Part 2
— Già.... — prese poi a dire come chi non sappia incominciare un discorso difficile — già.... eh!... povera piccina.... Eh! sei venuta qua.... anzi, ti hanno portata qua, te ci sei venuta.... come un salame, non è vero? Povera creaturina! Sposa al più bel Re del più beato regno della terra....
Andò ancora per la sala, imbarazzato dalla difficoltà delle proprie parole, e per nulla aiutato dal contegno passivo di lei, ma poi, avvicinandosi dolorosamente, accigliato: — che dici, che pensi di me, che da un'ora sono qui e non ti abbraccio, non corro a ricuoprirti di baci e di carezze, ora che sei mia, e non ci avvinghiamo insieme immemori di tutto colla forza dei venti anni nostri?... Povera piccola mia, sai? — e più le si avvicinava pietosamente carezzevole, con una grande amarezza nelle parole; ella non sapeva più dove nascondere lo sguardo per la soggezione, la gola le si era serrata, gli occhi le si velavano, credendo che il momento ignoto fosse giunto, tremava sentendosi così vicina la bella persona profumata, ancora stretta nell'uniforme sfolgorante. — Un orribile inganno pesa su te, su me, un orribile inganno, un destino perverso ci tiene nel suo pugno e ghigna e ride in quest'istante della nostra sciagura. Guardami, guardami, alza la faccia, alza la faccia sopra di me, guardami, ma guardami per Dio! — Alzò la testa spaventata la Regina, e parve che gli occhi arginassero un rivo di pianto che fosse per isgorgarvi, guardami cara, la mia pelle, la mia bocca, il mio sguardo, i capelli, le mani, ma guardami per Dio, non ti accorgi, di nulla ti accorgi? Non senti?... Che senti vicino a me?... — Due grosse lacrime riuscirono a sgorgare ed irrigarono le guance rosee della fanciulla che guardava il Re senza nulla vedere, nulla comprendere, colla confusione di un bambino che si senta rimproverare da una persona della quale abbia la più grande soggezione. — Guardami.... ti sembra davvero che io sia il tuo Re? Lo sposo tuo? Che senti vicino a me? Non ti agghiaccia un poco — le prese la mano fra le sue — la stretta della mia mano troppo morbida, e troppo bianca? Ti pare, dimmi, che con questi occhi possa io impossessarmi della tua piccola anima intera, di te? Povera piccina mia, sai, non sono un Re, non sono il tuo Re, il tuo sposo, trascino da venti anni sopra la terra la più ridicola menzogna, ed ho giurato a mio padre, al suo letto di morte di trascinarla sempre, sono dannato a questa pena, questo solo tu dividerai meco, questa ridicola e infame menzogna, questo solo ci unisce. Sei stata trascinata con me in un gorgo infernale, questo solo ci unirà. — Vagò ancora per la stanza scuotendo dolorosamente la testa, guardando coi grandi occhi perduti nel vuoto dinanzi. — Sei venuta sposa.... al più bel Re del più beato regno della terra — rise ghignando amaramente scandendo una ad una le parole — bello come quello delle favole, non è vero? — Rise ancora torcendo la bella bocca. — Non sono il tuo Re mia cara, no, no, eccoci qui, siamo due regine.... — spalancò le braccia — proprio così — e le lasciò andare giù morte lungo la persona.
Andò ancora Ludovico XIII verso la finestra che guardava i colli verdeggianti della Birònia inondati dal sole.
— Oh! Ma non è per te sì crudele la sorte, tu, rifatta dallo stupore, abituata a rivestire l'inganno atroce che ci avvince e nel quale siamo insieme rinchiusi come in una botte di ferro, potrai ugualmente essere felice, non disperare. — Si volse a guardarla ancora nella primitiva posizione piangendo silenziosamente pure senza capire, piangendo per il disagio di quel momento senza scorgere più in là, senza rendersi ragione nemmeno un poco di quelle parole, di quel contegno così inaspettato, sentendo che qualche cosa di ignoto e di orribile era su lei.
