Part 13
La madre di Cesare non tardò la sua risposta. Ella era incinta già da quattro mesi, ma non avrebbe acconsentito mai a ripetere il suo fallo. Dopo la cessione di Beppino era stata molto male, si era sentita tanto sola che non vedeva il momento di avere messo alla luce un altro Beppino.
Fu replicato, ribattuto, i Tuzzo stavano per andare in persona a Vincignano quando giunse questa lettera:
«_Illustrissima signora_,
«_Il mio uomo mi forza anche questa volta a fare lo sbaglio che io non vorrei fare, cioè di fare quello che feci con Beppino, io non volevo a tutti i modi ma lui ha voluto, se no dice che io sono una madre snaturata, dice che il Signore ci benedirà perchè leviamo i poveri alla miseria e mettiamo al mondo dei signori invece che dei tristi. Sia fatta la volontà di Dio e del mio uomo anche per questa volta. Dunque rimane fissato che appena io mi sono sgravata gli faccio il telegramma perchè loro vengono colla balia, perchè sento lo vogliano allattare da sè. Per il fissato del prezzo dice Nando non meno di diecimila perchè se no sarebbe troppo sagrifizio. Dice il mio uomo non credino che lui se li voglia mangiare questi soldi ma li asserba per una figliola quando verrà per farci la dote perchè anche lei sia una signora come i suoi fratelli e non una trista perchè se no ci potrebbe un giorno maledire. Dia per me un bacio a Beppino che sono tanto contenta che stia bene, e mi firmo sua umilissima serva Filumena e con più la saluto tanto anche da parte di Nando e saluti anche quegli altri signori e il suo consorte_».
Quattro mesi dopo arrivò questo telegramma:
«_Filomena sgravata felicemente di una bella bambina vengano pure colla balia. Nando_».
Fu un disastro, un disastro! Una giornata orribile! I Tuzzo volevano il maschio e nasceva una bambina! Che cosa dovevano fare? Dovevano prenderla? I genitori, di solito, si rimettono nelle mani della sorte per questa faccenda, ma non era la stessa cosa; eppoi gli amici avevano avuto il maschio.... Infine loro erano genitori in condizioni tutt'affatto speciali, e potevano anche permettersi il lusso della scelta, avevano, è vero, impegnato il figlio, ma sicuri che fosse stato un maschio. Chi poteva pensare?... Saltò fuori una loro amica, vedova benestante, sola, quasi cinquantenne, decisa a non riprendere marito; ella avrebbe tanto volentieri rilevata una bambina per sua compagnia, purchè di buoni genitori, sani, e di indole mansueta. Fu stabilito di andare tutti assieme, la vedova e i Tuzzo, a Vincignano, e andarono.
La vedova pattuì per la bambina dietro compenso di lire quattromila non appena avesse compiuto l'anno e fosse slattata, e i due coniugi, ormai in fregola, e oramai a Vincignano, comprarono da due forti e bei genitori un magnifico maschio di tre anni giusti.
Non era compiuto l'anno dunque che a Vincignano erano stati venduti questi tre fanciulli.
Sembra che la voce circolasse rapidamente, per Roma e fuori di Roma; tutti parlavano di questi fanciulli. — I fanciulli di Vincignano! I fanciulli di Vincignano! — I fanciulli di Vincignano divennero celebri, argomento di tutte le conversazioni di quei coniugi senza figli. Molti andarono in persona e vi trovarono veramente una magnifica razza, e una gran quantità di genitori dispostissimi a cedere rampolli dietro compenso e alle condizioni suddette: che fosse fatta loro donazione di beni in vita o in morte, e che venisse loro assicurata una buona posizione.
L'anno seguente ne furono venduti nove, il terzo anno, ventidue, il quarto, sessantasette, il quinto, questo, ha avuto luogo in Vincignano, il primo mercato. Quei paesani, decisi a non vendere più la loro mercanzia alla spicciolata, stabilirono di tenerne una volta l'anno, in epoca da destinarsi, sulla piazza di Vincignano, un regolare mercato.
