Chapter 21
10 quante questo n'avea intorno intorno; di mille luci splendea in ogni parte, sí come luce il sol di mezzogiorno.
Mai Policleto, né musaica arte, neanco Giotto fe' cotal lavoro, 15 qual era quel di quelle membra sparte.
Parean i lor capelli fila d'oro, e lor vermiglie ven parean coralli, e purpuresche le ferite loro.
La carne e l'ossa chiar piú che cristalli, 20 tutte ingemmate a pietre preziose, pien di iacinti e di topazi gialli.
Mostrò a me Paulo tra le belle cose prima san Pietro e poi piú altri assai, che Cristo in pria per fundamento pose.
25 Mostrommi cento e piú papi primai, i quai fûn morti per la santa fede, ch'ora risplende di cotanti rai. p. 348 Per la qual cosa a chi saliva in sede si trasse dirli:--Vuoi esser pastore 30 con quella valentia, che si richiede?--
Ciò era a dire:--Hai tu tanto valore, che sia costante a sostener la morte per santa fede senza alcun timore?--
Poi disse:--Or mira il giovinetto forte, 35 il qual inverso il cielo alza la faccia e per me prega con le braccia sporte.
Stefano è quel, che disse:--O Dio, a te piaccia che facci agnello del lupo rapace, che li tuoi cristian sí mette in caccia.--
40 Allor refulse in me lume verace, e caddi in terra e poi risposi a Cristo: --Chi se', Signor? farò ciò ch'a te piace.--
Laurenzio e poi Vincenzio ed anco Sisto mostrommi poi ed il mio Feliciano 45 tra le gemme piú chiare ivi permisto:
li martiri sepolti in Vaticano, in via Salaria, Callisto e Priscille, ognun lucente, chiaro e diafáno.
Io vidi poi le fortissime ancille, 50 Lucia, Agnese, Marta e Caterina, Cecilia, Margherita e piú di mille;
e quelli che refulsono in dottrina in santa Chiesa con tanti splendori, quanti ha nel ciel la stella mattutina;
55 e, sopra a tutti, li quattro dottori, intra li quali risplende Augustino tanto, ch'ecclissa li raggi minori.
Tra quelle luci sta Tomas d'Aquino, Anselmo ed Ugo, Ilario e Bernardo, 60 quasi carbonchi posti in oro fino.
Isidoro, Boezio e 'l buon Riccardo, Crisostomo ed Alano era ivi inserto, splendente ognun, che mi vincea lo sguardo. p. 349 Il tempio, che di sopra era scoperto, 65 avea per tetto il raggio delle stelle, e 'l ciel ogni splendor v'avea aperto.
Mentr'io mirava queste cose belle, Paulo mi disse:--Se tu hai diletto altro sapere, perché non favelle?--
70 Risposi a lui:--Quantunque io abbia letto che cosa è fede, ancor non son contento, se meglio nol dichiari al mio intelletto.
--Fede è substanza ovvero fundamento delle cose non viste e da sperare, 75 ferma chiarezza ovver fermo argumento.--
Cosí egli rispose al mio parlare; e poi subiunse che qui la substanza vien da quel verbo, che sta per substare.
E, perché tutto l'esser di speranza 80 sta su la fede e dietro gli seconda, e senza lei ogni vertú ha mancanza,
fede è substanza, perché 'n lei si fonda spene e vertú e vanno dietro poi quasi accidenti ovver cosa seconda.
85 Se d'argumento ancor tu saper vuoi, ciò è chiarezza, ché la fede è chiara, come chi vede ben cogli occhi suoi.
E fa' che 'ntendi bene, e questo impara: ch'alcuna fede è viva, alcuna è morta, 90 e sol la fede viva appo Dio è cara,
perché nell'operare è sempre accorta; e cosí è vertú da lei produtta, come da pianta che buon frutto porta.
La fede morta è quella che non frutta 95 l'opere virtuose e non si guarda né dalli vizi, né da cosa brutta.
E questa fede è morta, a chi risguarda; ché, benché dica con parol ch'ell'ama, nell'opere si mostra poi bugiarda. p. 350 100 Però, se cristiano alcun si chiama ovver fedele, e vuoi veder la prova, guarda se 'l frutto porta in su la rama.
