Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 3

Chapter 33,784 wordsPublic domain

--La colpa fu sua, ed io che l'accuso, l'attesto, continua l'altro. Del resto giudichi il _placito_. Dopo tre anni Alberada è stata ripudiata. E nel pieno delle gioie, madre di un figliuolo, col sorriso d'amore sulla labra, lusingata di lunga felicità, lussureggiante di speranze, è stata ripudiata Alberada, per isposarsi ad un demonio--a vostra sorella Sigelgaita, principe Gisulfo, per alimentare ambizioni e fatali desideri.

--Ciò non è vero, interrompe di nuovo Gisulfo.

--Io l'attesto, io lo giuro, grida l'altro. Le lagrime di Alberada, baroni, chiedono vendetta; voi lo farete.

--Sì, voi la farete, grida Baccelardo anch'esso in un impeto irresistibile, perchè suo padre non è più--dopo otto giorni dalla partita della figliuola moriva di languore nel castello di Cariati che gli avevano dato a guardare.

--Vi è ancora qualcuno che debba produrre sue accuse? dimanda il principe Gisulfo con l'accento soffogato dalla rabbia.

--Ancora un altro, monsignore, risponde una voce dal fondo della sala.

Ed a lentissimo passo, sorreggendosi ad un bordone, accompagnato da un cane, perchè cieco, avanza un vecchio. La sua testa era scoverta, pallidissima avea la faccia, lunga, scomposta la bianca barba, nuda e rugosa la fronte, livido tutto nella persona pel gelo della vecchiezza e della malattia che gli serpeva per le vene, incurvato, tremulo e lacero nei panni. La sua voce barcollava come quella di chi agonizza. Egli si trasse innanzi a stento, soffermandosi ad ogni passo. E come fu adagiato sur un seggio, che il campione della Chiesa sollecito gli appresta, il cane gli mette la testa sulle ginocchia e gli fissa gli occhi nel volto quasi avesse voluto leggerne i pensieri. Il vecchio gli stende la mano sulla testa, e parla:

--Nella fatale invasione dei Normanni il principato di Capua, fino al 1055, fu rispettato. Nel 1055, Riccardo conte di Aversa si sentì ben fermo nei suoi Stati, ed assai forte per non restarsene con le mani alla cintola, mentre i figliuoli di Tancredi di Altavilla facevano conquisto tanto opulento di paese. Riccardo dimanda a Roberto Guiscardo volere anch'egli fornir truppe e partire le città che nelle Puglie e nelle Calabrie si sarebbero occupate. Questo messaggio torna malgradito a Guiscardo, che perciò, unitisi il dì di Pentecoste 1054 ad Otranto, consigliò a Riccardo accrescere i suoi Stati dal lato del principato di Capua, perchè, invece, egli avrebbe fornito lui di scorte e di truppe per invaderlo. Il consiglio piace a Riccardo ed accetta. Nella prima domenica dell'avvento del 1055, Riccardo con esercito poderoso si reca infatti sotto le mura di Capua, e vi pone assedio. Allora, baroni, come sapete reggeva Capua Pandolfo V. Egli avrebbe potuto respingere il nemico con la forza; ama meglio calare ad accordi, ed ottiene che Riccardo sgomberi il campo mediante dodicimila bizantini. Una pace tanto vigliaccamente comprata durò poco. Morto Pandolfo nel 1057, Riccardo comparve di nuovo sotto le mura di Capua e le cinge di stretto assedio. Landolfo V, che era succeduto a suo padre, fa sonare a stormo le campane, e convocati i cittadini alla chiesa, dice loro:

« Capuani, qui si tratta di onore e di vita; oggi è tempo di riscattarveli. Raccomandatevi ai vostri santi, vestite le vostre armi, e dal ragazzo che sente poter lanciare una pietra al vecchio che ha forza di sostenere una spada, seguitemi tutti.

Le parole di Landolfo non piacciono ai Capuani. Gridano quindi tutti ad una volta: un riscatto, un riscatto: e scegliendo a loro araldo l'arcivescovo Gualdemaro, lo mandano a Riccardo per offrirgli dodicimila scudi d'oro.

« Noi non venimmo qui a mercanteggiare con codardi, risponde il fratello di Guiscardo; vogliamo la città a discrezione, perchè poi d'oro sappiamo noi dove trovarne.

