Il Quadriregio

Chapter 18

Chapter 183,857 wordsPublic domain

La castitá è poi de' men perfetti; ma, se si parte dalle cose sozze, il frutto di sessanta in cielo aspetti,

se non trapassa alle seconde nozze, 50 se lassa ciò in che Marta s'affanna, se piú non vuol marito che rimbrozze,

e se con Michelina e con sant'Anna abita sola e dimora in quel templo, ove si gusta la celeste manna;

55 se dalla tortora anche piglia esemplo, che beve turbo e sola sempre è 'n lutto, quasi dicendo:--Io castitá rassemplo.--

Il matrimonio è poi di minor frutto; perché convien che la famiglia rega, 60 non può inverso Dio attender tutto;

ché quanto piú col mondo alcun si lega ed alla cura bassa sta piú attento, tanto dal contemplar di Dio si piega. p. 297 Allora è santo e vero sacramento, 65 se in una vera fede egli è fundato, in santa pace e in un consentimento;

se solo a quel buon fine egli è usato, pel quale al primaio uom, quando fu fatto, la sposa Dio gli trasse del costato.

70 Se bestiale ovver meretricio atto fra lor non si usa, allor è continenza, ché fuor de' miei confini e' non è tratto.--

Poi, come donna che fa reverenza, lassando il ballo, tal atto fe' ella, 75 e prese il quarto canto l'Abstinenza.

Alzando gli occhi al ciel, quella donzella disse:--La mente mia libera e lieta sublimo al mio Signor, che mi favella.

Egli è che spira e che mi fa profeta: 80 Egli è che ciba me, lui contemplando: Egli è che di vertú mi fa repleta.

Di me all'uomo fe' il primo comando; e, quando el ruppe, a morte ed a fatiga e tra mille timori el pose in bando.

85 L'offizio mio quella parte castiga, dov'è 'l desio e quel voler ribello, che alla legge mental dá sí gran briga.

Li tre fanciulli ed anche Daniello profeti fei, perché funno abstinenti 90 e parlavan con Dio, com'io favello.

Avventurate giá l'antiche genti, a cui il pasto delle giande ed erbe fe' 'l viver lungo e san senza tormenti!

Ora li cibi e le mense superbe 95 son sí cresciuti, che la vita brieve è inferma e poca e pien di doglie acerbe.

Ora, se innanzi al pranzo non si beve, pare altrui pena; e troppa dilicanza fa che 'l cibo comune al corpo è grieve. p. 298 100 Il corpo, che del poco ha sua bastanza, se non ha buono assai e spesso e presto, mormora guasto dalla mal usanza.

Or pochi fanno quel digiun richiesto per decima da Dio, che gli sia offerta, 105 del tempo, che a ben far n'ha dato in presto.

E non val ch'è precetto e che si accerta ch'estirpa i vizi e le virtú acquista, e che lieva la mente a Dio sú erta.--

Qui lasciò 'l canto come 'l citarista; 110 poi come fa'l falcon, quando si move, cosí Umiltá al cielo alzò la vista,

dicendo:--O alto Dio, o sommo Iove, nulla umiltá che pretenda bassezza, possibil è che mai in te si trove.

115 Ma, permanendo in sé la tua altezza, il tuo Figliuol l'umanitá si unío non con difetti, ma con l'altra asprezza,

sí ch'egli, essendo insieme e uomo e Dio, in quanto Dio che satisfar potesse, 120 e in quanto uom patisse ove morío,

per colui che, produtto allora in esse, ruppe la sbarra del comando primo ed attentò che, quanto Dio, sapesse.

Però convenne che 'l superbo limo 125 s'umiliasse quanto insú era ito, ed egli non potea piú ire ad imo.

Ed anco 'l suo peccato era infinito, pensando quel Signore, in cui presunse e che a non obbedirlo fu ardito.

