Il Quadriregio

Chapter 8

Chapter 83,864 wordsPublic domain

Se queste mie premesse noti bene, comprenderai il foco, onde si duole 120 il dimonio in inferno e le sue pene,

ché non puote ir dov'ama e dove vòle, e vedesi in prigione e fatto sozzo, libero prima e piú bello che 'l sole.

E' stava in cielo, ed ora sta nel pozzo 125 di tutto il mondo e vede ogni suo velle ed ogni suo desio essergli mozzo.

Come superbo, estima che le stelle reggere debbia ed essere il sovrano, fatto e creato tra le cose belle.

130 E, bench'egli dal ghiaccio e da Vulcano sensualmente non possa esser leso, perché da lui è ogni senso strano,

niente meno dal corpo egli è offeso, perché a quel corpo, ch'era a lui subietto, 135 ora subiace e sta dentro a lui preso. p. 122 E non è maggior onta ovver dispetto, che da quel servo, ch'è avuto in balía, esser signoreggiato ovver costretto.

E se per arte di nigromanzia 140 il demòn si costrenge ed è legato, ben lo pò far piú alta signoria.

E perché in ogni modo, in ogni lato e' cerca di fuggir, quinci argumenta che dal corpo, ove sta, egli è penato.

145 Nell'aer sopra lí, dove diventa folgore lo vapor, molti ne stanno e molti fra la gente, ove si tenta.

Ma nell'ultimo dí dell'ultim'anno tutti in inferno seranno serrati, 150 nel gran supplicio dell'eterno affanno.--

Noi eravamo insú tanto montati, che, nove miglia piú andando sopre, suso nel mondo seriamo allitati,

perché quel loco solo un cerchio il copre.

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CAPITOLO VI

Come l'autore, uscito dall'inferno, venne nel mondo nell'emisfero di Satan.

Non è nella riviera genovese, ovver tra gli Alpi freddi della Magna, né trovariasi mai 'n altro paese

aspera tanto e repente montagna, 5 quant'una, che trovammo sí alpestra, che fe' maravigliar la mia compagna.

Mirando intorno, io vidi una finestra a piè del monte con questa scrittura, la qual legger mi fe' la mia maestra:

10 «Voi, che salir volete su all'altura e che volete uscir di questo fondo, intrate dentro questa buca oscura.

Qui è la via che mena suso al mondo: chi salir vuol, convien che pria qui entre 15 e saglia poi, girando suso a tondo».

Minerva poi mi mise dentro al ventre del duro monte, e forse un miglio er' ito, che dietro a lei insú salendo, mentre

io venni manco, caddi tramortito 20 e ratto al ciel, sí come Ganimede quando Tonante fu da lui servito.

Lí mostrato mi fu come procede da Dio l'anima nostra, allora quando al corpo organizzato la concede.

25 Infundendola Dio 'nsieme e creando, non di materia, ma celeste forma, l'unisce al corpo e dona al suo comando. p. 124 Poi torna' in me com'uom che prima dorma; e, su levato, presi il dur viaggio 30 dietro alla dea, de' piè seguendo l'orma.

Sei miglia er' ito, quando vidi il raggio del chiaro sole scender d'una buca; onde Minerva a me col parlar saggio:

--Insin lassú convien che ti conduca 35 e per quel foro ti convien uscire, se vuoi vedere il sole e che a te luca.--

Allor piú ratto cominciai a salire, ché di veder il sole avea disio; ed ella mi spronava col suo dire.

40 Ma dicea meco:--Or come potrò io caper pel foro di quel sasso fesso, che non è una spanna, al parer mio?

E, quando fui a quel pertuso appresso, vi pontai 'l capo per la voglia presta, 45 tanto che un poco fòra l'ebbi messo.

E poscia ne cavai tutta la testa; poi la persona mia sospinsi tanto, ch'io n'uscii nudo senz'alcuna vesta.

E caddi in terra con omèi e pianto; 50 e quando prima il miser occhio aperse, vidi una vecchia brutta starmi a canto.