* * *
Una bella mattina di giugno il sole aveva riserbato nelle sue tasche per i colli toscani una speciale riserva d'oro, il piccolo gruppo di case sulla cima palpitava alla vivacità della luce e del calore. Vincignano, uno degli ultimi villaggi delle catene toscane verso l'Umbria, guardava giù i pendii verdi, arati di vigne, inargentati dai morbidi manti degli oliveti, cosparsi di cipressi, questi obelischi vivi della natura messi qua e là come puntelli nel divino paesaggio toscano, perchè tutto non si confonda in una divinità di luci e di colori davanti agli occhi dell'umile osservatore.
Dalle primissime ore del mattino il paese era tutto in movimento.
I fanciulli dovevano venire anche dalle vicinanze, purchè fossero venduti lì, a Vincignano, su quella piazza, dovevano avere questa marca di fabbrica «Vincignano».
Si erano installate lassù, già da vari giorni, coppie attempate, zitelle, zitelli, vedovi, facce più o meno arcigne che venivano incontro ad un torrente di gioia. I piccoli alberghi, le case, rigurgitavano. Un americano giungeva dall'America espressamente per comperare dodici fanciulli da portare in dono alla sua sterile sposa. Egli diceva di assicurare ai piccini un milione per ciascheduno. Due coniugi francesi dal muso d'uccello, volevano due maschietti colle gambe secche e dritte da introdurre come innesto per tentare la ripopolazione della Francia. Da ogni parte si domandavano informazioni e spiegazioni.
— I genitori! I genitori! — Bisognava vederli, farli visitare dal medico e accuratamente, bisognava essere certi della razza, al momento del mercato il medico avrebbe dato il responso.
— Io mi accontento del collo del padre. A me basta — diceva una secchina arricciando naso e bocca. — E i denti? I denti? — Incalzava un'altra colla faccia d'arancia e due occhi come grani di pepe — dove li mettete? _Phue!_ — Il seno della madre! — Soffiava un grassone dalla faccia paonazza — È importante!
— I capelli! I capelli! I capelli! Non li contate voi? Non guarda ai capelli lei? È tutto. — Lasciava precipitare uno alto quasi due metri, secco secco, con un tubino grigio sotto al quale, nella cute bianca, nasceva una ghirlandina di lunghe setole giallicce.
Vincignano si popolava si popolava, si riempiva. Da tutti gli sbocchi apparivano sulla piazza donne che conducevano fanciulli, piccoli in fasce più grandicelli, se ne vedevano fino agli otto e ai dieci anni. Ce n'erano dall'espressione triste, malinconici o che piagnucolavano, altri in piena allegria e floridezza andavano incontro spensieratamente al loro destino. Alcuni, bambine in specie, parevano fiutare sottilmente una nuova vita di agi e di ricchezze. Erano tutti ben messi, i più piccini seminudi mostravano braccia e gambe paffute. Una madre ne teneva uno a gambe all'insù mostrandolo sotto come una meraviglia, infatti il piccolo agitandosi esponeva carni meravigliose di freschezza e di colore. Altre erano intente a ravviare capelli, soffiare per l'ultima volta un naso. Poi facevano passeggiare in bella mostra il loro prodotto mettendolo più in evidenza che fosse possibile. Un giovanotto ne prendeva uno e se lo portava sopra la testa, e il bimbo brillava e rideva al giuoco. Chi ne trascinava uno a forza come al macello.... chi ammoniva con promesse esorbitanti, chi ne ricuopriva uno d'improperî, chi gli stringeva forte le dita per farlo star su, dritto, o perchè sorridesse ai signori che circolavano, e l'innocente faceva sempre più la faccia d'uggia. Intorno, sulle panchine della piazza, si vedevano madri che davano il latte alla loro creatura sfoggiando ai passanti una mammella portentosa.
E fra tutta questa gente circolavano i concorrenti. Le signore coi loro occhialetti giravano, cercavano, si chiamavano, accarezzavano, domandavano, tutti si rimescolavano oramai sulla piazza. Ve ne erano anche venuti in gita, per pura curiosità, e ridevano, e facevano mille meraviglie per la novità del caso. — Il Condotto! Il Condotto! — Fu gridato da una parte. Il medico corse all'appello e fu rinserrato da un aggruppamento istantaneo di persone.
Il mercato era aperto. Fu venduta per lire quattromila una bambina di quattro anni, bruna, la quale per il grande trambusto e per la soggezione del momento si diede a piangere dirottamente. Portata subito nel vicino caffè le furono presentati vasi di confetti e _drops_ dinanzi ai quali la piccina ristagnò le lacrime, e accennava timidamente quali di quei dolci le convenivano di più.