130 Per questo, Dio umanitá assunse ed un si fece seco e fu quell'Agno, che pei peccati altrui s'offerse e punse.

O alto mio Signor, tu se' sí magno, che tutti quanti i ciel son la tua sede, 135 e la terra è scabello al tuo calcagno. p. 299 Alla grandezza tua, che tanto eccede, l'umiltá sola gli fece la casa, quando umanò 'l tuo eterno Erede

nel petto di Maria, qual è rimasa 140 speranza a' peccatori e sempre advoca che Piatá tenga a lor la porta pasa.

Quella Umiltá, che 'n croce si fe' poca, fu esaltata e, posta al lato destro appresso a Dio, in alto si collòca.

145 E, quando al mondo stette per maestro, con umiltá conversò tra la gente non come prince, ma come minestro;

ove li gradi mostra, a chi pon mente, dell'umiltá, e prima che subietta 150 sie a' maggiori e presta ed obbediente.

L'altra è che a' suoi egual si sottometta; l'umiltá terza alli minor subiace: questa è suprema ed è la piú perfetta.

Di un'altra umiltá, che nel cor giace, 155 il primo grado non dispregia altroi; l'altro, s'è dispregiato, non gli spiace.

Il terzo grado è dopo questi doi; che, s'egli è dispregiato, se ne goda e non si turbi, perché altri el nòi;

160 e che avvilisce sé, quando altri el loda, e sol risponde, quando altri el domanda, e non si cura, benché opprobrio oda;

e come il buon corsier, che cosí anda come altri mena il fren, cosí la voglia 165 pon nell'arbitrio di chi ben comanda;

e, benché alcuno a lui la vesta toglia, o se la sua mascella li percuote, non contendendo, lo mantel si spoglia

e paragli anco l'altra delle gote.--

p. 300

CAPITOLO VI

Della fortezza e delle sue spezie.

Menommi poi l'Umilitá piú suso, tanto ch'io giunsi al reame secondo; e, come il primo, il varco aveva chiuso,

ed anco 'l muro avea girante in tondo 5 ed era tutto quanto d'oro fino, alto ben cento piè da cima al fondo.

Enginocchiato, al mur mi fei vicino; allora l'uscio grande ne fu aperto; e noi intrammo su per quel cammino.

10 Forse duo miglia era ito suso ad erto tra dolci canti e tra li belli fiori, da' quai tutto quel pian era coperto,

ch'io vidi in mezzo delli sacri còri star la Fortezza ardita e triunfante 15 come una dea adorna di splendori.

Mirava al cielo e tenea le sue piante fisse e fermate su 'n una colonna, ch'era tutta di fino adamante.

La spada in mano avea la viril donna 20 e l'elmo in testa ed in braccio lo scudo, e la panziera in scambio della gonna.

--O vertú alta, o nobil Fortitudo --diss'io a lei inginocchiato appresso,-- che non curi Fortuna e suo van ludo,

25 per l'aspero viaggio mi son messo, passando i vizi insú con grande affanno, per veder questo regno a te commesso, p. 301 e per veder le dame che qui stanno; e vengo, alta regina, ché m'insegni 30 l'offizio e l'operar, che da te hanno.

Se 'l priego basso mio, donna, disdegni, Minerva disse a me ch'io ti richieggia e che venissi qui, ove tu regni.--

Siccome, quando le sue schier vagheggia, 35 si mostra ardito il nobil capitano, ed ognun delli suoi, perch'egli il veggia,

cosí fec'ella con la spada in mano, e cosí se mostroe ogni sua ancilla, in forma femminile ardir umano.

40 Non mai Pantasilea ovver Camilla tanto valor nell'arme dimostrâro, né donna d'Amazona o d'altra villa.

--Da c'hai passato il cammin cosí amaro --rispose quella,--e mándati Minerva, 45 degno è che io t'insegni e faccia chiaro.

La parte, che nell'uom debbe esser serva, per due cagioni alla ragion s'oppone e contra buona legge sta proterva.

Prima è dolcezza delle cose buone 50 secondo il senso, e, quando troppo move, a questa Temperanza il fren gli pone.

L'altra è quand'ella andar non vuol lá, dove la ragion ditta e fállo per paura o per diletto, che la tiri altrove.