Crede il demonio e teme, e non gli giova, perché null'atto senza caritate 105 esser di frutto buon giammai si trova.--
Poi vidi scritto: «O voi che 'l tempio intrate, leggete questo e ben ponete mente, e, come dice qui, cosí crediate».
Io lessi: «Io credo in Dio onnipotente, 110 e tre persone in un essere solo, e che fe' l'universo di niente.
E credo in Iesú Cristo, suo figliuolo e nato di Maria e crucifisso, morto e sepolto con tormento e duolo;
115 e ch'andò al limbo e trasse dall'abisso i santi padri, e laggiú di quel fondo quassú di sopra li menò con isso;
il terzo dí poi florido e giocondo risuscitò, e poscia al ciel salío 120 per sua vertú, partendosi del mondo;
e siede in forma d'uomo a lato a Dio, e verrá a iudicare all'ultim'ora, salvando i buoni e dannando ogni rio.
Nello Spirito santo io credo ancora, 125 e ch'egli è Dio; e credo in santa Chiesa, che 'n tre persone un solo Dio adora.
Credo il battismo, che lava ogni offesa, col cor contrito la confessione, se a satisfar si tien la man distesa.
130 Credo nel pane della comunione essere Cristo, quando è consacrato, in segno che e' giammai non ci abbandone;
e che, finito il temporale stato, che 'l ciel produce, mentre sopra volta, 135 dal qual è ogni effetto generato, p. 351 credo che verrá Cristo un'altra volta, e che ognun rivestirá sua carne, quantunque sia disfatta e sia sepolta;
allora egli verrá a giudicarne 140 con pompa trionfante e con maièsta, col corpo che fu offerto a liberarne;
e ch'alla tromba della sua richiesta verranno innanzi a lui i vivi e i morti alla sentenza della sua podèsta;
145 e quelli poi dividerá in due sorti, e mandará li rei a valle inferna e li suo' eletti agli eterni conforti.
Credo i beati e credo vita eterna, che solo a' virtuosi Dio la dona, 150 che hanno fede e caritá fraterna;
ché, come la Scrittura ne ragiona, Dio non vuole, né vòlse aver mai seco se non vertú perfetta e cosa buona;
E però comandò che 'l zoppo e 'l cieco, 155 leproso e brutto non intrasse al tempio, né fusse offerto a lui infetto pieco;
e questo fu nel sopradetto esempio».
p. 352
CAPITOLO XVI
Della resurrezione de' nostri corpi dopo il Giudizio.
Inver' l'apostol poscia mi voltai, e dissi a lui:--Questa scrittura letta, di nostra fede articuli primai,
bench'io la creda, ancora mi diletta 5 udir come suade la Scrittura la resurrezion, la qual s'aspetta.--
Ed egli a me:--A due cose pon' cura: una è ch'ognun ritornerá in vita, ché non va a morte, ma per sempre dura,
10 e che de' buon la carne rivestita será immortale ed ará l'altre dote, che fia impassibil, lieve e fia polita;
l'altra cosa è che le celesti rote, che ora giran sí veloce e forte, 15 non voltaranno piú, né fien piú mote,
e per questo seran chiuse le porte al futur tempo, e non fia piú Carone, che ora ognun, che nasce, mena a morte.
Se vuoi di questo persuasione, 20 sappi che 'l moto, quando il fine acquista, convien che cessi dalla sua azione.
E cosí 'l ciel convien ch'anco desista, quando fie giunto al fin, pel qual si move, come opra fatta fa posar l'artista.
25 Or gira il ciel, perché le cose nòve produce e figlia e corrompe l'antiche, mentre fa state qui e verno altrove; p. 353 produce uccelli e quel, del qual nutríche gli animal suoi, e produce ogni pomo, 30 mentre il sol volge tra le rote obliche.
E tutto questo è fatto a fin dell'uomo; e l'uomo è fatto a rifar le ruine di que' che su da ciel cadêro a tomo.