Questa le membra nude mi coperse; poi, come donna riputando dice, queste parole inver' di me proferse:

55 55--Io son la Povertá, prima nutrice, che l'uom ricevo colle membra nude, quand'egli arriva nel mondo infelice.

E quando gli occhi a lui la morte chiude, vo con lui alla fossa e lí rimagno, 60 ove l'altre person si mostran Iude.

E mentre in vita con lui m'accompagno, sí impazientemente mi sopporta, che fa di me sempre querela e lagno. p. 125 Niente reca, quando al mondo apporta; 65 e fatica e timore è la sua vita; ed al partir niente se ne porta.

Allor conoscer può nella partita che 'l vostro essere umano è come un sogno, e sogno par la parte che n'è ita.

70 Sí come l'òr, ch'è falso e di mal cogno, vanisce al foco, vostra vita manca; e ciò ch'è falso manca nel bisogno.--

Poi levai sú la mia persona stanca, e la vecchia tacette e poi disparve; 75 ond'io gli occhi voltai dalla man manca.

Mentr'io mirava, una cosa m'apparve mirabil sí, che, a volerla narrare, le mie parol mi paion levi e parve.

Vidi un gigante giovine cantare, 80 bello e membruto e col leuto in mano, e lieto lieto cominciò a ballare

e coglier fiori su pel lordo piano; e poi mi parve che s'inghirlandasse di quelli fiori come garzon vano.

85 Ed una rota grande, che voltasse di sopra a lui, e, quando ella si volve, parea che a poco a poco il consumasse.

Come di neve statua si risolve, quando sta al sole, cosí a poco a poco 90 si disfece e di poi diventò polve.

Quasi fenice antica, che nel foco arde se stessa e poi delle penne arse un'altra nasce nuova ed in suo loco,

cosí di quella polve un altro apparse 95 giovin gigante e inghirlandò le chiome, sotto la rota ancora a consumarse.

Costui addomandai come avea nome, ed anche dissi a lui ch'io avea brama di quel disfar saper il quale e 'l come. p. 126 100 Rispose:--Il nome mio come si chiama non posso dir, ché da me fu negletto quell'operar, che, morto, vive in fama.

Io con mill'altri e piú sto qui subietto a questa rota, che di sopra volta, 105 che muta a parte a parte in noi l'aspetto;

ché della vita breve avemmo molta, e negligenti andammo a passo lento sino all'estremo, dove ne fu tolta.

Però ha fatto Dio che in anni cento 110 nessun vive di noi piú di mezz'ora, e l'altro tempo in polve giaccia spento.

E questa pena ha l'uom nel mondo ancora; che, mentre il ciel a lui si volve intorno, a parte a parte conven ch'egli mora.

115 Cosí a morte corre in ogni giorno mosso dal tempo, che volando passa e, poich'è ito, non fa mai ritorno.

E quella dea, che scrive il tempo e cassa il cammin tutto dell'etá compiuta, 120 un delli mille trapassar non lassa.

Il cielo è quella rota che trasmuta tutte l'etadi della vita breve e che la testa bionda fa canuta.--

Poi, come si disfá al sol la neve, 125 cosí, parlando, colui si disfece, o come cera che 'l caldo riceve.

Minerva allor di lí partir mi fece; ed io a lei:--Da che parlar non posso piú con colui, rispondi a me in sua vece.

130 Se 'l cielo sopra noi non fosse mosso, lo stare ei fermo sarebbe cagione ch'ogni operar quaggiú fosse rimosso?--

Ed ella a me:--Quest'altra gran quistione richiede piú il dir aperto e sciolto, 135 che non è questo, e piú lungo sermone. p. 127 Il tempo e 'l ciel, che sopra voi è vòlto, è una cosa, e, non voltando il cielo, ciò che da tempo pende, saria tolto:

fatica, fame, sete, caldo e gelo, 140 e ciò che segue al moto alterativo, morte e vecchiezza col canuto pelo.

E, non voltando, l'uomo saria vivo e volontá e la virtú, che 'ntende, ed ogni senso arebbe piú giulivo.

145 Qui quel che disse l'agnol, si comprende, quando iurò per l'alto Dio vivente: «Mai non sará piú tempo, ovver calende,

ed ogni verbo avrá solo il presente, e cesserá il preterito e 'l futuro, 150 e ciò, che or corre, sará permanente»;

e nell'Apocalisse è questo iuro.--

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CAPITOLO VII

Dove trattasi del regno d'Acheronte.

Miglia' di mostri piú oltre trovai, i quai bench'io li narri e li racconte, appena a me si crederá giammai.

Anime vidi al lito d'Acheronte, 5 ch'avean sette persone e sette facce; e queste su in un ventre eran congionte.

Pensa sette uomin, che l'un l'altro abbracce dietro alle reni e con sette man manche, con sette destre ed altrettante bracce.

10 Ed avean sol un ventre e sol due anche e sol due gambe e sol un umbillico: sí fatti mostri non son trovati anche.

E ciascun delli visi, i quali io dico, quant'era piú appresso a quel davante, 15 piú giovin era e dietro piú antico,

sí che la prima faccia era d'infante or ora nato, e l'altra puerile, d'adolescente il terzo avea sembiante,

giovine il quarto, il quinto era virile, 20 il sesto di canuti era cosperso, e l'ultimo un vecchiaccio tristo e vile.

Miglia' di mostri fatti a questo verso stavano a lato di quell'acqua bruna, per passar l'onde del lago perverso,

25 il qual avea assai maggior fortuna, che mai Carribdi, Scilla o l'Oceáno, quando ha reflusso o quando volta luna. p. 129 Vidi Caròn non molto da lontano con una nave, in mezzo la tempesta, 30 che conducea con un gran remo in mano.

E ciascun occhio, ch'egli avea in testa, parea come di notte una lumiera o un falò, quando si fa per festa.

Quand'egli fu appresso alla riviera 35 un mezzo miglio quasi o poco manco, scòrsi sua faccia grande, guizza e nera.

Egli avea il capo di canuti bianco, il manto addosso rappezzato ed unto; e volto sí crudel non vidi unquanco.

40 Non era ancor a quell'anime giunto, quando gridò:--O dal materno vaso mandati a me nel doloroso punto,

per ogni avversitá, per ogni caso vi menerò tra la palude negra 45 incerti della vita e dell'occaso.

Pochi verran di voi all'etá intègra; spesso la vita alli mortali io tollo, quand'ella è piú secura e piú allegra.--

Dava col remo suo tra testa e 'l collo 50 a' mostri, che mettea dentro alla cocca; e forte percotea chi facea crollo.

Poscia rivolto a me, colla gran bocca gridò:--Or giunto se', o tu, che vivi, venuto qui come persona sciocca.--

55 Minerva a lui:--Costui convien ch'arrivi all'altra ripa sotto i remi tui, 'nanzi che morte della vita il privi.

--Su la mia nave non verrete vui --rispose a noi con ira e con disdegno,-- 60 ché altre volte giá ingannato fui.

Un trasse Cerber fuor del nostro regno, l'altro la moglie; or simil forza temo: però voi non verrete sul mio legno.-- p. 130 Minerva a lui:--Io chiedo ora il tuo remo, 65 ch'io vo' menar costui, o vecchio lordo, da questo basso al mio regno supremo.

Lassame andar, consumator ingordo, ché a te non è subietta quella vita, per la qual vive uom sempre per ricordo.--

70 Ratto ch'egli ebbe esta parola udita, si vergognò ed abbassò le ciglia, e senza piú parlar ne die' la ita.

Navigato avevam ben giá due miglia, ed io mi volsi addietro, e vidi ancora 75 venuta alla rivera altra famiglia,

solcando noi per quella morta gora, con gran tempesta tra le morte schiume, col vento non da poppa, ma da prora.

Sí come il falso argento torna in fume 80 nel ceneraccio, che fa l'alchimista, o cera che al foco si consume;

cosí a' mostri la lor prima vista vidi mancare ed anche la seconda, come cosa non stata o non mai vista.

