Il Quadriregio

Chapter 17

Chapter 173,803 wordsPublic domain

Alla lor prece l'arbore preclaro 5 giú s'abbassò, ed e' colson le fronde, che son sí dolci, che vince ogni amaro,

dicendo a me:--Del frutto, che nasconde quest'arbor dentro a sé, nullo ne coglie salvo che l'alme felici e ioconde.

10 E poi mi fên gustar di quelle foglie, che porgono alla 'ngiú que' santi rami, le quai mi contentôn tutte mie voglie.

O cupidigia, che tanto t'affami e che quanto piú mangi e pasto hai preso, 15 tanto apri piú la bocca e piú ne brami,

se gustassi del legno al ciel disteso, ratto faresti come san Matteo, quando il nostro Signor egli ebbe inteso:

che lasciò la pecunia e 'l teloneo, 20 e sí gli piacque, ch'a rispetto a quello ogni altro cibo gli era amaro e reo.--

Quindi n'andammo in un boschetto bello, dove Adamo fuggí e steo nascosto, quando mangiò del cibo amaro e fello,

25 allor che non sostenne un sol fren posto, un sol comando, il quale Dio gli diede, ma fu ardito a romperlo sí tosto. p. 281 Ei si nascose. Oh matto chiunque crede fuggir ovver celarsi da Colui 30 che tutto puote ed ogni cosa vede!

E poscia mi partii con ambidui tra' belli fiori di quel prato adorno; e, quando ad una fonte io giunto fui,

considerai che era mezzo giorno, 35 ché 'l sol toccava in alto giá 'l zenitto, e nullo corpo facea ombra intorno.

Dicea fra me, insú mirando fitto: --Com'è che qui il caldo non offende, da che li raggi insú rifletton ritto?

40 Ché 'n quella obliquitá che 'l raggio scende, come si prova nella prospettiva, in tale a parte opposta si distende.

Però, se 'l raggio ingiú ritto deriva, per linea retta ritorna in quel verso, 45 ed ei lí si raddoppia e si ravviva.

E questo luogo è pian, pulito e terso assai a questo, e nol torce in oblico concusso alcun, che 'l raggio mandi sperso.--

Allor mi disse il padre piú antico: 50 --Tu forse ammiri che qui non fa male il troppo caldo noioso e nimico.

Sappi che, dove il giorno è sempre equale alla sua notte, quanto il dí riscalda il sol, che 'nver' zenitto suso sale,

55 tanto la notte col fresco risalda; e però quella patria, se pon' cura, fie temperata, né fredda, né calda.

E, benché tanto il sol vada in altura, non fa di caldo sotto il loco accenso, 60 quando in cotale altezza poco dura.

Non è sola cagion del caldo intenso l'altezza dello sol, ma sua dimora col raggio insú riflesso, s'io ben penso.-- p. 282 Il suo parlar mi die' piú dubbio allora, 65 ed io di domandar non avea ardire, come scolar che troppo il mastro onora,

che mostra ancor non voler assentire con parole, ma tien il capo basso, facendo vista d'altro voler dire.

70 Ond'ello:--Parla;--ed io:--Cotesto passo ha forse veritá solo in quel clima, ov'è la gran cittá di Satanasso.

Ma questo loco tanto si sublima, che ben tre ore nell'alto emisfero 75 vedete il sole innanzi agli altri in prima.

E cosí, quando il giorno si fa nero nell'occidente, a voi ben per tre ore luce quassú il celeste doppiero.

Che cagion è che qui non è ardore, 80 se qui diciotto or mostra all'aspetto nel giorno il sol con suo chiaro splendore?--

Ed egli a me:--Se intendesti il mio detto, io parlai sú del clima di quel loco, ov'ha reame il primo maladetto.

85 E, perché questo da quel dista poco, il sol, che dura in questo loco santo, come argumenti, accenderebbe il foco;

se non che 'nsú egli è levato tanto, che mai vapor, che faccia pioggia o vento, 90 salir o nocer può in nessun canto.

Ma 'l nono ciel e 'l primo movimento move qui l'aere, e dolce aura spira tal, che conforta ciascun sentimento.