Però convien che 'l ciel tanto cammine, 35 sinché tanta ruina si ristora; e poi il moto suo averá fine.
Allor cessará il tempo, che divora ciò che produce il primo moto, il quale fa ciò ch'e' figlia, che vivendo mora.
40 In questo, Cristo altèro e triunfale dirá:--Surgete, o morti, della fossa: venite alla sentenzia eternale.--
Allor ripiglieran la carne e l'ossa li rei oscuri, e i buoni con splendori 45 per la vertú della divina possa.
Sí come gli arbor, che perdon li fiori nell'autunno e perdono ogni foglia e paion morti e senza vivi umori,
talché 'l coltivatore anco n'ha doglia 50 che paion secchi, e quasi si dispera che mai su d'elli piú frutto ne coglia:
poi la vertú del sol di primavera li fa di frondi e fiori adorni e belli, e rivivisce in lor la morta cèra;
55 cosí li corpi sfatti negli avelli resurgeranno in istato felice co' membri interi insino alli capelli.
Come di polve nasce la fenice, che arde sé e del cenere stesso 60 giovin resurge, sí come si dice;
e cosí 'l corpo, sotto terra messo, suo spirito averá da quel che viene da prima infuso ed al corpo concesso. p. 354 Ancora alla iustizia s'appartiene 65 render secondo l'opera a ciascuno il mal al male, e 'l premio dar al bene;
ché ogni atto moral sempre è comuno allo spirito e al corpo, e insieme vanno ad ogni atto splendente ed anco al bruno.
70 Se sol del mal lo spirto avesse affanno, potrebbe dire:--O Dio, se tu se' iusto, perché io solo del peccar n'ho 'l danno?
perché solo sto io nel fuoco adusto? perché no' 'l corpo, dacché la dolcezza 75 ebbe degli occhi, del tatto e del gusto?--
Cosí li santi, i quali ebbon fortezza tanta, che i sensi fenno consenzienti alli martíri, affanni ed all'asprezza,
potrebbon dire:--O Dio, ché non contenti 80 noi delli corpi nostri, ch'a' martíri ne seguîr volentieri ed a' tormenti?--
Quando questo dicea, gravi sospiri udii nel tempio; e parve ch'ogni morto avesse a suscitar mille desiri.
85 85--Vendica il nostro sangue, sparto a torto --diceano,--o Dio, non véi ch'ognun desia di rivestirsi i corpi omai 'l conforto?
Non ch'in noi voglia di vendetta sia, cosí preghiam; ma per aver la vesta 90 de' corpi, a noi natural compagnia.
Acciò ch'elli con noi abbian la festa, perché 'l Iudizio, o Signor, non affretti? perché non fai la vendetta piú presta?--
Risposto fu:--Da voi tanto s'aspetti, 95 che il numero si compia di coloro, che son da Dio con voi nel cielo eletti,
insin che fatto sia tutto il ristoro de' piovuti da ciel primi arroganti, che fûn cacciati dal celeste coro.-- p. 355 100 Poi miglia' d'alme m'apparson innanti, ed un angelo die' splendide stole, in scambio delli corpi, a lor per manti.
Sí come un'altra cosa dar si suole per consolar alquanto chi pur chiede, 105 quando non puote aver quel ch'egli vuole;
cosí l'agnol le vesti bianche diede e disse a lor:--Queste vestite, intanto che d'uomin s'émpian le superne sede.--
Quell'alme allora andonno in ogni canto, 110 cercando il tempio, e lor corpi mirando con tal desio, che mi mossono a pianto.
--Il corpo mio è questo: o Dio, oh! quando lo mi rivestirò?--dicevan molti. Alquanti il sangue lor givan basciando;
115 alquanti dimostravan li loro volti e le ferite e le lor membra sparte, le braccia e i piè intra li ferri involti.
Po', come fa l'amico, che si parte dall'altro amico, e, perché amor dimostri, 120 sospira e dice:--A me incresce lasciarte;--
cosí dissono quelli:--O corpi nostri, dormite in pace, e tosto Dio ne doni voi venir nosco alli beati chiostri.--
Poi se n'andôn con piú dolci canzoni, 125 e sol rimase meco il Vaso eletto, il qual proferse a me questi sermoni:
--Se d'altro vuoi ch'io informi il tuo intelletto, mentr'io son teco, perché non domandi?-- Ed io, che il domandar avíe concetto,
130 risposi:--O dottor mio, da che 'l comandi, dichiara a me in qual etá li morti resurgeranno e quanto parvi o grandi.--
Ed egli a me:--Di lor saran due sorti, com'io ho detto, ed una de' captivi, 135 l'altra di quei ch'a ben far funno accorti. p. 356 Quei che son morti buon, poiché fien vivi, trentaquattro anni in apparente etade dimostreranno floridi e giulivi.
Quella è di umana vita la metade; 140 ogn'uom, che ci esce prima, ha mancamento, e quando cala inver' l'antichitade.
Se parvitá ovver troppo augumento non fie per mostro o natura peccante, ognun di sua statura fie contento;
145 sí che, se alcun fu nano, alcun gigante, questo ed ogni altra cosa mostruosa ridurrá a forma il divino Operante.
Ed anco noterai un'altra cosa: che ogni dota, che 'l corpo riceve, 150 gli vien dall'alma sua, ch'è gloriosa;
sí che l'esser sottile, illustre e lieve, non l'ha 'l corpo da sé, se ben pon' mente; ch'egli è da sé oscuro, grosso e grieve.
Ma, quando fie rifatto risplendente, 155 dall'anima verrá quello splendore e 'l mover, che fará subitamente.
E, perché l'alme ree questo valore in sé non averanno, però elle non potran dar al corpo tal onore.
160 Non seran liete e non seranno belle: tutti i difetti in lor averanno anco, ch'ebbon per caso o per corso di stelle,
e di letizia e luce averan manco.--
p. 357
CAPITOLO XVII
Come Paolo apostolo menò l'autore al reame della Speranza.
--Apostol mio, che al terzo delli cieli tirato fosti alle celesti cose, perché di quelle a me tu non reveli?--
Cosí diss'io; ed egli a me rispose: 5 --Perché son sí supreme e tanto immense, e son sí alte e sí maravegliose,
che non è cor terren, che mai le pense; né mente che le creda ovver discerna, se non le gusta in le superne mense.
10 Come avverria, se un nella caverna fusse nutrito, e poi gli dicesse uno ovver la sua nutrice, che 'l governa,
come nasce la rosa su nel pruno, e come 'l sol il dí rischiara il giorno, 15 e poi la sera cala e fállo bruno,
e quanto il ciel di stelle è fatto adorno, e come piove, e che per l'alto mare le navi vanno a vento intorno intorno,
appena el credería; e, poi che chiare 20 ei le vedesse, diría nel pensiero, stando egli stupefatto ad ammirare:
--Or veggio ben che a sí supremo vero non alzava io la mente, e ciò ch'i'ho creso è stato diminuto e non intero;
25 e per questo io, dal terzo ciel disceso, parlar non volli tra li saggi e sciocchi, che per superbia non m'arebbon 'nteso, p. 358 stolti appo Dio e saggi ne' lor occhi, pien d'ignoranza e sí di senno vóti, 30 che suonan, beffeggiando, unque li tocchi.
Ma a quei, che alla fede eran divoti, a Dionisio ed a molt'altri ancora li secreti del ciel io feci noti.
Quel che tu chiedi ch'io ti riveli ora, 35 tosto fia manifesto al tuo intelletto, quando di questo tempio serai fuora.--
D'un porfido polito, terso e netto una via mi mostrò poi 'nsú distesa, girante intorno al tempio insin al tetto.
40 --Per questa è la salita ed è la scesa di dea Speranza; e chi vuol veder lei, convien che saglia sopra questa chiesa.--
Cosí dicendo, insú mosse li piei; ed io, che sue vestigie mai non lasso, 45 dirieto a lui mossi li passi miei.
