Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo
Chapter 4
--Messer principe, la nostra missione, sebbene per avventura riguardasse voi più direttamente, si diresse a papa Alessandro, onde le nostre preghiere vi tornassero meno sgradevoli.
Gisulfo si rizza sulla persona quasi un punteruolo dell'armadura l'avesse offeso, ed accigliato domanda:
--E quali sono codeste preghiere che ci abbiano a tornar mal gradite!
--I cittadini d'Amalfi, messer principe, continua il vescovo con calma, i cittadini di Amalfi hanno mandato il priore di Lacedonia ad oratore a duca Guiscardo perchè a pro di loro intercedesse da vostra grandezza una tregua alle angarie ed ai soprusi, che, insopportabili, di vostro comando si praticano loro incessantemente. Le taglie imposte superano d'assai i prodotti delle loro terre: il commercio che quando Amalfi si reggeva a repubblica esercitava su tutte le città di Europa, per le vostre vessazioni è stato annullato: gli _aldi_, gli _arimanni_, le maestranze, e tutte le altre condizioni di uomini, liberi negli altri paesi, sono tornati schiavi in questa povera contrada. In una parola, monsignore, la vostra mano esorbitante pesa su quegl'infelici che a Roberto Guiscardo si volsero per supplicarvi di grazia.
--Mai no! per la santa messa di Pasqua che ci deve comunicare, mai no, sclama irritato il principe di Salerno, il quale, a misura che l'oratore parlava, si andava corrucciando nel volto e digrignava dei denti ferocemente. Hanno forse dimenticato quei traditori che assassinarono nostro padre sulla spiaggia deserta del mare come un miserabile pirata?
--Non l'hanno dimenticato, monsignore: ma forse appunto perchè troppo lo ricordano, vi si accomandano di non ridurli a disperazione.
--Ah! monsignor di Bovino, sogghignando sclama Gisulfo, e' ci minacciano dunque ancora, non è vero? ed il nostro grazioso cognato li spalleggia? Non è questo che siete venuto qui ad annunziarci, monsignore?
--Messer principe, il duca Roberto è incapace delle fellonie che voi sospettate. Egli ha mandato noi a papa Alessandro perchè lo pregassimo, onde con la sua autorità e benevolenza ottenere dal vostro valore pietà per li disgraziati. Questa e non altra è stata la nostra ambasciata. Quindi aspettiamo da voi risposta, perchè il pontefice si avvisò meglio dirigerci a voi stesso come ad uomo generoso e gentile.
--Sta bene, monsignor di Bovino, risoluto risponde Gisulfo, e la nostra risposta fia questa: agli Amalfitani saranno duplicati censi, livelli, foderi e decime, che di anno in anno troveremo ancora modo di augumentare; e' saranno spogliati della marineria, e tutti ridotti a servi di gleba. A Roberto Guiscardo poi direte, che Areco e Santa Eufemia, da lui usurpate, da questo momento rientrano nel nostro dominio, e che la costa, da Salerno a Fico, appartiene a noi. Inoltre, che noi rifiutiamo con disprezzo l'alleanza di un uomo che si fa intercessore di assassini; che verremo in persona a dimandargli ragione dell'affronto che con tal suo messaggio ci ha fatto. Al priore di Lacedonia per ultimo direte, che gli daremo l'opulenta mercede dalla sua traditrice pietà meritata.
Il vescovo di Bovino stette un istante silenzioso a riflettere, guardando in volto ben bene Gisulfo, girando lo sguardo intorno sull'adunanza poi riprende:
--Messer principe, veggo che voi siete sotto il dominio del demone dell'iracondia; acquetatevi, ed acconsento di aspettare fino a domani che ritragghiate la vostra risposta.
--Arrogante prelato, scoppia allora Gisulfo; se voi non foste un uomo di chiesa, vi avremmo di già insegnato con usura per qual modo un cavaliere ritratta le sue parole. Aggiungiamo dunque di più; che noi intendiamo gittare sul volto di lui, duca Roberto Guiscardo, questo guanto di ferro, così come sul tuo volto lo gittiamo, vescovo di Bovino.
--Alto là in nome di Cristo, sclama il cancelliero del papa, rattenendo il braccio del principe di Salerno, il quale abbrancava la manopola per percuoterne il viso del vescovo. Principe Gisulfo, ricordatevi che costui, comunque malvagio, è pastore della Chiesa; non trascendete. I servitori di Dio non son soggetti che a Dio.
Il vescovo di Bovino, che era rimasto immobile ad udire, atteggiò il volto a lieve sorriso di scherno verso i due che tanto brutalmente l'insultavano, poi disse:
--Sia fatto il vostro volere, principe di Salerno. Noi recheremo le parole vostre, così scortesi che ce le avete volute dire; ed innanzi a questa nobile assemblea di baroni, prendendo a testimoni Cristo, la Madonna di Lacedonia ed il barone san Tomaso di Bovino, facciamo sacramento, che, a contare da oggi a sei mesi, vi avremo dimandato conto dell'oltraggio, sotto la vostra medesima città di Salerno.
--Amen, spavalduccio prelato, acerbamente ghignando risponde Gisulfo. E perchè in qualche modo potessimo pure mostrarvi come ci tornano graditi i vostri giuramenti, osiamo offrirvi il dono di questa catena di oro e di gemme, che ci ha servito di monile nel dì delle nozze del vostro padrone con la sfortunata nostra sorella Sigelgaita.
--Mille mercè monsignore, soggiunge fieramente il vescovo. Non ci occorrono doni perchè ci ricordassimo di voi. Noi quindi non accettiamo da voi cosa alcuna, sibbene vi dimandiamo ciò che senza macchia di vigliacco non potreste rifiutarci, perchè ci appartiene--la vostra manopola.
--Ah! ah! per farne che uso, monsignor di Bovino?
--Per attaccarcela all'elmo, ser principe, e constringervi a venircela a dimandare la prima volta che sotto le mura di Salerno ci incontreremo.
--Per il santo sepolcro! monsignore, voi ci tornate ben singolare, scoppia Gisulfo. Ma sia fatto il vostro piacere. Non sarà mai detto che noi ci fossimo mostrati taccagni ad alcuno che di morire per nostra mano dimandò. Vi raccomandiamo però, monsignore, di farvi una bella confessione delle vostre peccata quel dì che avrete la sventura d'incontrarvi con noi.
--Va bene, messere: la morte e la vita sono in mano di Dio.
E sì dicendo toglieva il guanto di mano al principe di Salerno, ed usciva con non minore solennità di quella con che era entrato nella sala del Capitolo. Allora il cancelliero si volge ai baroni e dice:
--Ai voti, baroni, e ricordatevi bene, che Iddio giudica il vostro giudizio.
--Ai voti sia pure, esclama il principe di Salerno, mettendo pel primo a vista di tutti la sua tessera nera nell'urna ». Però, venga qual vuolsi il vostro giudizio, baroni, noi abbiamo dichiarata la guerra a questo pirata normanno ed a questo assassino priore, e speriamo, col soccorso di Dio e di s. Michele Arcangelo del Gargano, vendicare la Chiesa e gli sfortunati tutti che al pari di noi furono oltraggiati da costoro.
I baroni intanto l'un dopo l'altro si accostavano all'urna, situata d'innanzi al cancelliero, per gittarvi il loro parere. Allora, quello stesso che aveva recata la pergamena a leggere all'abate di Cluny, avvicinandosi al tavolo, e mettendo nell'urna bianco dado, susurra all'orecchio del cancelliero:
--Ildebrando, salvali!
A queste parole, al suon di quella voce, all'accento commosso, alla mano tremante come un serpente se gli si fosse avventato al sembiante, il cancelliero dà un salto sul suo seggio e si alza gridando:
--Sacrilegio, baroni, sacrilegio: una donna è in mezzo di noi.
E nel tempo stesso, strappando, senza nulla considerare, il cappuccio che ascondeva la testa del frate, scovre giovane donna, cui somigliante niun pittore aveva saputo mai fino allora idear una madonna. I baroni, che intorno a lei avevano fatto cerchio, al vedere così angelica creatura stupefatti traggono indietro, e l'abate di Cluny sclama maravigliato:
--Alberada! la ripudiata consorte di Guiscardo!
Ildebrando, che con le pupille spalancate ed immobili era restato a guardarla, quasi avesse voluto in quello sguardo racchiuderla, serrarla come la mano del catalettico serra piccolo disco, divorarla con avidità di belva concitata, incenerirla, alla parola di _consorte_ si cangia in un istante, e con la mutabilità d'istrione, assidendosi, con un sorriso mefistofelico e ghiacciato soggiunge:
--La concubina del priore di Lacedonia, baroni, la concubina.
Alberada a quell'insulto si raddrizza a sua volta sulla persona, percuote il suolo del piede, e saettandolo di uno sguardo pieno di collera e di disprezzo, alteramente risponde:
--La moglie, messer cancelliero, la moglie.
LIBRO SECONDO
L'INCAMICIATA
I.
Nil mihi de fatis thalami. Superisque relictum est, Magne, queri nostros non rumpit funus amores. LUCANI, lib. V.
Due cavalieri, sul cadere di una sera di estate, cavalcavano lungo la difficile spiaggia di Salerno, e propriamente per quel dirupato sito che la divide dalle montagne di Amalfi e di Sorrento. Onde godere del piacevole fresco del mare, avevano appesi alla sella gli elmi, e la testa coprivano di quei berretti che allora si dicevano _mortai_. Vestivano giacchi di maglia, serravano al fianco la spada ed il pugnale. E' sembravano intesi a premuroso favellare, da poichè di tanto in tanto il cavaliere che precedeva nella angusta callaia faceva sostare il cavallo, e volgendo la faccia all'altro restava ad udire. Spesso però si fermavano entrambi per dar ordini alle scolte, che vigilavano alla custodia degli alloggiamenti militari, stesi a foggia di semicerchio intorno Salerno, o a guardare il naviglio dalla bandiera amalfitana che ancorava nella perigliosa rada. Di tal che il loro andare era lento anzi che no, tra perchè favellavano e speculavano il campo, tra perchè la stradicciuola, praticata per mantenere la comunicazione tra le truppe sul dorso della brulla montagna che domina Salerno, era aspra ed ingombra di ciottoli. Da su quei gioghi però bello era contemplare questa città, la quale, a cavaliero di una cima di roccia dirupata, quasi nido d'aquila, aveva castello di gotica architettura, sul cui merlato scintillavano i ferri delle lance delle sentinelle, e tutti ricinti di mura merlate erano anche que' gioghi, popolati da soldati che a lento e misurato passo vi passeggiavano. Dalla città non partiva rumore nè fumo. Non si distingueva alcuno per quelle case aggruppate le une alle altre come alveoli di arnia, triste, nericce, squallide. Sembrava grande sepolcreto. Ben altrimenti intanto poteva giudicarsi di coloro, che novella città di tende le avevano rizzata intorno, scintillanti di vivi colori--le tende appunto che appartenute avevano, non era guari, ai Saracini di Sicilia. Quel popolo di soldati brioso si recava da un padiglione ad un altro, e dai padiglioni alle galee che si cullavano voluttuosamente sul mare tranquillo. Canzoni guerresche, rumori di armadure, nitriti di cavalli, un movimento, una vita, una gioia, quasi quivi non fossero convenuti per osteggiare la città e quindi dare e ricevere la morte, ma per tornar bello un corteggio di principessa che andava a marito. Questo insomma era il campo di Roberto Guiscardo, il quale assediava il principe Gisulfo II, suo cognato, constretto a ricoverarsi tra le mura della città. I due cavalieri cavalcavano adagio, considerando, nel tempo stesso che discorrevano, da qual punto si potesse assaltare la piazza, quale fosse il lato meno difeso; avendo per fermo che, a lungo andare, non fosse stato che della fame, la pazienza dei cittadini si sarebbe stancata--posto ancora che agli urti replicati e testardi degli assalitori avessero saputo resistere. Per lo che esaminavano le baliste; i mangani da rovinare la città con un diluvio di pietre, le torri mobili per avvicinarsi alle mura e pugnare di fronte a fronte: comandavano vigilanza e coraggio a quei prodi normanni, i quali non sentivano meno il pungolo della gloria che quello della preda doviziosa loro promessa dal sacco di Salerno. Si apparecchiava pel domani novello assalto.