Il mercato era aperto.
Si correva da destra a sinistra e tutti via via s'aggruppavano dove un affare si concludeva.
— Uh! Bellino!
— Che spalle!
— È vaccinato?
— Che occhi!
— Fategli aprir la bocca!
— Che dentini!
— Perle!
— Com'è tondo!
— Un tordo!
— Grasso! Grasso!
— Guardi qui!
— Qua! Su! Giù!
— _Sciu! Scia!_ — Uno sculaccione e la vendita era fatta.
Chi portava via un fanciullo in collo di tutta corsa, coppie che ne tenevano uno in mezzo e camminavano chinati per guardarlo bene, non ancora capaci di stringerselo e di baciarlo. I due si guardavano in viso ancora una volta: — Avremo combinato bene? Sarà sano? Sarà buono? Mah! Speriamo! — Dissensi che saltavano fuori all'ultimo momento fra coniugi che si guardavano velenosamente prossimi ad acciuffarsi. I poveri fanciulli erano ormai intontiti, si portavano loro dolci, giuochi, si tiravano, si alzavano, si spogliavano, si rivestivano, si stringevano in quel fracasso d'inferno.
L'americano ne aveva già comperati quattro per un complessivo di lire venticinquemila — Cento! Cento! — Gridava correndo in cerca di nuovi soggetti, sodisfattissimo della razza.
I due francesi se ne tiravano uno per la mano in cerca disperata dell'altro da portare come innesto per la ripopolazione della Francia. I ragazzi andavano a ruba. Alle undici non ce n'era più uno disponibile. Alcuni genitori si decisero sul momento a venderne uno, vista l'affluenza sul mercato.
Si gridò a più riprese: — C'è più nessun fanciullo in vendita? Nessuno, il mercato era finito, la piazza si spopolava; tutti correvano a fare i passi necessari per l'acquisto della proprietà, interrogavano i genitori sulle abitudini sui gusti. Il Condotto era strappato da tutte le parti, tutti se lo contendevano.
Nella piazza tornata in calma, la gente sedeva sulle panchine commentando, discutendo delle vendite, pro e contro la nuova industria.
Una piccola zitella di una cinquantina d'anni girellava delusa. Era venuta anche lei per comprare ma non si era fatta avanti, troppa confusione, eppoi i prezzi enormi.... non ne erano stati venduti a meno di tremila lire. Lei infine non poteva promettere che una posizione modesta, aveva da vivere appena comodamente. Si fermò vicino ad una panca, vi sedeva una donna grassa di mezza età, al suo fianco, quasi nascosto, nel cavo della sua vita, un piccolo essere, un bambino secco, gracile, vestito con calzoncini e giacchetta di grossa roba di lana, un lungo mento e un berretto da marinaio che gli calzava fino sugli occhi.
— Questo? — disse la zitella soffermandosi — è vostro?
— Sì — rispose la donna.
— Non lo volevate vendere?
— L'ho portato solamente per provare. Più degli altri avrebbe avuto bisogno di essere venduto ma.... io non ho voluto esporlo, avrebbero forse riso, lo avrebbero schernito poverino, è un infelice. — E alzandolo su lo mostrò in piedi. — Era gobbo, mostruosamente gobbo. — È nato così. Oh! Avrebbe bisogno lui di trovare protezione, noi siamo dei poveri contadini, e in casa c'è pane solo per chi può lavorare, lui forse non potrà....
La donna parlava profondamente amareggiata, aveva vedute vendere tante belle teste ricciute, andare incontro agli agi, alle ricchezze, aveva veduti i loro genitori riscuotere sacchetti d'oro.... — Qui vengono solo a cercare i belli e i sani.... —
La zitella accarezzava il fanciullo teneramente. La madre la guardò in maniera espressiva, le due donne si capirono.
— Mah!... — disse la zitella — poverino.... io cercavo una bambina....
— Ma glie lo darei per poco, è buono sa, tanto buono, si affeziona, e non si staccherebbe mai da una persona quando gli vuol vene.
— Ma io cercavo una bambina.... — Intanto qualcosa di fossilizzato a quel calore si disfaceva in lei e le veniva dolcemente agli occhi, alla bocca alle mani al cuore.... ad inondarla tutta: la sua maternità. L'amore per l'essere infelice, la cura per il meschino, la dedizione pietosa.... tutto un poema di tenerezza e di amore ella intravedeva. Oh! essere madre di belle e sane creature non era così grande come essere madre di un infelice.
— Glie lo darei anche per cinquecento lire — incalzò la donna.
La zitella sentì di doverselo stringere al seno; lo prese, lo circondò, lo baciò, lo strinse. La creatura dalla bazza puntuta la baciò nella bocca viscidamente, un bacio malato, ma dal quale si travasavano gocce della sua povera anima molle.
A questo punto viene su dal fondo della piazza un nuvolo di persone. È l'americano che sbraita inseguito da gente che ride sorride sghignazza....
— _Empossibole! Empossibole!_
Non era riuscito che a comperare otto fanciulli, e non avrebbe lasciata l'Italia senza i dodici da portare alla consorte. Ne cercava ora da comperare di seconda mano, a qualunque prezzo, a qualunque condizione. Giunto alla cima della piazza, scorta la zitella che abbracciava il piccolo infelice si avvicinò.
— Questo? Questo?
— È infelice signore — disse la madre.
— _Non emporta._
— È gobbo.
— _Non emporta._
— Questa signora lo prenderebbe....
— _Quanto dare?_
— Cinquecento lire — balbettò timidamente la zitella lasciando il fanciullo.
— Mille — disse l'americano.
La zitella còlta da uno scatto di rabbia per la spavalderia di quel tipo disse secco secco:
— Millecinquanta.
— Millecinquecento!
— Milleseicento — ritossì la zitella.
— Duemila.
La piccola zitella tremava di rabbia, era divenuta livida, guardava la madre saettandola, facendole gesti, segni cogli occhi, ma essa non guardava più che l'americano, esterrefatta per il sopraggiungere così inatteso della fortuna.
Un bell'umore del gruppo gettò un grido:
— Cinquemila lire!
— Diecimila! — Gridò l'americano.
— Ventimila! — Venne ancora fuori dal gruppo aizzato al giuoco.
— Un gobbo! Un gobbo! — Dicevano tutti — Mamma mia! — E ridevano e gridavano....
— Trentamila! — Urlò l'americano senza neppure voltarsi.
— Ma un gobbo!
— Gesù mio!
— Porta fortuna!
— È la fortuna! — Fu gridato in vari punti della piazza.
— Porta fortuna!
— Quarantamila!
— Cinquantamila!
La madre divenuta pazza, furente, assalita da un fremito febbrile, salita sulla panca col povero infelice in braccio, e mentre la piazza rumoreggiava ancora una volta affollata, mentre tutti gridavano, ridevano sconciamente, incominciò a togliere le vesti di dosso al fanciullo e a lanciarle via alzandolo nudo sopra là sua testa, gridando da forsennata:
— Guardatelo! È vero! È vero! È reale! — pazza, lanciando il figlio nudo verso il sole! Le due curve mostruose di quel povero torace rilucevano ai raggi.
— Centomila! — tuonò l'americano sorpassando ogni rumore, girandosi paonazzo verso la folla in atto di sfida.
La piazza rimase muta d'un colpo.
* * *
Non è vero che questa industria è straordinaria? Ma il più straordinario è questo: che il nostro buon Giolitti non abbia ancora pensato di farne un monopolio dello Stato.
INDICE
Il Re bello _Pag._ 5 L'anima 47 L'ingegnere 59 L'angelo 85 Tre diversi amici e tre liquidi diversi 103 Piccolo gioiello sentimentale 109 Per una bella donna 113 La bomba 135 Il borsaiolo 143 Alla morte non si sfugge 155 Le due famiglie 173 Il mendicante 193 Il gobbo 199 La veglia 215 Industria 245
Opere di ALDO PALAZZESCHI
(Edizioni Vallecchi)
_Il Codice di Perelà._ Romanzo, 2.ª edizione. L. 6 _Il Re bello._ Novelle. L. 6 _Due imperi.... mancati._ Romanzo. L. 6
PROSSIMAMENTE:
_L'Incendiario_, Liriche, 1905-1909. 3.ª edizione definitiva. _Poesia_, Liriche, 1910-1914.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.