E, perché ogni monte è assai piú basso, che non è 'l monte, ove quel tempio è sito, però ratto ch'io salsi il primo passo,
l'apostol disse a me:--Or sei uscito 50 fuor del terrestre mondo, e chi sú sale e di voltarsi addietro è poscia ardito,
diventa marmo o statua di sale: però fa' che non volti, ché tu forsi potresti divenir in tanto male.--
55 Per questo detto, mentre alla 'nsú corsi, dieci miglia salendo insino a cima, il viso mio addietro mai non torsi.
E, quando sopra il tetto giunsi in prima, inverso il mondo ingiú chinai la fronte, 60 come chi d'una torre il viso adima.
Per l'altezza del tempio e poi del monte il mondo parve a me un piccol loco, e 'l mare intorno quasi parvo fonte. p. 359 --Tu se' appresso alla spera del foco 65 --disse a me Paulo;--e, perché 'l foco in alto riscalda molto, e sotto scalda poco,
però non arde questo adorno smalto di questo tetto, ed anco a te non cuoce, degli incendi suoi facendo assalto.--
70 Non credo mai ch'andasse sí veloce coll'ale aperte il nunzio Cilleno quando il gran Iove a lui comanda a voce,
che non venisse a me ancora in meno la santa Fede, spargendo li raggi 75 intorno intorno per l'aer sereno.
E, giunta a me, mi disse:--Accioché aggi tuo' intendimenti, e che tu la Speranza possi vedere e sua dolcezza assaggi,
io venni a te e solo ebbi fidanza 80 ch'io la possi mostrar, se mi t'accosti, sí che tra te e me non sia distanza.
Ed abbi li piè tuoi su li miei posti, il petto al petto; ed alza la pupilla al ciel, come l'arcier ch'al segno apposti.--
85 Cosí udii che fece la sibilla, quando mostrò al grande imperadore col figlio in braccio l'umiletta ancilla,
dentro in un cerchio in ciel pien di splendore, quando il popol roman (tanto era errante) 90 volea di sacrificio fargli onore.
Allor Sibilla gli disse davante: --Altro signor ne viene, Octaviano, a cui degno non se' scalzar le piante,
ché unirá 'l celeste coll'umano. 95 Egli è che fará 'l secolo felice, ed al ciel tirerá 'l regno mundano.--
Allora Cristo e la sua genitrice gli fe' vedere e disse:--Quegli è 'l figlio, di cu' i profeti e Virgilio dice.-- p. 360 100 Cosí ed io, al cielo alzando il ciglio, un'agnol vidi, ch'era innanzi a Dio, il qual dicea per modo di consiglio:
--Ritorna, o peccatore, al Signor pio, il qual perdona a chiunque si converte, 105 purché si penta e non voglia esser rio.
Egli t'aspetta colle braccia aperte, come padre il figliuol che si desvia, che poi l'abbraccia, quando a lui reverte.
Perché ti parti ed obliqui la via? 110 Ritorna a tua cittá e alla tua corte coll'agnol diputato in compagnia.
Non vedi tu che quella vita è morte che corre a morte, e quella vita è vita che al vivere giammai serra le porte?
115 Non vedi tu che l'alto Dio t'invita, e, se ti penti e domandi perdono, ti dará 'l cielo e la vita infinita?
Egli dell'esser uom ti fece dono, perché suo fossi, e suo esser non puoi, 120 se non ti mendi e non diventi buono.
E, se tu 'l tuo voler seguitar vuoi, serai perduto; ché nulla ha fermezza, se non in quanto ha 'l fundamento in lui.
Egli è quel padre che nullo disprezza, 125 che a lui ritorni.--E, quando questo intesi, della speranza io sentii la dolcezza,
e lacrimoso in terra mi distesi, dicendo:--O padre, priego mi perdoni, se mai io fui superbo e mai t'offesi.--
130 Mille tripudi allor, mille canzoni io vidi in ciel far della penitenza del peccator e mille dolci suoni.
Ed una donna con gran refulgenza dal ciel discese a me dal destro lato 135 a consolarmi della sua presenza, p. 361 e disse:--Al cor contrito ed umiliato la porta Dio della pietá mai serra: sí quello sacrifizio a lui è grato.