— Vieni, vieni, guarda, disse ora il Re nella persuasione ch'ella avesse seguito e compreso il suo discorso, le andò ancora vicino e la prese per la mano dolcemente come si fa con un fanciullo al quale si voglia ristagnare il pianto conducendolo finalmente alla cosa desiderata, una chicca o un balocco, la portò presso la finestra e le cinse il collo affettuosamente e se la strinse al petto — guarda guarda cara, là, in fondo allo scalone, vedi quello lì, la guardia, la guardia, vedi? Guarda come è bello nell'uniforme di gala, come è fiero, alta la testa, avrà.... poco più di vent'anni, come noi, è uno dei giovani più belli del Regno, dei più forti, è perfetto come un cavallo di sangue, sono le nostre guardie d'onore quelle, le tue, guardie fedeli come i cani, dove tu sei vigilano su te, sul tuo respiro, guarda come i calzoni gli serrano bene le gambe robuste, guarda, su, alla coscia, guarda, sembrano nude, lo vedi? e le mani forti stringono la sciabola, con quanta vigoria, e quanta grazia! Oh! s'egli potesse imaginare che in questo istante noi lo guardiamo avvinti dalla sua bellezza! Pensa quale languore deve dare la sua stretta, pensa, nell'oscurità della notte sentirlo arrivare clandestino dentro la tua stanza furente di desiderio, pazzo di voglia, prenderti e stringerti, possederti tutta, e abbandonarti svenuta fra le sue braccia dopo di averlo atteso, atteso, ed ogni istante esser sembrato un anno! Pensa! Guardalo, com'è bello! Appena ha ombrato il labbro superiore; guarda la sua bocca fieramente chiusa eppure dolce, pensa immergere le tue in quelle labbra, perdertici dentro, ah! che morsi deve dare quel boia! Guardalo, ce ne sono tanti sai alla corte, ci sono i bruni, come lui, hanno degli occhi che ti spogliano se ti guardano e ti frugano e ti arrivano fino in fondo dove più non è vergogna e ragione, non è pudore, hanno delle grandi sopracciglia folte, e ci sono i biondi, belli quanto gli altri, e sono cose tue, tu, spiando dalla finestra, puoi scegliere quello che il tuo capriccio il tuo desiderio vorranno, e con un solo cenno, senza parola, la donna che ti è stata destinata te lo farà la notte giungere fra le braccia, anche stanotte istessa se vorrai, e potrai chiamarlo ancora e sempre, quando vorrai, ed essere felice, e se ne vorrai un altro, potrai averlo, e un altro ancora, tutto potrai, tu sei la Regina, padrona di lui, puoi farlo uccidere se vuoi.... e puoi essere la sua schiava. Tu.... tu sei felice.... ma io.... io.... — lasciando la spalla rattrappita della donna Ludovico XIII si portò una mano alla testa arruffandone i magnifici capelli in atto di disperazione — io.... no! Nulla è per me, il deserto è nel mio cuore, la tortura più infame è nei miei sensi, io sono il Re, intendi? — A questa frase ch'egli pronunziò imperiosamente alzando terribile l'indice al cielo e lo sguardo fisso, dilatato, la giovane Regina alzò la testa e lo guardò con tale faccia trasognata e rasciugata, spalancando gli occhi, scostandosi poco a poco da lui, indietreggiando cauta inorridita, assalita da un tremito di paura orrenda. Era un pazzo dunque quello che le si era destinato per marito, un folle orribile, questo solo comprese finalmente, nulla avendo potuto afferrare del resto. Era la follìa, e tentava ora istintivamente di fuggire a quelle unghie atroci che già si sentiva affondare nel collo.
Rise, rise, Ludovico XIII comprendendo il suo terrore. — Ma che! ma che! grulla! ah! che grulla! ma che! stupida! Non ci credi? Vedrai, vedrai, poi, ti farò vedere. Ora quando ci spogliamo, vedrai, vedi, se mi tolgo questa corazza che mi serra sono come te, ce l'ho anch'io il seno, guarda, come il tuo, tutto come te, sì, le poppe, come te, più belle delle tue, vedrai, grulla!
Ma ella sempre più rattrappita rientrava in se stessa colla gola serrata indietreggiava verso la porta chiusa nella certezza di non potere più sfuggire alle grinfie orrende del mentecatto, come avesse voluto scomparire sotto il pavimento. E Ludovico XIII lasciandosi tutto andare sopra una di quelle ampissime e morbide poltrone rideva, rideva. — Ah! Ah! Ah! Ah!
* * *
E nell'ora dell'incoronazione la mattina seguente, e al pranzo di Corte poi, fu Ludovico XIII di una grazia e di una gaiezza divine. Pareva sprigionargli dagli occhi una felicità non più terrena.
