Il re dei re, vol. 1 Convoglio diretto nell'XI secolo

Chapter 2

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--Io accenno a cose, baroni, che le vostre signorie già conoscono. Gli è però bene che abbiano la cortesia di rammentarsele. Nel cominciar di questo secolo, quaranta pellegrini sopra galee amalfitane, tornando di Terra Santa, approdavano a Salerno nel momento proprio che una flottiglia di Saraceni appariva nella rada e si cacciava nel porto, chiedendo forte riscatto. Il principe, per farli desistere dalle avanie, promette, ed i suoi vassalli comincia a tribolare per raccogliere la somma. I quaranta palmieri, maravigliati di tanta obbrobriosa condotta, dimandano armi e cavalli; e nel bel delle crapole e dell'orgie, in che guazzavano i Saraceni, vi dan dentro e ne fanno poderoso macello. Il rimanente ottiene appena in ventura risalir sulle navi e fuggire. Quei palmieri erano normanni. Guaimaro li colma di doni e di grazie, e li solletica con promesse di onoranze perchè restassero nella sua corte. Coloro però, caldi di riveder la patria loro, gli rispondono: « che non potevano rimanere avendo da molti anni peregrinato, che speravano visitare ancora i santuari di monte Gargano e di Montecasino, e risalutare i tetti paterni, promettengli l'invio di altri loro compagni. »

Il principe, confortato di tali promesse, li accomiata carichi di molti e bei regali. Quei Normanni giungono alla patria. I concittadini loro stupefatti de' ricchi presenti, spronati dal racconto de' splendori del cielo d'Italia, si pongono sotto la condotta di Osmondo Drengotto, ed uniti fra fratelli e nipoti, in pressochè cento, vengono in Italia.

Io non ricorderò a voi testimoni, parte, vittime dei Normanni, i loro fatti, le loro conquiste, coma e quando venissero i primi figli di Tancredi d'Altavilla, Guglielmo Braccio-di-ferro, Drogone ed Umfredo, nè quali servigi e' rendessero ai principi longobardi e quali ricompense ne togliessero, nè come infine, dopo largo pugnare, occupassero vasto paese, e Guglielmo Braccio-di-ferro fosse scelto a Matera capo dei Normanni e nominato conte di Puglia....

--Sta bene, sta bene, sclama il principe Gisulfo, sappiamo ciò, ser cavaliere; siateci cortese di venire ai vostri propositi.

--Ci siamo, monsignore, continua Baccelardo. I soldati longobardi adunque, i Normanni, gl'Italiani, i loro capi, il popolo, la maestranza, tutti si uniscono, e a suono di timpani e di oricalchi, levato Guglielmo sopra uno scudo, gli affidano il gonfalone della loro nuova terra, gli danno l'elmo sormontato da cerchio d'oro e la rotella insignita della divisa medesima in campo di argento, e lo proclamano conte di Puglia--riconoscendolo per loro primo condottiero e signore. Indi recandosi tutti ai dieta a Melfi, si dividono il conquisto. Non stette guari però e Guglielmo muore a Venosa.

--Da scomunicato.

--Da cristiano e da guerriero, senza rimorsi e senza paura, grida Baccelardo. Poi continua:

--I Normanni, accoltisi di nuovo a dieta, eleggono conte suo fratello Drogone. In quel tomo di tempo vennero gli altri figliuoli di Tancredi d'Altavilla. Umfredo padre mio, e maggiore tra i figli del secondo letto di Tancredi, fu creato conte. Roberto, che poscia per sua scaltrezza e perfidia addimandarono Guiscardo, fu mandato a sostenersi nella fortezza di San Marco in Calabria.

--E di chi era quel paese, ser cavaliere, se Dio vi aiuta? domanda una voce con accento commosso.

--Di Dio e di chi lo prendeva, riprende Baccelardo, perochè erano terre occupate da vili, ed i vili non meritano una patria.

« Enrico III intanto scendeva in Italia tra per assicurarsi la dipendenza dei Normanni, che conquistavano paese nelle provincie dell'impero, tra per mettere freno alle ribalderie dei romani pontefici che tre in una volta regnavano dentro Roma. Composte le cose dei papi, eleggendone un quarto, Enrico cavalca sopra Capua. Drogone conte di Puglia e Rainulfo conte di Aversa gli fanno quivi riverenza, e lo donano di cavalli e danari. In ricambio hanno investitura del paese conquistato sulle terre imperiali.

--Quella del papa non bastava dunque loro, domanda balbettando un membro dell'assemblea.

--Esse avevan tutte lo stesso valore, risponde Baccelardo. La investitura vera la tenevano dalle loro spade. Infrattanto i Pugliesi ribellati uccidevano molti Normanni a tradimento e facevano assassinare l'istesso conte Drogone dal suo compare Riso, mentre entrava nella chiesa di Montoglio ad udir messa. Il conte Umfredo, succeduto a Drogone, assedia e prende Montoglio e fa morire gli assassini di suo fratello quivi rifugiati.

--Adesso, ser cavaliere « l'interrompe il campione della Chiesa » abbiate la cortesia di cedere a me la parola. Questo punto del racconto vostro gli è bene che fosse rammentato da me.

--Vi ascolto « risponde Baccelardo e piegando le braccia si asside al seggio da cui il campione della Chiesa erasi levato. E quegli dice:

--L'ordine di Umfredo di governare i Pugliesi come roba da rubello fu troppo appuntino seguito. I beni della Chiesa, da costoro non rispettati; ed i santuarii violati e messi a ruba, i sacri arredi addicendo ad usi profani; le persone dei sacerdoti taglieggiate, le sante reliquie rubate e vendute come buoi tolti ad aldiani; i vassalli angariati nelle robe e nella vita, augumentati _foderi_ e _livelli_; gli uomini di condizione libera manomessi; le donne vituperate fino nei santi asili dei chiostri; in una parola la più pesante mano che la guerra potesse aggravare sugl'infedeli, i Normanni calcavano sui cristiani di Puglia. Onde avvenne che di tante crudeltà le città e le chiese si mandassero a dolere col papa perchè, mercè sua, fussero sollevate.

--Avrebbero meglio fatto di sollevarsi, sclamava una voce; chiamare un aiuto gli era chiamare un nuovo padrone.

--Il papa è padre più che padrone, continua il campione della Chiesa. Infatti Leone IX, da quel santo che egli era....

--Calate, calate, interrompe una voce, santi di quel conio non vanno agli altari.

--Da quel santo che era, insiste il campione, Leone tenne qualche motto ai principi longobardi. Ma conoscendo questi baroni come i Normanni fossero ostinati nel proposito, e tenaci nelle loro risoluzioni, persuasero il papa che senza niente affatto avvilirsi a pregarli di carità verso i vinti, si volgesse all'imperatore Enrico.

--Il consiglio era eccellente, dice un membro dell'assemblea, perchè l'imperatore, mal doveva tollerare che nei suoi Stati si andasse levando gigantesca una dominazione novella, di uomini non mai sazi di guerre nè mai pieghevoli.

--Proprio così, ser cavaliere, soggiunse il campione. Ond'è che Leone si recò in Germania, ed Iddio fe' trovar varco alle sue parole nel cuore di Enrico _il nero_, il quale con settecento gendarmi alemanni lo rimandò in Italia.

--Così, li avesse mandati all'inferno! mormorava taluno; quei saccomanni vennero a desolare l'Italia.

--E non furono i soli, replica Baccelardo perchè in Italia Leone fece altre cerne di truppa ed accozzò esercito numeroso, alla cui testa si mise egli in persona da condottiero.

--Sì; Leone si mise alla loro testa per addolcire i mali della guerra, continua il campione. Però, udendo i Normanni di quella tolta di laici e chierici che il papa loro voltava contro, gli mandano ambasciadori, simulando pentimento e voglia di soddisfarlo all'intutto. Ma gli oratori normanni non sanno di tanto mascherarsi da accecare Leone. Talchè il sant'uomo, inasprito dall'insolenza di quei venturieri, che piccoli della persona e segaligni si davano in volta boriosi per conquistare il mondo, cavalca su quel di Civitade in Capitanata il 18 giugno 1053. I Normanni ridotti allo stremo di viveri e disperati per la troppa disuguaglianza di forze, si trovano costretti accettare l'abbattimento.

« Sire Iddio » sclama allora un cavaliere « giuro ammazzarti di mia mano dugento Saraceni, se ci dai di mandare al diavolo questi bricconi di papalini ».

--E l'uomo che così giurava, soggiunge Baccelardo, era Roberto Guiscardo. E gli altri a loro volta giurarono:

« Regina Maria di Lacedonia, facciamo voto di darti tante messe nel tuo priorato, quanti di questi mariuoli del papa ognuno di noi ucciderà ».

--Gli è proprio così, ser cavaliere, » disse, continuando, il campione della Chiesa. « Il conte Umfredo comandava i Normanni. Papa Leone celebra la messa nel mezzo dei suoi alloggiamenti, dà una grossa benedizione alla sua truppa, e la schiera nella pianura, separata dai Normanni per non difficile colle. Questi lo accolgono primi. Ed a vero dire forse la pugna si sarebbe risoluta per quei della Chiesa, se quel dannato di Guiscardo non avesse fatto suonare le trombe, e non si fosse precipitato sugli Svevi con truppa fresca e disperata. Lungamente si martellano di colpi, intrepidi gli uni, feroci gli altri. Infine gli Alemanni cominciano a piegare, sono rotti e si volgono alla fuga. Roberto gavazzando nel sangue come tigre, li segue tagliandoli ai garretti, li uccide tutti finchè uno solo non ne resta. A quello spettacolo terribile Leone IX inorridito si dà a fuggire ancor egli, e cerca asilo nella fortezza di Civitade. I Normanni ve lo assediano ed ai cittadini propongono o la resa o andar tagliati a pezzi.

--Sì, dice Baccelardo interrompendo, e chi questo supplizio loro minacciava era Guiscardo. Che perciò quei poltroni spaventati cacciarono il papa fuori le mura della fortezza. Un cavaliere allora si accostò, e prendendo le redini della sua bianca mula:

« Ser papa » gli disse sorridendo « siete prigione ».

--Quel cavaliere era ancora Roberto.

--Era Roberto, » continua il campione della Chiesa; « proprio lui, egli sempre. I Normanni, in apparenza rispettosi, punsero il pontefice di amari motteggi. Gli occhi pregni di lagrime, pallidissima la faccia, Leone venia tirato dalla briglia da Guiscardo ed attraversava i ranghi dei soldati, i quali ebri di tanta bella ed inaspettata vittoria, gli si ginocchiavano schernevolmente sul passaggio per riceverne la benedizione.

--Ed avrebbero meglio ricevuti dei bisanti, dei fiaschi di Orvieto e delle lacche di maiale! interrompe una voce chioccia dal fondo della sala.

--Può ciò essere ancora, continua il campione: eran tanto scomunicati! Il conte Umfredo però prese il santo padre sotto la sua custodia: nè il lasciò a libertà se non carpiti accordi che pienamente lo soddisfacessero. Il papa ridotto a tanto stremo mal volente o volentieri condiscese a tutto, tornò libero e poco stante morì a Roma di cordoglio per gli oltraggi ricevuti. E l'uomo che tanta sventura alla cristianità cagionava era sempre Roberto.

--Sventura poi non era tanta, mormorò un cavaliere dell'adunanza: quel Leone fu una mala ventura.

--La parola è a me adesso « l'interruppe il principe Gisulfo alzandosi ».

--Con vostra licenza, monsignore, ancora due motti « pregò Baccelardo » indi giustificherete a vostro piacimento, se potrete, la condotta di vostro cognato.

Gisulfo si riassise, e quegli continuò:

--Leone IX, così vinto, investì il conte Umfredo padre mio delle terre di Puglia, di Calabria e di quanto mai avesse saputo acquistare sui Saraceni di Sicilia. Ed i Greci perdettero ancora Trani, Venosa, Acerenza, Otranto e Troia.

--Piano « l'interruppe il campione della Chiesa » Troia era stata donata al pontefice da Enrico II. Papa Niccolò II si lamentò di questa occupazione dei beni della Chiesa, e Roberto promise ritornarla. Troia non è stata restituita più alla santa sede. Continuate.

--Ridotta la Puglia « proseguì il cavaliero » tutto l'animo del conte Umfredo si rivolge alle Calabrie. Vi manda Roberto con molta mano di truppa e di scorte. Cosenza, Bisignano, Malvito, Gerace e Martorano sono prese. Poco di poi, in Puglia il conte Umfredo muore. Dal suo letto supremo chiama Roberto, facendo cenno della mano ad un frate, che apprestavagli la comunione, di attendere ancora un istante.

« Fratello caro » a Roberto egli parlò « quanto amore io ti abbia posto tu lo sai. Io di Normandia ti chiamai in questo paese, io sempre ti tenni il più prode dei miei guerrieri, il più saggio nei miei consigli; e le missioni più perigliose affidai sempre a te. Ora muoio qui, lontano dalla nostra patria, in questa patria novella che mi ha conquistata la spada. Il libero volere dei conti normanni mi elesse a loro duce, proclamandomi conte di Puglia: l'imperatore Enrico III mi investì del paese da noi conquistato: il papa rese santi i nostri acquisti dichiarandoli tutelati dalla Chiesa, dandomene anch'esso investitura. Tu sai che Drogone succedette a Guglielmo, perchè senza prole, ed io a Drogone, perchè senza figli ancor esso. Ora io ho figliuoli. Per le nostre patrie costituzioni tu sai ancora che gli Stati del padre eredita il figlio. Ti raccomando dunque il mio figliuolo Baccelardo. Giurami, Roberto, giura al tuo fratel moribondo che tu sarai il padre di Baccelardo, che gli conserverai i conquisti di che i Normanni mi fecero capo, che lo addestrerai al governo, giuramelo sui piedi di questo Cristo che abbraccio, su quest'ostia che deve comunicarmi ».

E Roberto, stendendo una mano sull'ostia e prendendo dall'altra il crocifisso, fra molte lagrime, cadendo ai piedi del letto del fratello, gridò:

« Giuro su questa santa ostia e su questo Cristo che il tuo volere sarà fatto, fratel mio caro ».

» Umfredo radiò di gioia negli occhi, assunse l'ostia, e morì.

» Ora, baroni, Roberto non ha mantenuto il giuramento, e Baccelardo, il figliuolo del caro fratello suo, va ramingando di terra in terra, sprovvisto di ogni cosa, spogliato dei suoi Stati, perseguitato come il lupo, dannato a terribile morte da suo zio. Cotesto zio è Roberto Guiscardo. Giudicatelo.

--Uhm! giudicatelo! mormora l'abbate di Farfa dal fondo del suo cappuccio: e chi si incarica di eseguire la sentenza?

--Se altri manca, Dio! sclama il cancelliero del papa rizzandosi sul suo seggio.

--Proseguite le vostre accuse, signori « torvo e pensoso dice a sua volta Gisulfo » io parlerò per ultimo.

Allora dal fondo della gran sala sorge un altro cavaliere che tirandosi fino innanzi della tavola del cancelliero favella:

--Ed io accuso Roberto Guiscardo come spergiuro di altra promessa.

--Egli ha promesso di non tenerne mai una! mormora una voce stridula dal fondo della sala.

--Pare che la sia proprio così, soggiunge il cavaliero che aveva cominciato a parlare. Infatti udite questa. Sotto la fortezza di Malvito i Normanni avevano consumato lungo tempo in assedio, senza niuna speranza di prenderla. Una mattina un araldo d'armi, preceduto da banderaio con bianco pennoncello e due trombettieri, si presenta avanti alle porte e dimanda esser introdotto. I sergenti vanno a prender l'ordine, e non passa guari, si apre una porta di soccorso per fare entrare l'araldo. Il sire di Malvito, in piedi nel vestibulo del suo castello, lo aspetta, tutto pronto a ricevere i patti della tolta dell'assedio. L'araldo invece gli dice:

« Messer Asclettino, il mio nobile signore Roberto Guiscardo conte di Puglia vi manda salute e prosperità. Nel tempo medesimo prega la cortesia vostra che vogliate concedere sepoltura nella vostra chiesa al suo compare Brado, morto la notte scorsa di ferita al ventre, onde come scomunicato non venga sotterrato in rasa campagna. Che perciò egli in nome di Dio promette che domani toglierà il campo dalle mura e sulle reliquie dei santi ve ne fa sacramento.

« Bene sta, risponde Asclettino; il sire di Malvito che non teme i Normanni vivi non avrà paura degli estinti, nè incrudelirà verso i morti. Torna dunque al conte Roberto e digli: che noi gli diamo parola di cavaliere, col favore di Gesù Cristo, di non aprir mai le porte nostre ai soldati normanni finchè ci resteranno polpe alle braccia e cuoi a' calzari; ma che non le chiuderemo giammai ai loro cadaveri--dovessero pure cercarvi ricovero tutti quanti sono.

« Mille mercè, sire di Malvito, riprende l'araldo, ed Iddio misericordioso non ascolti le vostre parole.

La sera infatti il medesimo araldo si presentava alle porte per dimandare passo al funebre corteggio di compar Brado, giusta la permissione del sire di Malvito. Sotto una bara coverta da ampio drappo giaceva il cadavere: quattro cavalieri, armati solamente delle spade, ne sostenevano i lembi, quattro frati se la recavano sul dorso ed altri sei frati con ceri accesi venivano dietro cantando _misereri_ e _Deprofundis_.

--Che lusso di frati! Ne avevano dunque delle caneve nel campo? grida l'uno.

--Più che di maiali per disfamarsene al desco--replica un altro.

--Voi credete, cavalieri? riprende il primo interlocutore. Ascoltate allora. Questo manipolo di frati tirò dritto alla chiesa. Fervorosamente tutti pregarono agli altari, poi supplicarono voler passare la notte in preghiere per l'anima del defunto, chè al domani gli avrebbero cantato messa, l'avrebbero sepolto, e sarebbero tornati al campo per dimandare a Roberto di mantenere la sua parola, avendo quel di Malvito mantenuta la sua. Asclettino, che era uomo di cuore, non rifiutò la preghiera, e nel sagrato fece loro recare molti bei fiaschi di vino e pasticci e camangiari che avevan proprio a farci uno stravizzo.

--E null'altro che questo? Capperi! i frati di Malvito si danno bene altre leccornie con le fanciulle del contado--sclama un capperuccio del sinedrio.

--Non dico mica no, continua il primo interlocutore: ma colà si trattava di mortorio, credeva il sire di Malvito. Se non che, nel cuore della notte, quando i cittadini dormivano tutti, i Normanni scoperchiarono la bara e misero fuori compare Brado vegeto e fresco come i canonici di Cosenza, e tolsero dal fondo della cassa molte belle armi, perchè di sotto le cappe e' già vestivano cotte di maglia.

--Oh birbi, birbi, birbi! sclama qualcuno.

--Spogliansi perciò degli abiti da frati, continua il primo, danno di piglio ad azze, spade e picozze, e queti queti se ne vengono alle porte. Quivi si gittano su gli arcadori di guardia e gridando: viva Guiscardo e s. Gotifrido! li scannano tutti. Indi aprono le porte a quei e fuori già in pronto, e mentre coloro della fortezza si levavano a tumulto, sapendo dentro il nemico, già i Normanni occupavano i posti delle mura, e s'impadronivano del sire di Malvito.

« Voi siete uno spergiuro, grida costui a Roberto quando gli fu menato d'innanzi, siete un disleal cavaliero.

« Mai no, risponde Guiscardo; sire di Malvito, vi giurai che dimani avrei tolto il campo dalle mura, vi ho mantenuta la parola questa notte; trasferito l'ho qui dentro.

Ora, baroni, giudicate voi se Roberto non spergiurò.

--Io non me 'l credo, mormorò una cocolla, che ben poteva essere l'abate di Farfa, che i monaci addimandavano il santo, i vassalli il maledetto.

--Vi è ancora qualcuno che ha querele da produrre? dimandò il principe Gisulfo volgendosi all'adunanza.

Ed un altro cavaliero traendosi ancora innanzi favellò:

--Io. Io che vengo ad accusare Guiscardo pel più villano ed infame di quanti mai abbian preso cingolo di milizia; avvegnachè le mie parole, monsignore, dovessero toccarvi più dappresso nel cuore.

--Messere, grida Gisulfo, rammentatevi che l'insolenza delle parole sconviene a cavaliere, se pure cavaliere voi siete, e che noi non sapremo perdonare tale inverecondia come non la sopportiamo.

--Sta bene, risponde l'altro; uditemi adesso, poi se vi piacerà regolar meco i vostri conti, non isdegnerò sollevare una maschera che per decoro non per paura mi tengo sul viso.

--Proseguite.

--Lode a Dio! Sappiate dunque che fra coloro i quali seguirono Roberto all'invasione di Calabria era un tal Giselberto Squassapostierle. Cavaliere senza macchia, aveva sposata una nipote di Tancredi d'Altavilla. Egli era primo alle scalate, ultimo nelle ritratte, avveduto nei consigli, disinteressato nel partaggio delle spoglie, ed amato e venerato dai soldati, i quali, alla presa di Gerace, gli dettero sopranome di Squassapostierle, perchè di un colpo di mazza sgangherò una porta di soccorso. Questo vecchio ed onorando cavaliero aveva una figliuola, una perla di figliuola, cui la madre mise a luce e morì. Il padre se l'aveva allevata sul Pavese e l'amava quanto non si può dire. Quella creatura era bella sovranamente e di una soavità di carattere che ammaliava ogni cuore. Sicchè il padre se la recava ognora da presso, custodita sotto il pennoncello della sua lancia, e della sua rotella. Ed era venuta su di quattordici anni quando si occupò Cariati. Roberto investì barone di quella piazza Giselberto, e gli dimandò la mano di Alberada, per la quale da più di un anno bruciava di fiamma forte e vereconda. Nè per vero dire ad Alberada tornava spiacevole Roberto, il quale nelle rare veglie della sera l'affascinava del suo sguardo ceruleo, e del rispettoso profferirle di ossequi. E poi i suoi fatti da prode facevano balzare il cuore d'ogni dama. Giselberto, che si sentiva invecchiare e forte piacevasi della caccia, gli dimandò ancora sei mesi di tempo da sperimentar libero il volere della figliuola; perocchè egli avrebbesi tolto piuttosto nemicarsi lui che contradire la volontà di Alberada. Roberto vi si acquetò malvolentieri, tardandogli godere della gioia di sì avvenente e cortese sposa; ma il barone Giselberto fu irremovibile. Si attesero dunque i sei mesi, a capo dei quali il barone si chiamò la figliuola nella sua stanza e le disse:

« Alberada, amor mio, oggi tu devi passare a marito e separarti da tuo padre, che alle tue nozze non sopravivrà di otto giorni. Parlami dunque schietto, proprio come parlassi a tua madre o alla madonna, ami tu Roberto Guiscardo? Perchè se per nulla e' ti riuscisse malgradito, giuro pel santo sepolcro, che non ho avuta la sorte di visitare, che toglierò la mia parola a Guiscardo e ti farò sposa di colui che più ami--fosse pure il chierico di San Nicodemo.

E la fanciulla cogli occhi velati di lagrime:

« Sì, padre mio, io l'amo.

« Bene sta dunque, figliuola, risponde il barone, torna alle stanze tue, chè fra poco mi vedrai.

E facendosi venire innanzi Roberto, Giselberto gli dice:

« Senti, Roberto, se tu mi avessi chiesta l'anima mia, io avrei voltate le spalle al mio angelo custode e te l'avrei data senza patti: ma tu mi hai domandata Alberada, gli è bene dunque che mi stii attento ad ascoltare. Roberto si assise incrociando le braccia sul petto, l'altro continuò:

In tante battaglie ho sparso il sangue per te, messer conte, e quando quel sangue se ne andava al diavolo giù per le vene io zuffolava un'aria di caccia. Ora tu mi vieni a dimandare più che il mio sangue, più che la mia vita, tu mi vieni a dimandare la gioia mia, il mio conforto, la mia preghiera, la mia speranza; l'angelo mio, la mia madonna--tutto insomma, tutto quanto può rendere deliziosa la vita di quaggiù, lieta quella del paradiso, e tutto questo per me è Alberada. Bene dunque, figliuolo mio, poggiati la mano sul cuore ed interrogalo. Se quello ti dice che malvagia cosa ell'è torre tanta beatitudine ad un vecchio e deserto cavaliere senza punto di amore per colei che lo bea, e tu metti la tua nella mia mano, e dimmi: Giselberto, tienti la figlia tua, io non sono quel tanto che tu puoi sperare per lei. Ma se codesto cuore ti dice che l'ami, e che l'amerai sempre, e che la saprai far felice, allora prenditela pure e lasciami morire come i vecchi cani, dimenticati, ma paghi di aver ben servito il loro padrone; perchè, pel santo giorno di Dio, io ti giuro che morirò contento.

E Roberto a lui:

« Giselberto, padre mio caro, io l'amo la tua Alberada e la farò lieta, la soave creatura.

« Dici tu vero, Roberto? gli dimanda di nuovo il barone pieno d'ansia, combattuto dalla gioia e dalla disperazione.

« Vero, risponde colui, e ti giuro per quell'ostia che deve comunicarmi al punto di morte, che io amerò sempre e terrò felice Alberada.

« Dio ci vede e ci ascolta, sclama il vecchio; Alberada sia tua.

Sapete voi, baroni, come Guiscardo ha mantenuto tanto solenne giuramento?

--Non fu colpa sua se non lo mantenne, grida Gisulfo.