E, quando il detto cielo intorno gira, 95 il foco e gli altri ciel voltan con esso ed anche seco quest'aere tira.

Per questo il raggio in diritto riflesso si frange e sparge; e, quand'è cosí sparso, non accagiona il caldo intenso e spesso. p. 283 100 Però dal sol non è questo luogo arso, s'el manda il raggio ritto, o alto el move, o se la notte sol sei ore ha scarso.--

Dal ditto loco poscia andammo dove nasceva un fiume, ch'era tanto grande, 105 che mai verun maggior fu visto altrove.

Elia mi disse senza mie dimande: --Questa grand'acqua, che qui ritto emerge, per tutto il mondo poscia si dispande.

Imprimamente questo loco asperge; 110 poiché la terra ha qui bagnata e infusa, per tutta l'altra terra si disperge

per li meati, sí come Aretusa, che bagna pria Calabria e di quindi esce, poi va in Trinacria sotterra rinchiusa.

115 Di questo nasce Gange e 'l Nil, che cresce tanto la state, ed il Danubio e 'l Reno ed il Tanai col saporoso pesce.

Di questo Ibero e il grande Geon pieno, che passa rifrescando l'Etiopia 120 e che bagna anco l'arabico seno.

Di questo il Po, che d'acqua ha sí gran copia, che, quando il mondo seccò per Fetonte, tra tutti i fiumi n'ebbe meno inopia.

Ma l'acqua d'ogni fiume e d'ogni fonte 125 principalmente vien dall'Oceáno, e da Natura corre prima al monte.

Perch'è spognoso e perché dentro è vano, e' scaturisce pel caldo impellente e poscia scende e corre giuso al piano.

130 Ed ogni fiume piú pieno e corrente diventa per la pioggia, quando cade; e questa è l'altra causa conferente.--

Poi ci movemmo per le adorne strade tra la fragranza e soavi melode, 135 tra 'l nettar dolce in scambio di rosade. p. 284 Ivi ogni senso si rallegra e gode, alla verzura si conforta il viso, l'orecchie a' canti degli uccelli, ch'ode.

Rallegra tutto il cor quel paradiso; 140 ivi ogni cosa intorno m'assembrava un'allegrezza di giocondo riso.

La doppia scorta, la qual mi guidava, si movea innanti, ed io seguía lor piante e con diletto lá e qua mirava.

145 E, quando fummo andati alquanto avante, trovammo in giro un ampio ed alto muro, ch'avea le torri di duro diamante.

Elia mi disse:--Qui l'intrare è duro, se l'uomo in prima non si gitta a terra 150 e se:--Peccai--non dice col cuor puro.

Allor colei, che la porta apre e serra, gli dá l'entrata e fagli anco la scorta; e chi senza lei andasse, il cammin erra.

Ella ti menerá sino alla porta; 155 dentro la Temperanza troverai, che gl'impeti rifrena e 'l troppo accórta.--

Per questo al duro muro m'appressai.

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CAPITOLO III

Della vertú della temperanza e sue laudi.

Perché l'intrare a me fusse concesso nel bel reame della Temperanza, mi feci a quella porta alquanto appresso.

E, poiché fui in debita distanza, 5 mi postrai 'n terra, dicendo:--Peccavi,-- sí come per intrare lí è usanza.

Ed allora una donna con due chiavi aprío la porta, e poi la mia persona levò di terra con parol soavi.

10 --Questa gran donna, che l'intrata dona, è quella, senza cui--mi disse Elia-- né Dio né uomo al peccator perdona.

Ella è che al ciel t'insegnerá la via: dietro alli passi suoi ti guida omai; 15 con lei noi ti lasciamo in compagnia.--

Quei patriarchi pria ringraziai; poscia mi volsi alla scorta novella e ch'ella mi guidasse io la pregai.

Dentro alla porta intrai insiem con ella; 20 e, poiché dentro fummo ed ella ed io, allor mi fece don di sua favella.

--Se saper--disse--vuoi il nome mio, io sono l'Umiltá, il primo grado d'ogni virtú, che vuol salir a Dio.

25 Come Superbia è prima in ogni lado, ardita a romper la legge divina, cosí alle vertú io 'nanti vado. p. 286 Chi senza me su per andar cammina, ritorna addietro intra li luoghi bassi 30 e non s'accorge quando egli rovina.

--Io prego, o donna, che tu non mi lassi --a lei risposi riverente e piano,-- ché sempre seguirò dietro a' tuoi passi.--

Benignamente a me porse la mano; 35 e, poiché 'n alto luogo giunto fui, che d'ogni amenitá era sovrano,

la Temperanza con belli atti sui io trovai quivi e con tanta maiésta, quant'hanno i santi, dov'è il dolce frui.

40 Se ogni cosa è bella in quanto onesta, e tutta l'onestá da lei procede, quindi si sa quanto era bella questa.

Ella stava a sedere in una sede. La nova scorta appresso a lei si pose, 45 non però in alto, ma giú basso al piede.

E sette donne, adorne come spose, stavan con lei, e d'oro le corone aveano in testa e di fiori e di rose.

E una un orso e l'altra avea un leone, 50 legato ed ammansito con un freno; la terza similmente un gran dragone.

E come fa 'l cagnol che dorme in seno, cosí le fère si stavan con loro ed anche il drago senza alcun veneno.

55 Intorno intorno a tanto concistoro eran tranquilli giuochi e dolce canto di diverse persone a coro a coro.

Perché da loro er'io distante alquanto, cenno fatto mi fu che m'appressasse 60 alla regina del collegio santo.

Io m'appressai e le ginocchia lasse in terra posi, ed ella anco fe' segno che confidentemente a lei parlasse. p. 287 --Alta regina, a questo loco vegno 65 --diss'io a lei--dal mondo con fatiga, per contemplar di te e del tuo regno.

Minerva fu a me primiera auriga; ella è che m'ha scampato e sú condotto per mezzo delli vizi e di lor briga.

70 E ch'io venisse a te mi fece dotto, che m'insegnassi questo tuo reame e delle tue donzelle tutte e otto.

--Dacché di me sapere hai sí gran brame, --rispose quella,--ascolta, e dirò pria 75 del mio uffizio e poi dell'otto dame.

Dio fatto ha l'uomo per sua cortesia e posto in mezzo lui tra 'l bene e 'l male, ché lá e qua ei combattuto sia.

E diede a lui la parte sensuale, 80 la qual al male impetuosa corre come sfrenato e indomito animale.

E però Dio mi volle con lui porre, ché 'nverso il mal egli precipitára, se con miei freni a lui non si soccorre.

85 Per farti ben la mia risposta chiara, com'egli verso il mal si move ratto, cosí va tardo alla parte contrara;

ché, come infermo debil e disfatto, si move col disio inverso il bene, 90 se con forti speroni ei non è tratto.

Perciò altra virtú esser conviene cioè Fortezza, e questa i sproni mova, quando uom come infingardo si ritiene.

Ella è che fa che l'uom, il qual si trova 95 nella battaglia, vince e non s'ammorza, sí come il cavalier di buona prova,

o come il buon nocchier, che allor si sforza che ha la gran tempesta in mezzo all'onda, quando el combatte da poppa e da orza. p. 288 100 Ed io 'l mantengo, quando va a seconda, ché 'l fo attento che 'l timon non lassa, senza lo qual la nave si profonda,

e che non dia de' calci a chi lo 'ngrassa; e, quando esalta la fortuna destra, 105 io fo che tiene il freno e che si abbassa.

Cosí armato a dritta ed a sinestra, da un de' lati Fortezza el defende, dall'altro lato son io sua maestra.

Donna è che con mill'occhi su risplende, 110 che 'l guida dietro e innanti, e 'l fine sguarda, tanto che chi lo segue non l'offende.

Piú suso sta dell'uom la quarta guarda, Astrea dico, che resse la gente 'nanti che fosse fallace e bugiarda.

115 Alle otto dame omai tu porrai mente; dirò de' loro uffizi, se m'ascolti, che reggono il reame qui presente.

In prima sappi che impeti molti son rei nell'uomo contra bona legge; 120 ma tre son li peggiori e li piú stolti.

Il primo è l'ira in cui governa e regge; e questa fa il cor di pietá nudo contra li suoi subietti e la sua gregge.

Clemenza è detta ovver Mansuetudo 125 la prima dama, che dalle radici stirpa l'ira del core troppo crudo.

E, secondo duo nomi, ell'ha duo uffici: l'uno è che li superbi e troppo altèri inchina a' servi, quasi a dolci amici;

130 l'altro è che quei, che son crudeli e fèri e c'hanno alla vendetta accesi i cori, li fa al perdonar dolci e leggeri.

Però è detta donna de' signori, ché li reami e Stati senza lei 135 non saríen signorie, ma gran furori. p. 289 Ed anco è detta sposa delli dèi, che son propizi e non corron mai tosto, ma tardi alla vendetta contr'a' rei.

Ell'è che esser fe' Cesare Agosto 140 contra 'l nemico suo giá mansueto, il qual a tradir lui s'era disposto.

Ed egli el chiamò seco nel secreto dentro alla cambra sua cogli usci chiusi, ove gli disse con parlar quieto:

145 --Non è bisogno, amico, che ti scusi, ch'è manifesto e non ne puoi far niego del tradimento, che contra me usi.

Ma una cosa a te chiedendo prego, che della tua amistá mi facci dono; 150 ed io similemente a te mi lego.

E ciò c'hai detto o fatto ti perdono.-- E, per piú fede, a lui la destra porse: cosí 'l fe' amico a sé verace e buono.

Questa è, che fe' ch'Alessandro soccorse 155 con gran benignitá al suo vassallo, quando del suo bisogno egli s'accorse,

e desmontò de su del suo cavallo, e del suo manto le membra gli avvolse, ché uopo non avea d'altro metallo.

160 Traian l'insegne al suo gran carro folse solo alla voce d'una vedovetta, al cui parlar mansueto si volse,

dicendo:--Imperador, fammi vendetta, ché 'l tuo figliolo il mio figliol m'ha tolto, 165 ond'io a lamentarmi son costretta.--

Ed ei rispose con benigno volto: --Il mio figliolo, o donna che ti lagni, ti dono in cambio di quel c'hai sepolto.--

Cesare primo, il maggior tra li magni, 170 li suo' famigli ovver li suoi subietti non li chiamava «servi», ma «compagni»,

facendo a loro onore in fatti e in detti.--

p. 290

CAPITOLO IV

Delle spezie e rami della temperanza.

Io stava ad ascoltar come scolaio, che dal maestro prende la dottrina, mentre narrò dell'impeto primaio.

E poi continuò quella regina: 5 --Sappi che rifrenar io debbo ogni atto, al qual la parte sensual inclina.

Il diletto del gusto e quel del tatto vuole Dio ch'io rifreni e ch'io m'oppogna: questa è la mia materia, ch'io pertratto.

10 E ciò ch'è inonesto e fa vergogna al nobil uomo, e ciò ch'el fa brutale, ho io a regolar quanto bisogna.

Vero è ch'io anco reggo in generale i vizi tutti e la lor circumstanza, 15 e rifren ciò che la ragione assale.

E questo suona el nome «Temperanza», cioè ch'ella rifreni, regga e tempre ogni inonesto e ciò che in troppo avanza.

E questo tu per regola tien' sempre, 20 ch'a ciascuna virtude s'appartiene corregger ciò, che la ragion distempre.

Iusto e prudente è l'uom, se noti bene, e temperato, ed anche ha in sé fortezza e tutte le vertú insieme tiene;

25 ché dal peccato ovver dalla dolcezza, che gli è opprobriosa, si disparte, o che, vincendo, sofferisce asprezza. p. 291 Ogni virtú, ogni scienza ed arte ha sua materia propria, che pertratta; 30 ma 'n general l'una all'altra comparte.

La sensualitá brutale e matta reggo io con queste dame a me propinque, e ciò che all'uom opprobrio e biasmo accatta.

E questi vizi in radice son cinque, 35 e prima l'ira, della quale ho detto ch'è opposta alla clemenzia, delinque.

Poscia è superbia, il vizio maladetto dell'avarizia ed anco della gola e di lussuria il bestial diletto.

40 Omai contempla la mia bella scòla: la bella donna, che ti scorse il passo, che mi sta a piè umil senza parola,

vince superbia e vince Satanasso (mirabil cosa!), che 'nsú monta tanto, 45 quanto nel suo pensier si pone a basso.

L'altra donzella, che mi siede accanto, la moderata Parcitá si chiama: ell'è la quarta in questo regno santo.

Ella lega la lupa sempre grama 50 e pon mesura alla voglia bramosa, che mai non s'empie e che, mangiando, affama.

L'altra, ch'è tanto adorna e gloriosa, è Continenza, agli angioli sorella e del sommo Fattor celeste sposa.

55 Ella Cupido e Venere fragella, ogni turpe atto fugge ed hallo a sdegno, e sdegna chi ne tratta o ne favella.

La sesta donna in questo nostro regno a Cerere ed a Bacco pone il freno, 60 ché del bisogno non passino il segno.

E, perché tutto sappi ben appieno, dirò dell'altre mie compagne ancora, che stanno meco nel regno sereno. p. 292 Io suadisco ciò che l'uomo onora, 65 e vieto ciò che a lui è turpe e lado, perché sua dignitá sia piú decora.

Però la donna del settimo grado è chiamata Onestá ed ha la vesta tutta inorata sopra il bel zendado.

70 Vedi che tutte l'altre gli fan festa; vedi che adorna tutte di splendore della corona, ch'ella porta in testa.

Com'io li desidèri di furore, i quali rifrenar all'uomo è forte, 75 tempro col freno dello mio valore;

cosí è altra donna in questa corte, Modestia chiamata, e tiene il loco, che qui gli è dato nell'ottava sorte.

Ella è che 'l modo pon tra 'l troppo e 'l poco 80 negli atti esteriori, in fatti e in dire, nel rider, nell'andar, nel prender gioco,

in suntuositá e nel vestire; e dove e quando, innanzi a cui e come, oltra i termini suoi, non lassa ire.

85 Tra noi coronat'ha le bionde chiome; Modestia è detta, perché serva il modo, sicché 'l suo uffizio è consequente al nome.

In questo regno, nel qual io mi godo, sta la Vergogna ovver l'Erubescenza; 90 la qual non per virtú però la lodo,

ma perché è freno e perché ha temenza di fare il lado; e questo è atto buono e che mena a virtú, se ha permanenza.

Ma 'n quei che saggi o che antichi sono, 95 perché debbono il capo aver esperto, il vergognarsi trova men perdono.

Però Vergogna in testa non ha 'l serto perché non è virtú, come siam noi, che 'l capo di corona abbiam coperto. p. 293 100 Dell'altre cose, che qui saper vuoi, elle diranno co' lor dolci canti, una cantando pria e l'altra poi.--

Clemenzia, al cielo alzando gli occhi santi, un canto cominciò tanto soave, 105 piú che mai musa, che cantar si vanti.

--Non ha peccato--disse--tanto grave, che dell'intrar a te, Signor e Dio, chiunque si pente non trovi la chiave;

ché se' sí mansueto e tanto pio, 110 che tua clemenzia il peccator soccorre, pur ch'e' si penta e non voglia esser rio.

La tua piatá, che a vendicar non corre, a quel che volle a te assomigliarse e la sua sede a lato alla tua porre,

115 pur ch'e' volesse ancora umiliarse alle tue braccia, dicendo:--Peccai,-- ad abbracciarlo non faríale scarse.

Per questo, o Signor mio, saper mi fai, che sempre si perdoni a chi si pente; 120 al superbo non si perdona mai.

Quando al ciel venne il grido della gente di Sodoma e Gomorra e di lor setta, tu descendisti a vederlo presente;

ove m'insegni ch'io non creda in fretta, 125 quando la fama il peccator condanna, e tardo e con piatá faccia vendetta.

Per questo tu ponesti, o santo Osanna, l'asprezza della verga dentro all'arca colla dolcezza insieme della manna.

130 La Maddalena, o sommo Patriarca, tu ricevisti pio e mansueto, quando a te venne di peccati carca,

e del suo cor compunto e del suo fleto piú ti pascesti che su nella mensa 135 del fariseo, e piú staesti lieto. p. 294 La donna, ch'era allor allor comprensa nell'adulterio e menata nel tempio, benignamente da te fu defensa;

dove, alto mio Signor, mi désti esempio 140 che sol del peccator voglia l'emenda, e chi altro ne vuol, è crudo ed empio,

e quel, che egli fa, nullo riprenda; ch'altru' accusando, quel se stesso pugne, quand'egli avvien che 'n quel medesmo offenda.

145 Tu giá facesti e fai che ancor si ugne il core a' regi, perch'e' sien benegni, e 'l re dell'api fai che non trapugne;

in questo esempio, mio Signor, m'insegni che sieno i grandi grati e mansueti, 150 e che non sian superbi in li lor regni.--

E poscia, al cielo alzando gli occhi lieti, Parcitá cominciò sua cantilena, poiché Clemenzia ebbe i suoi detti quieti.

--Beato--disse--è l'uom che si raffrena 155 e pone a quella voglia la mesura, che sempre brama e mai diventa piena.

Beato quello che non sforza o fura per piú avere e non prende l'affanno, sempre sudante d'infinita cura;

160 ma, com' Fabrizio nel povero scanno, del poco e con vertú piú si contenta che di piú posseder con froda e inganno.

Ma piú felice è l'uomo, il qual diventa perfetto sí, che tutto il disio taglia, 165 e di ricchezza ha ogni voglia spenta,

e che 'l piú e 'l meno non cura una paglia, e che niente alla Fortuna chiede, quando losinga e quando dá battaglia.

Colui di tutto il mondo è ricco erede, 170 che, avendo o non avendo, piú non vuole; ché, quanto uom non desia, tanto possede.--

Qui finí 'l canto ed anco le parole.

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CAPITOLO V

Della virtú della continenza e delle sue spezie, e dell'astinenza.

Cominciò Continenza il terzo canto, quando l'onesta Parcitá si tacque; e prima gli occhi alzò al cielo alquanto,

dicendo:--A Dio verginitá sí piacque, 5 che lei elesse sposa, in lei discese, quando di vergin madre al mondo nacque.

A san Ioanni l'angel fu cortese per la verginitá, a lor sirocchia, quando, di terra su levando, el prese,

10 dicendo:--Su, su, lieva le ginocchia: fratelli e servi siamo in quel Signore. che ciò, che è futur, presente adocchia.--

Non pure il cielo a lei fa onore, ma l'universo ed ogni creatura 15 alla bellezza di tanto valore.

Subietti stanno a lei, quando scongiura. li maladetti piovuti da cielo, per forza, per amore o per paura.

La vergin sacra giá accese il velo 20 nel foco estinto; e l'altra la gran nave trasse con un capello d'un sol pelo.

Il capricorno sí feroce e grave da lei pigliar si lassa, ed ella el regge; e segue lei mansueto e soave.

25 Ma, perché è scritto nell'antica Legge: «Crescete insieme vo' e moltiplicate», come in quel testo piú volte si legge, p. 296 per questo molti la verginitate impugnano, perché non è feconda 30 come lo stato delle coniugate.

Convien che a questi detti si risponda che funno a tutte spezie e fûn comuni non a persona prima ovver seconda,

ché vòlse Dio e vuol che sianvi alcuni, 35 perché alle cose sue meglio s'attenda, che d'ogni atto venereo sian digiuni.

Benché verde grillanda o sacra benda adorni quella c'ha la mente negra, non però vergin esser si comprenda;

40 ché la verginitá pura ed allegra è la mente incorrotta a Dio divota, cogli atti onesti e colla carne intègra.

E, se l'integritá fusse rimota contra 'l voler, non però si sospetti 45 perder corona e la celeste dota.