55 Ora a' due offizi miei porrai ben cura. Uno è che arma l'uom e che lo sprona alla vertú contra ogni cosa dura.

E, perch'abbia vittoria, la corona io gli dimostro; e, se vince l'asprezza, 60 prometto fama e premio, che 'l ciel dona.

L'altro è che, come Ulisse, la dolcezza lassa di Circe e, come Sanson fiero, svegliato, i lacci di Dalida spezza. p. 302 E giammai non ti caggia nel pensiero 65 che di fortezza virtual sia armato chi il mal fa forte o casual mestiero,

cioè per furia o ira, o che infiammato sia d'amor troppo, e forse per temenza o per guadagno ovver come soldato.

70 Per molta ovver per poca esperienza alcun par forte; ma vera radice nullo ha di questo, ma sola apparenza;

ché la fortezza, che fa l'uom felice, è animo costante a non volere 75 ciò ch'a ragione ed a Dio contradice,

per questo apparecchiato a sostenere ogni fatica, ogni briga e periglio e voler contrastar con suo potere,

e per le quattro cose, a quali è figlio, 80 la patria, il padre, la vertú e Dio, ire alla morte con allegro ciglio.

Non ha però di morte ella il disío; ché quanto al mondo è utile sua vita, tanto il morir gli dole e pargli rio.

85 Ma la sua carne libera e espedita tiene alla morte, e sol quando bisogna e in bene di color che l'han largita;

ch'è meglio assai che l'uom la vita pogna, che Cloto fila e fa corte le tele, 90 che viver vizioso e con vergogna.

Perché non fusse a' nemici infedele nelle promesse, il buon Regulo Marco tornò alla morte ed al dolor crudele.

Ristette solo Orazio su nel varco 95 del ponte, insin che gli fu dietro rotto, portando de' nemici tutto il carco,

e poi nel Tever si gittò di sotto non per fuggir, ma che non contentasse color ch'a ritener s'era condotto. p. 303 100 Fortezza fe' che Curzio si gittasse nella ruina, acciò che la sua morte da morte la sua patria liberasse.

Omai contempla la mia bella corte. Questa che 'n testa porta due ghirlande, 105 perché a destra ed a sinistra è forte,

Magnanimitá è, che ha 'l cor sí grande, che Fortuna nol flette, se minaccia, né lieva in alto con losinghe blande;

ma tra la gran tempesta e gran bonaccia 110 conduce la sua barca con salute, e troppa spene o tèma non l'impaccia.

Non per ambizion, ma per vertute s'ingegna di salir in grande onore, e solo a questo ha le sue voglie acute,

115 e, non perch'i subietti ella divore, ma per far prode, sí come fa 'l lume, che, posto in alto, mostra piú splendore.

Il vizio d'arroganza, e che presume, ha ella in odio e la gloria vana 120 sí come cosa opposta al buon costume.

Troppa audacia ancor da lei è lontana e 'l timor troppo e l'animo pusillo, e la temeritá da lei è strana;

ed è verace, e l'animo ha tranquillo 125 e tra li grandi mostra aspetto magno, ed eccellente ed alto è 'l suo vessillo,

ed usa tra' minor come compagno. L'onor e la vertú vuol che antiposta sia all'utilitá ed al guadagno.

130 Quell'altra donna, che gli siede a costa, è sua sorella, chiamata Fidanza: questa è seconda, in questo regno posta.

Questa comincia con molta baldanza le cose dure, pria pensando il fine 135 e la fatica ed ogni circumstanza. p. 304 La terza poscia di queste regine è Pazienza, ed ella è che sostiene della battaglia le piú acute spine.

E sono dolci a lei l'amare pene, 140 pensando il premio e 'l grande onor che spera, ché senza affanno non si monta al bene.

La quarta è la vertú che persevéra insin al fine, e l'opera conduce tutta perfetta e tutta quanta intera.

145 Ogni atto buono ed arduo, che produce la volontá zelante ed iraconda, a questo mio reame si reduce.

Io dico l'ira, quando non abbonda tanto che offusche il lume della mente, 150 ma quella che a ragion sempre seconda.

