Il Re bello

Part 7

Chapter 73,854 wordsPublic domain

L'unione era rimasta invariata, ma l'uomo era ora incatenato dalla soluzione. Ella doveva uccidersi per lui, per il suo amore, lo aveva giurato, lo aveva scritto quella sera. Egli aveva mantenuto nobilmente la sua parola, i dieci anni, ella doveva mantenere la sua. Ma si uccideva per lui? O piuttosto per non assistere al dissolvimento della sua bellezza? Non era invece una pazzìa dettata dall'orgoglio folle di quella donna? Ma intanto egli se ne liberava. Che ne avrebbe dovuto far più? Essa si avvicinava alla decrepitezza! Dio! Dio! Come aveva potuto amarla? _Micheline_ che si alzava così presto la mattina, non si faceva vedere che tardi, mai prima delle dieci, si capiva tanto bene che non ne poteva più, era finita, si reggeva per virtù di ripieghi, con interminabili sedute di _toilette_, forse soffriva terribilmente e nascondeva la sua sofferenza. Come poteva avere ancora voglia di vivere e di amare a quell'età? Ella manteneva il suo contratto per onore alla firma ma certo agognava la fine.

E la fine si appressava e Maurizio si sentiva sempre più ostile nei suoi pensieri, nel suo dubbio. Sì, doveva morire, solamente colla morte poteva ripagarlo di quello che così impudentemente gli aveva usurpato: i suoi dieci anni di giovinezza.

Era la fine. Pochi giorni mancavano alla data.

_Micheline_ non aveva cambiato dal primo giorno, era rimasta paurosamente uguale, il miracolo dava la vertigine del vuoto quando l'essere comune che vi era dinanzi poteva guardarlo serenamente. Per quanto la passione fosse morta in Maurizio, sull'ultimo si riaccese. L'avvicinarsi di quel giorno metteva una certa paura addosso al giovane, gli faceva sentire una sensazione di freddo. Eppure si doveva ammazzare, quale orribile canzonatura per lui altrimenti? S'ella fosse venuta ad implorare?... Se avesse chiesto tempo ancora?... Dio! Dio! Quella donna gli faceva ribrezzo!

Ma fra loro nulla era apparentemente cambiato e non si parlò mai della data.

La notte che precedeva il giorno fissato si presentò come ogni altra notte del tempo vissuto assieme.

L'agitazione di quelle due anime invece di erompere e rivelarsi doveva quella sera ricevere l'ultimo suggello, e mentre l'uomo non era riuscito a leggere una sola parola in quella della donna, la donna quella sera non aveva più una parola da leggere in quella di lui. E dinanzi a questa grande superiorità come non dobbiamo noi sentirci ammirati e commossi?

A Maurizio, che non aveva avuto la forza di credere, la notte portò ore terribili. Si alzava dal letto, gli era impossibile di dormirvi, guardava dietro la finestra e la persiana la via deserta, silenziosa, la luce scialba che l'illuminava lo rabbrividiva come si fosse sentito nudo nella nebbia, orecchiava con terrore, il tremito lo assaliva, tornava a coricarsi a seppellirsi sotto le coltri, poi si rialzava ancora, e ancora si ricoricava. Eppure non credeva, quella donna, secondo lui, non era capace d'uccidersi, ne sbagliava il perchè, ma lo sentiva, lo sapeva, non si sarebbe uccisa, non credeva ma aveva paura, come quegli uomini vissuti tutta la vita senza una fede all'ultimo istante domandano i segni della loro religione. È la paura di un grido, di un tonfo, di un colpo, è una vile immonda paura questa!

