Chapter 9
25 Sí gran timore allora al cor mi giunse, quand'io udii dover veder la Morte, che ancor mi punge: tanto allor mi punse. p. 139 E le mie guance diventonno smorte, ché 'l sangue si restrinse tutto al core, 30 come natura fa, perché 'l conforte.
Però la dea a me:--Perc'hai timore di quella cosa, che convien che sia e debbesi aspettar in tutte l'ore?
Dato è il quando e l'ordine e la via 35 del pervenire al termine giá posto: né fia la morte piú tarda, né in pria.
E, se non sai se egli è tardo o tosto della tua vita il tuo ultimo punto, star déi ognora accorto e ben disposto.
40 Acciò che tu non sia improvviso giunto, propon' che il tempo incerto, che ti resta, sia tutto giá presente ovver consunto.
Il tempo logra a voi la mortal festa; e le tre Parche tessono alla voglia 45 di quel Signor, che a tempo ve la presta.
E, quando Morte di quella vi spoglia, rimane in voi ciò che non gli è subietto: però l'alma non sente mortal doglia;
ché vostra volontá e l'intelletto 50 e tutto quel che 'n voi non è brutale, subsiste piú vivace e piú perfetto.
In terra torna il corpo animale, e l'alma, ch'è dal ciel, su al ciel riede, ciascun al suo principio originale.--
55 Gran passion gran conforto richiede; però Minerva alla mia gran paura questa monizion lunga mi diede.
Com'uom che va per la via non sicura, che mira e tace pel sospetto grande, 60 cosí, temendo, intorno io ponea cura.
E però Palla a me:--Mentre tu ande inverso a quella, a cui pervenir déi, perché pur temi e di lei non domande?-- p. 140 Ond'io risposi:--Volontier saprei 65 quant'ella sta ancor a noi da cesso, innanti ch'io pervenga insino a lei.--
Ed ella a me:--A voi non è concesso del cammin vostro di saper il quanto; ma ella in ogni loco è molto appresso;
70 ch'ella discorre ed è veloce tanto per questa valle, per la qual tu vai, che in ciascun punto ell'è in ogni canto.--
Per questo piú acuto allor mirai e vidi lei in un caval sedere 75 negro e veloce piú che nessun mai.
Avea le guance guizze, magre e nere: crudel la vista e sí oscura e buia, ch'io chiusi gli occhi per non la vedere.
E perché ogni uomo volontier s'attuia 80 gli occhi per non vederla, tanto è brutta, per ciò ella va occulta come fuia.
--Mia--sí dicea,--mia è la gente tutta: quanta n'è nata e nascerá al mondo, destruggerò e l'altra ho giá destrutta.
85 Quando alcun crede star sano e giocondo, io l'assalisco, e quanto è piú gagliardo, piú tosto al mio voler lo mando al fondo.
Imperatori o re non ho in riguardo; a' miseri, che stanno in pena acerba, 90 mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo.
Ciò che nasce nel mondo, a me si serba, e che ha carne e corpo, cresce e vive: tutto fia mio insino all'ultim'erba.--
Di molti morti io vidi poscia quive 95 sí grande strage, che rispetto a quella nullo poeta sí grande la scrive;
non quella che riempiè i moggi d'anella, non quella che la peste fe' in Egina, né quella, della qual Lucan favella. p. 141 100 Di quelli morti tra la gran rovina un si levò, che solo il cuoio e l'osse avea e verminose le intestina.
E disse:--Poiché noi siam nelle fosse, son nostri alunni e compagni li vermi. 105 Oh fine oscuro delle umane posse!
E, perché questo io meglio vel confermi, guatate i corpi fracidi di noi: per me' vedergli, alquanto state fermi.
Quali ora siete voi, ed io giá foi: 110 e quale io sono, tutti torneranno que' che son nati e che nasceran poi.
In questo loco papi meco stanno, imperatori, re e cardinali; né piú che gli altri qui potenzia hanno,
115 perché all'estremo tutti quanti equali ne fa la morte, ai ben felici atroce, e tarda e dolce agl'infelici mali.
Oh lasso me! L'indugio quanto nòce! E quel, che si dé' fare, averlo fatto, 120 oh quanto acquista del tempo veloce!
Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto; e questo il fe' la mia pigrizia sola, ché non soccorsi, com'io potea, ratto.
Io fui giá Uguccion dalla Fagiola.-- 125 Poi come morto ricadde supino, ratto ch'egli ebbe detto esta parola.
Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino tenea: per questo il cor sí m'invilío, ch'io non curava piú del mio cammino.
130 Ma quella, che guidava il passo mio, disse:--Che hai, che stai ammirativo e, come pria, venir non hai disio?
Non sapei tu che ombra è 'l corpo vivo, e che trapassa e fugge come un vento, 135 e cibo a' vermi è poi, di vita privo? p. 142 Se tu non vuoi, morendo, essere spento, cammina sí, che quella vita cresca, che 'l ciel non logra col suo movimento.--
Come infingardo, a cui l'andar incresca, 140 e, perché vada ratto, alcun gli grida, ch'allor s'affretta e li passi rinfresca;
cosí fec'io al dir della mia guida, tanto ch'io trapassai il regno afflitto del rio pirata e crudele omicida.
145 E dietro alla mia dea andando io dritto, pervenni in loco, ove trovai una porta; e quel che seguirá quivi era scritto,
il qual io lessi ed anco la mia scorta.
p. 143
CAPITOLO X
Dove l'autore discorre delle pene, che l'uomo dá a se stesso per false opinioni.
«Voi, che salite al secondo reame, intrate qui per questa porta inferna, che sempre aperto tiene il suo serrame.
Dentro ve fa la via una caverna, 5 la qual salendo sette miglia gira, ove nulla è che chiaro occhio discerna.
Questa conduce al loco, ove martíra l'uomo se stesso, e di sé fa vendetta, e fassi il colpo, onde piange e sospira».
10 Vista che avemmo la scrittura e letta, intrammo la caverna alla man destra per una via oscura ed anco stretta.
Ma dietro all'orme della mia maestra io sempre andai, e per un sasso fesso 15 uscimmo fòra, a guisa di finestra.
E su nell'aere, alquanto a noi appresso, vidi una donna alata trasmutarse in diverse figure spesso spesso.
Grande come gigante prima apparse; 20 poi piccola si fece e lieta e trista; giovine e vecchia poi la vidi farse.
--Chi se'--gridai,--che piú cambi la vista, che Acchilogo, e nullo essere vero par che 'n te sia, ovver che 'n te persista?
25 --La Falsa Opinion son del pensiero --disse volando,--e questo loco tegno, ov'io dimostro il bianco per lo nero. p. 144 Qui sta la Fantasia, qui sta lo Sdegno, Speranza, Amor, Timor e Alterezza, 30 Sospizion, 'Resia sta in questo regno.
Io fo povero alcun nella ricchezza e fo la povertá allegra tanto, ch'alcun la porta e nulla n'ha gravezza;
sí come avvien che 'n povertá alquanto 35 equal son due, e l'un non se ne cura, e l'altro si lamenta e fa gran pianto.
Se da sé fosse quella soma dura, alli due pazienti equal sería, se l'operante è di simil natura.--
40 L'Opinion, ovver la Fantasia, per l'aer se n'andò, movendo l'ale, e mutava sembianti tuttavia.
--Quella è la grave peste e 'l grave male --disse Minerva a me;--quella è cagione 45 di molto duol, che l'uom nel mondo assale.
S'alcuno è ricco, e la sua opinione a questa veritá gli contradice, egli se stesso in povertá ripone.
Nessun può esser in stato felice, 50 se a quello non concorre il suo parere, come concorre al frutto sua radice.
Come la frenesia, che fa vedere un per un altro, e 'l vin, quando ubbriaca non lassa ben vedere le cose vere;
55 cosí tre passion, che son la ra'ca di tutti i vizi: il troppo amore e spene e 'l timor anco all'uom la mente opaca.
Per queste tre, quando son troppe, avviene che si disvia ed erra l'intelletto, 60 tanto che 'l ver non può conoscer bene:
come alcun che ha il palato infetto, che gusta il dolce, e pargli che sia amaro e giudica in contrario il proprio obbietto. p. 145 Altramente il superbo ovver l'avaro 65 estima alcuna cosa, ed altramente l'animo buono e di vertú preclaro.
E secondo l'etá cosí la gente credon le cose, ed altramente estima chi porta l'odio che chi d'amor sente.
70 La puerizia ovver l'etade prima errando crede che solazzo e gioco tra tutti i ben sovran tenga la cima.
E, poiché quell'etá tramuta loco, dietro all'amor ne va l'adolescenza, 75 e i ludi giá passati estima poco.
Nell'etá terza, c'ha piú conoscenza, reputa i giochi e l'amor esser vano, e solo estima onore ed eccellenza.
Poi nella quarta etá dal capo cano 80 s'avvede ch'ogni etá era ingannata, e pone all'avarizia allor la mano.
Se, quando è su la morte, addietro guata, il cammin della vita, il qual è ito, gli pare un'ombra o cosa non mai stata.
85 Svegliasi quando del mondo è partito, e vede ciò c'ha tempo esser menzogna, rispetto all'eternal, che è infinito.
Sí come spesso avvien, quando alcun sogna, che, mentre dorme, gli par manifesto 90 aver dell'oro in man quanto bisogna,
e, quando torna in sé e ch'egli è desto, e' qui si scorna e dice nel suo core: --Oimè! oimè! perché non fu ver questo?--
cosí l'anima umana, quando è fuore 95 della sua carne, allor ella comprende che il mondo è sogno, e conosce il suo errore.
Iti eravamo omai quanto si stende quell'ampia valle, e noi trovammo un colle, che ben duo miglia su da alto pende. p. 146 100 Minerva salse il monte e poscia volle che dietro a lei seguissi le vestige, se non voleva andar sí come uom folle.
Quand'io fu' in cima, vidi il lago Stige, fatto alla forma ch'io l'avea veduto 105 giú nell'inferno in ogni sua effige.
Io era insino al lito suo venuto, e per mirar fermai i passi mei, per la gran nebbia risguardando acuto.
--Questa negra palude, che tu véi, 110 è quella, per cui iura il sommo Iove --disse Minerva--e iuran gli altri dèi.
Ciò che cade da cielo, ovver che piove, ciò che dall'aere o su dal foco cade, e ciò che l'acqua sé purgando move,
115 si aduna qui da tutte le contrade: ogni sozzura ed ogni sucidume, tutta la marcia delle cose frade.--
Per penetrar la nebbia e 'l folto fume, facea cogli occhi miei lo sguardo aguzzo, 120 come fa alcun, quand'egli ha poco lume.
Quanto piú m'appressava, maggior puzzo senteva al naso e tanto n'era offenso, che soffiando io facea dell'aere spruzzo.
Tutta la timiama ovver l'incenso, 125 che mai d'Arabia ovver d'Assiria venne, non mitigaría quel fetore immenso.
Lí eran l'arpie con pallide penne, con facce umane, storte, irate e guerce, fetenti sí, che 'l naso nol sostenne.
130 Facean lamenti su le smorte querce, e 'l misero Fineo mangiava sotto vivande, ch'eran di lor sterco lerce.
Una di lor mi disse questo motto: --O tu, che questo inferno passi vivo, 135 dietro alli passi di Palla condotto, p. 147 perché ti atturi il naso e mostri schivo? Tu sai che l'uomo nel vostro emispero piú di noi non è netto ovver giulivo:
ché egli è un sacco pien di vittupèro, 140 e tra gli altri animal che son nel mondo, vuole in nettarsi maggior ministero.
Tu sai ch'e' per la cima e per lo fondo e dello corpo suo per nove fori sparge il fastidio, piú che noi immondo.
145 Al sucidume e suoi corrotti umori per delicanza concorron le mosche, sí come l'api sopra belli fiori.
--Trapassa ratto este contrade fosche --disse a me Palla--e non gli far risposta: 150 basta che l'abbi viste e le conosche.--
Allora mi partii senza far sosta e vieppiú oltre una gente trovai, ch'avean la soma in la lor testa posta,
la qual convien che portin sempremai.
p. 148
CAPITOLO XI
Dove si tratta della pena di Sisifo.
Noi pervenimmo in una gran foresta, ove gente trovai, ch'ognuno un sasso avea per soma su nella sua testa.
Per una piaggia insú moveano il passo, 5 e, giunti al monte, poi scendeano al piano, e poi risalian su laggiú da basso.
Venir ver' noi non molto da lontano un'alma carca vidi d'un gigante maggior sei volte e piú d'un corpo umano.
10 Io dissi a lei, quand'io gli fui davante: --Dimmi chi se', che porti sí gran soma, ch'appena portería un elefante.
--Sisifo son, che 'l gran poeta noma, --disse. E poi giunse:--A voi mortali è posta 15 soma maggior ch'a me, e piú vi doma.
E perché meglio intendi mia risposta e che tu sappi ben ch'io non agogno, a quel, che ora dirò, l'orecchio accosta.
Il timor della morte e del bisogno, 20 amor e speme a voi pon maggior pesi, che non fa l'enco, quando appare in sogno.--
E, perché questo dir non ben compresi, dissi a Minerva:--O dea, questo sermone ben non intendo, se non l'appalesi.--
25 Ed ella a me:--Quel Signor, che dispone e regge il tutto, a chiunque al mondo nasce della sua soma sua gravezza pone. p. 149 Con pena prima sta dentro alle fasce e col sudor di colei che 'l nutríca, 30 e di colui che poi, vivendo, il pasce.
Poi che cresciuti son, chi s'affatica dietro all'aratro e la terra rivolta, ché non produca spine ovver ortica;
chi con paura e con fatica molta 35 giunge, cercando il mare, alla vecchiezza, sepolto dentro a' pesci alcuna volta;
chi mercatanta per aver ricchezza, e quel, che con fatica egli rauna, a chi pervenga nulla n'ha certezza;
40 _et tamen_ senza sonno e posa alcuna la voglia sempre ha fame e mai non s'empie ed al piú pasto, piú riman digiuna;
chi segue Marte e le sue opere empie facendo sé centauro biforme, 45 armato a ferro indosso e nelle tempie;
chi mangia a posta altrui e vegghia e dorme sol per aver il rimorchiato pasto, e va subietto dietro all'altrui orme;
chi, per sanar all'uom il membro guasto, 50 Ippocrate si fa; e chi legista per vender le parole e far contrasto.--
Quand'ella dicea questo, alzai la vista inverso il monte e vidi un'altra gente, ch'avea la soma di splendor sofista.
55 --Chi son color che 'l carco hanno splendente? --diss'io a Minerva.--Saria forse quello, perché si porti piú leggeramente?--
Ed ella a me:--Perché 'l peso sia bello, non è però che egli sia piú lieve, 60 né dá a colui, che 'l porta, men flagello;
ché una libra di penne è tanto greve, non piú, né men quant'una libra d'oro al dosso che la porta e la riceve. p. 150 E se saper tu vuoi chi son coloro, 65 son quelli, dalli quai si signoreggia, e però 'l peso han con sí bel lavoro.
Come la bestia, che ben somereggia, va piú adornata ed ha miglior prebende ed è onorata di freno e di streggia;
70 cosí han quelli il peso che risplende, ma sotto quel colore sta nascosto la soma greve, che la mente offende.
Per questo giá gridò Cesare Agosto: --Quando sará ch'io scarchi i pesi gravi 75 del pondo imperial, sopra me posto?--
Gridò Gregorio che 'l manto e le chiavi ed ogni reggimento ha tanto pondo, che gli altri sonno a rispetto soavi.
Ahi! quanti credon su nel mortal mondo 80 alcun aver in poppa il prosper vento, e sé averlo in prora e non secondo!
Che se colui, il qual credon contento, dicesse quant'è afflitta la sua voglia, direbbon sé aver minor tormento.
85 Ahi! quanti son che sguardano alla invoglia della gran soma, a cui se lo somiere dicesse il suo gran peso e la gran doglia,
piglierian le lor some volentiere, come minori e di piú lieve affanno, 90 piú atte al loro dosso e piú leggiere!
Ahi! quanti son che or a basso stanno, che 'n terra con la soma caderiéno del signorile scettro e primo scanno!
Quanti son ricchi ed in stato sereno, 95 che, della povertá portando il peso, la forza e la vertú lor verria meno!
Saul in terra morto andò disteso, portando la soma alta e con bei fregi, che, stando a basso pria, non era offeso. p. 151 100 Chi sta in alto, il basso non dispregi; e chi sta al basso ed ha la soma oscura, non abbia invidia a prenci ed a gran regi.--
E poscia ad altri molti io posi cura, ch'ognun sopra la soma era premuto 105 da circumstanti suoi per fargli iniura.
Udii gridar indarno:--Aiuto! aiuto!-- con pianti e con sospir; ma la pietade ivi era sorda a chi non era muto.
Ed uno a noi gridò:--Guai a chi cade! 110 ché, bench'abbia abbondanza di consigli, non però trova chi aiutarlo bade.--
La dea rispose:--O tu, che sí bisbigli, perché al caso tuo cordoglio porto, t'adiuterò, se 'l mio consiglio pigli.
115 Se vuoi alla gran soma alcun conforto, pensa di quei che portan maggior carchi che non hai tu, e portanli piú a torto.
E guarda ben che l'amor non ti carchi, e la spene e 'l timor se ti dán pena, 120 degno è che sol di te tu ti rammarchi.--
Poich'ebbe esto consiglio, un'ora appena egli era stato, e quivi un fanciul venne con bella faccia e di letizia piena.
Due ali adorne avea di belle penne 125 piú che paone, ed in mano avea l'arco, dal qual Achille giá 'l colpo sostenne.
Costui gli pose sopra tanto carco, mostrando il dolce e celando l'amaro, che 'l fece pianger con pianto e rammarco.
130 Poi venne un altro, che tutto contraro era a quel primo in tutte sue fattezze, col viso negro quanto il primo chiaro.
Questo gli pose ancor molte gravezze, poi venne innanti a noi una donna anco 135 col riso in bocca e piena d'allegrezze. p. 152 E, benché egli fusse lasso e stanco, con altri pesi ancor gli carcò il dosso. Allora disse:--Oimè! che vengo manco.--
Mentre diceva:--Oimè! che piú non posso 140 portar tante gravezze,--e' cadde in terra, fiaccandosi la testa ed anche ogni osso.
--Io fui da Lucca e detto Forteguerra --diss'egli a noi:--a far la grande impresa m'indusse spem, che fa che spesso uom erra.
145 Ella mi fece far la molta spesa e posemi l'incarco della parte, che sempre a chi n'è capo troppo pesa.
--Nulla averebbe potuto gravarte --diss'io a lui,--se tu alla scorta mia 150 creduto avessi in tutto ovver in parte.
Ma, s'e' ti piace, volentier vorria che mi contassi le doglie penose, che la speranza pone in questa via.--
Ond'egli, sospirando, mi rispose: 155 --Sappi che la fallace e vana spene principalmente si fonda in due cose.
O ella aspetta scemarsi le pene, ch'ella sostien, o desiando sguarda poter avere alcuno amato bene.
160 Se l'una e l'altra d'este due si tarda, ovver che manchi, l'animo tormenta; ma affligge molto piú, quand'è bugiarda.
Benché tante fiate a noi ne menta, come hai provato, ancor se gli dá fede: 165 tanto con le losinghe altrui contenta;
che 'l miser'uomo sempre ratto crede quel che desia; ma quel, ch'egli ha 'n temenza, non crede si rimova, se nol vede.--
Poi piú non disse; e femmo indi partenza.
p. 153
CAPITOLO XII
Dove l'autore parla di Flegias e della pena, che cagiona il timore.
Dietro a Minerva cento passi o quasi su salsi un monte e pervenni alla cima a veder quei che temon tutti i casi.
Lí era un piano, e, quando mirai prima, 5 vidi una strada insino all'altra sponda lunga due miglia, quanto alla mia stima,
ch'era diamètro nella valle tonda: quivi saper può bene il geomètra quanto quel piano intorno a sé circonda.
10 Ne' semicerchi della valle tetra anime vidi di fuor della strada, la qual lastreco avea di nera pietra.
Ed ognuna dell'alme in alto bada un grande sasso, che cader minaccia 15 tanto, che par che tosto in capo cada.
Per questo alzata insú tengon la faccia, temendo che non cada con ruina il sasso a lor in testa e che gli sfaccia.
Ahi, quanto punge del timor la spina! 20 e quanto affligge il core il mal futuro, che l'uomo aspetta e quasi lo indovina!
Pensa, lettor, se stessi sotto un muro, che fosse per cadere, o sotto un tetto, e se 'l dovervi stare fosse duro!
25 Pensa se avessi un uom incontra 'l petto coll'arco teso e fuggir non potessi, ed ei dicesse:--Tosto ti saetto!-- p. 154 Cosí han questi, di paura oppressi, gli archi di contra e però stan tremanti 30 che sassi e dardi non percuota ad essi.
Per dar lor piú timor, al volto innanti discorrono i Mal sogni e 'l Mal presaggio, l'upupa, il gufo e 'l corvo con lor canti.
Su per la strada era il nostro viaggio, 35 e trovai Fleias ch'era qui il primaio del gran timor con pallido visaggio.
--O Fleias,--dissi io,--che a tanto guaio se' posto qui e tremi vieppiú forte che 'l vecchio can nel freddo di gennaio,
40 Apollo ha posto te a cotal sorte per tua superbia e di te fa vendetta, che 'n sempiterno questo tremor porte.
Assai è minor pena a chi suspetta solo in un punto ricever il duolo, 45 che sempre temer l'arco e la saetta;
ché 'l timor seco mena grande stuolo d'assalitori, ed ognuno il cor punge: adunque è meglio aver un colpo solo.
Per darti piú timore ancor s'aggiunge 50 all'arco il sasso, e temi che non caggia e non ti fiacchi il capo, quando giunge.
--Nel mondo, ove tu sal' di piaggia in piaggia --rispose,--proverai simil doglienza, se vi pervieni colla scorta saggia.
55 Lí vederai tu il don di provvidenza farsi una lima che se stessa rode, di mille casi avversi c'ha 'n temenza.
E vedrai le ricchezze non far prode: tanto di povertá il timore affligge, 60 che 'l possessor di lor lieto non gode.
Che giova all'uom la vita, se l'effigge dell'orribile morte ognor l'accora e sempre di paura lo trafigge? p. 155 L'affaticato cibo, che ristora, 65 mentre si mangia, infermitá e sospiri menaccia al proprio corpo, che 'l divora.
Se suso inverso il ciel ancor tu miri, menaccia a te il Giudice di sopra, se gli fai cosa, per la qual s'adiri.
70 La terra, che convien che ancora il copra, e giú l'interno ancor gli fa paura, sí come punitor di sua mal'opra.
Se a destro ed a sinistro si pon cura, vede che ogni vizio quivi offende, 75 e teme a' suoi coniunti ogni sciagura.--
Ahi quanto di vergogna il viso accende, quando alcun riprendente è poi ripreso di quel medesmo, del qual e' riprende!
Cosí io feci, quando l'ebbi inteso; 80 e però dissi:--Prego mi perdoni, se, Fleias, col mio dir t'avessi offeso.
--O tu, ch'andi la strada e che ragioni e dietro a dea Minerva movi i passi, vedendo d'esto inferno le magioni:
85 --cosí gridò un de' miseri lassi e poi subiunse:--io prego che tu torche verso me il viso, innanti che tu passi.--
Io mi voltai e vidi un su le forche col capo chino tanto, che le guancia 90 a lui toccava quasi una dell'orche.