a' zoccoli e su pei tavoli, ogni maniera di attrezzi da guerra, lucenti, ricchi, ed in parecchi luoghi rintuzzati, sì che attestavano non avere appartenuto a poltrone. Più dentro poi, un letto coverto di un cielo di dommaschi paglini con grosse nappe che ne fermavano le bandinelle alle colonne attortigliate di noce brunito, un inginochiatoio con un libro di ore brutalmente alluminato, aperto, ed uno stipo capriccioso di forma, intarsiato di tasso a figure mostruose e fiori, su di cui una lamina di ossidiana forbita onde servire da specchio, e pettini, e calamistri, e vai, e fiori, ed un pugnaletto sottile come grosso spillo, e delle fiale che potevano contenere forse della nanfa, più probabilmente veleni. Presso ad una finestra infine sedeva giovane donna, neglettamente e semplicemente vestita tutta di bruno, ed assorta a contemplare il cielo così profondamente, che non si avvide dell'uomo penetrato di sì poca cerimonia nel suo santuario. Il qual santuario era, bello e buono, l'appartamento del castellano a lei per cortese affetto o per compassione ceduto. Il nuovo venuto gira lentissimamente intorno lo sguardo, poi aggronda e dice:
--Quante morbidezze!
A quella voce la donna si volge, gitta forte un grido, e retrocedendo fino al davanzale e tutta rannicchiandosi nella persona, convulsa e tremante sclama:
--Ildebrando!
All'esclamazione di entrambi succede un momento di silenzio. Finalmente l'uomo soggiunse:
--Per lo appunto, Ildebrando. Vi fo forse paura, Alberada?
--Paura no, mormora colei levandosi ritta, riprendendo con uno sforzo di volontà tutta la sua dignità e spezzando il fascino, donde in sulle prime il rossigno sguardo di quell'uomo l'aveva avvinta. Paura no, ribrezzo.
--Ah! e per qual ragione, madonna? Imperocchè, da quanto io mi sappia, giammai scortesia avete ricevuto da me.
--Sarà vero, messere, rispose ingenuamente colei, ma io veggo nella vostra persona qualche cosa di sinistro, ed ogni qual volta mi sono abbattuta in voi, sempre sventura novella mi colpì. Voi siete il demonio attaccato ai passi miei.
--Ah! siete dunque anche eretica, Alberada, per credere l'uomo subordinato a due geni come i Manichei. Male, male, figliuola mia.
--Insomma, messere, usatemi la cortesia di dirmi cosa cercate da me. Voi, per fermo, non venite che per annunziarmi la morte. V'incontrai nel castello di mio padre a Cariati, e scene di sangue lo funestarono. V'incontrai nel castello di mio marito a Melfi, e da lui fui ripudiata. V'incontrai a Montecasino, ed ecco che mi avete rilegata in una tomba, disgiunta dall'universo, priva di libertà. Sollecitatevi, profferite la sentenza che avete fatta decretare da Alessandro II; a me sarà sollievo maggiore la morte anzi che questa spasmodica prigionia.
--Tanto presto volete morire, Alberada? susurra Ildebrando con accento tristo e sospirando. Se la vita è un tribolo per voi, ricordatevi che ogni tribolo ha pure le sue rose, ogni notte le sue stelle. Ma mettiamo da banda ciò, e statemi bene ad udire, chè d'uopo ne avete assai.
--Sia. Tenetevi dunque lontano da me, e favellate.
--Io vi fo raccapriccio, Alberada? Ebbene ascoltatemi. Io voglio sollevare per un istante un velo che solo un uomo sollevò altra volta sotto suggello di confessione. Ma queste sono le ultime parole che l'uomo vecchio rivelano in me, sono gli ultimi aneliti che ricordano Ildebrando, la pagina estrema di un racconto che dovrà essere dimenticato, che i posteri dovranno ignorare. Qui finisce la storia dell'uomo, per cominciare quella del santo. Non resistermi, Alberada. Questo è l'ultimo tentativo di ravvivare una fiaccola già estinta.