In questo regno mio tanto eccellente stanno i romani antichi e li gran reggi e gli uomin forti dell'antica gente,

i quai voglio che odi e che li veggi. 155 Quivi sta Ettòr e quivi stan coloro che in magnanimitá fûn li piú egreggi.--

Allor partíssi, e tutto il sacro coro, seguendo la Fortezza, i passi mosse, sin che trovammo una gran porta d'oro.

160 La donna principal quella percosse; e senza alcun indugio ne fu aperta; ma quel portier che aprío, non so chi fosse:

tanto attesi a seguir la scorta esperta.

p. 305

CAPITOLO VII

De' magnanimi e valentissimi, ne' quali risplendette la virtú della fortezza.

Non credo che sia loco, sotto il cielo, sí delettoso e di tanta allegrezza, né tanto temperato in caldo e 'n gielo,

quanto quel dove andai con la Fortezza. 5 E lí trovai armato il fiero Marte, quanto un gigante grosso ed in altezza.

E molta gente avea da ogni parte e tanto appresso a lui, quanto vantaggio ebbon in forza e in battagliosa arte.

10 E sopra tutti lor scendeva un raggio, il qual si derivava dal pianeta, che dá nella battaglia buon coraggio.

Sí come luce ch'esce di cometa, cosí scendeva lor sopra la chioma, 15 secondo la vertú piú chiara e lieta.

Quando piú bella e piú in fior fu Roma, non ebbe in sé sí bella baronia, né quella che di Troia ancor si noma.

Come tra' fiori e dolce melodia 20 l'anime vanno tra gli elisii campi, facendo insieme festa in compagnia;

cosí su' prati dilettosi ed ampi givano questi in gran solazzo e gioco col raggio in capo, che par che gli avvampi.

25 --Secondo il raggio, quanto è assai o poco --Fortezza disse,--qui si manifesta la vertú de' baron di questo loco. p. 306 Colui, che sí gran fiamma ha su la testa, Ercule fu, quel valoroso e forte, 30 che morto fu con venenosa vesta.

Tornò d'inferno e fuor delle sue porte Cerbero trasse e menollo nel mondo con tre catene a tre sue gole attorte.

L'altro, ch'è dopo lui e poi secondo, 35 è Cesar ceso nel ventre materno, che 'l raggio ha poi piú chiaro e piú giocondo.

Tutta la zona donde viene il verno, la Francia, il Reno e l'antica Bretagna, sommise a Roma sotto 'l suo governo.

40 E poi quel terzo, il qual egli accompagna e che da tanti è qui menato a spasso su per li prati della gran campagna,

è quel che di combatter mai fu lasso nella battaglia, il fortissimo Ettorre, 45 per la cui morte Troia venne al basso.

Non bastò, Achille, a lui la vita tôrre, ma 'l trascinasti intorno delle mura delle porte troiane e delle torre.

Il quarto, c'ha la luce chiara e pura 50 su nella testa, è Alessandro altèro, che fece a tutto il mondo giá paura.

Egli ebbe l'Oriente tutto intero: forse, se non che morte el lievò tosto, di vincer Roma gli riuscía 'l pensiero.

55 L'altro, a cui tanto raggio in capo è posto, è quell'Ottavian, da cui si dice ogni altro imperator «Cesare Agosto».

O alto core, o anima felice, la terra tutta facesti subietta 60 fin dove il caldo accende la fenice.

Fatt'hai di Cesar tuo la gran vendetta, e Perugia condutta a trista fame, e guasta tutta pompeiana setta. p. 307 Recasti tutto il mondo ad un reame; 65 per tua virtú, dal ciel discese Astrea e chiuse a Ian del tempio ogni serrame.

Risguarda omai el magnanimo Enea, che si rallegra e parla con lui insieme, e ben in vista par figliuol di dea.

70 Vedi da lui disceso il nobil seme, Romulo dico, innanti al cui valore tutte l'altre fortezze fûnno sceme.

Vedi che tutti que' gli fanno onore e stangli innanzi come figli al padre; 75 ed ha dal forte Marte piú splendore.