Nè a quest'aspra risposta i Capuani si risentono. Landolfo fa inutili sforzi per menarli a battaglia; coloro tolgono piuttosto morirsi di fame che pugnare. E forse a tanto danno si sarebbe giunti, perchè il principe Landolfo ostinato era e deciso a non rendersi se non tutti morti; quando una notte prevale altro infame consiglio. Alcuni gialdonieri si uniscono a sinedrio nella piazza, e, dopo avere alquanto consultato, decidono capitolare per rendersi. Aprono perciò una porta di soccorso delle mura e spiccano un araldo d'armi al conte Riccardo, il quale per tutta risposta manda loro a dire: cacciate dalla città il principe Landolfo V, e mettetevi a discrezione. Così fecero. La mattina, tutte le campane di Capua suonano a festa come al giorno di Pasqua. Un drappello di giovani capuani si reca al palagio del principe, e balzatolo dal suo seggio, coi calci dell'asta sel menano innanzi fino fuori le mura della città. Allora le porte si aprono e quei di Riccardo si cacciano dentro per rompersi ad ogni maniera di libidine, di furti e di violenze.

--Gli è vero! sclama taluno; io vi ero.

--Baroni, quell'infelice principe Landolfo V sono io, soggiunse con voce articolata appena il vecchio, tremando in tutte le membra.

A questa rivelazione tutti i baroni del _placito_ si alzano in segno di riverenza per l'infortunio, pel caduto. Ma Landulfo che nulla vede, continua:

--Baroni, per tredici anni ho condotta vita la più miserabile che fosse mai capitata a tapino. Ho veduto morire di freddo mia moglie, in una notte di gennaio, sulle scale di un monistero, arricchito da noi, e che ci rifiutò ricovero per paura di Roberto Guiscardo. Ho veduto morire di fame due figliuoli respinti da un vescovo, creato ed arricchito da noi, per paura di Roberto Guiscardo. Ho veduto trucidato mio nipote da un valvassore, che noi avevamo donato del feudo, e violate le figlie mie morir per mano di soldati che il nostro pane avevano mangiato, per tornar graditi a Roberto Guiscardo. Ho veduto in fine scomparirmi d'innanzi un ultimo figliuolo senza che mai novella me ne fosse arrivata. Solo questo cane è rimasto al principe di una dinastia che 509 anni dominò in Italia, 481 su queste contrada; ed io mi muoio. Muoio con non altro cordoglio, che le sventure mai provocate, accumulate su di me da questi Normanni ladroni, non saranno pagate da alcuno; muoio, non rimpiangendo altri, non considerando altri fra le creature di Dio che questo povero cane, il quale mi ha guidato nelle tenebre, mi ha riscaldato col fiato nelle gelide notti, ha meco diviso la crosta che con noi partì il povero vassallo. Baroni, io metto le mie vendette nelle vostre mani: voi ne sarete giudici. Ma ricordatevi, che sarete misurati della stessa misura che altrui misurerete come dice l'Evangelo, e che Iddio pesa il vostro giudizio.

E sì dicendo il vecchio si sforza di alzarsi e partire; ma fatto appena un passo cade al suolo come tronco abbattuto, e resta. Il cane gli si accosta tosto alle labbra per fiutargli il respiro, poi gitta forte un guaito e cade anch'esso. Precipitosi alcuni di quella sala corrono a sollevare l'infelice Landolfo V; era morto.--

III.

PR. ENR. Abbominevole è quel Falstaff, un corruttore della giovinezza è quel vecchio Satana dalla barba grigia.

FALS. Vattene mariuolo! Terminate la vostra parte, molte cose mi rimangono a dire in favore di quel Falstaff.

SHAKESPEARE--_Enrico IV, Parte I_.

Il principe Gisulfo, dopo che ebbero menati via i cadaveri di Landolfo e del suo cane, si studiò pigliar la parola e difendere Roberto, ma la voce gli mancò essendo anch'egli vivamente commosso. Imperocchè in quella del principe Landolfo, più che la morte di un uomo, egli egualmente che tutti considerava la morte di una forte ed annosa dominazione. Ed una dominazione che passa senza fasto e senza rumore, è tutta una storia di delitti, di grandezze, di ardimenti che si perde nella tomba, così come la memoria del vassallo che per inedia morì.

Il cancelliere del papa, il quale solo in quella adunanza non sembrava tocco per nulla, e che durante i diversi favellari, severo ed impassibile si era mostrato, attese ancora qualche istante perchè altri s'avanzasse a profferire accuse. Poscia vedendo che nè il principe di Salerno la difesa del primo suo accusato prendeva, nè alcuno presentavasi, accigliato, ma gelidamente, alza la fronte e dice:

--Proseguite, baroni, chè il tempo non è degli uomini ma di Dio.

Quindi il campione della Chiesa si tragge innanzi novellamente e favella:

--Nobili cavalieri, io accuso il priore Guiberto, barone di Lacedonia, come complice, esecutore e consigliero di quante scelleratezze mai contro gli uomini e contro la santità di Dio e della Chiesa, il duca Guiscardo commettesse. Lo accuso inoltre come nicolaita, come simoniaco, come sacrilego, come concubinario, ed ateo profanatore delle sacre cose.

--Accusare non basta, sclama Baccelardo dal suo seggio, bisogna provare.

--Gli è ciò che mi accingo a fare, ser cavaliere, ripiglia il campione della Chiesa, se ella mi sarà cortese di udirmi. Il priore di Lacedonia dunque il dì de' SS. apostoli Pietro e Paolo predicò dal pergamo, che se Salomone, re di un guscio di paese, poteva senza offendere Iddio ed il mondo tener seco settecento mogli e trecento concubine, e medesimamente donne idolatre, di cui Iddio aveva comandato: _non ingredimini ad eas; neque de illis ingredientur ad vestras, certissime_ _enim avertent corda vestra ut sequamini deos eorum_; egli, signore di ricco e vasto priorato e barone di grosso contado, poteva bene avere una moglie e dieci concubine senza oltraggiare chicchessia. Ed una moglie e dieci concubine ha infatti nelle stesse sante mura del chiostro, egualmente che tutti gli altri frati.

--Il vescovo di Molfetta ha tre mogli e cinquanta concubine, eppure gli è amico di papa Alessandro, sclama Baccelardo.

Il campione della Chiesa non risponde all'interruttore e continua:

--Il priore di Lacedonia trascura i santi uffizi della Chiesa ed impazzisce fra crapule ed orgie. Egli il giorno di Pasqua ha fatto danzare nella chiesa i suoi frati con le loro donne, dicendo che stava scritto che Davide, per onorare Iddio, danzò innanzi l'arca: e la domenica delle palme li ha fatti entrare in chiesa a bisdosso di somari, perchè così Gesù Cristo entrò in Gerusalemme.

--Non si debbe dunque imitare Davide e nostro Signore? dimanda Baccelardo con impazienza.

Il cancelliero del papa solleva la testa e fulmina di uno sguardo il giovane cavaliere, senza però profferir verbo. Il campione della Chiesa, lo guarda anch'esso di modo uggioso e continua:

--Il priore di Lacedonia uffizia nelle chiese del suo priorato, avvegnachè il papa l'avesse interdetto, e fosse sotto i gravami degli anatemi. Egli invase le possessioni della badia di Grotta Minarda; ed avendo quella badessa mandato quattro giovani suore a portargliene gentile lamento, l'infame fe' recidere tutta la parte anteriore dell'abito alle ambasciatrici, dal petto in giù, e così sconce, con drappello di scostumati soldati, di nuovo le fece accompagnare all'abadia. Egli nella festa del _Corpus Domini_ del 1063 benedisse il popolo accorso alla chiesa con inchiostro invece di acqua lustrale, profanando le sacre funzioni, tramutando la messa in giulleria con un popolo così laidamente imbrattato. Egli battezzò suo figlio col vino; ed avendo la madrina fatte osservazioni su tale sacrilegio, il priore le dà forte dell'aspersorio nella fronte sì che la stramazza, ed il figliuol suo, urtando delle tempie al pavimento, ne muore. Egli avendo ricevuti due messi di papa Alessandro II, il quale lo chiamava al ravvedimento, castra atrocemente i due diaconi, e così vituperati li rimanda al pontefice.

--Infame, infame! sclama senza quasi avvedersene il cancelliero, e senza alzar la testa poggiata sul petto.

--Un santo padre della Chiesa s'era bene castrato da sè per essere più uomo di Dio! mormora un cappuccio dell'adunanza.

Il campione della Chiesa continua:

--In tutte le guerre, in tutte le avvisaglie, in tutte le cacce, in tutte le corti bandite, accompagnato da istrioni e cantatrici, da chierici e da soldati, si trova il priore Guiberto, e nel più folto sempre delle mischie, nel più osceno de' bagordi. Egli ha rapita la moglie al sire di castel la Baronia che si recava alla caccia. Egli ha spogliato ed incendiato il monistero di Carbonaro, mutilandone i frati. Egli si condusse nella chiesa di Villanova, al momento che quei canonici cantavano mattutino, ed avendo loro tronche le teste, li lasciò negli stalli coi breviari sulle mani. Egli, e cinquanta compagni vestiti da demoni, una notte nel 1065 penetrò nel monistero di Accadia, ed avendo contaminate quelle sante sorelle di Cristo le fece frustare pei chiostri, cantando: chè di chicchesia d'allora in poi e' si sarebbe burlato, perocchè aveva a cognato Gesù. Egli insomma si è bruttato di tutte le infamie, di tutti i delitti; ha maltrattati gli ecclesiastici, ha oltraggiato il papa--è un empio furibondo e matto di cui la terra non ne sostiene peggiore.

--Chi attesta tutto ciò? sclama Baccelardo. Quando si danno di tali accuse, gli è mestieri che una fronte si scopra per sostenerle.

--Io levo la mia, risponde solennemente il cancelliero del papa, alzandosi in piedi. Vi è chi dubiti di mia parola?

Nessuno fa motto. Il campione della Chiesa allora soggiunge:

--Finora i laici hanno rispettato codesto malvagio priore perchè egli giammai offese nè le loro persone nè le loro possessioni--anzi e' ne' bisogni e nelle guerre di ciascuno si prestò sempre volentieri e disinteressatamente. Lo hanno temuto, perchè stretto di alleanza con Roberto Guiscardo, l'uno spalleggia l'altro, l'uno dà all'altro mano forte negli attentati, e si consigliano, e di qualsiasi potere ridono. Ma voi, baroni, voi non potrete adesso con cuor freddo udire i lamenti del Santo Padre, e saprete non solo giudicarlo debitamente, ma mandare a compimento la sentenza.

Com'ebbe detto ciò, il campione della Chiesa ritornò al suo posto e si assise. Allora dal centro dell'adunanza si leva un altro, camuffato da frate, col capperuccio tirato giù giù, ed avanzandosi fino al tavolo del cancelliere, toglie la penna e scrive affrettatamente sotto una pergamena alcune righe. Indi tornando fra gli stalli dei baroni consegna quella pergamena all'abate di Cluny, che scoverto e numerando i rosoni scolpiti nel soffitto di rovere si teneva cogli occhi levati al cielo, e gli dice:

--Padre riverendo, leggete.

L'abate mezzo assorto, mezzo alienato, si riscuote come svegliato improvviso dal sonno, e si trova fra le dita la carta. Si passa la mano sulla fronte, quasi volesse sgombrarla dalla pesantezza del sonno, e dimanda:

--Che debbo dunque fare di questo negozio?

--Leggete, leggete, ser abate, sclamano alcune voci dalla sala. Ed egli levandosi da sedere legge:

« Guiberto, per volere di Dio e di Enrico III imperatore, priore nel monistero di Lacedonia e barone, ad Alessandro II antipapa, salute e pace se la desidera ».

« Avendo inteso, monsignore, che voi di pieno arbitrio, provocato da sfortunato cavaliere, dal vostro cancelliere prevaricato, avevate intimato un _placito_ in cui i medesimi baroni ed ecclesiastici dovevansi fare accusatori e giudici di me, priore e barone, e del duca Roberto Guiscardo, ed indi metter forse ancora esecuzione alla sentenza, la quale per istigazione di voi e del vostro leal cancelliero non mancherà tornarci contraria; ho creduto rispondere di per me ad alquante accuse fattemi pure altre volte, qualunque si fosse l'autorità di codesti giudici, e meglio per giustificarmi innanzi di loro, come cavaliere con cavalieri, anzi che reo con _sculdaschi_; ricordandovi inoltre cose a voi o mal conte, o mal gradite, o non volute rammentare. Bene inteso però, che, di voi parlando, monsignore, voglio sempre significare il vostro cancelliero, con me tanto grazioso, ed innanzi al mondo tanto santo.

