Il Quadriregio

Chapter 4

Chapter 43,930 wordsPublic domain

io vidi ninfe; e ciò, ch'occhio vagheggia 80 mai di bellezza, risplendeva in loro: tanto ognuna era bella e tanto egreggia.

Parean venute dal superno coro quaggiú nel mondo, creatur celeste use con Iove in l'alto concistoro.

85 Quando mi viddon, fuggîr ratte e preste alquanto a lungi e poi voltôn lor volti, me risguardando tacite e modeste.

--Io prego--dissi--che da voi si ascolti di questa mia venuta la cagione, 90 che m'ha condutto in questi boschi incolti.

Cercando vo il regno di Iunone: da che fortuna m'ha condutto a voi, prego vostra pietá non m'abbandone.

--Al regno di Iunone andar non puoi 95 --mi rispose una,--ché sí in alto è posto, che montar non potresti insino a loi.--

E quando questo a me ebbon risposto, passâro un monte e sí ratto fuggîro, che appena il vento si movea sí tosto. p. 53 100 Ed io dirieto a lor, con gran suspiro, presi la costa e salsi il monte ratto; e quando giú nell'altra valle miro,

io vidi l'arco di Iunon lí fatto ed alto in aere, il qual per segno diede 105 Dio a Noè, con lui facendo il Patto.

E come re ovver regina siede nell'alto tron, cosí su quel si pose Venus vestita d'òr da capo a piede,

con la corona di mirto e di rose, 110 con lieta faccia ed aspetto sí bello, piú che mai dèe ovver novelle spose.

Cupido allor volar come un uccello vidi per l'aere; e credo sí veloce Cillen non corse mai, né tanto snello.

115 Venus mi disse in questo ad alta voce: --O giovin, c'hai montata insú la costa, spronato dall'amor caldo e feroce,

la bella ninfa, che a te fe' risposta, da me e dal mio figlio a te è sortita, 120 che l'abbi a tuo voler ed a tua posta.

Fa' che tu passi qua, dov'è fuggita nell'altra valle, e tanto lí rimagne, che da Cupido per te sia ferita.--

Per questo io trapassai l'aspre montagne, 125 tanto ch'io la trovai nell'altro piano, che stava a coglier fior con le compagne.

Cupido lí non molto da lontano di quella bella ninfa mi ferío d'una saetta d'oro, ch'avea in mano.

130 Però io con ingegno e con desio m'appressa' a loro e dissi:--O ninfe belle, in questo loco sí silvestre e rio

per consigliarmi alcuna mi favelle: deh! non v'incresca che alquanto qui stia, 135 stancato tra le selve amare e felle.-- p. 54 La ninfa, che risposto m'avea pria: --O giovin--disse,--non abbiam temenza, né anco incresce a noi tua compagnia.

Ma noi Minerva, dea di sapienza, 140 aspettiam qui; e da noi qui s'aspetta con lo gran carro della sua eccellenza;

ché qui tra noi è una giovinetta, che vuoi menare al suo regno felice, la qual tra le sue ninfe ha per sé eletta;

145 e non sappiam di qual di noi si dice. Noi non voramo, quando ella discende, che alcun uomo con noi trovasse quice.

Per quella cortesia, che 'n te risplende, ti prego che di qui ti parti alquanto, 150 ché tua presenza sospette ne rende.

--O ninfa, veder te m'è grato tanto --risposi a lei--e tanto a te mi lego, che io non posso andar in alcun canto.

Ma io a me stesso la mia voglia niego 155 contra mia voglia ed al partire assento, da che ti piace: tanto può 'l tuo priego.

E, da che io mi parto con tormento, dimmi chi se'; e quando qui ritorno, prego, del tuo parlar fammi contento.--

160 Per la vergogna arrosciò il viso adorno, e ch'io non fossi udito ella temea: però ella mirava intorno intorno.

Poscia rispose:--Io nacqui giá 'n Alfea, Ilbina ho nome e tra li duri scogli 165 vo seguitando la selvaggia dea.

Piú non ti dico: omai partir ti vogli.--

p. 55

CAPITOLO XI

Come la dea Minerva discese e seco menò Ilbina ninfa.