--Vi ascolto, signore, mormora Alberada con voce tremante, vi ascolto bene, ma non v'intendo. Solamente mi accorgo che voi, per solito avaro di parole e cupo più delle prigioni di questa Tomba, siete dominato da delirio.
--Chi beve il vino s'inebria, chi si caccia nel fuoco si brucia. Questo delirio desta in me la vostra presenza. Voi mi fate rivivere a memorie, che il dì 25 marzo 1073 seppellii con Ildebrando. Sappi dunque, Alberada, che io ti ho amata, come giammai donna in terra si potè amare di veemenza maggiore.
--Oh! non mi era dunque ingannata io!
--Che? mi avevi forse penetrato tu? Avevi tu forse letto nell'anima mia una passione colpevole, un sacrilegio che tante notti insonni mi ha fatto trascorrere combattuto dalla volontà e dall'istinto? Dì, favella per amore di Dio, dimmi se nulla mai ne palesasti ad altro uomo, se il tuo sospetto fu anche sospetto d'altrui, se v'ha sulla terra altro essere umano, fuori del mio confessore e di te, che sia consapevole di tanta mia debolezza? Parla dunque, hai rivelato mai a vivente che Ildebrando ti abbia amato?
--No, perchè io mi credetti insozzata di codesto vostro amore, io, fidanzata di Roberto Guiscardo e figlia dei barone Giselberto Squassapostierle. Quella sera che, sul merlato delle torri di Cariati, credevate favellarmi dei perigli delle passioni inavvedute, quella sera, nel caldo del discorrere, il delirio vi dominò come adesso, e mi svelaste che mi amavate.
--E tu? tu rivelasti a... a quel demonio di mio fratello il segreto fatale?
--No, messere, perchè io non favello delle cose che mi tornano ad onta.
--Dio sia lodato! la mia debolezza morrà qui, sclama Ildebrando gittando un sospiro e lasciandosi cadere sur una sedia.
--Morrà qui con me! Non è questo che volevate dirmi, Ildebrando?
--Ah! mormora costui meditando la trista interpretazione che Alberada aveva data alle sue parole. Con te, dici? Ebbene, sì: può avvenire anche ciò, Alberada, e puoi anche essere libera, se alla mia volontà sarai pieghevole. Perocchè io ho fatto sacramento innanzi la persona di Cristo, che, da oggi in poi, non vi sarà altra volontà sulla terra che la mia.
--Audace giuramento, interrompe Alberada.
--Che sarà audacemente mantenuto, continua Ildebrando. Sì, Alberada, io ti ho amata, e quanta sciagura da questa passione mi fosse tornata, io dirti non potrei senza farti tutta raccapricciare novellamente. Io non aveva amato alcuno. Io non aveva conosciuta mia madre, che pochissimo, mio padre poco ancora ed aspro. Io insomma, mi era veduto isolato nei chiostri fanciullo. Io aveva udito predicarmi tutto dì, sotto pena di peccato, di segregarmi dal mondo e dalle sue passioni; avevo dovuto interdirmi ogni affetto tenero, ogni moto di sensibilità. Io avevo dovuto in ogni essere a me somigliante considerare un nemico che studiava trascinarmi all'inferno, in ogni desiderio un peccato. Sulla terra io non doveva vedere che me, e fuori di me Iddio. Ora, a Dio la fantasia indocile ed irritata dalle meditazioni cercava dare un'esistenza, una forma--e sempre gli dava quella di una donna! Così, una figura svelta, bianca, diafana, l'occhio azzurro soavissimo, la persona gentile, aereggiante in un velo di pudore e di candidezza, una forma come era la tua, Alberada, come eri tu nel castello del padre tuo. Ah! che la effigie più degna di rappresentare Iddio è quella della donna!
--E voi siete prete e cardinale?
--Io sono uomo, Alberada; Dio mi fe' uomo. E questa imagine ostinata della donna mi veniva sempre avanti nelle meditazioni, m'isprava nelle preghiere, mi apriva il cielo, m'indorava di luce la vita, mi travagliava nei sogni. Questa figura trovai in te; e ti amai, e mi lasciai trascinare interiormente a quel precipizio come chi è preso dalla vertigine. Seppi però dominarmi, o almeno il credetti, poichè tu mi dici che il segreto periglioso mi scappò pure dalle labbra. Ora non se ne parli più. Fu un momento d'aberrazione che con molte lagrime ho pianto poi; fu una colpa che di pena terribile ho pagata. Non se ne parli più, e guai, Alberada, guai a te, guai a colui cui questo tristo segreto fosse svelato. Io vivo oramai nell'avvenire: il passato mi fa orrore.
--Se gli è questo tutto quel che richiedete da me, messere, la vostra volontà sarà fatta. Codesta vostra passione non uscì mai dalla mia bocca, nè uscirà, perciocchè, certo, io non ho di che vantarmene.
--Forse che sì, forse troppo, riprende Ildebrando sollevando fieramente la testa ed alzandosi. Ma io credo di essermi spiegato abbastanza. Qui si snebbi dunque la frenesia che la tua vista ha in me rinnovellata, e parliamo di altro.
--Meglio così.
--Sai tu, perchè mi rivedi in questo castello?
--Se non è per venirvi a sollazzare delle sofferenze della vittima, o a venirle ad intimare il supplizio, io non saprei perchè altro.
--Per salvarti.
Alberada si stringe nelle spalle, volge la testa verso il cielo che le mandava un raggio di sole dall'abbaino, e non risponde. Ildebrando continua.
--Per rimandarti libera al priore di Lacedonia come messaggiera di pace.
--Mio Dio!
--L'ami tu dunque colui?
--È mio marito, checchè voi ne pensiate in contrario.
--Taci, non dirlo, grida Ildebrando di voce convulsa digridando. Per Gesù, codeste tue parole mi fanno male al cuore, ed io non so se giungo a dominarmi. Ascoltami bene, Alberada, e rammenta che il papa con una mano rimesta in cielo, con l'altra stringe la terra nel pugno, e può scuoterla, riempirla di sangue, desolarla dove al suo volere non pieghi, e che chi il papa tradisce, muore della morte dei traditori dentro l'anno.
» Orbene, continua Ildebrando, tu dunque devi recarti al priore di Lacedonia. Se Ildebrando l'odiava, il papa gli ha perdonato e seco vuole riconciliarsi. Egli ti aveva mandata a me a Montecasino, confidando nella tua mediazione, perchè lo salvassi. Mal non si appose, perchè io col tuo mezzo, e col tuo mezzo solamente, voglio e posso salvarlo. Che fiducioso torni a me. Non chiedo neppure che mi domandi perdono dappoichè già, per volere di Dio, lo perdonai. Egli non avrà limite nel mio amore. È priore di Lacedonia per dono di Enrico imperatore; per volere del papa sarà arcivescovo di Ravenna, che adesso appunto quel bravo prelato è morto.
--Ma il vescovado di Ravenna provvede pure l'imperatore.
--Donna, figgiti bene nella mente che sulla terra non v'ha più oggimai che un potere, e questo è quello del pontefice; che sulla terra non v'ha più che un nome, e questo è quello del papa. Un altro ordine di cose è cominciato. I vescovadi, i troni non esistono che nel pugno del papa. Egli li dà, egli li toglie. Dirai adunque a quel priore che lasci la scellerata vita che ha condotta finora, che abbandoni le bandiere dell'Amalacita Guiscardo, e torni a me.
--Ma.... interrompe Alberada.
--Ascolta, continua Ildebrando. Ti manderò in oratore a Salerno con l'abate di Cluny. Colà troverai destro abboccarti con Guiberto, perchè metterò ordine al principe Gisulfo comprare la pace a qualsiasi condizione, così Guiberto non mancherà neppure ai patti del duca di Puglia e di Calabria. Io non voglio che sia disonorato colui cui penso fare mio ornamento. Tu dunque spiegherai tutte le seduzioni, tutto il potere che egli in te riconosce e sente fatalmente, perchè Guiberto ritorni a me. Con lui riederai anche tu, cui non preparo minori dovizie di grandezze e di glorie. Io insomma non segno limite alle vostre ambizioni, se nella mia carità e nella mia affezione riporrete fiducia....
--E se si verificasse il contrario?
--Ah! se si verificasse il contrario? mormora Ildebrando pensieroso. Innanzi tutto, vuoi tu incaricarti della missione?
--Innanzi tutto giuratemi, Ildebrando, che male alcuno non verrà a Guiberto se aggiusterà fede alle mie parole.
--Donna incredula! non ti basta la mia parola?
--No, voglio il vostro giuramento. E, se debbo confessare il vero, neppure su questo ho piena credenza. Dappoichè voi che avete facoltà di mandare la gente all'inferno ed al paradiso secondo vi torna, sapete come sciogliervi di un giuramento, se vi piacesse non attenerlo.
--Tu sei un'empia assolutamente. Le parole di Guiberto hanno fruttificato in te. Ma, come tu vuoi, giuro che a Guiberto non verrà male.
--Giuro, giuro... di grazia, messere, per cui giurate voi?
--Per i santi, per Gesù, per la Vergine, per tutto il paradiso.
Alberada conserva il silenzio come aspettasse altro e fissa gli occhi su Ildebrando quasi col suo limpido sguardo cercasse penetrarlo nell'anima. Ildebrando resta calmo e mutulo. Ed Alberada soggiunge:
--Sta bene, adesso vi dico che assumo l'impresa, e che metterò ogni mia sollecitudine perchè Guiberto si concili con voi e con la Chiesa.
--Ciò non mi basta, riprende Ildebrando, mi è d'uopo che tu giuri altresì sull'ostia consacrata il giorno di Pasqua, chiusa in questa reliquia, che se Guiberto non ascolta le tue parole o non crede alle mie promesse, tu tornerai a me; che se egli vorrà per forza ritenerti tu gli sfuggirai; e che se non avrai mezzo a sfuggirgli, eleggerai piuttosto darti morte, che mancare al giuramento di qui rivenire.
Alberada rimane perplessa un momento, pensando la terribile promessa che a lei si richiedeva, poi dimanda:
--E tornando che cosa mi si riserba, messere?
Ildebrando ristà un istante e risponde:
--La morte.
--Bene sta, sclama Alberada, purchè sia una morte sollecita, una morte senza infamia e vereconda, io giuro.
--Una morte sollecita, senza infamia, senza oltraggio.
--Io giuro dunque, continua Alberada cadendo in ginocchio, giuro su questa sant'ostia che chiude il corpo di Nostro Signore, giuro di adoperarmi tutta per indurre la conciliazione tra voi ed il priore di Lacedonia, o di ritornare qui se la mia commissione, per qualsiasi evento, non riesca, o di non toccar cibo per trenta giorni, fuori della comunione, se vorrà ritenermi per forza. E se spergiuro, possano i demoni impossessarsi di me e menarmi senza posa pei quattro venti della terra, come Malco che diede lo schiaffo al signor nostro Gesù Cristo.
--Amen, risponde Ildebrando tutto radiante di gioia, seguimi adesso.
E sì dicendo si avvia, apre l'uscio senza curare di ravvilupparsi nel mantello, ed esce.
Il castellano, che stava fuori a guardare la porta, al vederlo retrocede di un passo, ed abbassa gli occhi. Ildebrando gli ordina:
--Al compiuto imbrunirsi della notte voi stesso, uomo misericordioso, guiderete a palazzo questa donna avvolta in cappa di frate benedettino. Imparate però ad interpretar meglio i nostri ordini per l'avvenire, ed a compierli giusta la nostra intenzione.
--Santo padre, _benedicite_; e mi porti il diavo.... perdono.... sarà fatto il vostro volere.
--Santo padre!! sclama Alberada sbalordita, e resta fisa ed immobile a guardare Ildebrando, che seguíto dall'abate di Cluny si allontanava.
Ildebrando era divenuto Gregorio VII.
III.
ARISTOD. Or che n'è tempo Assicuriamci e ragioniam di pace.
LIS. E l'accettarla e il ricusarla a tutta Tua scelta l'abbandono.
ARIS. Udirne i patti Pria d'ogni altro conviensi.
LIS. Eccoli e brevi. MONTI.