La grande Roma e l'opere leggiadre di farsi grande e vendicare il zio e la Sabina a Roma dar per madre,

il Capitolio e 'l tempio, che fe' a Dio, 80 la milizia, il senato e la virtude el fan sí grande in questo regno mio.

Oh secolo feroce! oh genti crude! il padre de' roman da' roman poi fu ucciso ed occultato in la palude.

85 Quell'altro, che piú presso sta a loi, è il gran Pompeo, il quale in mare e in terra fe' gloriosi li triunfi suoi.

Questo fu vincitor in ogni guerra, in Grecia, nell'Egitto ed in Tessaglia 90 e ove 'l libico mar la secca serra,

sinché col suocer ebbe la battaglia, u' Fortuna mostrò che contra lei non è fortezza o senno che vi vaglia.

Vedi il piatoso amator delli dèi, 95 difensor delle leggi, il buon Catone, refugio a' buon e riprensor de' rei.

Mira il chiaro splendor di Scipione, in tanta gioventú verenda immago, tanta onestá in etá di garzone, p. 308 100 a cui die' 'l nome la vinta Cartago, l'Affrica subiugata ed Anniballo, che contra Roma fu peggior che drago.

L'altro è che 'l gran francioso da cavallo gittò a terra, e detto fu Torquato 105 dal torque, che gli tolse, argenteo e giallo.

Mira Camillo, il forte Cincinnato, il qual fortezza e vertú fe' sí grande, ch'andò al triunfo, tratto dell'arato.

Se di quegli altri tre tu mi domande, 110 che vanno inseme, a cu' il figliol di Iove del raggio a lor fa 'n capo tre grillande,

quello, che i passi innanzi agli altri move, è 'l sovran re di Francia Carlo Magno, che contr'a' sarracin fe' le gran prove.

115 L'altro, che va con lui come compagno, è 'l valoroso Boglion Gottifredo; che della Terrasanta fe' 'l guadagno.

Il sepolcro di Cristo e 'l santo arredo ei conquistò; ed ora l'ha 'l soldano, 120 non iusto possessor, ma come predo.

Il terzo, ardito, con la spada in mano è 'l re Artus, e i suoi atti pregiati nomati son da presso e da lontano.--

E giá la dea a me avea mostrati 125 li gran troiani ed anche li gran greci, che eccellenti e forti erano stati,

e detto avea de' Fabi e delli Deci; quando vidi un con molta gente intorno: ond'io a domandar oltra mi feci:

130 --Chi è colui, che 'l raggio ha tanto adorno, o dea Fortezza, che sí come 'l sole faría la notte parer mezzogiorno,

e che di fiori, rose e di viole li spargon sopra il petto e sopra il viso, 135 sí come a' novi amanti far si sòle?-- p. 309 Ed ella a me:--Colui, che festa e riso riceve qui per la vertú che vince, or ora debbe andare in paradiso.

Ed è concesso a lui che passi quince, 140 che 'l suo valore a te sia manifesto: chiamato fu 'l cortese signor Trince.

Innanzi a quell'Urbano, il qual fu sesto, sotto il vessillo scritto in libertade, che servitú per chiosa ebbe nel testo,

145 tutte sue terre e tutte sue contrade di santa Chiesa a lei volson le piante e rivoltônsi con lance e con spade.

Ma questo con pochi altri fu costante, e tra quei pochi di costui apparse 150 la fede ferma piú che diamante;

tanto ch'egli per questo il sangue sparse, drizzando a Dio il core e le sue mani, che 'n liberalitá mai fûnno scarse.

Per questo greci, dardani e romani 155 l'aspergono di fior, come tu vedi, e fangli festa in questi grati piani.

--O sacra dea--diss'io,--se mel concedi, andrò a lui, e reverente e chino abbracciar voglio i sui amorosi piedi;

160 ché 'l suo figliol dal mondo pellegrino quassú salir mi mosse: egli mi manda: per lui messo mi son in 'sto cammino.

--Consentirei--respuse--a tua dimanda; se non che su nel ciel tu 'l trovarai, 165 se il core e tua vertú tanto insú anda.--

In questo sopra lui disceson rai, quali il sol la mattina all'oriente intensi manda li splendor primai.

