Chapter 7
Allor li vizi senza resistenza uscîro di comun da Mongibello col loro ardire e con la lor potenza. p. 105 E come quei che han preso alcun castello, 65 gridan:--Brigata, sú! il castello è nostro!-- per veder se si leva alcun ribello;
cosí, usciti dall'infernal chiostro, Satan e i suoi questo mondo pigliâro: allor d'inferno uscí il primo mostro.
70 E sua superba sede collocâro in mezzo il mondo, dov'è il primo clima, onde l'un polo e l'altro vede chiaro.
Lá sta la via che al regno mio sublima, su per la qual nessun può mai venire, 75 se colui non combatte e vince in prima.
Lí stanno i vizi sol per impedire che verso il cielo alcun insú non saglia con grandi orgogli ed onte e con ardire.
Chi come Circe la mente gli abbaglia, 80 chi canta dolce piú che la sirena, e chi menaccia e chi dá gran battaglia.
Di mille se un passa e anco appena, viene in contrada di splendor sereno, di belli fiori e dolci canti piena.
85 Ed in quel pian sí chiaro e tanto ameno stanno quei ch'ebbon fama di virtute, benché battesmo e fede avesson meno:
ché non vuol l'alto Dio che sien perdute le prodezze in inferno, e senza fede 90 vuol che null'abbia l'eternal salute.
Chi, oltre andando, piú suso procede, trova nel gran giardin quattro donzelle: oh beato chi l'ode e chi le vede!
Tre altre piú divine e vieppiú belle 95 ne stan piú su, e con queste sto io, accompagnata da quelle sorelle.
Ed in quel loco bel vagheggio Dio, e veggio il primo artista nel suo esemplo tra le bellezze del suo lavorio. p. 106 100 Poi vo piú alto ed entro nel gran templo del sommo Iove, e con la mente mia a faccia a faccia il Creator contemplo.
Anche domandi quanta signoria ha Satanasso; ed, a ciò dichiararte, 105 convien con fondamento sappi in pria
che Dio è primo prince in ogni parte sempre e di tutto, ed a' primi motori la sua virtú comunica e comparte.
E questi dopo lui sonno signori 110 di tutte quelle cose, che 'l ciel move, perché de' cieli son governatori.
Adunque ciò che da influenzia piove, o che fa 'l tempo, cioè state o verno, ovver natura delle cose nòve,
115 tutto procede dal moto superno; e la virtú vien da' motor primai, a cui de' cieli Dio dato ha 'l governo.
Piú che gli altri motor Satán assai ha di potenza, e da lui esser mossa 120 puote ogni spera ed influir suoi rai.
E se ogni cosa natural è scossa dai ciel, che viene in terra, or puoi sapere quant'ella è grande e ampia la sua possa.
E, poiché colpa gli fe' l'ali nere, 125 Dio spesse volte l'operar gli toglie, sí come in Iobbe si poteo vedere.
Vero è che a certe cose egli lo scioglie, ché vuol che sia signor sopra la gente che segue la sua legge e le sue voglie.
130 E tu lo proverai s'egli è possente coi vizi suoi ed anco s'egli stanca la carne vostra, quando a lui consente.
Ma non temere e l'animo rinfranca; reduci i grandi esempli alla memoria, 135 ché fortezza incorona, se non manca. p. 107 Nella battaglia s'acquista vittoria. Nessun mai per fuggir o per riposo venne in altezza, fama ovver in gloria.
E, se il cammino è duro o faticoso, 140 pensa del fine e pensa qual sia il frutto fra te medesmo saggio e virtuoso.--
Allor allor alla briga condutto stato essere vorria: tanta speranza mi die' il suo dir e rinfrancòme tutto.
145 E però dissi con grande baldanza: --Andiam, ché nullo mostro pel sentiero di potermi impedire avrá possanza.
--Non ti fidar di te, né sie altèro --rispose,--ché colui è piú da lunge, 150 che stima esser piú appresso nel pensiero.
Nessun giammai a buon termine giunge, se del gir poco o del tornar addietro non fa a sé gli spron, con che si punge.
Perché di sé presunse il gran san Pietro, 155 cadde, da vento piccolo commosso, non come ferma pietra, ma di vetro.--
Quando udii questo, di vergogna rosso sí diventai, che dissi per scusarme: --Minerva, senza te niente posso.
160 Perché spero da te la possa e l'arme --diss'io,--credo cosí esser difeso, se dietro a te ti degni di guidarme.--
Allor si mosse, quando m'ebbe inteso.
p. 108
CAPITOLO III
Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno, dove era disceso.
Denanti a me andava la mia guida, e poi io dietro per una via stretta, seguendo lei come mia scorta fida.
Andando come alcun che non sospetta, 5 subitamente un gran tuon mi percosse, sí come Iove il fa, quando saetta.
E questo il sentimento mi rimosse, tanto ch'io caddi quand'egli mi colse, sí come un corpo che senz'alma fosse.
10 Dal punto che li sensi il tuon mi tolse, insin che 'n me tornai, una gross'ora, al mio parer, di tempo il ciel rivolse;
ché, quando io caddi, veniva l'aurora, e giá toccava l'orizzonte il sole; 15 e poscia il vidi un mezzo segno fuora.
Su mi levai senza far piú parole, cogli occhi intorno stupido mirando, sí come l'epilentico far suole.
Dicea fra me:--Oh Dio! or come e quando 20 son qui venuto?--e stava pauroso. Dov'è Minerva, ch'andai seguitando?
Sotto qual parte del ciel io mi poso? Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse con quelli che han sei mesi il sol nascoso?--
25 Cosí, mirando intorno, alfin m'accorse che mi guardava e stava a destra banda la saggia donna, che la via mi scorse. p. 109 A me parlando senza mia domanda, mostrò due vie, e disse:--D'este due 30 prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda.
Questa, ch'è arta e che mena alla 'nsúe, è nel principio molto aspera e forte, ma poi nel fine ha le dolcezze sue.
Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte 35 e che è lata e mena giuso al basso, è dolce in prima e poi mena alla morte.--
Oh semplicetto me, ignorante e lasso! Presi la via, che all'ingiú conduce, perché piú lieve mi parea al passo.
40 E nell'entrata è ver che quivi è luce; ma, perch'è scura quanto piú giú mena, andai poi come un cieco senza duce.
Cosí, privato di luce serena, io giunsi in poco tempo insino al centro, 45 onde nullo esce senza forza e pena.
Quando mi vidi condutto lí entro, dicea tra me:--Come son qui venuto in questo fondo, ove io cosí m'inventro?
--Non cercar ora come se' caduto 50 --disse Minerva dalla lungi alquanto,-- ma pensa uscirne e che a ciò abbi aiuto;
ché 'ngiú andando sei disceso tanto, che piú che 'n testo loco non si scende, e chi n'uscisse sal da ogni canto.
55 --Io prego, o dea, il braccio a me distende --diss'io,--ché uscirne m'affatico invano, se tu con la tua destra non m'apprende.--
Allor dea Palla stese a me la mano e di quel fondo, dove io m'era messo, 60 mi trasse su, tirandomi pian piano.
Quand'io fui ito un miglio su da cesso dal loco, che Satán lassato ha vòto, trovai Cocito e 'l laco suo da presso. p. 110 E, perché questo laco è piú remoto 65 da ogni caldo di sole e di foco, piú fredda cosa non ha 'l mondo toto.
E tutto il freddo e ghiaccio, ch'è 'n quel loco, ove la tramontana fa 'l zenitte, rispetto a quello par niente o poco.
70 De' traditori l'anime confitte vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino seguiron giá con fatti e parol fitte.
E, perché in poco tempo gran cammino avea a far, di lí la dea mi trasse 75 inverso a un monte, a quel laco vicino.
Per una grotta volle ch'io andasse dentro fra 'l monte, e sette miglia suso per la via oscura e con le gambe lasse.
Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso, 80 tanto vedea lí con l'occhio aperto, insin che uscimmo fuor per un pertuso.