Io me n'andai in un boschetto alpestro, distante a quelle ninfe, a mio parere, ben quasi una gettata di balestro,

sí ch'io poteva udire e ben vedere 5 tutti lor atti e tutte lor parole, ed aspettando mi stava a sedere.

Ed ecco, come quando il chiaro sole tra le men folte nubi sparge il raggio, che quasi strada in cielo apparir sòle,

10 cosí da cielo ingiú si fe' un viaggio; e la via lattea, che pel caldo s'arse, piú che quella in splendor non ha vantaggio.

Le ninfe tutte alla strada voltârse; e come quando rischiara l'aurora, 15 cosí lucente in cielo un carro apparse.

E poco stando io vidi una signora splendente quanto il sol su la mattina, quando dell'orizzonte egli esce fòra,

incoronata come la regina, 20 che venne a Salomon dal loco d'Austro per udire e saper la sua dottrina.

Quando piú presso ingiú si fece il plaustro, lo scudo cristallin gli vidi in mano, lucente quanto al sol nullo alabastro.

25 Ed era sí scolpito e sí sovrano, che tanto adorno nol fece ad Achille, per preghi della madre, dio Vulcano. p. 56 Appresso al carro stavan le sue ancille, inclite ninfe, intorno a coro a coro, 30 ed ogni coro in sé n'ha piú di mille.

Non ebbe piú splendor, né piú lavoro il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno, quando trasse i corsier dal cammin loro.

Vedendo lo splendor tanto sereno, 35 l'alpestre ninfe stavan ginocchioni con reverenza sul basso terreno.

Quando discesa fu con canti e suoni la dea Minerva e che fu posto fine a tanti balli ed a tante canzoni,

40 le ninfe alpestre riverenti e chine dissono:--O dea, qual vorrai che vegna di noi e che al tuo regno al ciel cammine?--

Rispose ella:--Di voi ognuna è degna; ma ora eleggo Ilbina e voglio questa, 45 che venga meco ove da me si regna.--

E, detto questo, con canti e con festa la coronò d'alloro e poi d'uliva, e di fin òr gli fe' vestir la vesta.

Poi per la strada, che da ciel deriva, 50 la menò seco pel cammin ad erto, forte a salire ad uom mortal, che viva.

Io, che m'era occultato in quel deserto tra dure spine e pungenti cespogli, il viso alzai di lacrime coperto.

55 --Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli? --dissi piangendo;--e perché a questa volta d'Ilbina, o dio Cupido, ancor m'addogli?--

E fuora uscii e con fatica molta per la celeste strada insú mi mossi 60 dietro alla ninfa, la qual m'era tolta.

E ben un miglio cred'io andato fossi, che la dea Venus si chinò a pietade: tanto con li miei preghi io la commossi. p. 57 Nell'aere apparse con grande beltade; 65 poi scese al carro con faccia proterva, il qual saliva le splendenti strade.

--Non senza gran cagione, o dea Minerva --disse Venus,--io vengo tra la schiera, che segue te e tuo comando osserva,

70 ché insino al cielo, ove il gran Iove impera, d'un vago giovinetto è giunto il grido, che sempre ha 'n me sperato e sempre spera.

Ed io ed anche il mio figliuol Cupido una ninfa, ch'è qui, gli abbiam promessa, 75 sí come a nostro caro amico e fido.

E se tu vuoi sapere quale è essa, Ilbina ha nome, che la dea Diana la mandò a te ed halla a te concessa.

E perché la mia spen non fosse vana, 80 Iunon la confermò e fe' che scese Iris, sua nuncia, presso una fontana.

Acciò che mie parol sien meglio intese, mira colui che sal su per la via: il mio figliuol colui d'Ilbina accese.

85 Costui è quel, di cui prego che sia la detta ninfa; ed egli è quel che fue dato da Iuno a lei per compagnia.

Vedi che move ratto i passi insúe e per la costa omai è tanto stanco, 90 che a pena dietro a te può seguir piúe.--

Minerva, vòlta verso il destro fianco, mi rimirò; ed io era da lunge tre gettar di balestro o poco manco.