La mattina egli sarebbe andato là.... nella sua stanza.... I brividi lo riassalivano, si tappava le orecchie colle mani, quasi stesse per udire un colpo. Attese. Come si sarebbe uccisa? Non sarebbe venuta a morire alla sua porta? Gli sembrò di udire in basso, all'uscio, raspare. Dio! No! Ebbe paura ad aprire, ebbe paura a tacere, il silenzio lo faceva delirare, si stropicciava forte le orecchie colle mani, non voleva più sentire, più vivere. Forse era lì, già morta! Come? Avvelenata forse? Si fece forza, tacque, nulla. Si sarebbe forse gettata dalla finestra? Avrebbe ad un tratto sentito uno schianto nella via.... Gli parve udire il cigolare di una persiana, una finestra che fosse aperta con cautela. I suoi occhi, naufraghi per la stanza, incontrarono finalmente la loro tavola di salvezza: il ritratto di _Micheline_, e in quelli che li guardavano con dolcezza si affidarono immemori un'ultima volta. Maurizio rimase così fisso. Riposò e si sentì sollevato. Ora sarebbe andato, no, non doveva uccidersi povera donna no no! Ma dopo? Che ne avrebbe fatto? Avrebbero pattuito, si sarebbero separati da buoni amici. Si incominciò a vestire, tremava, tremava, nell'alba tragica.... che cosa lo aspettava? Andando nel suo appartamento come l'avrebbe trovata? Morta? Morta come? Come aveva potuto indugiare? Voleva correre mentre continuava a vestirsi lentamente. Perchè non glie ne aveva parlato la sera avanti? Essa lo aveva lasciato come ogni altra sera.... che invece ella dormisse immemore il più pacifico sonno? Che non ricordasse più la data? Che si fosse sbagliata? Dieci anni erano passati da quella sera quando fu scritta, chi ne aveva parlato più da allora? Non poteva star fermo, girava su e giù per la stanza, tutto gli palpitava dentro, il suo cuore era per scoppiare.

Erano le sette, era appena il primo chiarore dell'alba, la luce grigia penetrava a suoli dalle gelosie delle persiane chiuse per la stanza. E _Micheline_ che non apriva la sua porta prima delle dieci! Attese, attese, poi, trovato l'estremo coraggio uscì. Non seppe dirigersi risolutamente, entrò nella sala da pranzo ancora tepida e profumata dalla sera avanti. Sulla tavola erano sparsi avvizziti i petali di una rosa ch'ella aveva sfogliato ninnolandosi; i mozziconi delle sigarette erano nel piattino di porcellana insieme colla cenere e i fiammiferi estinti; e il loro profumo vagava ancora prigioniero; e il profumo di lei, il suo profumo lieve e fresco come quello delle rose.... Si diresse alla porta tante volte, ritornò alla tavola, voleva sedersi, voleva aprire, non voleva.... ma che cosa c'era dentro la sua anima, la più grande tragedia o la più ridicola farsa?

La porta dello spogliatoio era aperta, il suo cuore si fermò ma ebbe la forza di entrare, la porta della camera aperta.... entrò.... nulla.... nessuno.... il letto era rifatto, girò, cercò, nulla, più nulla, non uno scritto, non ebbe fiato di chiamare ma le sue labbra pareva gridassero: _Micheline! Micheline!_

* * *

Un bel pomeriggio d'inverno, quasi dieci anni dopo da questo fatto, Maurizio passeggiava sotto il bel sole napoletano della riviera di Chiaia. Era divenuto un uomo posato, le sue arie frivole erano scomparse, aveva quarant'anni oramai e li dimostrava perfettamente. Non più così accurato ed elegante nell'abito, si era deciso a divenire uno degli infiniti esseri di questa terra. Gli erano cresciuti smisuratamente i baffi e gli davano un'aria anche più matura. Gironzava sotto il delizioso tepore, lungo il mare, quando vide venire avanti lungo la riva una bella signora alta, bionda, elegante, accompagnata da un giovinetto men che ventenne, più basso di lei, pure elegantissimo, tutti e due marciavano di buon passo allegramente. Potevano sembrare la madre di quaranta col figlio di venti.

— Che bella donna — Pensò istintivamente Maurizio mentre la coppia si avvicinava.

— Maurizio?

— _Micheline?_

— Tu qui?

— .... sì.... — Maurizio balbettava.

— Come mai?

— Da tre giorni, di passaggio.

— Anche noi! — La signora era franca per quanto commossa. — Anche noi, sì, partiremo fra due giorni per Palermo, siamo in quattro, una carovana. Ah! scusa.... il signor.... _tal dei tali_, Maurizio, del quale abbiamo tante volte parlato — I due si strinsero la mano — Bene, io spero di poterti rivedere, noi siamo alloggiati qui, all'Hotel Santa Lucia, vuoi venire a colazione da noi domattina? Maurizio annuì senza capire quello che facesse — Allora.... a domani — La signora gli strinse forte la mano, con un sorriso buono e caldo che somigliava quello del vecchio sole. I due uomini si strinsero la mano con più espressione stavolta.

Maurizio rimasto a guardar dietro la coppia che si allontanava.... quella bella donna dritta.... con quella magnifica figura.... quella faccia.... quei capelli.... E quel giovinetto così educato.... pensava: — Ma quanti anni ha? — Tutto disorientato — Ma quant'anni ho io?... E quel tipo che c'ha insieme?... Hotel Santa Lucia....