Quand'io fui giunto su nel monte ad erto, l'anime vidi di chi Dio biastema, in un gran piano di fumo coperto.
85 Ancor, pensando, al cor me ne vien téma, ché io vedea a tutti arder la bocca, e tutti quanti avean la lingua scema.
E come spesso la grandine fiocca, sí caggion sopra lor saette accese, 90 e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca.
Satáno trasse fuor d'esto paese, sí come Palla disse, i gran giganti, quando co' vizi suoi il mondo prese.
Vero è che lí ne stanno ancora alquanti 95 distesi in terra e con caten legati, sí che non son nel mondo tutti quanti.
Io vidi lor quando son fulminati, che biastimavan la virtú eterna, superbi, altèri e con li volti irati. p. 111 100 Poi ne partimmo e per una caverna intrammo un monte, e tanto la dea salse, che fummo insú la terza valle inferna.
Chiunque con fatti e con parole false inganna altrui con doli ovver con frode, 105 quivi ha lo scotto con amare salse;
ché strascinati son dietro alle code in forma di cavalli da' dimòni, e chiunque corre piú, quello è piú prode.
E sopra quelli stan cogli speroni 110 altri dimòni, e tra le pietre dure strascinan l'alme supine e bocconi.
E quivi del mal peso e di misure si fa vendetta e d'ogn'infedel arte, de' giochi, d'arcarie e di man fure.
115 La dea mi disse:--Andiamo in altra parte, ché 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte di piaggia in piaggia a me convien menarte.--
Allor intrammo per un alto monte, sempre montando, ed al sommo salito 120 vidi gran valle, quando alzai la fronte.
Il vizio contro natura è punito acerbamente in quella valle piana; lí sta in tormento ciascun sodomito.
Questi omicidi della spezie umana 125 l'amor, che figlia e fa congiunti insieme, spreggiano e gittan come cosa vana.
Sopra esti destruttor dell'uman seme il foco e 'l zolfo puzzolente piove, e dentro al fuso rame ancor si geme.
130 Salimmo poi nel quinto cerchio, dove li sette vizi avevan giá le case, anzi che gisson dell'inferno altrove.
Ell'eran grandi e vacue rimase, sí come a Roma sono le ruine 135 delle anticaglie con le mura pase: p. 112 sordide tutte e piene di fuline, deserte dentro e con le mura rotte, piene di rovi, d'ortiche e di spine.
La dea a me:--Lá dentro in quelle grotte 140 stava Cerbero giá rabbioso cane con tre bocche latranti aperte e ghiotte.--
Per una intrammo di quelle gran tane, sinché le male bolge ebbi salite: alfine uscimmo in contrade lontane,
145 ove trovammo la cittá di Dite con le mura di foco intorno intorno, con le torri alte e con le case igníte.
Ogni casa parea ardente forno. Vedea i demòni colle acerbe viste, 150 che lí per manegoldi fan soggiorno.
Io vidi tormentar l'anime triste; e secondo le colpe, che han commesse, cosí conven che lí doglia s'acquiste.
Io vidi molte per mezzo esser fesse 155 con dure seghe, ed alcune co' denti mordevan sé, lacerando se stesse.
E questo è 'l duol che piú gli fa dolenti, il verme della stizza, e maggior gridi fa trarre a lor che tutti altri tormenti.
160 Vidi i rattori e vidi gli omicidi tagliare a pezzi e le lor membra crude rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi.
Io farò come quel che 'l dir conchiude. Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto, 165 che vede il core, il vizio e la virtude,
non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto d'onore e di letizia, e non vuol mai che 'l male alfin non partorisca lutto
con piena e con tormento di gran guai.
p. 113
CAPITOLO IV
Dove trattasi del limbo e del peccato originale.
Uscito er'io della cittá del foco dietro a mia scorta, ch'andai seguitando; e, poi che insú andato fui un poco,
la domandai e dissi:--Dimmi quando 5 noi perverremo ove Satán dimora, che dica questo inferno al suo comando.--
Ed ella a me:--Insú andando ancora, convien che noi passiam duo altri cerchi, 'nanzi che d'esto inferno usciamo fòra.