85 E poi la terza colla testa bionda, la quarta e poi la quinta venne meno, navigando oltra per quell'acqua immonda;

mancò poi il sesto di canuti pieno; sicché di lor rimase un sol vecchiaccio: 90 non sette piú, ma un tutti pariéno.

La nave a riva avea a venir avaccio, quand'io addomandai un gran vecchione, che stava a lato a me a braccio a braccio.

E dissi a lui:--Perché 'l demòn Carone 95 sí vi disfá? e perché, navigando, sei parti ha tolte alle vostre persone?--

Rispose:--Quel Signor, che 'l come e 'l quando sa della morte e la vita concede non mai a patti, ma al suo comando, p. 131 100 nel mondo sú lunga vita ne diede; e fummo negligenti alla virtude e ratti a far le cose brutte e fède.

Però menar ne fa per la palude, e nella ripa esto crudel pirata 105 la vita a noi vecchiacci ancora chiude.

E quando addietro la nave è tornata e mena quei che stan dall'altro canto, in quel rifatti siamo un'altra fiata.

E ritornamo a quella riva intanto, 110 ove pria fummo; e lí da noi s'aspetta anche 'l nocchier con pena e con gran pianto.

Questa è da Dio a noi giusta vendetta, da che a ben far nostra vita fu tarda, che sempre a morte nostra vita metta.

115 La Morte non è mai all'uom bugiarda, ché lo minaccia in viso e fallo accorto; ma egli chiude gli occhi e non si guarda.

E, benché l'uom si vegga giunto al porto degli anni suoi, è sí ne' vizi involto, 120 che prima il viver che 'l mal fare è scòrto.

In quell'etá, che fa canuto il volto, alcun nell'operar tanto è difforme, ch'e' non par vecchio, ma fanciullo stolto.

Ed io lassú, dove si mangia e dorme, 125 fui giá Del Bruno chiamato Francesco e fiorentin lascivo vecchio enorme.

Qui sta, (or poni un «vo» di dietro al «vesco»,) Pier d'Alborea, che 'n tre vescovati, secco negli anni, nel peccar fu fresco.--

130 Noi eravamo al porto giá appressati; e tutti vennon men su nella riva, sí come un'ombra ed uomin non mai stati.

Io scesi in terra con la scorta diva, ed ella disse a me:--Se ben pon' mente, 135 la vita umana non si può dir viva; p. 132 ché solo solo un punto è nel presente, e nel futur non è ed anco è 'ncerta, e del passato in lei non è niente.

E, perché questa cosa ti sia esperta, 140 pensa che un oro puro a parte a parte a poco a poco in piombo si converta.

Se un venisse a te a domandarte, tu non potresti dir che quel fusse oro, da che dall'esser òr sempre si parte.

145 Cosí è la vita di tutti coloro, che 'l tempo mena a morte; e chi ben mira, non dirá mai:--Io vivo,--ma--Io moro;--

ché, mentre il cielo sopra voi si gira, logra la vita, ed è cagion quel moto 150 del caso e qualitá che a morte tira.--

In questo ad ira Caròn fu commoto e gridò forte:--Questa simil pena ha l'uom; ma, come a cieco, non gli è noto;

ché 'l ciel fa il tempo, quel nocchier che mena 155 l'uom navigando d'una in altra etade sino alla ripa, ov'è l'ultima cena.

Dal tempo ha 'l corpo ogni infermitade; e ciò, che è nel mondo all'uom molesto, sí vien dal cielo o da natura cade.--

160 Poi si partí Caròn fiero e rubesto.

p. 133

CAPITOLO VIII

Dove trattasi della pena del gigante Tizio e quello ch'e' significhi.

Caròn la nave irato addietro mosse e Palla opposta a lui mosse le piante; e quasi un miglio credo andato fosse,

che trovammo giacere un gran gigante 5 legato in terra e dietro resupino, e sopra lui un gran vóltore stante,

che 'l becco torto avea come un uncino: il petto gli smembrava il grande uccello con grave doglia al misero tapino.

10 --Minerva mia--diss'io,--che mostro è quello, a cui il fegato dal vóltore è roso tanto, che poco n'è rimaso d'ello?--

Perché «mostro» il nomai, gli fu noioso, al mio parer; però la testa grande 15 alzò, parlando irato e desdegnoso.