La Regina gli sedeva accanto colla faccia cerea, un poco contratta e sofferente di chi non abbia potuto dormire per una notte intera. Ma di lui solo s'occupavano tutti, affascinati dalla sua prodigiosa e pur delicata figura che tutto illuminava e riscaldava.
— Come gli è bello!
— E come è felice accanto alla sua sposa che pare una tortorella spaventata.
— Dopo tanto trambusto di emozioni....
— Il viaggio....
— E la notte?
— Dove la mettete la notte?
— Come deve averla conciata!
— Poverina!
— Tutti così i Re di Birònia, tutti così!
E intanto che la cerimonia lentamente si svolgeva Ludovico XIII che tutto cercò di illuminare intorno col suo sguardo e il suo sorriso, sopra la piazza dei Settantasette non volle lasciare all'oscuro alcuna delle magnifiche guardie reali che ai piedi del baldacchino impettite e immobili per quattro ore rimasero come statue.
— Guarda, guarda — balbettò ad un certo punto impercettibilmente alla sua sposa. — Guardalo come è bello eh? È quello di ieri. Sì quello di ieri, ti ricordi? Alla finestra? Bello eh? Ti piace?
Videsi il collo della Regina ingollare un singhiozzo e gli occhi due lacrime, e un «no» amarissimo parvero rientrare quelle labbra tremanti.
— A me sì. Come ti guarda! E guarda anche me, figlio d'un cane. Sapessi un po' te che ci sta sotto!
E allorquando infine si avanzarono i paggi seguìti dal Gran Maresciallo di Birònia Conte Ercole Pagano Silf, e da tutti i dignitari della Corte e dalle altissime cariche dello Stato, e dal corpo diplomatico e corpi religiosi, e i cavalieri tutti della Rosa di Birònia, e dame e ufficiali, e furono i paggi inginocchiati ai piedi del trono reggendo alto il cuscino di porpora, e le voci bianche, accompagnate da cento violini intonarono l'inno a Dio, s'alzò Ludovico XIII, erano le plebi nella polvere protese, e presa la corona di diamanti dal cuscino se la pose lentamente sulla bella testa, con tale gesto sì solenne e grazioso ad un tempo, come Re di nessun popolo di nessun tempo potè avere mai. E fu un vero miracolo se ognuno di quei cittadini non ne ritornò, per la gioia, pazzo alla propria casa.
* * *
Circa tre mesi dopo questi memorabili avvenimenti, una mattina il vecchio Maresciallo conte Ercole Pagano Silf veniva di premura chiamato in udienza privata dal Re.
Ludovico XIII era ad attenderlo seduto al suo banco di lavoro con la consueta aria seccata e distratta colla quale sbrigava con lui le faccende più gravi dello Stato, accettando sempre con sorridente ironica naturalezza, ogni consiglio dell'ormai infallibile uomo di governo.
E non appena questi fu entrato e la porta fu bene richiusa dietro a lui, gli fece cenno, il Sovrano, con l'indice della sinistra di avvicinarsi più del consueto.
— Maresciallo, voi dite sempre: «poche parole» non è vero?
— Così è Maestà.
— Poche parole dunque: sono gravido.
— Oh! Sua Maestà!
— Il Re, proprio lui.
— Oh! che sciagura!
— Che sciagura d'Egitto? E non si sa che le donne fanno i figlioli, che è una cosa nuova?
— Sì, sì, ma voi....
— Io io io.... io. Così doveva finire.
— E come fu?
— Fu.... fu una cosa molto semplice, semplicissima, non dovevano venir di sopra quei giovinotti, i dragoni, per la Regina, la notte?
— Sì.... ma....
— Non siete voi che avete combinato il trucco?
— Oh!
— Già, e siccome la Regina poveretta è la più citrulla creatura che sia sopra la terra, non ne ha voluto sapere, perchè crede sempre che io sia il Re, e badate, non c'è da dire che non glie l'abbia fatto vedere che cosa sono io, ma lei è tanto grullerella che non se ne persuaderà mai, non gli c'entra, è inutile. Ho tentato di mostrarle.... tutto quanto, si cuopre la faccia e scappa inorridita con la stessa vergogna come se si trovasse davanti a un uomo davvero. D'altronde, non può farsene una ragione e non ha poi tutti i torti, via.... convenitene, è un bel trucco, ma bello davvero.
Il vecchio Maresciallo chinava la testa sotto il peso della nuova arruffatura nell'intrigo reale del quale un giorno la disperazione l'aveva reso autore.
— Allora.... allora — riprese Ludovico XIII con molta disinvoltura — non avendone voluto saper lei, l'ho pregata, anzi, sarò sincero, ce l'ho quasi costretta, a farmene sapere qualche coserellina a me, non ne potevo proprio più sapete, scoppiavo.... ed ho preso il suo posto. Del resto nemmeno questo è bastato a convincerla, sì, ci vuol altro....
— Oh!
— Che ragazzi, Maresciallo! Con quelli là non si estinguono i popoli, vivete pure tranquillo.
— E voi, Maestà, ne avete conosciuto.... più d'uno?
— Quanti sono?
— La guardia reale si compone ora di... trentasei uomini.
— Eh.... allora....
— Che? Tutti?
— Ho paura di sì.
— Oh! Maestà! Maestà!
— Tanto, uno più o uno meno, a voi che vi fa?
— Bisogna allontanarli tutti dal regno, bisogna far cambiare la guardia.
— Basta che me ne lasciate almeno tre o quattro eh? Se volete che le cose camminino, se no faccio baracca! Ve lo giuro io! — Poi rabbonendosi, quasi supplichevole — almeno.... almeno.... uno guardate, sono discreto, mi contento di uno, via siate buono maresciallino, uno solo, uno.... del quale forse.... sono così. E che da tante sere sempre ritorna, e vuole ritornare, sempre lui, il furfante, che animale Maresciallo!
— E conoscete il suo nome?
— Si chiama.... si chiama.... Gastone. È bruno, con delle enormi sopracciglia nere e i grandi occhi fieri e dolci, dove arriva quel ragazzo con quegli occhi.... e la faccia oblunga, e i denti bianchissimi, quando ride è bello come il sole. In queste ultime notti egli sempre volle ritornare ed io volli lui solo, e attende palpitante l'ora del segnale, e di giorno mi beo, insospettato a guardarlo, a fissarlo, quando è giù nel cortile a far la guardia, in fondo allo scalone....
— Ma egli nulla sa?
— Nulla, nulla povero bamboccione mio, nulla, e come potrebbe? Nulla ha compreso di chi abbia conosciuto. E guardate — alzò il capo fieramente il Re, aggrottando imperioso la fronte — guardate che se gli torcerete un capello solamente voi finite nel forno! Per il resto — continuò abbassando di tono. — Per il resto.... farò quello che voi vorrete.
Taceva il vecchio Maresciallo colla testa stretta fra le mani, incapace di trovare sul momento una via d'uscita dal groviglio.
— Mio caro Maresciallo, ne avete combinati tanti dei pasticci nella vostra lunga carriera, e io ne sono un bell'esempio, mi pare, coraggio, pensateci un pochino e ne troverete un altro senza dubbio che ci caverà tutti dall'impiccio.
— Ma poi.... ma poi.... — balbettava smarrito il conte Ercole Pagano Silf — Gennaio, Febbraio, Marzo.... — e calcava i mesi puntando leggermente il polpastrello della destra sul banco del Sovrano — Luglio, Agosto!
— Agosto, già, saremo lì, verso la metà del mese.
— Dio! Dio! È il centenario della costituzione! Il quarto centenario, il quindicesimo giorno di Agosto.
— E cosa volete che ci faccia?
— Tutto, tutto in contrario.
— Rimandate le feste.
— Rimandare.... è una parola.
— Non mi farete mica venir fuori con quella pancia, o, peggio ancora, appena sgravato, o partoriente? Bisogna rimandare le feste a Settembre, a Ottobre, meglio, è più fresco.
— Ma voi Maestà, non conoscete il vostro popolo!
— E cosa me ne importa a me del popolo? Se sapeste un po' dove ce l'ho io, il popolo, non sareste nemmeno capace di figurarvelo, signor Maresciallo!
— Ah! Quale jattura!
— Insomma, fate come volete, basta che non secchiate me, c'intendiamo? perchè io, non ne posso più.
* * *
Ora accadde che Ludovico XIII venne assalito da certe febbri intermittenti che poco a poco lo costrinsero a non uscire più dalla Reggia.
Negli ultimi tempi si era presentato al popolo tutto ravvolto in un'ampissimo mantello bianco. Era stato notato con muto lacerante dolore il tremito delle sue labbra, e tutta una leggera deformazione del bel volto purissimo come s'esso si maturasse, ingrossasse e colorisse soverchiamente.
Anche nelle udienze di Corte si stringeva sempre addosso freddolosamente quel solito mantello bianco così ampio come a nessun re era stato veduto mai. Infine nessuno lo potè più vedere, eccetto il Gran Maresciallo per gli affari urgenti del governo, e si recava nella camera dalla quale il Sovrano più non usciva.
Il vecchio Maresciallo di Birònia gli era a fianco quasi costantemente per confortarlo e incoraggiarlo, oltre che per le decisioni supreme dello Stato.
— Coraggio, coraggio Maestà — esortava l'abile uomo politico divenuto ricurvo sotto il peso degli anni e del governo aspro e difficile, coraggio.
— Ah! Maresciallo mio, che frittata! Sono veramente una creatura da far compassione ai sassi. E quella povera Regina anche è compassionevole, disgraziata anche lei, in che ginepraio è venuta a ritrovarsi. Non è più che un'ombra, io ingrosso tutti i giorni e lei sempre scema, è tanto grullerella poverina. Eppoi? E dopo?... Dove andremo a finire? Si può durarla in una situazione di questo genere? Ah! Padre mio! Padre mio, che facesti mai! E anche voi c'entrate per la vostra parte. — Il vecchio Maresciallo di Birònia chinava il capo dinanzi al Sovrano tutto avvolto nell'ampissimo mantello. — Potevo essere felice.... e sono la più miserabile creatura dell'universo, tutto per i vostri pasticci, vecchio intrigante che non siete altro. Io.... non sono nulla.... non lo so nemmeno io che cosa sono, sento salirmi al cuore qualche cosa a inondarlo di dolcezza, e subito un pensiero lo riavvelena, ah! Maresciallo, che dolcezza sentirsi madre! E quando mi guardo con questi calzoni addosso.... e questa panciona grossa grossa.... — faceva atto di aprirsi l'immenso mantello davanti Ludovico XIII — mi viene da piangere....
— Coraggio, coraggio Maestà, foste sì forte, sì superbamente forte in ogni istante della vostra vita, vero sangue Ludovico è il vostro, sangue d'eroi!
— Ah! questo è certo.
— Coraggio, ricordate il giuramento a vostro padre, egli vede e benedice la vostra meravigliosa fermezza dal cielo.
— Benedice.... benedice.... e che cosa me ne importa a me se benedice, e io sono così? Che colpa ne ho io? Che feci mai? All'ultima delle dodici sorelle dovevano capitare tutte queste sciagure. Le mie sorelle sono felici, sparse per tutte le corti del mondo, vivono e godono, amano e sono riamate, possono partorire finchè vogliono circondate di carezze e di affetto, io.... eccomi qui, non sono nè maschio nè femmina, non lo so più neppure io che cosa sono....
— Coraggio, coraggio Maestà, ricordate la promessa a vostro padre, i suoi occhi come vi fissarono in quell'istante supremo.
* * *
Era la festa dello Stato. Il quattrocentesimo anniversario della costituzione del regno di Birònia. Per quanto i festeggiamenti, che avrebbero dovuto avvenire strepitosi, fossero stati rimandati per la malattia del Re, i cittadini tutti fino dai grigiori dell'alba si aggiravano cupamente sopra la piazza dei Settantasette che avrebbe dovuto essere una giostra di colori, un vulcano di gioia e di felicità, ed era invece grigia e muta in quell'alba, non uno spiraglio di finestra vi era aperto in segno di lutto, cupamente si aggiravano i cittadini dinanzi alla Reggia, sull'ampio piazzale, nei parchi adiacenti, per i viali, a capo chino e scoperto.
La festa rimaneva serrata dentro i cuori, gelosamente custodita e il gaudio vi si raccoglieva in un'invocazione al Signore perchè presto facesse risanare il Sovrano adorato.
E in quell'alba istessa, il conte Ercole Pagano Silf Gran Maresciallo di Birònia, veniva d'urgenza chiamato al letto del Re sofferente.
— Ohi! Ohi! Maresciallo, ci siamo, lo fo! Proprio oggi, sembra fatto apposta.
Corse il vecchio Maresciallo a chiamare il chirurgo di Corte che di lì a poco giunse con un'infermiera, e insieme si chiusero nella camera regale.
In poco tutto fu preparato e il conte Ercole Pagano Silf andava e veniva per la stanza in una trepidazione incontenibile. All'uomo che aveva atteso i dodici parti desolati della Regina Sofia Clementina, pareva che una speranza fosse rimasta accesa sotto le ceneri in fondo all'anima e giungesse ora ad irradiarne la pupilla.
— Ohi! Ohi! — gridava il Re tenendo la bella testa bruna scomposta sui cuscini — Ohi! Ohi! — mordendo il fazzoletto che spremeva nella mano bianca, mentre il chirurgo e l'infermiera gli sottoponevano aromi alle narici affannosamente spalancate, e ne bagnavano con farmachi ristoratori le tempie che pulsavano forte — Ohi! Ohi! Dio mio, che male! Ohi! Ohi! questi non sono dolori da Re caro Maresciallo, vorrei un po' sapere come ve la caverete ora! Ohi! Ohi! Uhm.... che male atroce! Finchè era qui dentro.... Ohi! Ohi! era un'altra faccenda, c'era il mantello che cuopriva ogni cosa.... Ohi! Ohi! Ohi! Ah! Che tortura.... Uhm!... vorrei sapere come farete a ricuoprire ora, ci vuole altro che mantello! Ohi! Ohi! Ohi!... Cosa pensate di farne di questa mia povera creaturina?...
Neppure badava il Maresciallo alle parole del Sovrano spasimante, ma continuava a passeggiare nervoso stirando le gambe, le braccia, torturandosi l'una l'altra le dita.
— Almeno se ero nato maschio davvero! Mi sono toccate tutte le sciagure delle donne, tutte quelle degli uomini senza un benefizio di nessuno. Ohi! Ohi! Povera mamma mia, come devi aver patito a farci tutte e dodici, scalcinata come eri povera donna! Questi uomini sono proprio delle bestie irragionevoli, irragionevoli! Ohi! Ohi! Povero piccino mio, tu non ne hai colpa ma mi fai soffrire troppo così. Chi sa suo padre a quest'ora come se la gode, che ne sa lui, se ne frega, il maiale! Ohi! Ohi! Ohi! Ah! Mi sento strappare i reni! Mi par d'averci dentro un battaglione di soldati. Ohi! Ohi! Ohi! Maresciallino mio che male.
Passeggiava nervosamente il vecchio Maresciallo invaso dal suo pensiero che gli bruciava in seno e gli dava la febbre per tutte le membra.
Un urlo lacerante uscì dal petto del Re, alzò presto le coltri il chirurgo e ne scuoprì il corpo candido, il parto era aperto. Tele cerate e topponi e ovatte gli furono destramente posti di sotto, e facendosi uno da un lato uno dall'altro il chirurgo e l'infermiera presero le gambe d'avorio che si spalancarono, mentre un mugghio atroce gli sussultava dal petto e gli moriva nella gola.
Il Gran Maresciallo di Birònia dietro, in mezzo ai due assistenti spiava mandando da destra a sinistra la testa scheletrita fra le fessure che i due lasciavano operando, e si vide ad un tratto il suo collo lungo, fermo, rigido, uscito fuori dal busto come quello di un pollo automatico che si sia guastato e più non lo possa rientrare, e gli occhi anche parevano usciti dalla testa, senonchè dopo esser rimasto a lungo in quella tensione orribile ne uscì dando un guizzo ed un grido rauco secco che parve essergli, come la corda dell'arco, schiantato il cuore in petto, ma invece delle grandi lagrime ristoratrici gli inondavano le fosse delle guance incartapecorite e gli scendevano giù giù sull'abito gallonato come quelle di un fanciullo.
Il vecchio, freddo e indurito uomo di governo, per la prima volta piangeva così in vita sua, senza potersi più contenere, e come assalito da follìa si gettò sui cuscini e stretta la bella testa del Sovrano si dette a baciarne la fronte.
Ma Ludovico XIII ancora mezzo sopito sui cuscini si ritorceva spasimando, mentre il chirurgo lo assisteva e l'infermiera che aveva preso il neonato ne immergeva le fragili membra nel latte caldo, e ne frizionava e profumava le tenere carni delicatamente.
— Presto! Via! Presto! Le girava attorno palpitante il conte Ercole Pagano Silf scoppiando d'impazienza. — Presto! Via! Via! — ansava il vecchio pestando i piedi come un fanciullo, non potendo più contenersi, — mentre la donna curava ancora il corpicino. — Presto! Via! — E quando fu bene mondo e ravvolto in flanelle e ricoperto in un broccato d'oro, il Gran Maresciallo afferratolo nelle braccia fuggì dalla camera.