Li tre colle grillande prestamente 170 insieme in compagnia a lui n'andâro, facendo via a lor tutta la gente, p. 310 ed entrôn dentro in quello splendor chiaro. Allor vennon da cielo agnoli molti, che quelli quattro a Dio accompagnâro.

175 Quelli bei fiori, ch'elli avíeno còlti, spargean sopra la gente, andando insue, che ammiravan con sospesi volti,

sinché, allungati, non si viddon piue.

p. 311

CAPITOLO VIII

Nel quale la Fortezza scioglie un dubbio dell'autore, e appresso incominciasi a trattare della prudenza.

L'intelletto dell'uom, che mai non posa, che sempre cerca e sta ammirativo, sinch'e' non trova la cagion nascosa,

dicea fra sé:--Nel loco sí giolivo 5 come star puote chi non si battezza o non credette in Cristo, essendo vivo?--

Però addomandai la dea Fortezza: --Come qui 'n questo loco tanto ameno, di tanta festa e di tanta dolcezza,

10 stan questi che 'l battesmo ebbono meno? Non so se fuor del cielo è luogo al mondo, che sia sí bello e di letizia pieno.--

Ed ella a me:--Tu cerchi sí profondo, che scusata serò, se bene aperto 15 alla domanda tua io non rispondo.

Ma sappi in prima, ed abbilo per certo, ch'ogni male da Dio será punito, ed anco addolcirá ogni buon merto.

Ma del voler di Dio, ch'è infinito, 20 quanto a cercar alcun piú vi s'affanna, tanto pel grand'abisso va smarrito.

Se li non battizzati egli condanna, sol che li tien per sempre del ciel fòre, per questo non gl'iniuria e non gl'inganna;

25 ché quei, che ebbon di vertú 'l valore, di pena sensitiva non martíra, s'altro peccato non dá lor dolore. p. 312 E ciò che 'l ciel non toglie, mentre gira, dico memoria, volontá, intelletto 30 e ciò che l'alma sciolta seco tira,

possono usare ed usan con diletto, e la vertú che ama e che ragiona, e contemplar con atto piú perfetto.

Ma 'l ben che Dio per grazia ne dona, 35 se 'l dá a costui ed a quel nol concede, non però fa iniuria a persona.

Per grazia è solo, non giá per mercede salir al paradiso; e tal acquisto far non si pò senza battesmo e fede;

40 ché i battezzati col ben far permisto son quelli, a' quali Dio promette il cielo ed alli circoncisi innanzi a Cristo.

Che alcun puniti siano in caldo e gelo per gran delitti e scelerosi mali, 45 apertamente ne 'l mostra il Vangelo.

Ma questi, ch'ebbon le vertú morali, benché del ben di grazia sien privati, non però perdon li ben naturali.

E però qui tra questi belli prati 50 a te mostrati son, che ti sia nota la gran vertú, della qual fûn dotati.

Sí come Ezechiel vide la rota e vide Ieremia un'olla accesa, ed altro intende la mente devota;

55 cosí qui altra cosa s'appalesa agli occhi tuoi, ed altra dalla mente nel senso vero debbe esser intesa.--

Poiché mostrata m'ebbe la gran gente, quelle sante donzelle si partîro; 60 ed io su salsi una piaggia repente,

tanto che io pervenni al quarto giro, ove la quarta porta era chiusa anco; e 'l muro tutto avíe de fin zaffiro. p. 313 Inginocchiato il pié diritto e il manco, 65 come chi vuol intrar quivi far usa, venne una ninfa vestita di bianco.

Io percepetti ben ch'era una musa, ché 'n capo avea d'alloro una grillanda; e questa aprí a me la porta chiusa.

70 Tutti i bei fior, che Zefiro ne manda, e tutto il canto della primavera, allor che amor la compagnia domanda,

nulla saríeno al canto che quivi era: il lume di quel regno era sí accenso, 75 che ogni luce di qua parría da sera.

E, benché lo splendor fusse sí intenso, non però quello i mortali occhi offende, ma piú acuto fa il visivo senso: