Chapter 16
Nel tempo ancor si pecca, se ben guarde: in questo peccan le persone stolte, 135 ch'al pasto sempre lor par esser tarde. p. 261 Non due fiate il dí, ma vieppiú volte il poto e 'l cibo da questi si prende, come le bestie fan, che son disciolte.
Nel modo d'usar cibi anco s'offende, 140 ch'alcuno è scostumato, alcun ghiottone, alcun le braccia su la mensa stende.
Anche è vorace alcun come lione; ed alcun su nel cibo soffia il fiato, alcun per fretta va incontra 'l boccone.--
145 Quando Minerva questo ebbe parlato, quell'Epicur col collo di cicogna rispose e disse con lungo palato:
--Ancor detto non t'ha ciò che bisogna, ché non t'ha detto le cinque figliuole, 150 perché nomarle forse si vergogna.
La prima figlia, che saper si vòle, è Immondizia del cibo, che guasto corromper in lo stomaco si suole;
ché, quando ha troppo vin con troppo pasto, 155 perché cuocer nol può, fuor per la bocca corrotto esala e fa al naso contrasto,
e sopra erutta e sotto quello scocca, il qual balestra come traditore, che apposta alle calcagne, e 'l naso tocca.
160 La seconda figliola è vie peggiore, Ebetudo, di mente inferma e mesta, che toglie all'intelletto ogni valore.
La terza ha nome brutta e trista Festa, di buffonie e di giuochi; e questa è quella 165 che al Batista giá tagliò la testa.
La quarta è quella che troppo favella. La quinta è truffe ed opere scurrile: questa in la lingua porta la fiammella,
e nullo è vizio piú che questo vile.--
p. 262
CAPITOLO XIV
Della lussuria e delle sue specie.
Su nell'ultima piaggia io era giunto; e, quando per la strada io movea 'l passo, scontrai Cupido, il qual m'avea trapunto,
non però mai ch'e' mi gittasse al basso: 5 timor di Dio e vergogna del mondo mi tennon ritto come quadro sasso.
Trovai adunque lui vaghetto e biondo, de cui beltá negli altri versi scrissi, che mai sí bello fu, né sí giocondo.
10 Ma ora veggio ben che 'l falso dissi; ch'egli è crudele e brutto e pien di tosco, chi ben rimira lui cogli occhi fissi.
Quando mi vide, egli fuggí in un bosco, ch'era ivi appresso, ove nulle eran frondi; 15 ma era smorto, secco e tutto fosco.
--Perché, Cupido, da me ti nascondi? --chiamava io forte, dietro seguitando;-- perché pur fuggi, perché non rispondi?
Io son colui che teco venni, quando 20 le ninfe mi mostrasti e la via dura, e sempre stetti presto al tuo comando.
Demostra la tua faccia bella e pura.-- Allor voltossi, ed era sí travolto, che, quando el vidi, mi mise paura.
25 Egli era smorto, e gli occhi brutti e 'l volto; e su nel capo nero avea due corni, e gli atti avea pazzeschi come stolto. p. 263 Allor fuggio da me com'uom che scorni, coll'arco in mano e cogli oscuri dardi; 30 né credo che piú a me giammai ritorni.
La dea a me:--Se questo Amor riguardi, egli è cosa infernal, e chi lo scuopre conosce i modi suoi falsi e bugiardi.
Chiamato è 'l forte dio nel mondo sopre 35 da quegli stolti, che sol guardan fòre all'apparenza, che spesso il ver copre.
Ma, perché sappi ben che cosa è amore, sappi che amore è presente diletto ovver futur piacer, che spera il core.
40 E questo puote aver triplice obietto: primo è l'utilitá, qual se si toglie, manca l'amor, che all'util facea aspetto.
L'altro è amor vero, a cui le verdi foglie non secca tempo o loco, e che sta fermo 45 ad ogni caso, che Fortuna voglie;
e non è losinghiero in atti o sermo e coll'amico sta costante e vivo, quando è in avversitá povero o infermo.
E questo vero amore, il qual descrivo, 50 si chiama virtuoso ovver onesto, tesoro alli mortal celeste e divo.