« Paggio della contessa Beatrice di Toscana, di cui nacqui suddito, piacque alla reale memoria di Enrico III _il nero_, per lieve servigio resogli, di togliermi in grazia, e propormi la guerresca sua corte di Germania, dove avessi voluto istruirmi in altro, che nel mestiero della lancia e della daga. Come, per vero, avendo un dì dovuto risolvermi ad accettare le imperiali munificenze, dalla santa memoria di quell'imperatore fui accomandato a quel medesimo sir Adalberto arcivescovo di Brema, il quale dipoi il suo proprio figliuolo Enrico IV ebbe l'onore di consigliare. E quando quel possente imperatore mi credette in grado di prodigarmi favori, mi donò del priorato di Nostradonna di Lacedonia, e mandommi in Italia con commessa al duca Roberto Guiscardo d'investirmi l'annessovi feudo. I voleri del generoso principe, che ora è santo nella corte del cielo, furono compiuti. Per modo che io questa baronia e questo priorato per largizione imperiale tenni, tengo, e sempre al legittimo signore di esso i debiti censi, di due rose bianche ed un mazzolino di viole, nel dì di Pasqua, soddisfeci.

« Essendo quindi padrone del feudo l'imperatore di Lamagna, gli è a lui, o a messi suoi, che io debbo render conto dell'opere mie; perocchè, come sapete, o per meglio dire il vostro cancelliero sa, senza pecca di fellonia ad altrui nol potrei. Questo per quanto riguarda la competenza dei membri di codesto _placito_. In quanto alle accuse dichiaro: indebitamente querelarsi il papa degl'insultati suoi oratori contro la ragione delle genti, perchè e' mi accusarono di simonia per fatti che non sono se non dritti di feudalità che io come livelli esigo: mi accusarono di intrattener donne fra mogli e concubine non so quante, mentre ogni altro vescovo, cardinale, abate, e fino diaconi e chierici di questo secolo le tengono, le tennero quelli dei secoli passati, di cui io non sono nè mi vanto più santo: mi ordinarono lasciar via queste donne incontanente, a vituperio del Signore che solennemente fece precetto nelle sue sante Scritture: _abbandona padre e madre, ma la tua donna non abbandonare_; perchè e' mi vilipesero quando, non essendo messi imperiali, comando così oltraggiante per parte di altrui mi davano; perchè infine avendo i messi ecceduti gli ordini, forse pietosi del loro padrone, covrendomi d'insulti inauditi finora, con parole obbrobriose, io, per dritto di difesa, parimenti li oltraggiai. Così che indoverosi, per non dir petulanti, i lamenti vostri mi giunsero, messer lo papa, e mi giungeranno mai sempre, fino a che dritto l'imperatore non ve ne dia, mica canoniche censure.

--Costui bestemmia nefandamente, grida divampando il cancelliero; strappate, ser priore, strappate quell'infame scritta.

--No, no, leggete, continuate, gridano i baroni da tutti i punti della sala.

Ed il priore, senza punto avvedersi dei gridi dell'uno e dell'ingiunzione degli altri, riprende fiato e così prosegue leggendo:

« In quanto ai delitti per ultimo che il vostro cancelliero non manca tutti i giorni di appormi, io formalmente dichiaro, monsignore, sia a voi, sia ai nobili castellani che compongono il _placito_, sia agli uomini come ai miei santi avvocati ed a Dio, che egli ha mentito peggio di un giudeo, e mente; che egli è mio particolare nemico da lunghi anni, e studia di qual maniera per altrui mezzo di me vendicarsi; infine che le accuse, oltre dell'essere indegne di cavaliere, non debbono prodursi che al mio legittimo padrone.

« Queste sono le ragioni, monsignore, che per l'estrema volta io discendo ad addurvi, e che mi dispenserebbero da qualsiasi soddisfazione si potesse per avventura richiedere da me. Non pertanto, sentendomi io puro delle colpe aggiustatemi con tanta poca carità dalla frataglia mia nemica, in testa a' quali si leva il vostro santo cancelliero, e non volendo lasciare nell'animo vostro, di codesti nobili baroni, e del mio alleato duca Roberto Guiscardo, neppur l'ombra di sospetti sull'onor mio, accetto di scendere in lizza chiusa col vostro cancelliero e con prova, per giudizio di Dio, giustificarmi. Dopo ciò vi dimando la benedizione, se me ne stimate degno, e salutando codesti valorosi baroni, prego Iddio che v'illumini, e tra me ed il vostro cancelliero decida.

« Aggiungo, che la maggior parte delle accuse del campione della Chiesa sono false ».

Datum Lacedoniae triduo ante Kalendas Augusti 1070 GUBERTUS LACEDONIAE gratia Dei, Prior et Baro.

Quando l'abate di Cluny ebbe letto ciò si strinse nelle spalle ed a passo lento si approssimò al tavolo del cancelliero, e gli pose avanti la carta. E questi, piegandosi, vide che la postilla diverso carattere aveva scritta. Dimandò perciò il pugnale al principe Gisulfo e sulla punta di quello prendendo la pergamena la gittò per terra, e sopra vi calcò il piede sclamando:

--Le cose degli scomunicati non lordino i vassalli di Dio.

Colui che aveva presentata la protesta di Guiberto, all'atto codardo si alza come preso da impeto generoso; ma poi, percotendosi di ambo le pugna la fronte, si asside di nuovo senza dir motto. Però il principe Gisulfo, che uomo generoso era, trovando la parola rampogna:

--Ser cancelliero, il vostro non è condursi da cristiano. Cristo rimproverò i discepoli che d'intorno gli scacciavano la Maddalena, e duolmi che, io laico, ve lo debba rammentare. Ma questi baroni hanno udite le accuse e le difese di Guiberto, e basta. In quanto a mio cognato Guiscardo poi rispondo--nè mi curo giustificar altrimenti le mie parole fuor della spada--che non mai egli rapì gli Stati a Baccelardo, perchè Roberto succedeva al conte Umfredo, come il conte Umfredo era succeduto al conte Drogone, e questi a Guglielmo Bracciodiferro: che se fece prigioniero papa Leone IX, si servì dei diriti di vincitore, e da cristiano fedele e leal cavaliere lo trattò: che non mai ripudiò Alberada per ambizione o per mutato amore, sibbene perchè scovrì Alberada riuscirgli parente: se prese Malvito con inganno, adoperò stratagemma di guerra e quindi commendabile a capitano: infine se lo sfortunato principe Landolfo V di Capua fu scacciato dalla casa dei padri suoi, vuolsene addebitare più il principe Riccardo, che stette sodo alle codarde condizioni dei Capuani, anzi che i consigli di Guiscardo, il quale pugnava allora nelle Calabrie. Al silenzio dunque le sciocche calunnie che ci avete fatte udire, e pensate da uomini e da cavalieri, non da stupidi servi da gleba. Queste sono le ragioni che io, principe Gisulfo II di Salerno, seppi addurvi. Se poi vi ha qualcuno che le creda deboli o non vere, ecco qui la manopola di un uomo, il quale da cavaliere saprà sostenere che costui ha mentito come un infedele. Ho detto. Ai voti.

--Ai voti, ai voti! gridarono molte voci dalla sala; e tutti si alzavano per andare a mettere le tessere nell'urna; allorchè triplicata squilla di tromba fuori le porte dell'abadia risuonò.

IV.

Derobe-les à l'oeil de leurs persécuteurs, Je fuis, le jour m'epie, et s'il me voit je meurs! LAMARTINE, _La Chute d'un Ange_.

I baroni restarono fissi ai loro posti, da poichè il cancelliero aveva dato ordine ad un araldo, che faceva da mazziere alle porte della sala, di riferire a quell'adunanza chi fosse e che significasse quella chiamata di tubatore. E non passò guari e l'araldo venne ad annunziargli che egli precedeva un oratore cui Roberto Guiscardo mandava al pontefice, e che questi ai baroni rimandava per dargli udienza. Infatti e' finiva di così parlare, allorchè i battenti della sculpita porta si schiudono e comparisce il vescovo di Bovino.

Il suo passo era maestoso come a personaggio di tanto cuore e di tanto rilievo convenivasi. Vestiva corsaletto di lamine di acciaio a rabeschi d'oro, sopra di cui gittato un manto soppannato di pelli preziose, e fermato da scheggiale di gemme. Egli venne in mezzo al salone, e dopo aver salutati i baroni da prima con grazioso piegare di testa, e con maggiore sussiego il cancelliero, che immobile gli aveva fermo l'occhio addosso, fece ancora un passo verso il principe di Salerno e parlò: