Il Re bello

Part 8

Chapter 83,860 wordsPublic domain

— In America.

— Forse.

— Ne senti un po' di nostalgia, di' la verità.

— No, ma conservo sempre questa borsa tale e quale, e qualche volta mi accade di pensare a lui, alla nostra avventura.

ALLA MORTE NON SI SFUGGE

Se una ragazza giunge all'età di vent'anni con una dote abbastanza vistosa essa ha certamente dovuto allontanare da sè qualche pretendente. Nessuno fa ressa dove le tasche sono buie, ma dove c'è qualche cosa che luccica tutti si avvicinano gonfi di curiosità e di speranza. Sperare è lecito, e vale anche la pena di tornarsene con un rifiuto. Il quale rifiuto del resto è sempre discreto: chi è quell'imbecille che va a farsi dire un «no» bello tondo, sul muso? Ci si avvicina pian pianino a spirale, come fanno i mosconi, stringendo sempre più il cerchio, si fiuta, ci si posa magari un istante, magari neanche, ci si allontana pian pianino, a spirale, tranquillamente, con dignità ed eleganza.

La ragazza fa la schizzinosa, è scorbutica; si vede che ancora non è venuto il suo momento, e non accetta la corte di quello, si mostra seccata delle assiduità di quell'altro.... E gli anni passano, venti, ventuno, ventidue.... la madre il padre i nonni gli zii i fratelli.... quella gran cicala che è il mondo incomincia a cantare. Come mai questo? Perchè quest'altro? Bisogna proprio prenderlo questo famoso marito, e la fanciulla piega la testa per il suo «sì» a colui che non ama e non disprezza.

Una buona dote è anche un gran calmante al cuore e ai sensi di una fanciulla; tutti le fanno coda ad occhi bene sgranati ed ella intanto impara a sgranare i suoi, e tutti i ragionamenti che il cervello le permette di fare in simili intervalli sono tante docce gelate sul suo sangue vigoroso e bollente.

Colei che non ha dote invece non può permettersi il lusso di tanto ragionare, il tempo stringe, e la fretta riscalda; attorno a lei i giovani mosconi ronzano meno e con minore soggezione, fiutano, scrutano liberamente pesano bene la loro mercanzia con la più grande calma e pochissimo rispetto, oppure sono pieni, straboccano di amore, di passione di follìe, di romanticismo, di cose poetiche, e mentre dalla bene dotata si pensa per primissima cosa ad un buon pezzo di carta da bollo che ne assicuri il patto matrimoniale, qua il pezzo di carta lo si vede all'orizzonte lontano, piccino piccino, tanto che chi non abbia vista più che buona può non vederlo addirittura.

Nel primo caso è il cancello chiuso pel quale si entra direttamente nel giardino, ammettendo che sia un giardino, nel secondo è la panchina in fondo ad un viale lungo eterno, di tigli e tutto assiepato di rose. In quel giardino una volta dentro succederà quello che succederà; a quella panchina invece non ci si arriva mai è un infinito languore di passo in passo fino alla consumazione. Ed è una fortuna sapete che quella panchina sia tanto lontana. Quando gli sposi finalmente, un tantino sfibrati, vi arrivano si accorgono che è tutta sconquassata.... schiodata.... ci si sta così male.... un Dio ci liberi, e gira e rigira non giungono mai a trovare la posizione, curiosa perchè da lontano pareva tanto carina e tanto fatta bene....

E qui chiudiamo pure le nostre oziose considerazioni e incominciamo la storia di una certa Elena la quale si trovava precisamente nel primo caso suddetto.

Questa ricca fanciulla aveva dovuto decidersi al matrimonio, come un dovere, non essendo conveniente rimanere oltre zitella a ventiquattro anni suonati, dopo avere storta la bocca a qualche dozzina di aspiranti. Scegli scegli, scelse uno dei tanti, per non dare scandali scelse uno ricco come lei che non la sposava per il suo denaro, questo almeno c'era di buono, per il resto vedremo poi.

Il _tran tran_ matrimoniale non andava malaccio, lo sposo buono, gentile, educato, pareva fatto apposta per essere un bravo padre di famiglia; la sposa buona, gentile, educata, pareva fatta apposta per essere una brava madre. L'equilibrio della bilancia sembrava perfetto.

Elena nei primi due anni di matrimonio aveva dato alla luce due bambine: Anna e Agnese. Esse formavano la tranquilla felicità di quel padre e il miglior passatempo per quella madre.

Se tutta questa gente avesse seguitato così, e poteva anche darsi, il nostro racconto minaccerebbe di essere poco interessante davvero.

Ma noi non ci contenteremo di una guardatina superficiale ad un benessere superficiale, e secondo la cattiva abitudine precederemo gli avvenimenti ficcando un po' il naso dentro le anime dei nostri personaggi. E ci accorgiamo senza indugio che mentre uno è ben piantato sul piatto della bilancia, l'altro non vi è che buttato sopra provvisoriamente, e da un istante all'altro vedremo i piatti andare a gambe all'aria e l'equilibrio con essi.

Mentre nell'anima di quell'uomo non era più nulla di esplorabile, nulla da scuoprire, da svolgere, il suo filo era tutto sdipanato; la donna se ne sentiva dentro un gomitolo intatto, stretto, compresso, un globo, e lo sentiva pesare come una pietra dentro l'anima.

Talora le balenava pel cervello: «Se un giorno io troverò il capo di questo gomitolo?» E il capo lo trovò alla fine, e tutti capite bene di che capo si trattava: l'uomo, l'amore, l'abbandono, il piacere.... vivere e non più vegetare, come le diceva il suo cervello malleabile, e, sotto la vernice, il suo brutale istinto.

Da quel giorno la sua faccia non fu più tranquilla, i suoi occhi si svelarono e sprigionarono bagliori di fiamma, la bocca fiorì, divenne sensuale, tutto l'essere subì, in ritardo, la sua maturazione rapidamente, in pochi giorni quella donna cambiò tutta, divenne un'altra.

Spero che voi non penserete che simile prodigio fosse operato per unica consolazione e gioia di quel buon uomo ch'era suo marito; gli è che il gomitolo aveva mostrato il bandolo, l'ora era scoccata, e la donna afferratolo incominciava la sua corsa.

Voi sapete meglio di me quali possano essere gli indizî, per un marito, del suo momento critico. Io non pretendo certo di aggiungere una pagina alla grande _Fisiologia del Matrimonio_ dell'immenso Balzac, egli ha illuminate abbastanza le teste maritali, perch'io pretenda di volerci portare il mio moccolino. D'altra parte nel nostro caso non importava chiedere aiuto al grande scrutatore del matrimonio, questa donna voleva, risolutamente voleva e trovava giusta e logica la sua condotta. Era divenuta intollerante cattiva. Rimaneva fuori di casa, quanto e quando le piaceva, era del suo amore soltanto, non voleva essere che di lui, sfidava tutto e tutti. Che cosa glie ne importava del marito, delle figlie, dei parenti tutti? Amava. Non avevano capito che quando questo istante fosse giunto ella non avrebbe arrestato di un attimo il suo cammino, e sarebbe andata dritta al suo scopo? Non era un'ipocrita, non ammetteva di prostituirsi, non si era data per quello che non era, dovevano averlo capito, colpa loro.

Una sera essa fu, nella sua casa, aspettata lungamente. Un povero uomo colla testa stretta fra le mani, attese colla pazienza del dolore più rassegnato, più atroce: attese: due creature gli erano attorno con occhi che parevano interrogarlo, e ai quali non seppe rispondere, la vecchia zia, in un angolo, addolorata, muta, vegliava come ad una salma.

Elena col suo amante era fuggita, via, lontana felice, felice di aver calpestato tutto, oh! avrebbe voluto gridarglielo a quell'uomo che si era illuso, a quel povero imbecille; quale era l'amore! Che credeva egli? Non aveva sentito, piccolo essere, di avere accanto una cosa, ed era convinto di amare e di essere amato, era convinto che quello fosse l'amore vero, doveva andare a vedere ora quale era! Egli non ne aveva mai neanche intraveduto il tacco di uno stivale! Ora sentiva tutta la forza del suo sangue, della sua vita, la piena del suo cuore da traboccare tutta in quello dell'amato. Poi non pensò più che alla sua felicità e per tanto tempo non si ricordò di avere avuto un marito, di avere partorito delle creature, nulla!

I due amanti vissero fuori, lontani dalla loro città, per tre bellissimi anni. Come nei primi due anni del suo matrimonio Elena aveva dato alla luce due bambine, così dalla nuova unione saltarono fuori due maschietti che furono chiamati Natale e Stefano.

* * *

Trascorsi questi tre anni, il suo amante non potè dispensarsi, per urgenti affari dal tornare nella sua città. Elena naturalmente lo seguì immemore ancora di avere là, in una via di quella città stessa, abbandonato un giorno un altro uomo e due piccine. Vi ritornava con questo che amava ancora come il primo giorno, e coi due maschietti pei quali aveva quelle cure che tutte le madri hanno pei loro figli, senza però avere ancora sentito neppure per essi il grande trasporto materno, istinto per il quale una donna può rendersi capace di tutto, dimenticando sè stessa, rinunziando alla propria vita per quella dei figli. Ella fu soltanto bestia per il suo uomo, una parola doveva renderla madre d'un colpo.

Rientrata nella sua città, Elena, viveva nella nuova falsa famiglia, che secondo lei era la vera, con la più grande naturalezza. Molti dei vecchi amici, anzi i più, non le rivolsero il saluto e la segnarono del loro disprezzo. Essa era fuggita, ma chi sa quali e quanti pettegolezzi avevano seguito la sua fuga! Aveva un'altra famiglia e vi ritornava con quella indifferenza, era il colmo!

Viveva appartata, usciva poco, di rado. Alcune vecchie amiche però furono molto liete di rivederla, e come se nulla fosse accaduto, ghiotte di questo genere di lecconerìe, ficcarono finchè fu loro possibile il naso nelle sue faccende. C'era anche chi la compativa; tutte quelle mogli, ad esempio, che avendo incappato in un marito della più ottima specie potevano permettersi anche il lusso di disprezzarlo; quelle avevano per lei parole di scusa — Essa non aveva potuto amarlo, il bestione, una donna d'impulso, di passione, come poteva rimanere con una marmotta di quella pasta? Troppo aveva pazientato. — Di più, quelle che si trovavano in posizioni simili alla sua corsero tutte, divise, divorziate, rimaritate, raccerottate con altri uomini che non combinavano perfettamente nel loro nome con quello che è scritto allo stato civile per legittimo compagno, tutte quelle picce insomma non di primo getto.

Un giorno, una di queste amiche che le davano di solito uno schiaffo sopra una guancia affrettandosi poi a carezzarle la guancia opposta, o viceversa, una di queste dunque le diceva: «Sapete mia cara Elena che quel vostro marito è veramente un imbecille? Voi non potete mai indovinare che cosa sia andato ad inventare alle vostre creature! Che voi siete morta». — Morta! — Essa esclamò dando un balzo. Quella fu la parola che barattò un cuore di amante in quello di madre. Elena sentì bene il baratto dentro il suo seno — Morta! Vigliacco! — Ella pensò — «Sicuro mia cara, e le piccole infelici pregano per voi, hanno fatto presso al loro letto un altare al quale offrono fiori lacrime e preghiere ogni sera e ogni mattina. Volevano in tutti i modi il vostro ritratto, non gli è stato concesso, capirete mia buona Elena i vostri ritratti sono tutti banditi da quella casa, eppoi per quel mezzo le piccine potrebbero un qualche giorno giungere a riconoscervi; gli hanno invece dato per il loro altare una fotografia della Vergine Santissima, che esse dicono la loro madre».

— Morta! — Ella pensava fra sè questa parola come volesse dire: — smemorata! E Anna? E Agnese? Io le aveva dimenticate. Come saranno? Forse io le ho incontrate per via senza riconoscerle.... chi sa come saranno cresciute.... Anna ha ora.... sette anni... e sei Agnese, le mie bambine....

In quel momento dimenticò il suo amante, non solo, ma Natale e Stefano.

— Morta! Vigliacco! Si è vendicato! Forse.... avrà sofferto, l'infelice, ed ora si vendica, mi ha uccisa nel cuore delle mie bambine, che sono mie, perchè le ho fatte io, perchè ho sofferto nel darle alla luce, ho gridato, è carne strappata dal mio corpo.... vigliacco! — Ella pensava — Vigliacco.... chi sa come avrà sofferto.... forse.... esse domandarono di me.... e lui non seppe che rispondere.... La zia Gilda forse ha detto senza pensare a quello che diceva.... senza capire di far male.... di far tanto male.... ha fatto molto male quella vecchia, bisogna riparare! Le mie bambine.... chi sa come saranno belle.... Anna.... Agnese.... erano rosee.... perchè le ho abbandonate?

Il giorno seguente, là in una via eccentrica, solitaria, una via fabbricata di piccole case signorili, una signora elegante, velata, con visibile impazienza percorreva su e giù da un capo all'altro la strada. Ecco sbucare ad un tratto trotterellando due bambine con una cuffina nera, e dietro di un passo una vecchia signora: la zia Gilda; le due bambine belle, fresche, sembravano una pariglia di cavallini neri che trascinassero il pesante convoglio della vecchia. La zia riconobbe subito la signora velata, le bimbe non capirono nulla; la signora venne avanti, rimase a lungo ferma dinanzi alla porta dove esse salterellando e ridendo erano entrate. La vecchia arrivò su senza fiato. La sera parlò col nipote dell'apparizione, e piansero insieme. Quella donna era capace di tutto, di qualunque bassezza, ed erano quasi in diritto di dubitarlo, di qualunque vendetta, si sarebbe vendicata. La zia raccontò di averla vista in attitudine imperiosa, crudele, spavalda, di belva spietata quale era, ed aveva sentite le sue ginocchia piegarsi per le piccole creature che nulla avevano compreso.

Ora quella signora quasi ogni giorno passava per la via, quando aveva vedute le bimbe si dileguava. Talvolta era dentro una vettura chiusa, ferma a pochi passi dalla porta, voleva sentire la loro voce.

Il marito, in preda a crudele agitazione, non usciva più di casa nella tema d'incontrarsi con lei; la vecchia zia uscendo si raccomandava al Signore perchè quella donna non giuocasse un brutto tiro alle piccine. Esse le passavano talora daccanto senza badare, un giorno si fermò a guardarle dietro, e Anna si voltò insieme con lei ma senza capire nulla.... che cosa doveva capire povera bimba? Pensava la sua buona mammina tanto lontana, e non le bastava il fiuto per sentirla invece tanto vicina. La sera rimanevano lungamente in ginocchio dinanzi all'altare della mamma «Dove sarai povera mammina nostra? In paradiso da Gesù». E forse a quell'ora una donna misteriosa alitava attorno alla casa.

Non si sa come mai alle due fanciulle venne questa idea: «La mamma è morta, dunque bisogna andare a trovarla al camposanto». E non si stancarono di chiedere e domandare.

Il povero padre pensava: — queste fanciulle crescono, incominciano a capire, che sarà di noi? Come si può continuare? Quella donna sarà spietata, io mi sono vendicato su lei; essa si vendicherà ferocemente sulle sue creature.

Si dovè trovare un estremo espediente, comperare un posto nel cimitero, uno di quei posti che si comprano in vita per la morte, porre una lapide, e scrivere sopra il nome di quella donna. Avrebbe avuto il coraggio di rovinare questo incanto per le innocenti? Forse si sarebbe sentita avvilita, vinta, definitivamente, avrebbe ceduto, abbandonata la preda. E l'uomo, pur lavorando per le sue creature, ebbe un ultimo rancore di marito calpesto, rialzò la fronte: — sì, bisogna seppellirla.

Il posto fu comprato e sulla lapide fu scritto: Elena Fascia Tarantini.

La zia ripeteva: «siete troppo piccine per andare al camposanto»; ma loro tanto insistettero che un giorno bisognò condurvele. Cariche di rose, le belle faccine salirono sulla vettura che le doveva portare dalla mamma. Mentre la carrozza si muoveva la solita figura apparve proprio in quel momento.

— Dove vanno? — Essa pensò — Portano i fiori alla maestra, o alla Madonna, perchè voglia bene la loro mamma.... belle!.... Sembrano anch'esse due rose.... invece Natale e Stefano sono così pallidi.... anemici.... Oh! Era naturale, quelle creature concepite negli spasimi della voluttà, dovevano essere così, essi portavano in fronte la macchia del piacere illecito, del vizio; le due bimbe invece no, non furono concepite per il piacere dell'uomo, erano cresciute sane.... belle.... erano state concepite nella purità... Oh! avesse potuto prenderseli tutti e quattro i suoi piccini e fuggire via con loro! Ma l'avrebbero amata? Non avrebbero, un giorno, conosciuta la verità, incominciato a odiarla.... a disprezzarla.... Dio! Che povera donna infelice era lei! E in fondo che aveva fatto? Aveva amato un uomo, se quello fosse stato il marito, se non l'avessero spinta al matrimonio troppo presto, ora sarebbe stata felice, tranquilla.... Ma quei due uomini perchè non si odiavano? Perchè non si mettevano l'uno di fronte all'altro con una pistola in mano? Oh! Ella avrebbe voluto vederli scomparire, e rimanere sola coi suoi bambini, uno non lo aveva amato mai, l'altro non lo amava più. Amava i suoi figli, e specialmente le sue bambine che la credevano morta. Morta! Che vigliaccheria! Bisognava vendicarsi ma senza toccare le piccole, oh! i loro visetti rosei non dovevano impallidire.

Un giorno, alcune delle solite amiche, le vennero a dire «Mia cara Elena noi veniamo qui, a casa vostra, e vi troviamo bella e fresca come un fiore, e quando andiamo in cimitero a pregare per i nostri poveri defunti ci sentiamo prese dalla voglia di recitare anche per voi qualche orazione. Le vostre piccine sono lì quasi ogni giorno a spargere fiori sopra la vostra tomba».

— Oh! Porco! Anche questo! L'aveva seppellita! Non c'era più speranza, non le rimaneva che farsi mettere viva in quella tomba per amore delle sue creature! Era troppo! Era troppo! Ecco dove portavano le rose!

Andò al cimitero trovò la sua tomba colla lapide e attorno tante rose, tanti fiori accomodati da quelle quattro manine....

Quel giorno essa aspettò ma le piccole non vennero. Si recavano là il giovedì e la domenica, i giorni di vacanza. Ella tornò ancora e ve le incontrò. Erano inginocchiate.... cogli occhioni belli, pensosi....

— Che succederà — pensò la vecchia zia tremando.

I primi giorni Anna e Agnese avevano domandate centomila cose, un diluvio di osservazioni che nella loro ingenuità saltavano fuori così profonde che la vecchia dovè radunare tutta la sua esperienza per rispondervi senza sbagliare.

Perchè la lapide della mamma non era tutta scritta come quella degli altri morti? La zia aveva risposto che quando il dolore è vero e grande non si possono trovare tante parole. — E allora? — Avevano esclamato le bimbe — tutte quest'altre? — E alla loro tenerissima età avevano guardato quasi come un vecchio scettico le lunghe filastrocche, ed erano contente che la mamma fosse così tutta bianca, si riconosceva bene da lontano, si distingueva dalle altre con quelle tre parole sole in mezzo.

Quando scelsero la cappina per l'inverno, la vollero nera ad ogni costo. — La nostra passeggiata è sempre al camposanto, e al camposanto ci si va vestiti di nero. — Là incontravano tante persone vestite di nero cogli occhi rossi di pianto....

S'inginocchiavano una accanto all'altra, dicevano una preghiera tutta loro, una di quelle preghiere vere, che dovrebbero andare di volo dalle anime all'anima di chi porgesse orecchio ad ascoltarle. È facile pregare macchinalmente, con vecchie parole, e i monaci possono rimanere ore e ore ogni giorno biascicando le consuete frasi, ma se essi dovessero pregare colle parole loro, oh! non durerebbero che pochi minuti.

La preghiera di queste due bambine era una di quelle piccole cose fatte apposta per far versare fiumi di lacrime ai cuori teneri; ma che noi abbrevieremo per raccoglierne minor mèsse che ci sia possibile. Esse dicevano presso a poco così: «Piccolo Gesù, la signora maestra ci ha insegnato che tu risuscitasti dopo che eri morto, tu che sei tanto buono insegna alla nostra mammina che è qui sotto, come hai fatto, e allora lei ritornerà colle sue bambine». La vecchia zia dietro piangeva e guardava all'orizzonte sempre temendo di veder comparire la solita figura.

La signora vi si recava, e da lontano osservava la scena.

— Come sono punita! Quale cuore è più straziato del mio? Le mie creature sono lì, e piangono e pregano sulla mia tomba, ed io a pochi passi da loro non posso correre a rialzarle, abbracciarle e farle felici. E sento che la forza che mi tiene mi abbandonerà, che io non resisterò e non posso e non debbo andare!... Dio! come sono punita! Nessun cuore può essere più lacerato di quello colpito nell'amore dei suoi figli!

Ebbe un impeto di sdegno contro l'uomo che l'aveva sepolta.

— Ah! Tu mi hai uccisa e sepolta! Va bene! Sono morta, ma ancora in tempo per risuscitare!

La domenica, quando le fanciulle furono allo svolto che recava alla tomba della mamma, diedero insieme un grido, uno scatto, e una corsa. Sulla lapide, in piedi, immobile, c'era una bella signora vestita di nero, pallidissima, tutta coperta da un lungo velo nero.

— La mamma! La mamma! — gridavano — Gesù! Gesù! Le si avvinghiarono ed ella inginocchiata, se le stringeva, e piangeva e singhiozzava....

La vecchia ebbe un primo impeto sdegnato, e gridò:

— No! No! — Ma poi chinò la testa. E le piccole gridavano che Gesù aveva fatto come gli avevano detto loro, glie lo avevano detto loro a Gesù, e appena smessero di gridare le raccontarono.

Intanto due uomini erano giunti, e con due grossi pali di ferro avevano sollevata la lapide dinanzi alle bambine. La tomba era vuota, bianca, nuova, pulita. Come era bella la tomba dove era stata la mamma! Non faceva punta punta paura! La mamma era risuscitata! La fecero salire nella vettura, essa non voleva, ve la obbligarono, non fu possibile resistere, la spinsero su tirandosela in mezzo.

Il padre era immerso nei suoi pensieri quando udì le grida e vide l'apparizione. Rimase fermo senza poter capire.

— Risuscitata! — Gridavano insieme le fanciulle come la cosa più naturale di questo mondo — Risuscitata! Non ci crede! Non è la mamma?

— Sì. Sì — Disse l'uomo con voce spenta, incapace ancora di raccapezzarsi.

— E allora?

I due si avvicinarono, si strinsero piegando il capo ad un giogo che le due creature imponevano colla freschezza di una corona di rose.

— Risuscitata!

* * *

Ma.... alla morte non si sfugge, mia cara signora, nemmeno quando si ha la fortuna di poter risuscitare: Lazzaro non è più fra noi.

In quella stessa ora, in un'altra casa di quella stessa città, un uomo passeggia nervosamente avanti e indietro per una stanza; due fanciulli pallidi che sembrano gigli sbatacchiati dalla tempesta: — la mamma? la mamma? — domandano con un filo di voce.

L'uomo si morde il labbro inferiore aggrottando le ciglia, poi con una mossa rabbiosa, pestando un piede, trita fra i denti una parola secca: «morta!»

LE DUE FAMIGLIE

Quando la vedova del colonnello usciva per condurre a fare del moto la sua famiglia, intraprendeva invero una faccenda che a qualunque altra donna sarebbe riuscita molto difficile per non dire assolutamente impossibile. Ma questa donna avrebbe saputa sbrigare a dovere quella e ben altre faccende. Di mastodontica corporatura, bella ancora nella sua eccessiva robustezza, figlia della forte Romagna, nascondeva sotto il suo rigoglioso e virile aspetto, sotto la sua apparenza di burbera e intollerante, un immenso dolcissimo cuore, una grande anima aperta leale e generosa.

— Miei cari — soleva ripetere ai suoi amici — io vi vorrei vedere un po' al mio posto, uscire con cinque ragazze di questa specie! Traversare il centro di una città, passare sotto migliaia di occhi indiscreti, dinanzi a tutti gl'imbecilli che vi si parano sul cammino. Se fosse vivo quel brav'uomo del colonnello potremmo almeno dividerci la razione! E le ragazze hanno bisogno del moto come del pane quotidiano, hanno bisogno di luce, di aria, questi diavoli! Provate a tenere fermo il vostro ferro; esso vi farà la ruggine, volete ch'io lasci arrugginire una stirpe di tale specie?