E disse:--O tu, che qui di me domande, Tizio son io, a cui 'l fegato pasce questo avoltore e tutto il giorno prande.

E poi la notte in petto mi rinasce 20 e fassi preda allo bramoso rostro: queste pene sostengo e queste ambasce.

Simile a me, che m'hai chiamato «mostro», in ciascun uomo è la parte mortale; e che questo sia vero, io tel dimostro.

25 Come vóltore, il caldo naturale l'umido radicale in voi divora, poi rinasce del cibo, ma non tale, p. 134 però che sempre la lega peggiora; oltre la gioventú putrido fasse; 30 per questo l'uomo invecchia e discolora.

Se 'l cielo sopra voi non si voltasse, non averebbe il detto uccello il pasto, né converria che cibo il ristorasse.

E se a me il petto è roso e guasto, 35 la notte integramente lo risaldo; sí che io in sempiterno vivo e basto.

Ma quel ch'è in voi consumato dal caldo, se si rifá per prandio ovver per cena, non sempre è sí perfetto, né sí saldo.

40 E questo alla vecchiezza e morte mena, e fame e sete; sí che vostro stato vien meno ed ha a questa simil pena.--

Io non risposi, quand'ebbe parlato, ché non volle Minerva; ond'ei la testa 45 ripose risupina insú quel prato.

Trovammo poi in una gran foresta, quant'un gigante grande, la Vecchiezza tra molta gente dolorosa e mesta.

Ell'era guizza e piena di gravezza, 50 magra, canuta e senza nessun dente, poggiata ad un baston per debilezza.

Dirieto a lei veniva una gran gente, che parevano vivi, ognun coniunto inseme con un morto puzzolente.

55 Cosí erano uniti a punto a punto, sí come san Macario e san Bordone, quand'un viveva e l'altro era defunto.

Quand'io considerai cotal passione esser coniunti i vivi colli morti: 60 --Oimè!--diss'io,--oh quanta afflizione!--

La vecchia mi guatò con gli occhi torti e dissemi:--Se mai nel mondo riedi dietro a colei che t'ha li passi scorti, p. 135 simile a quella pena, che tu vedi, 65 lí troverai e le person penose. Ma, perché forse questo a me non credi,

sappi che 'l mondo nomina le cose non per diritto, ma per lo traverso: però le veritá gli son nascose.

70 Quando l'uom nasce nel mondo perverso, che a vivere incomincia usate dire; ma questo dir dal ver tutto è diverso,

però ch'allora incomincia a morire; e, perché insieme insieme vive e more, 75 col vivo il morto è lí anco l'unire.

Tutti gli anni, li mesi e tutte l'ore che son passate, e ciò c'ha 'l tempo scemo, nell'uomo è morto ed è di vita fuore.

Oh quanto è stolto quel, che 'l «ben faremo» 80 conduce insino al serrar delle porte e 'l ben poi principiar in sull'estremo!

Queste alme son dannate a cotal sorte, perché nel mondo non fûr le lor vite vive nell'operar, ma pigre e morte.

85 E, se ben miri, son qui ben punite, ché vive dalli morti hanno tormenti, e come morte a morti sono unite.--

Quando ebbe detto delli negligenti, piú oltre mi mostrò quivi dappresso 90 l'Infermitá, che facean gran lamenti.

E disse:--Su nel mondo vanno spesso; non può fare Ipocráte ed Avicenna che 'l corpo uman non sia da loro oppresso.--

Non poteria giammai scriverlo penna 95 la schiera grande che io vidi de' Morbi, che fere all'uom, o che ferir gli accenna.

Quivi eran zoppi, monchi, sordi e orbi; quivi era il Mal podagrico e di fianco, quivi la Frenesia cogli occhi torbi. p. 136 100 Quivi il Dolor gridante e non mai stanco, quivi il Catarro con la gran cianfarda; l'Asma, la Polmonia quivi eran anco.

L'Idropisia quivi era grave e tarda, di tutte Febbri quel piano era pieno, 105 quivi quel Mal che par che la carne arda.

Sí d'ammirazione io venni meno, ch'arei laudato l'error d'Origene, se non che Fede a me tirò il freno.

Dice che l'alma, che nel corpo viene, 110 è un dimonio, il qual Iddio rinchiude dentro alla carne sol per dargli pene.

E però il corpo umano è fatto incude di tutti i colpi che 'l mondo saetta, perché di sua superbia si denude.

115 --Sta' fermo su la Fede, ch'è perfetta,-- disse Minerva, che, senza mio sermo, vedea l'opinion, ch'i' avea concetta.

Ed io a lei:--Perché nel corpo infermo, subietto al cielo e brutto e tanto vile, 120 che tanto o poco piú è vile un vermo,

l'anima nostra, ch'è tanto gentile, Dio la rinchiude ed in lui la trasfonde? Trovò piú miser loco o sozzo o vile,

ove materia in nulla corrisponde 125 alla sua forma? E però maraviglio che l'anima del corpo si circonde.--

Come si schiara il padre verso il figlio, che si rallegra quando egli ha ben detto, cosí la dea ver' me rallegrò il ciglio.

130 E disse:--Se 'l volere e lo 'ntelletto con vostra carne fosse insieme unito, il vostro arbitrio saria al ciel subietto.

E s'egli fosse dal cielo impedito, non ritrarria la carne, che rimove 135 spesse fiate dal vano appetito; p. 137 ché, se lo corpo all'obietto si move e 'l voler vostro fusse uno con lui, fren non sarebbe a ritirarlo altrove.

Questo è principio per provare a vui 140 che puote l'anima aver subsistenza, forniti che ha 'l corpo i giorni sui.--

Io anche dissi:--O dea di sapienza, se 'l ciel mi tira, ed io tirato vado, mosso dal corso ovver dall'influenza,

145 dunque che biasmo avrò, se fo alcun lado? O che loda e che onor io debbo avere, s'io surgo al bene o s'io nel mal non cado?--

Ed ella a me:--Il ciel 'n voi ha potere solo nel corpo, e s'e' al mal corresse, 150 il vostro velle il puote ritenere.

Se prava ancor complessione avesse da tempo o loco o da suoi genitori, esser potrebbe ch'al mal si movesse;

perché, secondo che 'n voi son gli umori, 155 cosí si move il carnal desidèro ad ire, invidie, ad odii ed amori.

Ma volontá in voi ha 'l sommo impero di ciascun senso umano, e può guidarlo e soggiogarlo ad ogni ministero.

160 Dunque l'arbitrio, del qual io ti parlo, perché guida il timon di tutto il legno e può a scoglio ed a porto drizzarlo,

di biasmo e loda egli diventa degno, secondo che va ritto o che devia 165 dal dritto porto ovver dal dritto segno.--

Poscia di quindi noi andammo via.

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CAPITOLO IX

Come l'autore trova la Morte, la quale parla acerbamente contro i mortali.

--Le rote delli ciel tanto son vòlte --disse Minerva,--che, da che venisti, tre ore della vita t'hanno tolte.

La vita e 'l tempo, se tu ben udisti, 5 son una cosa; e quanto dell'un perde, tanto perdi dell'altro e tanto acquisti.

Convien omai che tu cammini inver' de colei, la quale a ciò che nasce è fine, e che fa secco ciò che pria fu verde.

10 Non col passo dei piè te gli avvicine o meno o piú, ma di sopra li cieli voltati fan che tu ver' lei cammine.

--Con tanta oscuritá il dir mi veli --risposi a lei,--che ben io non l'intendo 15 qual fine è questo, se tu non riveli.

Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo che giá tre ore mia vita è scemata, mentre noi queste cose andiam vedendo.--

Ed ella a me:--Stolto è colui che guata 20 solo alla vita e non rimira il porto, al qual fa ogni dí una giornata.

In questa valle, nella qual t'ho scorto, vedrai la Morte--Palla mi sobiunse;-- però fa' che, passando, tu sie accorto.--