10 Il limbo è 'l primo che convien che cerchi; un altro poi convien che ne trapassi, 'nanzi che su nel mondo tu soverchi.--
Ben sette miglia insú movemmo i passi, e trovammo una porta, ov'era scritto 15 nell'arco suo, ch'avea di smorti sassi:
«In questo limbo, ovvero in questo Egitto, è pena privativa e sol di danno, e nullo senso in questo loco è afflitto.
Dentro è la gran prigion di quel tiranno, 20 che tenne giá gli amici da Dio eletti e vinse Adamo a tradimento e inganno».
Per legger questi detti io mi ristetti presso alla porta lí, ch'era serrata; e, poich'io gli ebbi intesi e tutti letti,
25 Minerva con la man chiese l'entrata. Non so chi fusse il portinar cortese, che ratto aprio e diedene l'andata. p. 114 Quand'io fui dentro, vidi un bel paese, di fiori e d'arboscelli e d'erbe adorno, 30 sí come Tauro fa nel suo bel mese.
Ma qual è luce al cominciar del giorno, tal era quivi; e per mezzo la valle eran fantini ed anche intorno intorno,
che su per le viol vermiglie e gialle 35 givano a spasso, e alcuni dietro ai grilli, dietro agli uccelli e dietro alle farfalle.
Ed una schiera, ch'eran piú di milli, vedendo noi, insieme si ristâro ed ammirârno timidi e tranquilli.
40 --O fanciulletti, a cui ritorna amaro il peccato d'Adamo, ed a cui costa il non aver baptismo tanto caro,
al mio domando fatemi risposta: perché iustizia per altrui offesa 45 vostra innocenzia in questo loco ha posta?--
Quando questa parola ebbono intesa, suspiron tutti con dolor, che viene di mezzo il cor, che gran doglia appalesa.
Poi un di loro a me:--Se noti bene, 50 io ti dichiarerò, sí come estimo, perché giustizia qui chiusi ne tiene.
Quando Dio fece il nostro padre primo, gl'impeti rei ovver concupiscenza non volle fusse in suo corporal limo.
55 E questo grande dono ed eccellenza ebbe per grazia e non giá per natura, e sol tenendo a Dio obbedienza.
E cosí l'alma sua splendente e pura Egli creò e di iustizia santa, 60 formata alla sua immago e sua figura;
ma di questa eccellenza e grazia tanta, il Creator iustamente privollo, quando la vile e testé nata pianta p. 115 incontra al suo Fattor alzò lo collo, 65 ed a subgestion del mal serpente volle saper quanto sa il primo Apollo.
E, perché non fu a Dio obbediente, a lui la carne diventò rubella contra lo spirto e legge della mente.
70 Benché sia l'alma da sé pura e bella, niente meno quand'ella il corpo avviva, per due cagion diventa brutta e fella.
Prima è che nasce di iustizia priva; l'altra è che quand'ell'è al corpo unita, 75 nella bruttezza sua si fa cattiva;
ché vorrebbe ire al bene ed è impedita dal corpo, collo qual ella sta insieme, ed al mal far la tira ed anche invita.
Questa bruttura va di seme in seme 80 in tutti quelli che nascon d'Adamo, ch'ogni uman corpo da quel primo geme.
Per questo infetti in questo loco stiamo dannati pel peccato originale, ché 'l mal della radice è in ogni ramo.
85 Oh lassi noi, ché l'acqua baptismale, per la qual l'uomo a Dio figliol rinasce, sanati arebbe noi da questo male!
Se non che noi dal ventre e dalle fasce di nostre mamme la morte ne tolse 90 e menonne quaggiú tra queste ambasce.--
Ciascun di loro al ciel la faccia volse, al suon d'este parol, con sí gran pianti, che facean pianger me: sí me ne dolse.
Addomandato arei di loro alquanti 95 di quai parenti stati eran figlioli, se non che ratto mi sparîr dinanti.