Come che 'l servo se medesmo punge, 95 che è visto ed aspettato dal signorso, che affretta i passi insin che a lui aggiunge;

cosí fec'io insin ch'io ebbi corso al carro, ove Ciprigna s'era posta, che mi aspettava per darmi soccorso. p. 58 100 Come persona a compiacer disposta a chi la prega, cosí Palla fece a Citarea benigna risposta:

--Se a Iunone, a cui imperar lece, io ho rispetto ed a te che 'l domandi, 105 che puoi dir: «Voglio», e fai cotanta prece,

io mi contento far ciò che comandi; ma chiama Ilbina e vedi se consente innanti che 'l mio carro piú su andi.--

Come donzella, che tra molta gente 110 si dé' sposar, ed ègli detto:--Vuoi per tuo marito costui qui presente?--

che, vergognando, abbassa gli occhi suoi; cosí Ilbina si fe' vergognosa, parlando questo le dèe amendoi.

115 Però gli disse Venere amorosa: --O ninfa, che tra l'altre piú elette piú bella se' e piú pari graziosa,

perché della vergogna sottomette il tuo bel volto? perché hai temenza 120 del mio parlar, che gran ben ti promette?

Vien' su nel carro di tanta eccellenza: io ti voglio parlar quassú da presso: vien' su avanti alla nostra presenza.--

Come la zita col volto sommesso 125 va per la via e move il passo raro, tal andò al carro e poi montò su in esso.

Mentre salea, io vidi un foco chiaro, che gli abbruciò l'estremitá del panno, ond'ella mise un gran suspiro amaro.

130 Quando s'avvide Palla dello 'nganno e che conobbe il foco, il fumo e 'l segno del sospirar, che fe' con tanto affanno,

si volse a Citarea con grande sdegno: --Come se' tanto ardita, o rea e falza, 135 tradir le ninfe, che son del mio regno? p. 59 Nata nel mare giú tra l'acqua salza, de li membri pudendi, e tra le schiume, qual è quella superbia, che t'innalza?

Madre e maestra d'ogni rio costume, 140 pártite e vanne al regno tuo, lá dove ogni tuo atto è vano e torna in fume.

Tu lodi il tuo figliuol, che ferí Iove; ma non fu il vero: Iove anche è diverso da quel che il cielo ed ogni effetto move.

145 Quel sommo re, che regge l'universo, porta odio a te e 'l tuo figliuol descaccia, sí come falso amor, rio e perverso.--

Come chi scorna, ch'abbassa la faccia e mormorando seco il capo scuote, 150 mostrando irato e con segni minaccia;

cosí Ciprigna con le rosse gote partíssi quindi ed al figliuol ricorse, come chi sé vendicar ben non puote.

E giá ad Ilbina sarebbon trascorse 155 le fiamme e 'l sacro foco insino al core, se non che Palla il suo scudo gli porse,

che ha tanta virtú, tanto valore, che ogni fiamma di Cupido ammorta, ogni atto turpe ed ogni folle amore.

160 E questo scudo, che Minerva porta, è di cristallo e 'l capo gorgoneo ha sú scolpito di Medusa morta,

vinta per forza e ingegno di Perseo.

p. 60

CAPITOLO XII

Come la dea Minerva racconta all'autore l'eccellenza del suo reame.

Con miglior labbia poscia a me rivolta la dea Minerva splendida e serena, mi disse:--Attento mie parole ascolta.

Se vuoi lassar Cupido, che ti mena 5 tra' duri scogli dell'aspro deserto con tanti inganni e con cotanta pena,

e vuoi salir la strada suso ad erto, meco venendo all'alto mio reame, chiuso agli stolti ed alli saggi aperto,

10 io ti farò amar dalle mie dame, che fanno i lor amanti esser felici, e te faran beato, se tu l'ame.

Le ninfe di Diana servitrici, rispetto a quelle, ti parran villane, 15 incolte, indotte, zotiche e mendíci.

O ben dell'aspre selve, o cose vane, tanto veloce lo tempo vi toglie, che come d'ombra nulla ne rimane!