I legati dunque che papa Gregorio mandava a Roberto Guiscardo ed al principe di Salerno erano Alberada, camuffata della cocolla di frate, sì che pareva giovanissimo novizio, e l'abate Ugone di Cluny, entrambi incaricati di missione diversa. Conciossiachè se Alberada ebbe quella delicata di ricondurre il priore sotto le leggi della Chiesa ed a riconciliamento con Ildebrando, Ugone una più difficile doveva compierne, e nel tempo stesso segreta, per modo che la politica del pontefice doveva sentirsi, non dichiararsi di qual si voglia maniera. E per vero forse il solo abate di Cluny poteva condurre al fine sperato quella bisogna non trovandosi alcuno meglio adatto di lui a tal genere di pratiche nella corte del papa. Tuttavia questa e' si aveva tolta a malincuore. Poichè aveva compreso bene l'animo ed i disegni di Gregorio, avvegnachè questi non si fosse con lui aperto, e non gli avesse ingiunti i suoi severi ordini che in laconici ed oscuri detti, come soleva.
Ugone abate di Cluny, poteva dirsi la più eccellente pasta d'uomo quando arrivava a perder di vista le dottrine di Aristotile. Nei filosofemi di costui egli aveva cercato addentrarsi, con una perseveranza e con una pazienza da fare spavento, oggi che la più astrusa sapienza si succhia da vasi _sparsi di soavi liquori_. Compagnevole poi, motteggiatore, ilare, amico dei piaceri, si faceva amare dalle donne, desiderare nelle brigate, dove con venustà d'ingegno soleva raccontare aneddoti, miracoli, leggende di santi, storie di paladini e di fate, ed avventure occorsegli pei molti suoi viaggi. La sola macchia che poteva forse apporglisi era quel suo pizzicare un tantino di gioliva comare, quel piccarsi di sapere per minuto i fatti altrui. Ma tal difetto gli si menava buono volentieri, quando e' ne contava delle così saporite a proposito dei pontefici e dei principi che allora conducevano Europa. Ugone sapeva vivere bene fra tutte le classi; trovava sempre alcuna cosa di piacevole a dire a chiunque bazzicava con lui, passava volentieri sui peccatuzzi e sulle debolezze di chicchesia, desideroso che alle sue scappatuccie si desse pure passata. Non borioso della dignità di abate, nella quale eguagliavasi ai più grossi baroni ed infeudava castelli e terre: coi superiori lusingatore non servile, cogl'inferiori caritatevole e blando. In una parola Ugone coglieva il buono ed il piacevole dei suoi tempi difficili; alle tristizie non s'inchinava, ma non si ribellava neppure, come quel severo uomo di Gregorio VII praticò. La regola della condotta di lui chiudevasi in due parole: fare a suo modo, con l'orpello dell'onore e del dovere: altrui tollerare.
Questi era Ugone abate di Cluny, quando, uomo come gli altri uomini, alla vita terrena intendeva ed alle bisogne di questo mondo. Ma una volta sollevato nei bui circoli della metafisica di Aristotile, una volta preso ed impaniato in quel sistema--e qualcuno osava medesimamente dire che talora l'abate lo facesse a disegno per sottrarsi a cose a lui poco grate--una volta tolto in visione allo empireo dello Stagirita, Ugone si astraeva per segno che nè le miserie, nè le gioie della terra lo toccavano più, addiventava apata, inurbano, disadatto, perdeva ogni avvenenza di maniere, ogni attitudine a maneggiare affari, ogni sentimento di cristiano e di uomo.
