Part 12
Un maggiore a riposo, gentiluomo verso i settanta, uomo spaventosamente metodico, molto galante, e molto ciarliero pure parlando con una lentezza ed una solennità imponentissime. Usava esso ogni riguardo alla padrona, per la quale aveva complimenti severi, e colla quale rimaneva, nei giorni di pioggia, in lunghi conversarî; facendo che, molto a fiotti, la sua non breve esistenza sgorgasse dalle labbra, e non sdegnando ascoltare con tutta gravità quella che torrenzialmente ruzzolava fuori per quelle della vedova.
Poi c'era un dottore, assistente all'Ospedale di S. Maria Nuova, giovine simpatico educato che non rimaneva in casa che per dormirci.
Vi era quindi uno studente di recitazione, romagnolo, tipo allegro, si tirava su per brillante; la signora Costanza era stata molto dura nell'accettarlo, il direttore della scuola di recitazione aveva scritto di suo pugno una lettera raccomandandoglielo, ma non era troppo nel suo calendario, e fu talvolta eccessivamente rustica con lui, egli osò alzare la voce, lei lo rimesse al posto di santa ragione. Non che fosse un cattivo ragazzo, tutt'altro, ma uno sciatto di prima riga, uno spensieratone incurabile, lasciava la stanza in condizioni da far pietà, ci voleva la serena anima di Rosina a non andar su tutte le furie, a non sentirsi montare il sangue alla testa ad entrarci la mattina per rifarla. Scarpe, cappelli, biancheria, parrucche, libri tutto una minestra, il giorno del giudizio! E non c'era verso di ottener nulla da quel satanasso.
La quarta ed ultima persona era un poeta, astemio, poco più che ventenne, bruno, una figurina esile squisitissima. Era il cucco della vedova, di questo giovine prudente e delicato si sarebbe fidata a lasciargli la casa una settimana intera. Lui le portava in dono giornali, riviste, qualche volta della cioccolata e talora dei fiori, che finivano, si sa, davanti al quadro del defunto marito. Ella n'era commossa, conquisa, le ridevano i bulbi dei capelli quando il compito giovine le strisciava i suoi inchini, faceva tre passettini di corsa per stringerle la mano, salutarla, riverirla, e le snocciolava un «signora» con una lunghissima «o» come si conviene ad una vera dama. Non metteva punto in disordine la stanza, si scusava sempre e di tutto, anche se non ce n'era bisogno, un inquilino d'oro, da tenerselo come la rosa al naso.
Siccome gli altri erano fuori, la signora Costanza bussò alla porta delle muse, che le vennero incontro domandando ansiosamente notizie della signora Polidori. All'annunzio della morte il giovine poeta ne fu così costernato, così affranto, che la vedova ne rimase incantata. — Che angelica creatura — pensava, e quasi gli stava per porgere coraggio.
— Senta, io le faccio una raccomandazione.
— Ma faccia, ma dica....
— Voglio fare la veglia alla povera Amalia, e siccome a star là sola tutta la notte mi fa un certo effetto, cosa vuole, anch'io sono vecchia, se ci fossero stati i dozzinanti....
— S'immagini!
— Ho deciso di far venire anche Rosina.
— Ma certo.... lei deve bene aver qualcuno, le pare, star là sola tutta una notte....
— Già. Rosina viene dopo, a buio, quando ha finito di far le faccende. Quella povera diavola è sola come un cane.
— Ah! Poveretta!
— È giusta che finisca così, senza che nessuno pensi al suo cadavere, nulla, una santa creatura come quella?
— Ancora giovane!
— Oh per questo, felice lei, ha finito di tribolare!
— Oh! Ma lei ha ragione. Ma signora, signora, com'è buona, com'è caritatevole, — e strascicava quell'«o» il poeta. — Avrei potuto accompagnarla io, tenerle compagnia, avremmo vegliato assieme.
— Troppo, troppo buono, mi raccomando la casa, la prego, so che non c'è pericolo, conosco con chi ho da fare, in ogni modo mi raccomando. Alle otto tornerà anche il signor maggiore, glie lo dica lei che siamo andate via, lui lo sa già che è morta. Domattina saremo qui presto, Rosina lascia tutto preparato.
Verso le sette, tutta vestita di nero, con una sciarpa nera in testa anche Rosina lasciò la casa.
— Signorino mi raccomando, io vado via. — Il poeta si fece alla porta. — Domattina vengo per la colazione e per i panni, è per non farla star là sola tutta la notte poverina, ha capito? io volevo che mandasse me, non ha voluto. Si è strapazzata tanto in questi giorni. Arrivederlo signorino.
* * *
Nella stanzuccia bislunga e disadorna come un pezzetto di andito, miseramente arredata, sul suo lettino di ferro, la povera Amalia Polidori giaceva vestita di nero. Le mani composte al petto stringevano il crocifisso.
Sul comodino erano accese due candele in due candelieri di vetro, sul cassettone altre due in due candelieri d'ottone.
Il lettino era rasente al muro, all'altro muro, sedute l'una accanto all'altra, la signora Costanza e Rosina pregavano. Col rosario fra le dita passavano le orazioni lentamente; erano avvolte, l'una in un grosso scialle, la signora in un'ampia mantella pellicciata, ed aveva il cappello in capo perchè faceva molto freddo. A momenti la padrona quasi si appisolava, allora Rosina le sorreggeva lo scaldino sulle ginocchia per paura che le si rovesciasse addosso, ma poi sussultando riprendeva le preghiere, il suo animo però non era tranquillo, il gelido spettacolo della morte la turbava, si faceva forza per ritrovare la padronanza di sè, e considerare serenamente l'amica morta.
Rosina invece no, serena dinanzi a quel fatto naturale, guardava con occhio calmo quel corpo esanime, e su quella fronte bianca pareva vi leggesse la parola: pace. Non aveva nemmeno sonno, ed era la seconda notte che vegliava.
A certi momenti dicevano il rosario assieme, poi la padrona si fermava assorta nei suoi pensieri; e la donna continuava sola sottovoce. — Certo, di me non sarà questo squallore, Rosina farà le cose come si deve, oh! ne sono più che sicura. — Ella da tanti anni aveva fatto il suo testamento in favore di Rosina, e pareva pregustare la immensa meraviglia che ne avrebbe provato quell'angelo, e la sua eterna gratitudine. — Il maggiore, o chi al suo posto, era fissato, avrebbe dovuto cedere la stanza, quella dove aveva amato la prima volta, dove era morto il suo Anselmo, e da dove doveva essere presa per venire trasportata al suo posto laggiù, vicino a lui, dove l'attendeva da trent'anni! Eppoi.... i suoi dozzinanti non sarebbero certo fuggiti, le pareva di vederli, attorno al suo letto, sarebbero venuti anche dei loro amici, quelli che anche lei conosceva bene, sarebbero andati tutti dietro alla sua bara come dei parenti, avrebbe avuto senza dubbio due belle ghirlande: una di Rosina, una degli inquilini. Che differenza!
Eppure era stata anche lei una diseredata, come Amalia Polidori, la differenza consisteva nell'aver saputo fare, tenere una donna, essersela affezionata più di una figliola, più di una sorella, questione di saper fare a questo mondo! Questa povera diavola, sola come un cane, cambiando inquilini ogni sei mesi, ecco come è andata a finire! Se non avesse avuto me sarebbe stata fresca! —
Tali pensieri la rincuoravano e riprendeva la preghiera con fervore, incoraggiata. Ma quando furono le cinque la testa non le stava più su, era stanca, finita. Rosina che non aveva avuto un sopore in tutta la notte le diceva: — si appoggi, si appoggi qui a me. — Ma non voleva, aveva paura di addormentarsi in quel luogo, aveva paura di doversi risvegliare lì, non voleva dormire, e non ne poteva più. — Senti Rosina — disse infine — non ne posso proprio più, mi sono strapazzata troppo in questi giorni, facciamo così: io fra poco vado a casa, a momenti farà giorno, scaldo il caffè per tutti e mi butto un po' sul letto, tu m'aspetti qui, verso le dieci ritorno e vai via te, ma ora ho proprio bisogno di sdraiarmi nel mio letto, mi bastano due o tre ore, faccio colazione e vengo via, voglio rimanere fino all'ultimo oramai, alle quattro e mezzo vengono a prenderla, il Signore vedrà che abbiamo fatto il nostro dovere.
Rosina strinse bene la mantella addosso alla sua padrona, le girò due volte attorno al collo una sciarpa di lana. — Si copra bene per carità — le ripetè mentre le faceva lume per la scala, e se ne ritornò sola e tranquilla presso la donna morta a pregare.
* * *
Era l'alba, un'alba cupa, erano ancora accesi i lampioni, ma per le vie circolavano già i barrocci colle derrate alimentari che andavano al mercato di S. Ambrogio. I lattai, col biroccino a cofano sotto al quale il lampioncino acceso tremulava come una gocciola. Gli operai attraversavano la città per recarsi al lavoro. Era quel primo movimento frettoloso dell'alba invernale.
Quando la signora Costanza pigiò la chiave dentro la serratura le parve di cascare addosso alla porta che si apriva, tanto aveva sonno, tanto era stanca, tanto le sue vecchie ossa erano intirizzite. Anelava il momento di potersi sdraiare sul suo buon letto.
Aprendo intravide della luce venir fuori dalla camera del poeta presso la sua, un lume vi era acceso, la porta spalancata. Si udiva l'orchestra di vicine e lontane respirazioni pesanti nel sonno. Fece un passo, urtò in una sedia rovesciata, presso alla quale raccolse una giacca da uomo, inciampò ancora in qualcosa che rotolò: una bottiglia.
Dall'orchestra di quelle respirazioni si alzò uno sbadiglio acuto, poi alcune parole:
— C'è gente! Ehi! L'avevo detto io! Ci siamo addormentati! Ehi! Fufi! Fufi! Sei morto? È giorno! Ah! Ah! Ah! La vecchia!
Battè forte gli occhi, fu desta d'un colpo. Una donna seminuda, con la sola camicia e la sottana le fu davanti sulla soglia, nella penombra, pareva sorridesse, dalla faccia trasognata, sembrò intravedere un uomo rovesciato che dormiva attraverso un letto. Dalla porta vicina fuggì come uno spettro un'ombra bianca ed entrò nell'uscio di fronte. Un'altra ombra si fece alla porta ma non ne apparvero che due grandi occhi ebeti esterrefatti.
Ombre, ombre, non più figure; grida sconnesse non più parole, singulti, non più oscurità e grigio dinanzi agli occhi, ma tutti i colori dello spettro ballanti una ridda spaventosa, penetrando nelle pupille lame colorate acutissime accecatrici, raggi fusori nelle molecole del cervello....
La vecchia corse due volte su e giù sobbalzando pesantemente per il corridoio, afferrò la maniglia di una porta, sbatacchiandola, sussultoriamente, entrò ballonzolando sulle gambe irrigidite come su dei trampoli. Fu nel mezzo della camera, nell'aria calda e pregna di fumo, dinanzi ad una poltrona dove un vecchio era sconciamente disteso, seminudo, ravvolto in uno scialle, addormentato profondamente. Ella pareva fare un gesto disperato per svegliarlo, pareva volesse emettere un grido, ma le sue mani, come grinfie spiegate in alto, parevano arranfare il cielo, e la sua bocca rimaneva aperta paurosamente spalancata vuota e nera. Sobbalzò ancora tutta la persona in un tremito sussultorio, orribile tarantella di morte, mentre alla soglia apparivano e sparivano, si stringevano e si dilatavano occhi grandi spauriti trasognati. I suoi immensi occhi neri come due altre bocche parevano volere inghiottire quel vecchio che continuava il suo sonno. Dalla gola le salì uno strappo come la corda di un violino troppo tesa che si schianta, e cadde giù pesantemente nel mezzo della stanza producendo un cupo rimbombo per tutta la casa.
La prima edizione del più pettegolo dei giornali portava questo stelloncino di cronaca:
«_Stamani alle ore sette nella Via*** N.*** l'affittacamere Costanza Chiodaroli veniva colpita da apoplessia rimanendo all'istante cadavere. Essa veniva prontamente soccorsa dai suoi numerosi inquilini, e da alcune.... signorine certa Nella B*** certa Olghina le quali, non si sa come, si trovavano precisamente nella sua casa. Dette signorine per lo spavento provato si sono date a gridare dalle finestre e per le scale, mettendo sottosopra tutto il vicinato, e facendo accorrere gente anche dalla via. La scena era delle più interessanti. Le brave ragazze appena riavutesi dallo spavento subito si sono date, nel loro costume ridotto ai minimi termini, a vegliare religiosamente la salma della povera e compiacente padrona di casa. Non occorre aggiungere trattarsi di una casa.... da thè. Il bello poi è questo, che il contado raccapricciato dallo scandalo è indignatissimo contro la defunta che si era fatta abilmente ritenere da tutti come una donna delle più scrupolose e costumate. Nel suo genere ben inteso_».
INDUSTRIA
— Ma che bel bambino! Bello bello bello! Ce ne sono molti ve' di belli quassù, ma questo è il più bello di tutti. — La giovine madre che teneva in collo il fanciullo sorrideva. — Ventotto mesi! Sembra di quattro anni! Davvero! Ma che bei ricci!... Ma gli occhi!... Gli occhi.... Vuoi venire con me?
— Vuoi andare con questa signora? Il bel ricciuto rise stringendo forte con tutte due le braccia il collo della madre. Le sue braccine grasse grasse facevano una profonda risega alla fine del polso, e le manine, fino alle dita, sembravano due guancialini. — Mah!... — La signora guardò suo marito presso a lei — Andiamo Narciso? — Il marito annuì col capo e un poco colla persona — Mah.... Addio bello!... Addio.... Buonasera.
— Buonasera signora.
Anche il marito salutò toccandosi con due dita la tesa del cappello.
Da un paio di mesi questa scenetta accadeva quasi ogni sera. I due signori, coniugi senza figli, il marito muoveva appena i primi passi nella cinquantina la moglie tirava via a far gli ultimi della quarantina, passavano da molti anni l'estate lassù a Vincignano, il delizioso paesello della Toscana verso il confine Umbro; affittavano sempre la stessa villetta, e la sera puntualmente al calare del sole salivano fino alla piazza del villaggio, si sedevano allo stesso tavolino del Caffè Nazionale, prendevano entrambi un _bitter_ al _seltz_, e dopo mezz'ora se ne ritornavano a casa prima che fosse proprio buio. La giovine col fanciullo era la moglie di un contadino che abitava sulla via maestra a pochi passi dal paese. Quest'anno i coniugi facevano in più la fermatina per salutare il piccino; a quell'ora la donna era di solito sul cancello, quando non c'era aspettavano un po', guardavano dentro, e se ne andavano molto a malincuore se non era stato loro possibile di vederlo. E lì: — Che bel bambino! Che begli occhi! Come questo non ce n'è! Non è vero Narciso? Ma che ricci.... Vuoi venire con me?... — E dall'altra parte: — Nossignora, sissignora.... ecc....
Ecco il primo germe di questa industria.
Una sera la signora disse scherzando: — Volete vendermi questo bambino? Voi potete farne subito uno più bello, io invece.... — La giovine madre sorrise. La sera dopo la frase fu ripetuta con minore accento scherzoso, la madre sorrise appena, la sera dopo ancora: — Ci avete pensato? — E la donna fu seccata di questo stupido discorso.
Parlando col marito disse dell'ammirazione che i due avevano per il piccino e disse che quella signora ripeteva ogni sera di volerlo comprare. — Sono cose che non si dicono neppure per ischerzo — concluse.
* * *
Era la fine di settembre, i coniugi lasciavano la campagna per tornarsene a Roma dove abitavano; quel giorno nella loro casa si concludeva solennemente un importantissimo affare: la proprietà di un certo Beppino di mesi ventinove passava a loro. Essi lo comperavano. Al tempo stesso firmavano in suo favore il loro testamento, lasciandolo erede di ogni loro bene. Pretendevano solamente, i nuovi genitori, che al nome di Beppino fosse anteposto quello di Cesare, nome troppo adorato e che custodivano intatto da quasi trent'anni.
I genitori di Beppino ebbero in compenso lire cinquemila. Fu sulle prime la moglie a volerle sborsare tutte lei, quasi riconoscesse, in quell'istante di felicità, tutto suo il torto nella infruttuosa unione e intendesse così pagarne la pena; e allora saltò fuori il marito che le voleva pagare tutte lui come convenendo allo stesso modo di essere lui solo il colpevole. Infine, dopo in lungo colloquio, decisero di mettere ognuno lire duemilacinquecento. Dovevano essere unite le due parti. — Così si fa, così debbono fare tutti, anche quelli che fanno i figli davvero.
* * *
Beppi.... pardon, Cesare, fu portato a Roma e non tardò a familiarizzarsi ed affezionarsi ai nuovi genitori. Chi sa mai quello che sarà passato per la sua testolina ma le condizioni del baratto erano così favorevoli ch'egli si trovò magnificamente nella capitale d'Italia dove lo avevano chiamato a regnare.
E quei coniugi, quella gente misurata e metodica, era diventata altra gente, gente nuova; avevano mandate al diavolo le abitudini ed erano tornati fanciulli. Non si occupavano più che di giuochi, di piccoli indumenti, di belle passeggiate al sole, corse sui prati.... tutta una vita rimasta in loro latente, ora si sviluppava, così tardi.
Si passavano l'oracolo dall'uno all'altro, ridevano, gridavano, correvano, gioivano.... spudoratamente; e quando la sera il piccolo chinava la testina dopo aver bevuto tutto il suo latte, se lo portavano a letto, e uno da un lato, uno dall'altro cooperavano a spogliarlo così addormentato e a metterlo presto sotto le coperte, eppoi lo baciavano, zeffirandogli appena le guance perchè non si destasse, assaporando il suo alito candido di latte. E lo guardavano ancora, e si guardavano incontrandosi in una frase lampante sebbene non espressa: — Quelle gioie potevamo averle provate da quasi trent'anni! Di chi la colpa? — Passava velocemente quest'ultima nuberella fra i due — Però.... però.... — diceva un ultimo sguardo pacificatore: chi sa se loro sarebbero riusciti ad averne uno tanto bello.
* * *
Prima che la vita di questi pseudo genitori fosse così totalmente cambiata, essi avevano a Roma due buoni, due cari amici, un'altra coppia di coniugi sulla cinquantina, come loro, come loro senza figli, non perchè gli fossero morti, ma perchè non erano mai riusciti ad averne, come loro: Pippo e Lavinia Tuzzo. I quattro si trovavano al pomeriggio per la passeggiata, alla sera per il caffè o il teatro, e in ogni luogo dove ci fosse da andare andavano insieme. Pagavano a metà la vettura, a metà il palchetto, pagavano a metà anche al caffè perchè le signore prendevano tutte e due il cappuccino, gli uomini tutti e due il caffè. Si facevano buona compagnia, si comprendevano a meraviglia, avevano le stesse abitudini, gli stessi gusti, i medesimi rimpianti. Andavano di sovente in quei giardini dove i bambini giuocano, e le mogli emettevano i medesimi sospiri, si lasciavano andare le stesse confidenze, le stesse piccole amarezze. I mariti dietro dietro, più severamente, facevano eco alle mogli. Quando si trovavano dinanzi ad una madre di numerosa prole, e magari orribilmente gonfia di un nuovo essere, le due donne guardavano la povera giovenca con grande ammirazione, la seguivano attonite. — In fondo era una donna in tutto e per tutto come loro, perchè doveva essere così beneficata? Che cosa aveva ella? Che cosa non avevano loro? — E quando i due mariti erano di fronte ad un mesto, preoccupatissimo padre di molti marmocchi, lo squadravano dalla cima dei capelli alle suola delle scarpe, quasi avessero voluto dire: — Che bel ragazzo! — Perchè ognuno di quei quattro riconosceva nel coniuge la colpa maggiore, ma in fondo erano tutti colpiti da quello del proprio sesso che si era così potentemente affermato. E questo sfregacciamento fra le due coppie serviva un po' a riscaldare la gelida tana delle loro unioni infruttuose.
Quando Lavinia e Pippo Tuzzo andarono alla stazione a salutare i loro amici di ritorno dalla campagna, non si potè dire che la sorpresa che gli avevano preparata li mettesse di buon umore. Credettero prima ad uno scherzo, poi, vedendo che quelli non avevano punto aria di scherzare e si portavano a casa con grande premura il fanciullo, rimasero fra loro pensierosi.
Una barriera insormontabile veniva a dividere i vecchi amici, il _tran tran_ della stessa vita non era assolutamente possibile riprenderlo. Le antiche abitudini se ne andarono tutte a capo fitto. I due non uscivano più la sera perchè non avrebbero mai eppoi mai affidato il piccino nelle mani della donna di servizio, uscivano invece presto la mattina, perchè Cesare abituato alla campagna doveva rimaner fuori più che fosse possibile: andavano per i viali, per le ville, col piccolo che si trascinava dietro un carretto, o un treno, un cavallo, dei palloni variopinti, si camminava secondo il volere di Cesare, si andava dove e come piaceva a lui, tutto era cambiato dalle fondamenta, non c'era più che una parola che valesse al mondo, un'idea, un nome: Cesare.
Lavinia e Pippo Tuzzo si mischiarono in principio a questa gioia, ma gli altri in fondo non ne godevano, non sapevano più che farsene, si capiva bene; rimanevano impacciati davanti a loro, non potevano godere più così spudoratamente come quando erano soli. — Siamo i nonni.... — dicevano: — Siamo.... come nonni.... — Ma lo dicevano male, si sentiva, per paura di essere corbellati, perchè loro non si sentivano nonni un corno, ma si sentivano il padre e la madre di quel fanciullo e niente altro.
Poi, il bimbo che diveniva sempre più festoso, sempre più sorridente, dispensava anche agli intrusi le sue grazie, e loro non volevano assolutamente essere così generosi da lasciargliele andare. — Eppoi.... eppoi infine.... — questo bambino è stato.... come trapiantato, avendo già cambiato i genitori una volta, se non ha sofferto nel mutamento è un vero miracolo, non è bene farlo accostare a troppa gente, se si vuole acclimatarlo bene al nuovo terreno.
— Certo certo — interloquiva il marito — naturalmente.
Le due amiche divennero fredde, e anche un poco insidiose, gli uomini, molto più sereni, riconobbero nella loro flemma che non era più possibile vivere insieme come prima.
Le visite furono diradate.
I coniugi senza figlio trovarono sul principio immensamente ridicola la condotta dei loro amici. — Per aver comperato un fanciullo erano divenuti due perfetti imbecilli. Alla loro età era anche molto pericoloso lasciarsi scorgere in pasto a simili debolezze. — Ma.... soli.... divennero malinconici, incominciarono fra loro i piccoli malumori.... piccoli malintesi.... dissensi fino allora sconosciuti.... per la prima volta si guardarono in cagnesco rimproverando l'uno all'altro la propria sventura. E un giorno poi scoppiò fra i due la vera guerra, due parole s'incontrarono come due micidiali siluri. Il marito lanciò dalla sua parte, con tutta la violenza di cui poteva disporre, questa parola: Sterile! — La moglie quest'altra: — Allentato! — E i due rimasero lungamente senza guardarsi.
Lavinia Tuzzo corse dalla vecchia amica e senza un ritegno più parlò della sua situazione, della solitudine, del dissidio col marito. — Mia cara, voi dovete fare precisamente quello che abbiamo fatto noi: prenderne uno, noi siamo felici! Pensate alla gioia di avere una di queste creaturine per la casa, sentirsi chiamare mamma, e avere una persona tanto carina alla quale volere tutto il nostro bene, alla quale dare tutto, tutto il nostro pensiero, lasciare quello che abbiamo. Volete anche voi lasciare il vostro denaro a dei lontani parenti che vi riderebbero dietro? Mia cara, io ti giuro che non v'è nulla di meglio al mondo che vedersi saltare sulla ginocchia uno di questi piccoli esseri. Queste creature prese così piccine sono come nostre, non v'è differenza alcuna, noi le educhiamo, le tiriamo su come vogliamo noi.... come un fiore. Voi dovete fare subito come noi: prenderne uno, scriverò io a Vincignano per informazioni, subito, non dubitate, dovete prenderne uno anche voi, di genitori sani, robusti, ben inteso, conosciuti, come abbiamo fatto noi, scriverò subito alla madre di Cesare io stessa....