Il terzo amor, ch'io dico dopo questo, «piacer concupiscibile» si chiama, ché sol da corporal desio è desto.
55 E questo è il folle amore, il qual tant'ama, quanto dura il diletto e la bellezza, e poi si secca in lui la verde rama.
Questo è Cupido, di cui gran fortezza racconta il mondo e ch'a nullo perdona 60 e che infiamma li dii e la vecchiezza;
e che giá ferí Febo si ragiona, quando la bella Dafne si fe' alloro, che imperatori e poeti incorona; p. 264 e ch'egli porta le saette d'oro, 65 e Pluto innamorò, quando gli piacque, e Iove fe' mutar in cigno e toro.
Di questo anco si dice ch'egli nacque di quella che fu data a dio Vulcano, nata de' membri osceni in mezzo all'acque.
70 E dal ver, forse, questo non è strano; ché di Venus, cioè concupiscenza, nasce Amor cieco, fanciullesco e vano;
e da quel nasce poi la rea semenza di molti vizi, a' quai lussuria induce. 75 E, perché n'abbi perfetta scienza,
sappi che la Natura e l'alto Duce ad alcun fin perfetto ha ordinato ogni appetito che 'n voi si produce.
E, se da quel buon fin è disviato, 80 quanto quel fine ha piú perfezione, chi erra in quello fa maggior peccato.
Tra tutte cose uman, che sonno buone, la meglio è conservar l'umana spece, prima nell'esser, poi in coniunzione.
85 Ed a questi duo fin l'alto Dio fece l'appetito lascivo: a questo solo, ed a null'altro fine usarlo lece.
Di questo al padre nasce il bel figliolo e tutta prole umana, il degno frutto 90 fatto a laudare Dio nell'alto polo.
E, se questo buon fin fusse distrutto, mancaría l'uomo, amore e parentele e stato di vertú verría men tutto.
Adunque quel peccato è piú crudele, 95 dal qual questo buon fine è impedito; e questa specie a Dio piú è infedele.
Questo è il vizio nefando subdomito, pien di vergogna detestando scelo e strazio umano e infernale appetito, p. 265 100 pel qual il foco piobbe giá da cielo infino a terra e aprilla ed engollosse insieme il biondo col canuto pelo,
l'un ch'era stato, e l'altro che non fosse corrotto tanto. Ahi, smisurato eccesso, 105 che Dio facesti che tant'ira mosse!
Per questo in terra fu il diluvio messo, quando Dio vide che malizia tanto avea corrotto l'uno e l'altro sesso.
E, per disfar cotanto infetta pianta, 110 Noè servò e i figli dentro all'arca, sola nel mondo la progenie santa.
Natura d'esta offesa si rammarca innanti a Dio e priega ch'egli scocchi le sue saette quel sommo Monarca.
115 Dell'altro vizio omai convien ch'io tocchi, ch'è grosso come trave, e quasi stecca vien reputato da' miseri sciocchi.
Dicon che uomo e femmina non pecca, consentendosi insieme, essendo sciolti, 120 se l'un coll'altro fornicando mecca.
E, perché in questo error son ciechi molti, tanto è piú grave il mal, se ben discerno, quanto nel suo error ne tien piú involti.
Sappi che ha ordinato Dio eterno 125 che tutti gli animali, i cui figlioli richiedon padre e madre e suo governo,
che insieme s'apparecchino duo soli, (o reptile che sia o quadrupéde, o che in acqua ovvero in aere voli),
130 e stiano uniti insieme in questa fede, ché, quando avvien che alcun di loro si parte, s'abbandonan li figli, s'e' non riede.
E, se il padre e la madre ognun ci ha parte giá nella nata ovver nascenda prole, 135 pensa se pecca qual di loro si parte; p. 266 ché, se l'un lassa l'altro, quando vuole, chi il patrimonio e senno dá alli figli? chi guarda e dá la dote alle figliole?
Però determinonno i gran consigli 140 della ragione e delli saggi antichi che sien le mogli e sien padrifamigli.
Questa la casa e quel di fuor notríchi i maggior fatti, ed insieme coniunti nel matrimonio fedeli e pudichi.
145 Del terzo vizio se vuoi ch'io racconti, è l'adulterio; e piú pericoloso nullo è nel mondo e che piú altri adonti.
Quando la moglie si tolle allo sposo, l'animo mite rabido diventa: 150 tanto al consorzio uman questo è noioso.
Per questo Troia fu deserta e spenta, e la real progenie fu disfatta in Roma, che di Troia fu sementa.
Questo peccato in ciel gran colpa accatta; 155 ché avviene spesso che 'l marito pasce gli altrui bastardi e la moglie gli allatta.
E, quando cresce ed è fuor delle fasce, avvien che alcuna al fratel si marita e forse al proprio padre, del qual nasce.
160 Perché la moglie è col marito unita in una carne in fede ed amor puro per tutto il tempo che dura lor vita,
però chi cerca averla, è ladro e furo; e, se la donna ad adulterio piega, 165 commette anco peccato grave e duro,
ch'è traditrice, fuia e sacriléga, ch'al matrimonio e fede fa lo 'nganno ed anco al sacramento che la lega;
e dell'altrui sudore e dell'affanno 170 spesso nutríca li figlioli altrui, onde è tenuta a soddisfar il danno
al marito, che crede che sian sui.--
p. 267
CAPITOLO XV
Trattasi piú in particolare delle specie e de' rami discendenti della lussuria.
--Di questa brutta porca di Lussuria, bench'abbia in sé materia copiosa, conviene ch'io ne parli con penuria.
Da che Natura e Dio la tien nascosa, 5 non puote alcun giammai senza vergogna parlar di sí nefanda e brutta cosa.
E forse el fece Dio, perché bisogna che l'Innocenza pura non impari la puzza occulta di questa carogna.
10 Ma ora li maggiori han fatto chiari sí li minori e dotti anco in quell'arte, che piú che i mastri sanno gli scolari.
Di questo vizio dirò d'ogni parte in general, ché, se tutto distinto 15 volessi dire, impirei troppe carte.
Il quarto membro (e poi dirò del quinto) è l'atto, che fe' Pasife col toro, madre del mostro chiuso in Laberinto.
Nel quinto pecca ciascun di coloro, 20 che, losingando ovver rapendo, tolle la vergin 'nanti al suo marital toro.
E, perché d'esto mal ardito e folle il futur matrimonio è impedito, però l'antica e nova Legge volle
25 che quello strupador gli anelli il dito e facciagli la dote, o che la testa perda, se quella nol vuol per marito. p. 268 L'altro è chi stupra, losinga o molesta le vergin sacre del santo collegio, 30 che fu giá in Roma nel tempio di Vesta.
E questo male è detto «sacrilegio»; ché quella cosa, ch'è dicata a Dio, s'imbrutta o sforza e trattase in dispregio.
E l'altro male ancor nefando e rio 35 è con parenti, ed è chiamato «incesto», ché macula l'amor onesto e pio.--
Quand'io diceva:--Quanto mal è questo!-- vedemmo dalla lunga Citarea; ond'ella andò piú ratto ed io piú presto.
40 Dimonio ella mi parve e none dea, quando la vidi, e non pareva bella com'era, quando apparve al iusto Enea.
Di fuor adorna avea la sua gonnella; e, quando la scoprii, sí brutta fiera 45 mai vista fu sí come pareva ella.
Minerva a me:--Questa puttesca cèra nel mondo è bella solo in apparenza, che fa la cosa falsa parer vera.
E qui rassembra la Concupiscenza; 50 e però 'l nome del pianeto piglia, che sopra quella parte ha piú influenza.
Cupido è il primo mostro, ch'ella figlia, il qual è fanciullesco, stolto e cieco in quella parte, che nell'uom consiglia.
55 Egli è che verso Dio fece esser bieco giá Salamone, ed Aristotil prese sí, che fu cavalcato come pieco.
E, benché paia saggio nel palese, Cupido nel secreto e luoghi occolti 60 è come un pazzo e fa le grandi offese.
Egli esser fa li saggi matti e stolti, e fanciulleschi quei dell'etá vecchia negli atti turpi, lascivi e disciolti. p. 269 Quest'è che fa che l'antica si specchia 65 la faccia guizza e fa le trecce bionde del pelo altrui, che si pone all'orecchia.
L'altro è turpe parlar parole immonde. Ahi, quanto è ragionevol che si taccia quel che Natura occulta e che nasconde!
70 Il turpe eloquio a poco a poco caccia da sé vergogna, il qual è primo freno, ch'è posto all'uom che peccato non faccia.
E 'l parlar brutto e turpe ovver osceno dimostra il core; ché quel vaso versa 75 sempre il liquor, del qual è dentro pieno.
L'altra figliuola iniqua e piú perversa è l'odio di Dio, come si legge: tanto Lussuria fa la mente avversa!
Non che quel sommo Ben, che tutto regge, 80 mai odiar si possa per se stesso; ma odiare si pò nella sua legge.
Ad ogni vizio, che 'n mal far è messo, sempre ogni impedimento è odioso, ma piú alla lussuria per eccesso;
85 però che l'atto suo è furioso, e quanto piú il disio corre fervente, tanto lo 'mpedimento è piú noioso.--
Poscia nel fango vidi una gran gente coll'arco in mano e colle dur saette; 90 e ferivansi insieme crudelmente.
E, perché scudo mai niun si mette, né arme indosso, mai non tranno in fallo, quantunque volte l'un l'altro saette.
Ed un gridò:--Io son Sardanapallo 95 lussurioso, che nel gran reame non vissi come re, ma come stallo,
vestito come donna tra le dame, seguendo della carne ogni talento: or posto son tra 'l fango e tra 'l letame. p. 270 100 Vivo ebbi l'arra, ed ora ho 'l pagamento; ch'ogni peccato la pena riceve prima nel mondo e poi qui ha 'l tormento.
Vero è che su nel mondo è ratto e brieve, e qui ogni dolor dura in eterno 105 ed anco è piú intenso e vieppiú grieve,
però che 'l mal, il qual è sempiterno, rispetto a quella doglia, ch'è finita, nulla ha proporzion, s'io ben discerno.
E sappi ben che su la mortal vita 110 ha l'uom della lussuria molte pene, se la ragion e vertú non l'aita.
La prima è trista e furiosa spene: quant'è maggior l'amore, il quale aspetta, tanto, aspettando, piú pena sostiene.
115 L'altra è la gelosia sempre suspetta: ciò, che timor possiede o gelosia, assai tormenta piú che non diletta.
Ogni amadore ed ogni signoria vuol esser sola ed odia ed inimica 120 ogni consorte ed ogni compagnia.
L'altra è il periglio, affanno e la fatica. Mai vil gaglioffo chiese il suo bisogno, quanto amor chiede la cosa impudica;
e poscia, avuto, passa come un sogno 125 quel ch'era chiesto con tanto fervore e con parol, di quali ancor vergogno.
E va languendo il misero amadore, chiedendo aiuto alli suoi gran martíri, e dice, se non l'ha, che tosto more.
130 Cogli occhi lagrimosi e con sospiri dietro alla 'manza va il misero amante, per grazia a lei chiedendo che lui miri.
E quel, che acquista con fatiche tante e con le spese, ratto si dilegua 135 sí come un'ombra che fugge davante. p. 271 E, perché amore i duo amanti adegua, abbassa i grandi ed, a viltá condutti, convien che altra colpa ne consegua;
ché si fan femminili e fansi putti, 140 mostrando amore; e di questo poi nasce la bestialitá e gli atti brutti.
E, perché Venus si notríca e pasce di Bacco e Cerer, ch'ogni virtú enerva e fa l'infermitá con le sue ambasce,
145 il corpo infermo e la mente fa serva e fálla oscura, e quella parte toglie, ove si posa e risplende Minerva.
In questa mota qui tra queste troglie stan li nefandi e vili ermafroditi, 150 che, essendo maschi, altrui si fecen moglie.
E i lor mariti ancor qui son puniti e posti meco qui tra queste mote, e tutti siam di duri archi feriti;
ché questa è iusta pena, se ben note, 155 ché quel ch'è amato dall'amor lascivo è l'arco e la saetta, che percuote
il cor del tristo amante, quando è vivo; e l'atto consumato è 'l brutto fango, il qual infastidisce e viene a schivo:
160 ed io qui questo in sempiterno piango.--
LIBRO QUARTO
DEL REGNO DELLE VIRTÚ
p. 275
CAPITOLO I
Del paradiso terrestre e di Enoc e d'Elia e dell'albero della scienza del bene e del male.
Lasciata addietro avea la prava terra e delli vizi la maligna schiera, e trapassata avea tutta lor guerra.
E sopra l'orizzonte giá 'l sole era 5 ben quattro gradi, in quella parte posto, che li fa state e qui fa primavera;
quando, per poter giungere piú tosto, andava dietro alla scorta benegna, la qual a seguitar m'era disposto,
10 Detto m'avea che nullo è che pervegna ad alto fine ovver a nobil cosa, se non chi s'affatica e chi s'ingegna.
Ond'io per quella via sí faticosa andava in fretta come il pellegrino, 15 che, 'nsin che giunge al termine, non posa.
Quando fui presso al fin di quel cammino, il paradiso vidi ch'è terrestro, il qual fe' Dio per singular giardino.
E, s'egli è bello, pensisi il Maestro, 20 il qual el fece e posel dove il sole ha piú vertú e 'l cielo a lato destro.
Lí era un pian di rose e di viole e d'altri fiori e di maggior fragranza che qui, dove siam noi, esser non suole; p. 276 25 ché ogni frutto, quanto ha piú distanza da quello loco, tanto ha vertú meno, e quanto piú s'appressa, in virtú avanza.
Tra quelli fiori e l'aere sereno, e tra le melodie di quel piano 30 io trapassai di dolci canti pieno.
Da quel giardino er'io poco lontano, ch'io vidi un serafino in su la porta, ch'è posto lí da Dio per guardiano,
il qual un gran coltel nella man porta; 35 e l'uno e l'altro è di color di foco, talché lor fiamma al sol non parea smorta.
Quando appressato a lui mi fui un poco, egli mi disse, la spada vibrando: --Guarda come trapassi in questo loco,
40 dal qual per colpa fu l'uom messo in bando, non solamente per gustar del pomo, ma perch'e' trapassò di Dio il comando.--
Minerva a me insegnato avea siccomo l'intrata da quell'angelo si chiede, 45 senza il qual modo non v'entra mai uomo.
In terra mi prostrai da capo a piede, ed ivi in croce spasi le mie braccia come nel legno Quel che a noi si diede.
E dissi:--O angel, prego ch'e' ti piaccia, 50 per amor del Signor, ch'è sí cortese, che nullo, che a lui torni, mai discaccia,
che lí mi lassi entrar nel bel paese. Tu sai ch'Egli al ladron su nella croce simile grazia fe', quando gliel chiese.--
55 L'angel allora, al suon di questa voce, la porta aprío e diedene l'entrata, levando via il coltel tanto feroce.
Come buona speranza il cor dilata d'allegrezza, cotal a me quell'orto 60 dava letizia e la contrada grata, p. 277 ove null'uom giammai sarebbe morto senza sua voglia e non giá per natura, ché sol per grazia venía tal conforto;
ché nulla cosa, c'ha in sé mistura 65 di qualitá ed opposita azione, di venir men puote esser mai secura.
Mentr'io ascoltava la dolce canzone degli uccelletti, ed io vidi venire due venerande ed antiche persone.
70 Il meno antico a me cominciò a dire: --Come tu in questo luogo se' intrato? con qual potenzia vien'? con qual ardire?--
Minerva allor rispose:--Io l'ho menato; l'agnol di Dio a lui la porta aperse, 75 quando umilmente da lui fu pregato.
Giú del centro d'inferno, ove s'immerse, colle mie mani io da primaio el trassi, e feci sí, ch'in quel loco non perse.
Palla son io, che gli ho guidato i passi 80 per mezzo a' vizi e tra le fiere crude insino a voi, ai qual vuol Dio che 'l lassi,
ché demostriate a lui ogni vertude: quassú venute sonno e quassú stanno, quando fuggîr del mondo, ch'è palude.
85 Tornar io voglio al mio beato scanno: a questi lascio te, dolce figliuolo: costor inverso il ciel ti guidaranno.--
Cosí dicendo, in alto prese il volo; ed io, piangendo, dissi:--O dolce Palla, 90 perché di te cosí mi lasci solo?
Dietro alli passi tuoi ed alla spalla lasciato ho 'l mondo, o scorta e mia auriga, il qual, rispetto a questo, è una stalla.
E sempre, andando insú con gran fatiga, 95 le tue vestige, o donna, seguitai, tra 'l mezzo delli mostri e di lor briga. p. 278 Ora, che tu cosí lasciato m'hai, per tutto l'universo, che ti trovi, io anderò cercando sempremai.--
100 Un degli antichi padri ed a me novi, disse:--Non è bisogno tanto pianto, ma con noi insieme omai i passi movi
per questo paradiso in ogni canto. Enoc è questo primo, ed io Elia, 105 quai Dio ne pose in questo loco santo.
Delle vertú ti mostrerem la via.-- Allor pel prato di que' fiori belli una con lor mi mossi in compagnia,
tra verzillanti foglie ed arbuscelli 110 e tra le melodie dolci e gioconde, ch'ivi faceano inusitati uccelli,
quando trovai un arbor senza fronde, ch'era di spoglio di serpente avvolto, sí come un'edra ch'un ramo circonde.
115 Lo spoglio avea di forma umana il volto; e l'arbore di spine era pien tutto intorno a sé, siccome luogo incolto.
Ogni altro legno ivi era pien di frutto, e di be' fiori e frondi fresco e bello; 120 e questo solo era secco e destrutto,
e su non vi cantava alcun uccello. E, non sapendo perché questo fusse, il padre Enoc addomandai di quello.
--L'arbor profano è questo, che produsse 125 --rispose Enoc--il frutto del suo ramo, col qual il drago il primo uomo sedusse,
quand'egli ingannò Eva e poscia Adamo a non servare a Dio obbedienza col pomo dolce, ov'era il mortal amo.
130 «Legno» chiamato fu «della scienza del bene e mal»; che è prima solo bene, poscia del mal il ben ha sperienza. p. 279 Le piú fiate al miser uomo avviene ch'e' non conosce il ben, se non in quella 135 che n'è privato o c'ha contrarie pene.--
Poscia trovammo la pianta piú bella del paradiso, la pianta felice, che conserva la vita e rinovella.
Su dentro al cielo avea la sua radice 140 e giú inverso terra i rami spande, ove era un canto, che qui non si dice.
Era la cima lata e tanto grande, che piú, al mio parer, che duo gran miglia era dall'una all'altra delle bande.
145 --Questa gran pianta di gran maraviglia --disse a me Enoc--è l'arbore vitale, che vita dona a chi suoi frutti piglia.
Fitto nel cielo sta il suo pedale; indi vien la vertú, che gli dá Dio, 150 che possa l'uomo rendere immortale.
Un ramoscello dall'angelo pio n'ebbe giá Set e piantollo in la fossa del padre Adamo suo, quando morío.
E quello crebbe e féssi pianta grossa, 155 e poscia posta fu nella piscina, che sol di sanar uno ebbe la possa;
ché profetato avea Saba regina, che su dovea morir quel gran Signore, che faría nuova legge e piú divina.
160 Allor il legno di tanto valore da Salamon fu di terra coperto, insin ch'a far suo frutto apparse fòre;
ché, quando piacque a Dio, venne su ad erto, e di quel legno la croce si fece, 165 ove l'Agnel di Dio per noi fu offerto,
quando su 'n quella il prezzo satisfece.--
p. 280
CAPITOLO II
Della condizione del paradiso terrestre e de' fiumi, che quindi escono.
E poscia:--Flecte ramos, arbor alta. --Elia e Enoc insieme alto cantâro, come chi in coro la sua voce esalta.