* * *

Ah! Nella presentazione che Micheline fece dei due signori, io mi sono servito della vecchia e poco simpatica formula: _tal dei tali_, per il giovine che l'accompagnava, ma mi era assolutamente impossibile fare altrimenti; eppoi era anche inutile farlo perchè certo avevate già capito da voi di chi si trattava.... ecco, bravi.

LA BOMBA

— Bum!

Primi a vederla furono due pensionati gottosi.

— Bum! Ah! Eh!

— Una bazzecola!

— E può bastare il calore del sole! M'intende? Un contatto!

— Vede l'asta a quel terrazzo? Un consolato.

— Austria?

— Paraguai, credo.

— E allora?

— Lo stesso.

Giunse una servuccia con una bambina per la mano.

— Bum! Eh! Eh!

— Mamma mia!

— Bomba.... bomba.... Potrebbe essere anche una bomba.

— E quella di Madrid?

Giunse un garzone di macelleria col panierone sotto il braccio.

— Bum! Eh! Eh!

— Per carità! Non si avvicini!

— Benedetta imprudenza!

— I giovani....

— Già.

— Alto là. — Fu gridato ad una vettura.

— Che cosa _essere_ questo?

— Bum!

— Nooooo....

— E le guardie? Le guardie....

— Già.

— La città corre un serio pericolo! I cittadini....

— Sono scarse di numero.

— E di zelo.

Passò un cittadino scettico senza voltarsi neanche.

— Eh! Eh!

— Involtata in un cencio di balla....

— Al solito.

— E Parigi?

Giunse un cittadino di dodici anni.

— In un cencio di balla....

Il cittadino di dodici anni fece atto di raccogliere un sasso.

— Misericordia!

— Accidenti ai ragazzi!

— Ih!

Il giovane di macelleria gli misurò il panierone sulla testa.

I due pensionati gottosi ripresero fiato, la servuccia si riebbe, tutti si riavvicinarono.

— Bum! Eh! Eh!

— E Porto Arthur?

— I giapponesi?

— Già.

— E i Dardanelli?

— Una bazzecola!

— Mi capisce? Non si sa mai.... la forma è strana.

— È una pentola.

— Bum!

— Come quella di Madrid.

Si aggiunsero un barrocciaio, un frate, due ragazzucce anemiche.

Un altro cittadino scettico non si voltò nemmeno.

— Eh! Eh!

— Dopo mezz'ora non si vede il becco di una guardia!

— Sono tutte nel centro della città.

— E sul luogo del pericolo?

— Centro e non centro...

Il cittadino di dodici anni era tenuto d'occhio.

— Bum!

— E se non fosse?

— Eh! Eh!

— Caspita!

S'aggiunse un cittadino senza professione.

Fu guardato con sospetto. Egli considerava attentamente l'involucro. Gli altri in cerchio consideravano lui attentamente, pure non perdendo d'occhio nessuno, in special modo il cittadino di dodici anni.

Il cittadino senza professione guardava sempre più l'oscuro involucro nel mezzo del viale. D'un tratto sembrò scattargli dentro una molla e vi si buttò sopra.

— Bum!

Fu fatto il largo che avrebbe fatto la bomba esplodendo. I due pensionati, benchè gottosi, seppero far lanci da cavallette. La servuccia, le ragazzucce, fuggirono guaendo, il barrocciaio bestemmiando, il frate tanto si rialzò la tonaca da mostrare due mutandoni bianchi che gli scendevano fino a mezzo i polpacci.

Il cittadino senza professione rimasto solo, chinatosi, aveva rovesciato l'oggetto, scucito la stoffa che lo ricuopriva....

I fuggiaschi a grande distanza ora guardavano la sua manovra.

Giunsero due guardie.

— Che cos'è?

— Un cestino di fichi secchi.

— Chi ve l'ha dato?

— Era qui.

— Date qua a noi.

— Ma io l'ho trovato.

— Per questo bisogna portarlo al Municipio, scaduta la prescrizione sarà vostro. L'avrà perduto qualche barrocciaio.

— Ma io....

— Ma io.... ma io.... date qua, eppoi sappiamo il vostro nome, non occorre spiegarsi troppo.

— Ma io ho rischiato la vita!

— Ah! Ah! Ah! Ah!

Tutti a poco a poco si erano riavvicinati.

— Sicuro ho rischiato la vita!

— Ah! Ah! Ah! Ah!