Parecchie miglia poi andammo soli, sinché trovammo grandissima rupe, alta vieppiú che nullo uccello voli, p. 116 100 ch'avea le sue caverne oscure e cupe, sí come quando è sí buia la notte, che par che gli occhi riguardando occúpe.
Trovammo lí sette gran porte rotte, tutte di rame, e di ferro il verchione, 105 le qua' serravan giá quelle gran grotte.
Palla mi disse:--Qui 'n questa pregione il drago Satanasso giá ritenne l'anime circumcise, elette e buone,
sinché 'l Figliol di Dio su dal ciel venne 110 e per la colpa delli suoi amici pagò il bando e la morte sostenne.
Allor ardito e con splendor felici venne quaggiú vittorioso e forte contra Satán e gli altri suoi nemici,
115 e disse a lor:--Levate via le porte: traete fuor la mia turba fedele, che menar voglio alla celeste corte.--
Allor Satán, omicida crudele, a lui s'oppose e cominciò la guerra, 120 come giá fece contra san Michele.
Puse le rene lá dove se serra; ma Cristo lui e 'l catarcion d'acciaio e queste porte allor gettò a terra.
Quando in la grotta entrò 'l lucido raio, 125 Adamo disse:--Questo è lo splendore, che mi spirò in faccia da primaio.
Venuto se', aspettato Signore: dal petto, dalle mani e dalle piante il sangue hai dato in prezzo del mio errore.--
130 L'anime a lui amiche tutte quante trasse del limbo l'alto Emanuél, vittorioso lieto e triunfante.
Adamo ed Eva e 'l lor figliolo Abél, Seth e Noè, che fece la santa arca, 135 Abraám, Isac e ancora Israél p. 117 e Moisés e ciascun patriarca e David re e tutti li profeti menò al cielo, ov'è 'l primo Monarca.--
Ed io a lei:--Li saggi e li poeti 140 sonno egli qui? e gli antichi romani? o sonno in lochi piú felici e lieti?--
Ella rispose:--In questi prati vani non son cotesti, che lor alti ingegni, come giá dissi, han lochi piú soprani.
145 Virtú e fama loro ha fatti degni a star con Marte ed a star con le muse e con Apollo in piú splendenti regni.--
Poscia la man deritta alla mia puse, trassemi per la porta, onde mi mise; 150 e, ratto ch'io fui fuora, ella si chiuse.
Cosí dal tristo limbo mi divise.
p. 118
CAPITOLO V
Come l'autore trova certe anime, che stavano penando presso al limbo.
Appresso al limbo, intorno e in ogni canto son gran montagne selvagge e spinose ed aspre sí, che mai le vidi tanto.
Ed anime stan lí, che van penose 5 intorno errando per quel loco incolto tra rovi e spin, che mai producon rose.
E, perch'è quivi l'aer grosso e folto, io non scorgea alcun, bench'io mirasse, tanto che 'l conoscesse ben nel volto.
10 Però Minerva assentí ch'io andasse ivi tra lor e, se trovava alcuno conosciuto da me, ch'io gli parlasse.
Allor me misi tra quell'aer bruno e tra gli sterpi, ed acuto mirai, 15 tanto che l'occhio mio ne conobbe uno.
--O anima gentil, che tanto amai, 'nanzi che 'l corpo ti lassasse sola, perché tra questi lochi asperi stai?
Son qui i compagni della prima scola? 20 è qui Arnoldo ed Agnolo da Riete? Potrei parlar ed udir lor parola?--
Rispose a me con sembianze non liete: --Accorso e gli altri due, che tu m'hai detti, son fuor d'inferno in piú alta quiete.
25 Tra questi asperi luochi siam ristretti quei che tu vedi, e tra montagna oscura, ché su del mondo non uscimmo netti; p. 119 ché l'etá pueril, ch'è da sé pura, ora è dal mondo rio cosí corrotta, 30 ch'è piena di malizia e di bruttura,
ed in tutti que' vizi è mastra e dotta, che la natura a quell'etá occulta, e senza possa col desío n'è ghiotta.
'Nanzi che alcun di noi all'etá adulta 35 venuto fusse, ordinò l'alto Dio che nostra carne su fusse sepulta.
Se tratti non ne avesse il Signor pio di quella vita breve e che sta in forsi, tanto ne arebbe infetti il mondo rio;
40 ché noi saremmo in maggior colpe corsi, e poi puniti in piú acerbo loco e da piú pena in questo inferno morsi.
Per la montagna ingiú scendendo un poco, i figli stan di quelle ree contrade, 45 sovra li qual Dio piovve solfo e foco.
Se fussono venuti a piena etade, sarebbon in piú colpa ed in piú duolo: adunque dar lor morte fu pietade.
E lí con loro sta 'l picciol figliolo, 50 che Gregor dice che nel sen paterno, Dio biastimando, lasciò 'l corpo solo.
In piú penoso loco sta in inferno chiunque a far male alcuno induce o tira o non corrige, quando egli ha 'l governo.
55 Quel loco è lí e quel padre martíra, a cu' il figliol co' denti troncò il naso, ascondendo nel bascio la iusta ira.--
Io credo che sarei con lui rimaso, se non che Palla:--Assai--disse--hai veduto: 60 vedi che 'l sole omai giunge all'occaso.
Sotto i piè nostri è giá Schiron venuto: vedi che 'l tempo corre e non si folce e non s'acquista mai, quand'è perduto.-- p. 120 Quanto con lui lo star mi parve dolce, 65 tanto da lui partir mi fu amaro; quand'ella disse:--Al venir ti soffolce.--
Quivi lassai il mio amico caro, figliol di Senso, il perugin Batista, che 'l mondo il fece infetto, ch'era chiaro.
70 Di gran piatá avea carca la vista, quando Palla mi disse:--Perché 'l viso porti tu basso? Or che dolor t'attrista?--
Ed io a lei:--Perciò che m'hai diviso da colui con ch'i' stava, o sacra dea, 75 e 'l suo dolce parlar anche hai reciso.
In chiaro e bel latino a me dicea che Dio la morte acerba altrui permette, perché innocenza non diventi rea.--
Ella rispose:--E perché sian subiette 80 a lei tutte l'etadi e da' mortali in ogni loco ed ogni ora s'aspette;
e perché son cresciuti tanto i mali, che al vizioso sol peccar non basta, se nel suo vizio molti non fa eguali.
85 Come il fermento corrompe la pasta, e l'altre poma un sol fracido melo, cosí la prima etá l'altra poi guasta.
Questa è l'iniquitá e 'l grande scelo far rio altrui e sé tanto peggiore, 90 quanto s'appressa piú al canuto pelo.
Però provvede Dio che alcun si more in quell'etá, che non è d'anni piena, perché malizia non gl'imbrutti il core.
E forsi che il morir tolle la pena, 95 ché destinata morte è forse impiastro ad altri mali, a che fortuna il mena.
State contenti a ciò, che fa quel Mastro, che regge il mondo e sa il come e 'l quando e dispon voi sí come in cielo ogni astro.-- p. 121 100 Poscia tacette, ed io gli fei domando dicendo:--O dea, un dubbio, il qual or penso, la mente mia non vede, in lui pensando:
come il dimòn, che non ha corpo o senso, dal foco corporal ovver dal ghiaccio 105 in questo inferno puote esser offenso?--
Ed ella a me:--A molti ha dato impaccio il dubbio, il qual il tuo parlar mi dice: ma io dichiarerò quel che ne saccio.
Sappi ch'amor è la prima radice 110 d'ogni allegrezza, e l'odio è fundamento di ciò che attrista ovver che fa infelice.
Però alcun voler, quand'è retento d'andar a quel ch'egli ama o che si toglia, quanto piú l'ama, tanto ha piú tormento.
115 Sappi ancor ben che quanto piú alla voglia è odioso quel che la ritiene, tanto piú se n'affligge e piú n'ha doglia.