Non posson contentar l'umane voglie, 20 che 'n sé non hanno esistente bontade, e 'l ciel le logra, mentre sopra voglie.

E, perché il ciel voltando sempre rade, quel che fu nuovo riveste l'antico; però le cose belle si fan lade.

25 E, perché meglio intendi ciò ch'io dico, vien' su nel carro mio, che alla 'nsú monta, tra l'esercito mio saggio e pudico.-- p. 61 Io salsi il carro e nella prima gionta io dissi:--O dea Minerva alta e benegna, 30 del regno tuo alquanto mi racconta.

E dimmi qual è 'l modo ch'io vi vegna e dove sta e chi 'l regge e nutríca, e della sua beltá ancor m'insegna.

--Al regno mio, del qual vuoi ch'io ti dica 35 --rispose quella--e vuoi ch'io ti dimostri, non vi si può salir senza fatica;

ché nel cammino stanno sette mostri con lor satelli ad impedir la strada, che l'uom non giunga a' miei beati chiostri.

40 E chi losinga acciò che a lei non vada, chi fa paura e chi occulta il laccio, che impacci altrui o che dentro vi cada.

E s'alcun vince e trapassa ogni impaccio, lassati i mostri, trova una pianura. 45 ove non caldo è mai troppo, né ghiaccio.

Chi su per l'erbe di quella verzura s'ingegna sempre di salire avante, del regno mio poi trova sette mura.

E ogni muro dall'altro è piú distante 50 che cento miglia, e dentro alla sua mèta un regno tien di ninfe oneste e sante.

Ed una donna umíle e mansueta, a chiunque sale, il sacro uscio disserra benignamente e mai a nullo il vieta.

55 Ma pria conven che l'uom basci la terra: allora quella ratto apre la porta e va con lui; se no, 'l cammin egli erra.

Tra quelli regni dietro a questa scorta chi entra trova le muse elicone, 60 ed ognuna gli applaude e lo conforta.

Con lieti balli e soavi canzone il menano a diletto su pel monte, facendo melodia dolce e consone. p. 62 Pervengon poi al pegaseo fonte, 65 ove i poeti bevon la sacra onda; e poi d'alloro inghirlandan la fronte.

All'altro giro, che vieppiú circonda, va poi chi prega la guida che 'l mene, e dietro a' passi suoi sempre seconda.

70 Sette reine, nobili camene, che dienno alli gran saggi le mamille, di latte di scienza tanto piene,

si trovan lí e nitide e tranquille mostran sette scienze, ovver sett'arti, 75 con dolce dire e con soavi stille.

Altra regina trovi, se ti parti, che splende quanto il sol nel mezzogiorno, quando ha li raggi meno obbliqui o sparti.

Quella regina è tutta intorno intorno 80 fulcita d'occhi assai vieppiú che Argo ed ha del sole il nobil viso adorno.

Con tutti gli occhi il regno lungo e largo ella contempla e rende tanta luce, ché quivi non può 'l viso aver letargo.

85 La scorta saggia altrove anco conduce, dov'è l'altra regina sí modesta, ch'ogni costume e senno in lei riluce.

Fabricio e Scipion nutricò questa. Ella è che ad ogni troppo pone il freno 90 ed è negli atti e nel parlare onesta.

Altra reina è anco dentro al seno d'esto mio regno, di tanta fortezza, che a nulla violenza mai vien meno.

Né mai menacce, né losinghe apprezza; 95 né fortuito caso mai la piega; né muta faccia a doglia, né a dolcezza:

il piombo solo è che la vince e spiega sí come il diamante, e cosí face di questa dea chi umilmente la prega. p. 63 100 Da questo regno sí alto e capace la guida sale alla nobile Astrea, che con Saturno resse il mondo in pace.

Ma, poiché fu la gente fatta rea e l'avarizia resse il mondo male, 105 ritornò al cielo, ov'ella è fatta dea.

Al nobil mio reame poi si sale, ove si trovan tre altre reine, ognuna in nobiltá a me eguale.

Con queste tre sí alte e sí divine 110 contemplo Dio, che regge l'universo, principio d'ogni cosa, mezzo e fine.

Il regno mio è fatto a questo verso, com'io t'ho detto: or di' se vuoi venire o per le selve errando andar disperso.--

115 Io era pronto e giá volea dire: --Io voglio, o dea, seguire il tuo consiglio e dietro a' piedi tuoi sempre vo' ire.--

Ma, quando in aer su alzai il ciglio, vidi Venus, la quale una donzella 120 mi mostrò lieta e Cupido suo figlio,

non vista mai al mio parer sí bella; e cenno mi facían che su non gisse, ché fermamente mi darebbon quella.

E parve che Cupido mi ferisse 125 di piombo e d'oro; e con quelle due polse fece che allora non mi dipartisse.

Quella del piombo il buon amor mi tolse, ch'avea d'Ilbina, e con quella dell'oro, oh lasso me! che a boschi anco mi volse.

130 Per questo non seguii quel sacro coro; per questo lascia' io la compagnia, che mi menava all'alto concistoro.

Risposi a Palla:--O dea, la possa mia non si confida e forse non può tanto 135 che vinca i mostri e saglia sí gran via.-- p. 64 Cosí discesi di quel plaustro santo e giú nell'aspre selve ritornai intra le spine e punto d'ogni canto.

Ratto ch'io giunsi, Venere trovai, 140 che mi aspettava in una valle piana, sí bella quanto si mostrasse mai.

Di mirto e rose e d'erba ambrosiana portava su la testa tre corone e faccia avea di dea e non umana.

145 Ella mi disse:--Or di': per qual cagione volevi lasciar me e 'l mio figlio anco o per Minerva o per muse elicone?

Se sí poco salendo fosti stanco, se tu fossi ito per quelle erte vie, 150 saresti, andando insú, venuto manco.

Ma, se verrai nelle contrade mie, le ninfe del mio regno al tuo desio saran condescendenti e preste e pie.

E quella ninfa, ch'io e 'l figliuol mio 155 t'abbiam mostrata, ancor te la prometto; e mezzo e guida a ciò ti sarò io.

--O Citarea--diss'io,--a te soggetto sempre son stato ed anco al tuo Cupido, sperando aver da voi alcun diletto;

160 onde per tue parole mi confido la bella ninfa aver, che mi mostrasti, e, ciò sperando, dietro a te mi guido

per questi lochi sí spinosi e guasti.--

p. 65

CAPITOLO XIII

Come l'autore trova una ninfa chiamata Taura, la quale gli rende ragione di molti fenomeni.

Appena eravamo iti un miglio e mezzo, ch'io vidi in una valle una donzella sotto una quercia, che si stava al rezzo.

Io andai a lei e dissi:--O ninfa bella, 5 di qual reame se'? O dolce dama, deh, fammi cortesia di tua favella,

e dimmi il nome tuo come si chiama. Cosí soletta senza compagnia aspetti tu alcun, che forse t'ama?--

10 Ella si volse e riverenzia pria fece alla dea; e poi cosí rispose alle parol della domanda mia.

--Del van Cupido saette amorose giammai sentii; ed egli mi dispiace 15 e suoi costumi e sue caduche cose.

Dall'alto regno, che a Vulcan soggiace, son io venuta all'ombra a mio diletto, ché starsi al fresco alle sue ninfe piace.

Se vuoi saper come il mio nome è detto, 20 Taura son chiamata e qui dimoro a questo orezzo e nullo amante aspetto.

E spesso l'altre ninfe del mio coro vengono qui e vanno quinci a spasso con vestimenti e con corone d'oro.

25 Ma tu chi se' e dove movi il passo?-- Ed io risposi:--L'amor m'ha condutto per questo loco faticoso e lasso. p. 66 Chi sono e donde vengo a dirti il tutto sarebbe lungo: io gusto ora l'amaro, 30 sperando di fatica dolce frutto.

Se la dea assente, io prego, fammi chiaro: o ninfa bella, volentier domando, perché io so poco e domandando imparo.

Però, mentr'io sto teco dimorando, 35 dimmi del regno, che Vulcan nutríca sotto il suo freno e sotto il suo comando.

Il tuo dolce parlare anche mi dica del loco ov'egli sta, s'egli ti done che piú dell'altre ninfe a lui sie amica.

40 Cupido giá del regno di Iunone assai mi disse con suo parlar breve, e della grandin disse la cagione

e delle nubi e pioggia e della neve e delli tuoni, e disse del baleno, 45 ch'anco a' giganti è timoroso e greve.

Ma non mi disse ben espresso e appieno come si fa la sube e la cometa e la stella che corre e poi vien meno.--

Allor la ninfa con la vista lieta 50 rispose:--In pria conven che le parole, le qua' disse Cupido, io ti ripeta.

Ciò, che non scalda il foco ovvero il sole, conven che da sé venga in gran freddezza, come natura e filosòfia vuole.

55 Però nell'aer sopra a tanta altezza, dove non scalda il raggio che 'nsú riede, e ove il foco non scalda a piú bassezza,

sta 'l regno freddo che Iunon possede: li duo vapori, acquatico e terrestro, 60 lí si fan nube, sí come si vede.

E 'l vapor terreo e secco è da sé presto ad accendersi ratto, purché senta l'umido intorno, a sé opposto e molesto. p. 67 Sí come la calcina, che diventa 65 focosa all'acqua e fuor manda il calore, che prima parea fredda e quasi spenta;

cosí levato 'nsú il doppio vapore, l'acquatico si stringe e quindi piove, perché quivi è compresso dal freddore.

70 Il terreo allor si aduna e si commove dentro alla nube, e quel moto l'accende: è la fiamma rinchiusa in stretto, dove

con grave tuon la densa nube fende, e spesse volte la saetta scaccia 75 col balenar, che subito risplende;

il balenar vien subito alla faccia; ché presto l'occhio può veder la luce, se opaco o grande spazio non l'impaccia.

Ma 'l tuon, che seco il balenar produce, 80 l'orecchia dalla lunga nol può udire, se l'aer seco a lui non lo conduce.

E ben che 'l foco sia atto a salire, niente meno ingiú la nube spande, che 'l freddo denso insú non lassa ire.

85 Or, se saper tu vuoi quel che domande, dirò pria della stella, che nel cielo permuta loco e par correndo ell'ande.

Se 'l vapor terreo passa l'aer gielo, sottile e secco è ad ardere disposto 90 piú che la stoppa a lume di candelo.

Quand'egli vien lassú, dove sta posto il regno di Vulcan, l'accende il foco nel primo capo, e la fiamma tantosto

per lui trascorre e non a poco a poco, 95 ma ratto e presto; e la fiamma corrente pare una stella che tramuti loco.

E fa un fregio sú chiaro e lucente per la via che trascorre, ed in un tratto poscia vien meno e non appar niente. p. 68 100 E se 'l vapor è di materia fatto che sia grossa e viscosa e sulfuresca, non atta a consumarsi molto ratto,

quando ha passata la contrada fresca, va su infin che l'aer caldo trova, 105 e lá s'accende come a fiamma l'ésca.

E pare un trave acceso che si mova: questo è la sube, e spesso ha la figura o di colonna o di altra cosa nova.

E se 'l vapor, che 'l sol lieva in altura, 110 è grosso e secco e molto denso e spesso e di materia a consumarsi dura,

quando egli giunge sú al foco appresso, s'accende quella parte che 'n pria monta, e quella fiamma scende giú per esso

115 in quella parte che non è ancor gionta, ma sta giú verso l'aere distesa lunga e nelle sue parti ben congionta.

Allor la parte ch'è nel foco accesa, pare una stella, e l'altra la sua chioma, 120 cioè la parte nell'aer distesa.

E però questa «cometa» si noma, quasi «comata», e chi ben questo mira, dato fu a lei il suo proprio idioma.

Se saper vuoi perché il sol non tira 125 piú 'nsú 'l detto vapor, poiché è focoso, ma secondando il primo moto gira,

sappi che ogni cosa ha 'l suo riposo nel proprio loco, come hai giá udito, e, se si parte quindi, va a ritroso.