La sera era splendida. Il tramonto cangiava il sottile vapore, che impregnava l'aria, in una polvere di oro. Le montagne di Amalfi si disegnavano a sinistra, a tinte violette e frangiavano l'orizzonte. Il mare che si confondeva con l'infinito del cielo era calmo e voluttoso, come il seno di una fanciulla che non abbia ancora palpitato di amore. Non uno spiro di vento. Non uno di quei susurri arcani della natura vergine. Le ultime allodole che fendevano il cielo si ritiravano. La campagna di Salerno si dileguava, grigia più che verde, sotto il progressivo invadere delle ombre. Le prime stelle nel cielo, le prime lucciole sulla terra cominciavano a corruscare. Solo un ronzio d'insetti invisibili animava gli ultimi aneliti della vita del dì. Soave, irresistibile languore s'insinuava nel corpo; l'anima s'innalzava nel vago, negli spazi illimitati di Dio. Un cristiano avrebbe creduto, un poeta vaneggiato, una donna avrebbe soccombuto a qualunque parola di amore, un uomo avrebbe perdonato.... I due viaggiatori non si accorgevano di nulla.
--Tutto va bene, diceva uno dei cavalieri; vedremo se questi marrani di Longobardi sapranno sostenere ancora le picchiate di domani, chè in fede mia, Guiberto, ti prometto io, vorranno riuscire belle e sonore. Già quei di dentro sono disperati, ed il martello della fame li travaglia, così che faranno i diavoli e peggio. Questi nostri, che sono inaspriti dalla lunga resistenza e spasimano cacciare le unghie nei tesori del nostro bel cognato, non si terranno le mani alla cintola, e la chirintana vorrà tornar graziosa. Staremo a vedere, per ora non posso dichiararmi scontento.
--Ma! non dirà altrettanto madonna Sigelgaita, messer duca, rispondeva l'altro cavaliere. Alla fin fine, il principe Gisulfo le è fratello, e questi disgraziati di Longobardi sono della sua nazione.
--Bah! tutto sta che Sigelgaita senta i primi squilli delle chiarine, e veda che si cominciano a menare le mani davvero con la grazia di Dio; chè poi il suo demonio tutelare s'incarica del resto. Se l'avessi veduta, Guiberto, alla presa di Palermo! Giuro pel santo sepolcro che saresti dato in dietro della paura. Sicuro che uccise di sua mano meglio di cento Saracini.
--Qual differenza da quell'altra! sclama fra sè Guiberto, quasi meditasse le parole del duca Guiscardo, perocchè desso appunto era il cavaliere che precedeva. Alberada non reggeva alla vista del sangue. Eppure l'avevano allevata dentro il pavese di suo padre, in mezzo ai soldati.
--A proposito, ser priore, dimanda Roberto; si ha novella alcuna di lei? Te l'han dunque menata via compiutamente?
--Voi mi toccate una piaga cruenta, monsignore.
--Sai che più ci penso e più mi persuado che quel mastro Ildebrando debb'essere un birbante bello e pulito!
--E ben altro ancora, monsignore. Quell'uomo lo conosco sol io--e voi pure, Roberto, se vorreste un po' rammentare perchè motivo ripudiaste Alberada, potreste congetturarne alcuna cosa.
--Non andiamo rimuginando nel passato, priore. Ti basti avermi tolto in pace che la fosse stata accolta da te, una donna cui io aveva discacciata, e non te ne dimandassi ragione di maniera qualunque.
--Con la vostra sopportazione, messer duca, avreste avuto gran torto. Dopo la fatale storia di quello sventato dell'abate di Cluny, voi mandaste via Alberada, pizzicato da gelosia. Vi apponeste, Roberto. Gli è vero che nell'anima mia io aveva amata Alberada; ma Iddio stesso, neppure Iddio sapeva di quel segreto. Alberada aveva l'anima immacolata di tutt'altro affetto che non fosse stato il vostro. Per modo che, monsignore, voi potreste giurare che giammai donna vi ha amato, e vi amerà più fortemente e con verecondia maggiore di quella giovane. Se l'aveste udita a singhiozzare....
--Baie! piangeva di dispetto.
--Mai no, monsignore, piangeva d'amore; chè, la Dio mercè, io so bene distinguere il grano dalla saggina. Se non vi avesse amato, l'avreste udita prorompere in lamenti ed ingiurie, quando a mensa, in presenza della sua rivale, le furono gittate sul volto le vostre seconde nozze con sì poco garbo e carità che n'ebbe a stringere a tutti il cuore del dolore e della sorpresa. Ed ella non disse altro motto, che: Iddio vi perdoni, messer duca! Poi baciò sulla fronte il figliuolo Boemondo, il quale svenuto le cadde ai piedi, e lasciò il castello sul fatto, senza togliere una pezzuola, senza fermarsi un momento.
--L'è vero! sclama Roberto abbuiato.
--E vi ricorderete, continuò Guiberto, con qual rassegnato contegno, uscendo dal castello di Melfi, rifiutasse le profferte di vendetta che il suo paggio Baccelardo le presentò. A piedi, digiuna, per notte orribile, in mezzo a fitto uragano, attraversò gioghi e campi, e giacque sfinita di stento e di paura innanzi la porta di tristo abituro; perocchè tutti, a timore di voi, monsignore, le rifiutavano asilo, quasi fosse stata tocca dal gavocciolo.
--Tutti--meno che voi, pietoso priore.
--Vi domando mercè, monsignore. Ella si riparò fra le mura del chiostro di Grotta Minarda. E solamente là, come sapete, io la rividi quando saccheggiai la badia, ed usai alle monache il giuoco di farle sorprendere dai diavoli. La strappai dalle grinfe dei soldati che l'avevano adunghiata, e come la più vezzosa se la disputavano a colpi di daga. La posi sulla groppa del mio cavallo, e la condussi al priorato di Lacedonia. Quivi la sposai in tutta regola. Ma non saprei dirvi quanto mi avessi da penare per indurla a nozze novelle, e quale resistenza la mi opponesse. Mi penso perciò, monsignore, che non vi debba dolere di alcun modo se me l'abbia tolta a moglie. Niuno oltraggio soffrì mai la donna che sposa fu prima di voi. Poi, se io non sono mica duca non sono neppure un paltoniere.
--Sta bene, te ne rendo anzi mercè, sclama Roberto pensoso, se vero gli è pure che quella donna mi abbia amato mai. Non veggo però che tu ne abbia fatto assai buon governo, e che molto ti stesse a cuore il decoro di una donna che era, è d'uopo lo confessi, anche a me stata carissima, e forse....
Roberto Guiscardo gittò un sospiro e si arrestò a mezza frase. Guiberto soggiunse:
--Ed anche in questo, col vostro permesso, monsignore, voi prendete fallo. Come ebbi inteso della venuta di Alessandro e del suo cancelliero a Montecasino, compresi di leggeri che tanto contro di voi come contro di me non si sarebbe mancato portare solenni accuse.
--Non occorreva essere Isaia per profetarlo.
--Nè santo per affliggersene. Ma se io, a vero dire, non dormo meno tranquillamente sotto le censure della Chiesa, i miei vassalli non la pensano come i vostri, Roberto. Così che mi misi alquanto in angustie, e confessai ad Alberada le mie dubbiezze. Ella, che voi sapete quanto sia generosa, si offerse rappattumar tutto col papa, meglio col suo cancelliero Ildebrando. Dell'animo di costui ella aveva capito alcun poco là a Cariati, in quella trista nostra dimora. E forse non solo me ella pensava in quel suo proponimento, monsignore, ma altresì voi, voi che parimenti avevate brighe col pontefice.
--Bah! sclama Roberto levando le spalle. Si direbbe, glorioso priore, che tu vorresti regalarmi dei rimorsi.
--Eh! perchè no? i rimorsi sono anch'essi una voluttà per le anime malate e angosciate.
--Allora conservali per uso tuo, susurra Roberto sforzandosi a comporre il viso a gaiezza.
Il priore continua:
--Partimmo dunque divisati da frati. Ella era risoluta dimandare un abboccamento ad Ildebrando fuori del chiostro, sapendo quanto e' fosse sollecito delle regolarità claustrali. Quel disgraziato di Baccelardo aveva guastato tutto. Ildebrando, onde destare dal torpore il pigro Alessandro II, aveva indotto il giovane andarlo a vilipendere di vigliaccheria proprio nel baciamano, e trascinarlo a mezzi di violenza contro di entrambi noi.
--Costui l'avrò dunque sempre tra i piedi, sclama torvo Guiscardo, digrignando i denti, quasi parlasse fra sè.
Guiberto continuò senza far vista di porgli mente:
--Nè messer Ildebrando fece i conti falliti, come sapete. Io che appostava a San Germano seppi di quello sproposito di _placito_, e scrissi la mia difesa. Del fatto vostro voi già stavate sicuro, sia che non tanto mastro Ildebrando vi aveva sul liuto come me, sia che vi difendeva il principe Gisulfo. Alberada quindi ebbe a presentarsi al _placito_ e far leggere il foglio da me diretto al pontefice.
--Chi le avrebbe creduto tant'animo! mormora Roberto, sempre sopra pensiero.
--L'è vero. Però, voi sapete che succedesse colà, e come sotto pretesto di avere violate le leggi del chiostro ella fosse menata a Roma da Ildebrando per essere giudicata.
--Prete sciagurato!
--Chi sa se solamente sciagurato! riprende Guiberto sospirando. Ma la vendetta mi sta scritta nel cuore, monsignore; e voglia Iddio condannarmi a finire i miei giorni in un lebbrosaio, se non la torrò tale che se ne abbia a menar rumore per tutta Italia. Aspetto solo che ci sbarazziamo da questi ostinati di Longobardi, che poi andrò io a Roma, e in un modo qualunque farò visita a mastro Ildebrando.
--E niuna novella ve n'è arrivata da poi? dimanda Roberto dopo essere restato alcun tempo concentrato. Spero in Dio che non le abbiano fatto vitupero; dappoichè se così fosse, Guiberto, ti giuro per la mia santa corona di duca....
--Che sperate tramutare in quella di re.
--Taci. Ebbene, ti giuro in somma, che neppur io me ne starei indifferente, e l'insulto di una donna normanna sarebbe pagato a peso di sangue.
--Io non so, monsignore, se l'abbiano ingiuriata; solamente vengo assicurato di fermo da quello scimione di Laidulfo, non ha guari tornato di Roma, di avere inteso dire che l'avevan messa a languire nelle prigioni di qualche castello o monistero di là.
--Cosa è quell'aggrupparsi di soldati che corono, lì, verso borea?
--Qualche torneatrice che balla sulla corda, o qualche frate che predica il giudizio finale.
--No, non mi pare. Si affollano di troppa pressa, e tornano addietro troppo malvogliosi. Andate a vedete, Guiberto, e venitemi a raggiungere alle tende dove mi reco.
--Non è d'uopo che vada io, perocchè già un centurione trae alla nostra volta. E veggo...
--Due frati in un bel gruppo di lancieri con le picche calate. Che mai sarà?
--Io l'indovino, dice Guiberto, quei di dentro han cominciato a sentir troppo caldo dalla nostra vicinanza ed han dimandato soccorso.
--Eh! non può darsi. Io conosco la tempra ostinata di Gisulfo, e quanto superbo ei sia. Ho per sicuro che alcun altro vorrà venirci a guastare il giuoco ed a cacciare il suo cucchiaio nella nostra pentola, come fecero le dannate memorie di Nicolò II e Leone IX per le faccende di Puglia. Sta a vedere se la cosa non sia così. Qui ci menano due frati.
--Ebbene, centurione? dimanda Guiberto al soldato che loro si approssimava.
E quegli facendo cenno di saluto ai due cavalieri, si volge a Roberto Guiscardo e risponde:
--Monsignore, papa Gregorio VII manda due legati che dimandano tosto essere ammessi alla vostra presenza. Che dobbiamo fare di costoro?
--Frustateli, mormora il priore alzando le spalle e spingendo il cavallo per ritornare alle tende del duca.
Ma Roberto resta un tratto a pensare, poi ordina:
--Guidateli al nostro maestro di palazzo, monsignor di Bovino, che egli li provveda di alloggiamento per questa notte, e che dimani sieno presentati al nostro padiglione.
Ciò detto sprona il cavallo e raggiunge il priore che di male umore era partito.
II.
MAN. Dunque i nemici Braman la pace?
PUB. A Regolo han commesso D'ottenerla da voi. Se nulla ottiene, A pagar col suo sangue Il rifiuto di Roma egli a Cartago È costretto tornar. Giurollo. METASTASIO.
Trasportiamoci ora per un momento a Roma.
L'abate di Cluny, preceduto dal castellano e seguito da un uomo ravviluppato in bianco mantello, attraversarono parecchie sale della Tomba di Adriano, o Castel Sant'Angelo, come dal XII secolo si addimandò, fino a che non giunsero ad un appartamento all'angolo settentrionale di esso. Quivi, innanzi ad una porta centinata, il castellano si volge all'abate e dice:
--Ella è qui.
--Sta bene, risponde l'abate; aprite, ed attendete di fuori.