Fortunatamente questi parossismi di alienazione in lui non erano nè lunghi, nè spessi. Egli aveva coscienza di quella malattia, chè malattia bella e buona poteva addimandarsi tal feroce meditazione. Che perciò ogni mezzo metteva in opera onde distorre la mente da lucubrazioni scientifiche. Ed ecco perchè amava i piaceri, i più delicati ed i più grossolani; usava le corti; accettava ambascerie; cercava la compagnia delle dame; banchettava lautamente; impazziva dietro a cacce ed a giullari; correva ai passi d'armi ed ai giudizi di Dio, dotto mastro in decidere di colpi di daghe e di levate di falchi; nutriva grossa corte di alani, smerigli, cantarini e destrieri. La solerzia però che avvedutamente piaggiatrice e delicata adoperava negli affari, faceva sì che poco e' si potesse ridurre al beato soggiorno di Cluny, cui lo stizzoso s. Pier Damiano, in una sua pistola (lib. VI, 4) chiama _orto di delizie fecondo di grazie diverse in gigli e rose, compiuto campo del Signore, ubi velut acervus est coelestium_. I principi ed i pontefici appellavano Ugone a compositore dei loro negozi, lo spiccavano ad oratore per gl'interessi dei loro Stati. Ed e' volentieri toglievasi dal sollazzevole soggiorno, e viaggi sosteneva e disagi per rendere altrui servigio. Perocchè la carità non ebbe ultima fra le molte sue virtù.
Così che, come il vescovo di Bovino si condusse alla tenda dei legati per guidarli al padiglione del duca Roberto, Ugone si volse ad Alberada e le disse sotto voce:
--Figliuola, noi abbiamo avuti dal santo pontefice ordini diversi; voi quello di ricondurre al bene il priore Guiberto, io quello di metter la pace fra i due principi. Pensate quindi a compiere la vostra parte, chè io farò di sdebitarmi della mia.
--Dio ci secondi, risponde Alberada. E l'abate uscì.
Roberto Guiscardo già lo attendeva. Sotto magnifico padiglione di seta di Persia e tela d'India, tolto all'emiro saracino nella conquista di Sicilia, aveva fatto rizzare un trono coperto di velluto di Venezia colore azzurro riccamente ornato. Su quel trono egli sedeva, vestito del suo manto ducale, robone di colori diversi, lungo fino ai piedi, soppannato di ermellino; in testa il berrettino traversalmente cinto da zona d'oro, senza raggi, ornata di gemme--che era appunto la corona di duca; l'anello al dito; la spada al fianco. Parte dei suoi dodici conti, e dei suoi capitani, rifulgenti d'armi e la testa scoverta, stavano in piedi nella tenda. A fianco al duca, sovra sgabello più basso, sedeva Sigelgaita, cui nessuno distintivo di femmina avrebbe contrassegnata, se non fosse stato dal bel giacco di maglia, intessuto di anelletti di oro e di argento, che là, sul petto, le si arrotondava di graziosa maniera, e dalle chiome inanellate che nudriva più lunghe degli altri--quantunque le donne longobarde vergini usassero portare intere le chiome e le tagliassero maritate. Ai piedi della sedia ducale stava un paggetto di forse dodici anni, nei cui turchini sguardi ben leggevasi quella scaltrezza prudente e vigorosa che in tanta fama lo tornò poi, e tanto alto le levò. Questi era Boemondo, più tardi principe d'Antiochia, figlio di Alberada e di Roberto.
All'avvicinarsi dell'abate, Roberto gli fece grazioso saluto e lo invitò a sedere. Ugone si recò a baciare la mano della duchessa, e s'inchinò prima al duca poi ai baroni che così pomposa corte gli componevano. Indi presentò la lettera del papa. E Roberto la prese dalle mani di lui e la passò al vescovo di Bovino, il quale lesse a voce alta e sonora:
« Gregorio VII, Pontefice massimo, _servus servorum Dei_, a Roberto Guiscardo duca di Puglia, Calabria e Sicilia salute ed apostolica benedizione, se vorrà meritarsela.
« Sappiate, signore e figliuolo, che abbiamo date nostre lettere credenziali ad Ugone abate di Cluny, il quale ve le presenterà: e lo abbiamo altresì investito di poteri quanti bastano perchè voi possiate con lui trattare sovra tutte le cose che egli esporrà. E con ciò siate sicuro che noi ci obblighiamo a tener per buono e valevole qualsivoglia accordo verrà fatto tra voi, e che ci compiaceremo molto se ai nostri consigli darete fede e compimento. Vi mandiamo intanto la nostra apostolica benedizione, e vi esortiamo a rendervene sempre più degno per l'avvenire ».
Datum Romæ, sub annulo piscatoris, Postridie nonas iunii anni MLXXV.