— Voi vi siete avvicinati quando avete visto che erano fichi secchi, ma io l'ho preso quando era una bomba!

— Si allontanino signori.

— Fichi secchi! Fichi secchi!

— Phue!

— Ha rischiato la vita!

— Ah! Ah! Ah! Ah!

— Figlio d'un cane!

— Ma che razza di gente!

— Un lazzarone!

— Bell'originale!

— Pregiudicati.... c'intendiamo?

— Eh! Eh!

IL BORSAIOLO

Sorprese Guido il mio gesto rapido di nascondere, e mi fu addosso incuriosito, nè io so perchè mi venne fatto così naturale di nascondere quell'oggetto che a caso m'era capitato fra mano, forse per risparmiarmi questa spiegazione, che, del resto, neppure so spiegare perchè, a niun'altro avevo dato mai.

— Fammi vedere, va' là, sei buono.

— Ma nulla, nulla, non è nulla.

— Sì, qualcosa hai nascosto, una roba nera, è una calza, di' la verità.

— Ma che calza!

— Una calza d'una tua ex amante.

— Ma che amante!

— Una cosa nera, l'ho vista bene, hai fatto troppo presto a nasconderla — E con tutta la persona riparavo il cassetto mezzo aperto — Deve essere una cosa molto interessante perchè ti preme troppo di non farmela vedere, ne sono incuriosito, sei buono....

— Ebbene via, ti voglio contentare, bracone che non sei altro, guarda.

Una borsa di velluto nero con cerniera e catena di metallo bianco.

— Ha appartenuto a tua madre? — Disse Guido deluso, dopo essere rimasto zitto alcuni secondi.

— No.

— Ad una vecchia signora certamente.

— Eh.... forse, ne ha tutta l'aria, vero?

— Sei stato l'amante di una vecchia, me l'avevano detto una volta al caffè, non volli crederci, ora incomincio a convincermene, sei stato l'amante di qualche vecchia infame, bacchettona, e che tabaccava per giunta, dentro c'è una tabacchiera, ci scommetto.

— Ma che vecchia, che tabacchiera, smetti grullo! Vuoi proprio sapere come è venuta qui questa borsa? Senti: stavo per uscire, un giorno.... cinque anni or sono, ero fermo alla porta, mi infilavo i guanti e davo qualche disposizione alla mia donna, essa teneva la porta mezza aperta. Vennero dalla via a un tratto delle grida confuse, e quasi insieme, ci capitò addosso senza che lo avessimo sentito, uno precipitandosi violentemente dentro la stanza, la donna fuggì spaventata ma io potei subito distinguere che le grida dicevano «al ladro! al ladro!» Compresi, era lui. Chiusi istintivamente la porta, la donna era affacciata cogli occhi fuori della testa, il ladro si era fermato in fondo alla stanza, rasente al muro a capo basso, alzava gli occhi per osservare la mia espressione senza supplicare, e senza avere per nulla aria minacciosa, aspettava quello che io avrei fatto.

E proprio mentre io pure lo osservavo incapace di prendere su due piedi una risoluzione qualunque, suonarono il campanello, feci lesto un cenno al giovane di ritirarsi nella stanza vicina, la donna pure si ritirò, aprii lesto, tutto pronto com'ero per uscire, cappello pastrano guanti bastone.... una guardia municipale, e dietro, alle sue spalle facevano capolino ansanti tre o quattro borghesi, e per le scale si sentiva gente salire e vociferare.

— Scusi, è entrato qui, in questa casa, un ladro, uno che ha strappato una borsetta ad una signora, l'hanno visto entrare in questa casa, ma non ci riesce di trovarlo, non c'è.

— Ma.... non so davvero, io non mi sono accorto di nulla, qui non può essere entrato certamente, io stavo per uscire ero qui, la porta era chiusa, se vuole passi pure, ma è inutile.... è impossibile.... non so....

— Oh! le pare, scusi....

L'intonazione delle mie parole fu tale che non lasciò adito a sospetto.

— Scusi, scusi — Disse due volte la guardia, avranno sbagliato, o sarà scappato per il tetto... chi sa, ora vedremo — E siccome loro salirono presto agli altri piani io richiusi.

Appena mi voltai ecco da una porta apparire la faccia esterrefatta della mia donna gonfia di paura e di dispetto, doveva sentirsi bruciare il pavimento sotto i piedi con quel tipo in casa, irata di fronte alla mia naturalezza, ma incapace di trovare la prima parola per la circostanza.