E, quando il peccator si getta in terra, 140 di ogni pace Dio gli è grazioso, quantunque pria con lui avesse guerra;
ché non è altro l'esser vizioso, se non contra sua legge andar superbo, contra l'ordin di Dio ire a ritroso.
145 Per la superbia di chi 'l pomo acerbo gustò e stupefe' a' figli i denti, fece umanare Iddio l'eterno Verbo,
a satisfar per quelle giuste genti, ch'eran nel limbo; e con martirio amaro 150 fe' che dal suo Figliol fusson redenti.
Or pensa quanto Dio ha l'uomo caro, da che ordinò che tanta maiestade a sua perdizion fêsse riparo.--
Quand'ella disse a me tanta pietade 155 e che Dio fece l'uom non per suo merto, ma per parteciparli sua bontade,
io presi ardire e leva'mi sú erto e dissi:--Io non son servo, ma figliuolo del padre Dio, che tanto amor m'ha offerto.--
160 Poi mi rivolsi per veder san Polo; e vidi lui e la Fe' con gran luce salir al cielo; e non mi lassôn solo,
insin che dea Speranza ebbi per duce.
p. 362
CAPITOLO XVIII
De' peccati nello Spirito santo, i quali sono opposti alla speranza.
Nel levar sú, ch'io fei, cotanto ardito, ché presa forse avíe troppa fidanza per quel parlar, che pria aveva udito:
--Risguarda ben--mi disse dea Speranza,-- 5 che 'n null'altra virtú si può errar tanto, quanto in la spen per troppo o per mancanza;
ché la presunzion sta dall'un canto, dall'altro estremo sta il disperare, ognun peccato in lo Spirito santo.
10 Né l'un né l'altro si può perdonare in questa vita o nel secol futuro, sí come dice a noi 'l divin parlare.
E, perché questo passo è molto oscuro, se a quel, che or dirò, attento bade, 15 io tel dichiarerò aperto e puro.
Sappi che la clemenzia e la pietade allo Spirito santo è attribuita, e ch'e' la porge a chi torna a bontade;
ché, benché sia la sua pietá infinita, 20 non la debbe donar, né mai la dona, se no' a chi torna dalla via smarrita.
Però, s'alcun nel mal far s'abbandona, credendo che, peccando, Dio 'l sovvegna, cotal presunzion mai si perdona; p. 363 25 ché colpa non è mai di perdon degna, se non si pente; e chi pecca sperando, chiude la porta, onde aiuto gli vegna,
ché Dio, il qual è giusto, non è blando mai alla colpa, ma contra s'adira, 30 sinché si emenda e torna al suo comando.
All'altra estremitá della spen mira, che ha quattro spezie, e contra pietá vera pecca 'n Colui ch'eternalmente spira.
La prima è quando alcun sí persevéra 35 in far il mal, che tornar a virtude o d'emendarse al tutto si dispera.
Costui alla pietá la porta chiude dello Spirito santo ed a' suoi doni, dacché non vuol lassar l'opere crude.
40 L'altra è quando non crede che perdoni a lui mai Dio, e pel peccato grande crede che Dio pietoso l'abbandoni,
e non avvien che mai perdon domande. Chi si dispera, chiude anco la porta, 45 ché chi sovvenir vuol, a lui non ande.
La terza è 'n chi la ragion è sí torta, che loda il mal per bene, e sí gli piace, che sé ed altri nel mal far conforta.
E, come agli occhi infermi il lume spiace, 50 cosí a lui vertú; e chiunque l'usa, persegue in fatti e con lingua mordace.
Costui ancora tien la porta chiusa alla pietá; e non ch'egli si penta, ma chi torna a vertú biasma ed accusa.
55 La quarta spezie è morte violenta data a se stesso; ché, mentr'egli more, di se medesmo omicida diventa.
Or chiunque in altro modo è peccatore per ignoranza ovver per impotenza, 60 fatto il peccato, alquanto n'ha dolore. p. 364 E dentro nel rimorde coscienza, sí ch'ancor serva in sé la via e 'l lume, per la qual può tornar a penitenza,
e per cui possa intrar il sacro nume 65 a suaderli ch'a virtú s'induca e che lassi ogni vizio e mal costume.