Sulla soglia dell'altra porta, in fondo, si fece il ladro, era rimasto lì, solamente dietro la portiera, e si ripose come prima nella identica posizione, allo stesso posto. Un ragazzo sui diciassette diciotto anni, vestito non troppo male, come un operaio, un giovine meccanico, teneva il berrettino in mano.

— Bene educato.

— Sì, mi guardava senza dir nulla.

Io andai su e giù per la stanza tre o quattro volte. Per le scale era un saliscendi, alla porta di strada s'era adunato un enorme gruppo di persone che vociferavano, alle finestre tutti erano affacciati; e sbracciavano, sbraitavano «sì sì» «no no» «lì» «là» «su» «giù». Chi l'aveva visto, chi no.... poco a poco tutti uscirono delusi dall'infruttuosa ricerca, e la gente un po' alla volta si squagliò, le finestre si richiusero perchè faceva freddo, il ladro era lì.

Rimanevamo in quella stanza io e lui e la donna che andava e veniva colla testa alla porta, fulminandomi ansiosa cogli occhi, ma nessuno dei tre era capace di dire la prima parola. La donna, si vedeva, aveva più voglia di tutti di dire qualcosa, di sfogarsi, contro di me, contro il mio modo di procedere, pigliarsi i ladri in casa, strapparli dalle mani della giustizia, mettersi a rischio di finire in galera con essi.... cose da dar la testa nel muro, ma non le riusciva di cominciare, io sentivo che bisognava dire qualche cosa, bisognava fargli una paternale, bisognava parlargli fraternamente, toccargli il cuore, dissuaderlo dalla sua decisione, invitarlo a desistere, e spiegare così la propria condotta, giustificare di averlo a quel modo salvato, il mariolo. Ma siccome io lo avevo salvato per istinto senza riflettere un solo istante, tutti i bei discorsi mi morivano sulle labbra.

Lui non aveva in fondo voglia di dir nulla, la sua posizione era chiara netta, si mostrava freddo, ed aspettava in fondo ch'io gli aprissi la porta, non arrivando a comprendere che io avevo incominciato a ragionare, e ragionando dicevo: se lo mando via ora così subito, è troppo presto, c'è ancora qualcuno nella strada che può vederlo e prenderlo o farlo prendere, la strada non può essere ancora del tutto dimentica e distratta dal fatto occorso pochi momenti fa, qualcuno può essersi appostato, gli feci cenno di accomodarsi.

— Si accomodò?

— No, rimase sempre in piedi appoggiato alla parete col suo berrettino in mano, guardando in terra e alzando tratto tratto su me gli occhi calmi, aveva dei capelli neri ricciuti scomposti, una bella testa bruna da adolescente e tutta la faccia pallida sensuale, una figurina snella. E quello che più di tutto mi turbava era la sua naturalezza, pareva ora che fosse sicuro di quello che io sentivo per lui, mi considerava colla freddezza del giuocatore nato che continua la sua partita senza il movimento di un solo muscolo della faccia, quasi sicuro di essere il padrone della situazione, e di dominarmi.

La donna dopo avere spiato un po' la scena, visto che nessuna risoluzione veniva presa sia dall'una che dall'altra parte, si ritirò nella sua stanza, messe il catenaccio con rabbioso furore, e si udì poi il rumore di qualcosa gettato contro l'uscio.

Siccome però incominciava ad imbrunire, pensai che l'unica era di farlo uscire, avrebbe potuto essere uscito benissimo da sè già da molto tempo, io ero rimasto tante volte fermo guardando fuori dalla finestra vagamente, ma non l'aveva fatto, sentiva che quella non era la logica soluzione, si sentiva legato a me come io a lui. E quando fu per scendere la sera mi messi la mano in tasca, estrassi dal mio portafoglio un biglietto da cento lire gli andai vicino glie lo messi nella mano senza dire perchè glie lo davo, e lui lo strinse appena, senza avidità sempre seguitando a guardare in terra. Mi affacciai alla finestra, scrutai bene la via nel grigiore del crepuscolo, andai alla porta, l'aprii cautamente, orecchiai, mi volsi a lui, lui prima fece un atto come per dirmi qualcosa poi alzò una spalla, decidendosi si mosse, sempre col suo berrettino in mano mi strisciò dinanzi guardandomi con disinvoltura senza timore e senza gratitudine strisciò ratto, io richiusi. Aprii la finestra per vederlo uscire, non c'era più, era già sparito.

— Avrà pensato che quelle fossero le tue consuetudini di padrone di casa, vi comportaste entrambi a fil di galateo.

— Chi sa che cosa avrà pensato, io non ho mai potuto capirlo. Dopo andai a chiamare la donna, ce ne volle per farla uscire, si era barricata nella camera, prima non voleva rispondere in nessun modo «Non c'è più, vieni, è andato via, vieni fuori» ce ne volle. Poi borbottando, rimuovendo tutto quello che aveva ammassato dietro la porta uscì indignata.

— Io me ne vado via su due piedi! Sono cose da mentecatti! Mettersi a tali cimenti. Io non intendo di combattere così coi matti.

— È un disgraziato!

— I ladri in casa! Perchè non gli ha dato da bere? Perchè non lo ha invitato a pranzo?

— Cosa vuoi, è un ragazzo, lui non ne ha colpa, chi sa come lo hanno tirato su i suoi, chi sa di chi è....

— Sia chi si voglia io me ne vado....

— Ma no, stai buona — Poi si dette a frugare per tutte le stanze, negli armadi, pei nascondigli, sotto i letti.

— Ma se è andato via, gli ho aperto io, l'ho mandato via io.

— Io non voglio saper tante cose, conosco i miei polli, non voglio mica finire strangolata per lei sa, o al bagno! un corno!

— Ma che strangolata, ma che al bagno! ma che corno! E non seppe mai l'affare delle cento lire che se no mi avrebbe dato il caffè amaro per un anno intero.

— Giusto, e quelle cento lire perchè glie le daste?

— Non lo so. Perchè fosse contento della sua giornata? Non lo so.

— E come c'entra la borsa?

— Aspetta, la donna, dopo avere sbraitato, cercato frugato, messo paletti e catene, la vedo andare nell'ingresso sotto il credenzone, buttarsi tutta distesa in terra a cercarvi sotto, io ridevo credendo che cercasse ancora il ladro — che cerchi? Ma sei pazza? E sbuffando con grande fatica ne trasse fuori questa borsa. Lei aveva visto che entrando il ragazzo aveva gettato qualche cosa sotto il mobile, io non me ne ero per nulla accorto a quel modo come mi era precipitato addosso, e si dette sempre borbottando a cercarvi dentro, eccola: guarda, un fazzoletto bianco di tela il rosario, e questo portamonete, dentro: dieci, cinque uno due, dieci venti trenta trentacinque: diciassette lire e trentacinque centesimi. Mentre la donna frugava nella borsa mi sovvenne che il ragazzo per tutto il tempo aveva guardato là sotto, sotto al mobile dove l'aveva buttata. E io che non lo sapevo, che non me ne ero accorto.

— Peccato perchè tu saresti stato davvero compìto prendendola fuori e consegnandogliela con garbatezza, aver tenuta la borsa per te non va, chi sa come ti avrà giudicato severamente quel bravo giovinotto!

— Ma già, già, sì proprio, voleva la sua borsa.

— Il borsaiolo ora sei te, meno male che non ti ha denunziato, l'hai scampata bella, lo puoi ringraziare.

— Precisamente, certo, e come potevo fare? Ecco perchè prese il mio denaro senza alcuno entusiasmo, voleva il suo, la sua borsa, quello che ci doveva essere lì, anche se era meno di quello, lo avvinceva, non le mie cento lire.

— Gli hai tolto tutto il gusto della sua professione.

— Ecco, bravo.

— Ma potevi pur sempre rintracciarlo, certi personaggi si sa presso a poco dove capitano.

— Ma no, ma no.

— È vero, non si sarebbe fidato.

— Non c'era più ragione oramai. L'ho rivisto tante volte dopo, e sempre in luoghi e in attitudine sospetti, fermo alle stazioni dei tranvai, fuori alle uscite dei teatri dei caffè, per due o tre anni ho continuato a rivederlo.

— Vi siete salutati?

— No, non ne ho mai avuto il coraggio, e il suo incontro mi ha sempre turbato, mentre lui mi guardava sempre con la più grande naturalezza e sicurtà, e bonomia.

— Non ti ha serbato rancore.

— E sulla sua fronte io leggevo bene: «rubo».

— Un bravo giovanotto in fondo, tu non gli hai mai restituita la visita nè la borsa che aveva lasciata in casa tua.

— Poi non lo rividi più, non l'ho più incontrato da anni, chi sa dove è andato a finire, soldato....

— In galera.

— Probabilmente, o sarà emigrato....