Il Quadriregio

Chapter 15

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70 Megera è questa con la vista acerba; di ratta occision non è contenta, ma per piú tormentar la vita serba.

Ella si gode quando altrui tormenta: guarda quant'ha crudele e brutta faccia 75 e che d'ogni piatá la cera ha spenta!--

Io vidi l'Ira poi con crudel faccia; e fe' le fiche a Dio il mostro rio, stringendo i denti ed alzando le braccia.

Mentre cosí faceva, ei partorío 80 orrendi mostri e prima la Biastema col viso altèro e biastimante Dio.

Ahi, creatura vil, di bontá scema, putrido verme e posto in gran bassezza, come biastemi la Vertú suprema?

85 Ché, da che l'Ira sempre mai disprezza colui, con cui si turba, or pensa quince se pecchi, dispregiando tanta altezza.

E, se ti levi contra il primo Prince, sol per tal atto diventi idolatra: 90 tanto il furor e cecitá ti vince.

--Quell'altro, che ha la faccia iniqua ed atra, è Sdegno inchiuso nella fantasia, il qual, quand'esce fuor, com'un can latra,

e dice contumelia e villania 95 ed avvilisce, obbrobri recitando con la rabbiosa voce e con follia.

Il terzo mostro ancor brutto e nefando, Immania ha nome ed Inumanitade, ch'è come un cane o bestia, divorando. p. 245 100 Questo tra 'l sangue crudo e tra le spade prende diletto e, benché altri gridi, non ha misericordia, né pietade.

Dall'ira escon battaglie ed omicidi, insulti, oltraggi, onte, risse e guerra, 105 le grandi espulsion de' propri nidi.

Se 'l detto mio attendi, che non erra, questa è che ha guasto il mondo e le gran ville e che li gran reami gitta a terra.

Questa è ch'uccise Ettòr ed anche Achille, 110 e che ha divisa Italia e che redusse Roma e Cartago in foco ed in faville.

Quando Dio l'uomo da prima produsse, non l'armò giá di denti ovver d'artigli, sol perché pio e mansueto fusse.

115 Ma 'l miser'uomo, purché ira il pigli, fèra crudel si fa, e nella vista par ben ch'ad un dimonio s'assomigli.

E, se saper tu vuoi quanto s'attrista, quando Ira sua vendetta far non puote, 120 e quanta doglia in se medesma acquista,

ella si morde i labbri e si percote, e rompe e spezza e furiosa mira, e svelle a sé la barba dalle gote.

E ciò che far non può la crudel Ira 125 incontro altrui, adopera in se stessa e fassi preda a sé e si martíra.

E, se la spen di far vendetta cessa o troppo tarda, allora questa fèra piange per la vendetta non concessa.

130 Perché ben abbi la scienza intera, ira è disio d'alcun mal vindicarse, ch'alcun riceve e vendicarlo spera.

Onde, se alcun vedesse iniuriarse da un grande eccellente ovver signore, 135 ed ei non possa o speri d'aiutarse, p. 246 costui non move l'ira, ma furore, e questo è sol, ché gli manca la spene, ch'accende il sangue a stizza presso al core.

E sappi ancora ch'ira solo avviene 140 per mal che l'uom riceve iniustamente: però apparenza di iustizia tiene.

Per questo avvien ch'ogni irato si pente, quando si vede a torto aver punito colui che non ha colpa ed è innocente.

145 Ed, ogni volta ch'alcuno è impedito da quel che molto spera o far intende, se non è forte, è dall'ira assalito.

E chiunque ha seco l'ira, parvipende colui che 'l turba; e, s'egli è parvipenso, 150 questa è prima cagion che d'ira accende;

ch'ognun diventa di furore accenso, ch'è dispregiato o che riceve oltraggio, se alto cor non spregia, quando è offenso.--

Poi seguitammo insú nostro viaggio.

p. 247

CAPITOLO XI

Trattasi della pena dell'ira.

Insieme su andammo per la riva del crudel fiume; e non era ito molto, ch'io vidi il suo principio, onde deriva.

Non fu giammai sí gran popul raccolto, 5 quanto una gente, ch'io vidi in un piano, d'anime nude, quando alzai il volto.

Ognun di loro avea la spada in mano; tra se medesmi facean la gran guerra, spargendo i membri in terra e 'l sangue umano.

10 Ancora il cuore il pianto fuor disserra, quand'io ricordo i colpi delle spade e 'l sangue vivo, che correa per terra.

E, quando cosí sparto in terra cade, trascorre a valle; e questa è la cagione 15 che 'l fiume fa di tanta crudeltade.

Da quella parte, dove il sol si pone, le Furie volar io vidi veloci, piú che alla preda mai nessun falcone,

con spade sanguinose e con gran voci, 20 con facce irate e con serpenti in testa, irsute in alto e tumide e feroci.

Giammai si mosson venti a piú tempesta, quando il lor re a loro apre la gabbia, che li tien chiusi nella gran foresta,

25 quanto le Furie si mosson con rabbia, cogli occhi accesi e toscosi serpenti, col fuoco in mano e con rabbiose labbia. p. 248 E, come a suon di tromba e di stormenti s'accende a piú furor la gran battaglia, 30 cosí facean tra sé le crudel genti.

Ognun perfora l'altro, smembra e taglia. Non viddon tanto sangue i miser prati dell'Affrica, di Troia e di Tessaglia.

Tutti si son nemici e tutti irati; 35 e nullo colpo lor mai fere indarno, ché son, se non di spade, disarmati.

Pensando, ancor m'impallido e descarno, vedendo che del sangue de' tapini si facea il fiume vie maggior che l'Arno.

40 Megera poi de' guelfi e ghibellini trasse le insegne fuor tutte resperse di sangue vivo e peli serpentini.

E l'una contra l'altra andâro avverse, e tanto sangue su quel pian si sparse, 45 che tutta quella terra sen coperse.

Di questo il fiume vidi maggior farse: allor le Furie corson come l'oca dentro in quel fiume nel sangue a bagnarse.

Ahi, cieca Italia, qual furor t'infoca 50 tanto che 'n te medesma ti dividi, onde convien che manchi e che sie poca?

Non guardi, o miseranda, che ti guidi dietro a due nomi strani e falsi e vani? che per questo ti sfai e i tuoi uccidi?

55 Per questo i tuoi figliol sí come cani rissano insieme e fan le gran ruine, e i cittadini fai diventar strani.

Non sapendo il principio ovvero 'l fine, l'offesa o il beneficio, prendi parte 60 contra li tuoi e cittá pellegrine.

Pel sangue effuso e per le membra sparte, li tuoi figlioli a' mal nati fratelli e te a Tebe è degno assomigliarte; p. 249 ché, allora allora nati, fûn ribelli 65 tra se medesmi ed uccisonsi inseme, con dure lance e con crudi coltelli.

Ma tu se' peggio che 'l serpentin seme, ch'elli, in cinque scemati, fên la pace, e tu la cacci quanto piú ti sceme.

70 Sí come alcun, che, ascoltando, tace e che attende e mostrasi contento, udendo il ver ch'agazza e che gli piace,

cosí stett'io; e poscia piú di cento corsono addosso ad un con gran corruccio 75 e ferito il lasciôn in gran tormento.

Ed egli, vòlto a me:--Io son Uguccio, che ressi giá lo popul di Cortona, tra i quali fui come tra pesci il luccio.

Cosí ferita è qui la mia persona, 80 ché la iustizia, secondo l'offese, agli offendenti angoscia e pena dona.--

Ahi, quanta doglia allor il cor mi prese, quando in tormenti vidi quel signore, che vivo fu magnanimo e cortese!

85 Per mitigare alquanto a lui 'l dolore, diss'io:--Cortona è retta da Francesco, pregio di casa tua e gran valore.

Da lui venuto son quaggiú di fresco; convien che a lui di te novelle io porti, 90 se mai di questo inferno quaggiú esco.

Minerva, che m'ha qui li passi scorti, di senno ha dato a lui sí gran tesoro, c'ha i mentali occhi a tutti i casi accorti.

Il popul cortonese ha buon ristoro 95 de' loro affanni e lieto vive adesso, subietto all'onde celestine e d'oro.--

Piú dir volea, se non che un appresso, che ben di mille colpi era feruto, e senza gambe e mezzo 'l capo fesso, p. 250 100 gridò:--Io fui da te giá conosciuto.-- Perché pe' colpi io ben nol conoscea, risposi:--Al mio parer, mai t'ho veduto.--

Ed egli a me:--So' il prence d'Alborea, che, quando nella vita io era vivo, 105 fui crudo piú che Silla ovver Medea.

Di sangue al grande fiume io feci un rivo sol delle genti nate in Catalogna, 'nanzi ch'io fussi della vita privo.

Io dirò 'l vero a te e non menzogna: 110 ben ventimila ne mandai al sonno, che desterá la tromba, che non sogna.

--Iudice mio,--diss'io--signore e donno, di quel ch'io veggio in te e che mi dici, gli occhi la doglia testificar ponno.

115 Io mi ricordo de' gran benefici, che nella vita lieta a me donasti con quell'amor, qual è tra veri amici.

Or che li membri tuoi veggio sí guasti, io delle pene tue tanto mi doglio, 120 che con parol non posso dir che basti.

Ma una cosa da te saper voglio: per mancamento di quale vertude tu diventasti sí senza cordoglio?

--Quella che, alzando ed abbassando, lude, 125 tradimenti--rispose--e lusinghe anco delle person del mondo, che son Iude,

nullo stato alto lassano esser franco; e quanto ha di timore alcuna cosa, tanto ha d'amore e di clemenza manco.

130 E, se la Signoria non prende a sposa la Virtú mansueta ovver Clemenza, è a sé ed anche altrui pericolosa;

ché, quando ira s'aggiunge alla potenza, se la vertú benigna non raffrena, 135 fa piú ruina, quant'ha piú eccellenza. p. 251 Sí come Dio, ridendo, rasserena, e, turbato egli, tornaría in caosse la terra, il cielo e ciò che frutto mena:

il gran Nettunno, quando irato fosse, 140 turbaría il mare, ed infiaríansi l'onde, e le nereide ancor serían commosse;

cosí, le Signorie stando iraconde, quanto piú alto son, maggior fracasso e maggior mal convien che ne seconde.

145 Innanzi che di qui tu movi il passo, sappi: chi spregia altrui, a sé a rispetto, riputando sé alto ed altrui basso,

d'ira e di crudeltá viene in effetto; ché sempre ira invilisce e parvipende, 150 se bene hai inteso ciò che Palla ha detto.

Dall'ira crudeltá nasce e discende, e voglio che tu sappi da me ancora, ch'Ira Superbia in sua maestra prende,

ed ogni vizio scorge ed avvalora.--

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CAPITOLO XII

Trattasi di certi che furono viziosi nell'ira, e si passa a discorrere del vizio della gola.

Non medico giammai meglior se trova, né piú esperto nella medicina che quel che pria l'infermitá in sé prova.

Cosí mostrò quell'anima tapina, 5 che della crudeltá mi disse il vero; poscia soggiunse con vera dottrina:

--Ogni animo in se stesso è molto altèro, se estima alcuno a sé esser fedele, e poscia il trova falso e non sincero.

10 Se non è, molto piú si fa crudele: per questo, Silla dinanzi al senato morí per l'ira grande e sputò il fele;

ché, come a te Minerva ha giá 'nsegnato, contra chi inganna e contra chi dispreggia, 15 agevolmente ognun diventa irato.

Però colui che, lusingando, freggia con atti e risa e con dolci parole, e poscia inganna come chi dileggia,

quel ch'è ingannato, tanto irar si suole 20 e tanto incrudelir di quell'inganni, quanto fidava, e tanto mal gli vuole.

Per questo posto son tra li tiranni, che, benché mostrin faccia mansueta, nascondon lor vendetta sotto a' panni.

25 Per cotal colpa io venni a questa meta: i traditori a me fûn la cagione ch'io diventai crudele e senza pièta.-- p. 253 Domizian mostrommi e poi Nerone e molti altri tiranni, e nulla staccia 30 ha tanti fori, quant'han lor persone.

Forata e fessa avean tutta la faccia, ed avean mozzo l'uno e l'altro piede e dagli omeri suoi ambe le braccia.

--Tutta questa gran turba, che tu vede, 35 la notte--disse--risanan le piaghe; poi la mattina, quando il giorno riede,

prendon le spade ovver l'acute daghe; tra sé fan la battaglia irati e fieri, sí ch'elli stessi a sé dánno le paghe.--

40 Io stava ad ascoltarlo volentieri, se non che Palla disse che n'andassi, però ch'altro vedere era mestieri.

Per una stretta via vòlse ch'intrassi: sempre salendo, giunsi su in un balzo, 45 ove vendetta della gola fassi.

Io dirò 'l vero, e forse parrá falzo: vidi in terra utricelli su in quel giro ovver vessiche, quando il viso innalzo.

E, lamentando con molto sospiro, 50 gridavano a gran voci:--Omei, omei!-- come persona afflitta e che ha martíro.

Per ammirazion fermai li piei dicendo:--Che vessiche o che utricelli son questi, che tu odi e che tu véi?--

55 E poscia m'appressai a un di quelli e dissi:--O utricello ovver vessica, prego, se puoi, che tu a me favelli

e con aperta voce tu mi dica chi sète voi, innanzi che su varchi, 60 e quale affanno o doglia vi affatica.--

Rispose come alcun che si rammarchi: --Stomachi siamo noi e molto offensi, stomachi siam del troppo cibi carchi; p. 254 ché Dio ne fece, se tu ben il pensi, 65 nel corpo umano, ed anco la Natura, che 'l cibo a' membri per noi si dispensi.

E l'uomo ha fatto di noi sepoltura a tutti gli animali: il troppo e spesso fa generare in noi ogni bruttura.

70 In noi si sepelisce arrosto e lesso; e, quando nostra voglia è piena e sfasta, s'adduce il terzo, il quarto e 'l quinto messo.

Con savoretti or questo or quel si tasta; per dilettar la gola e la sua porta, 75 aggrava noi gridanti:--Oimè, che basta!--

Però 'l mal cresce, e la vita s'accorta; ché, perché 'l cibo in noi non ben si cuoce, si manda a' membri crudo e non conforta.

La quantitá del vin, che tanto nòce, 80 si corrompe pel troppo; e quinci è 'l grido delle incurabil doglie e di lor croce.

L'animal bruto a Cerere e a Cupido non acconsente e non prende acqua o ésca, se no' al bisogno, ed anco non fa nido.

85 E, benché a noi ed a natura incresca, il miser'uomo intana dentro al petto ciò ch'anda o vola o che nel mar si pesca.--

Io stava ad ascoltar con gran diletto, quando Palla mi disse:--Volta il viso.-- 90 Ond'io 'l voltai, sí come a me fu detto.

E, risguardando ben con l'occhio fiso per l'aer tenebroso e quasi opaco, io vidi cosa, che spesso n'ho riso.

D'un'acqua fresca vidi un ampio laco, 95 ed un altro di vin, ch'era sí grande, che maggior mai nol chiedería briaco.

Intorno a questi eran tutte vivande, ed anco vini eletti v'eran tutti, che bevitor ovver ghiotton domande. p. 255 100 Di sopra appresso avean tutti que' frutti, che mai fûnno in giardino ovver reame o da Natura fusson mai produtti.

Lí stavan genti dolorose e grame, che per brama del pasto maggior pianti 105 facean che 'l tristo, in cui entrò la fame.

Prostrati in su li liti tutti quanti, quando assetiti voglion prender l'onde, e l'acqua e 'l vino a lor fuggon dinanti.

In questo i pomi con le verdi fronde 110 si fletton giuso sotto le lor ciglia alle bocche affamate e sitibonde.

L'uva s'abbassa bianca e la vermiglia, sí che tocca la bocca a loro o quasi; poi si ritrânno, e mai nessun ne piglia.

115 Cosí scornati e delusi rimasi, mirano al cibo su le mense posto e dell'ottimo vin pien tutti i vasi.

Se, per prendere il lesso ovver l'arrosto ovver il vino, alcun le man distende, 120 da sua presenza si fuggon tantosto.

In mezzo all'acqua, che 'l laco comprende, Tantalo vidi stare insin al labbro; e mai dell'acqua ovver de' frutti prende.

Sí grande sete mai non ebbe fabbro, 125 né giovin ch'abbia la febbre terzana, che fa la lingua e lo palato scabbro,

quant'egli ha sete in mezzo alla fontana, quando vuol bere e l'acqua da lui fugge, sí che sua spene sempre torna vana.

130 E, perché egli niente ne sugge, spesso sbaviglia e batte i denti a vòto, ché di fame e di sete si destrugge.

Cosí privato di cibo e di poto sta tra li frutti con bramosa voglia 135 ed assetito dentro l'acqua a noto. p. 256 --O tu, che sali sú di soglia in soglia --disse uno a me,--nel mondo, onde tu vieni, a questa, che tu vedi, è simil doglia?

Ché alcun tra gli ampi campi e cofan pieni 140 bramoso sta e fame non si tolle, ché l'avarizia el tien con duri freni.

Ver è che dá di morso alle cipolle spesso spesso messere Buonagiunta, ricco pisan; ma non che si sattolle.--

145 Ancora al detto suo fe' questa giunta: --Tra molti cibi sta la voglia magra, acciò che dal dolor non sia trapunta;

ché 'l mal del fianco, febbre e la podagra, perché del cibo troppo non s'imbocchi, 150 menaccia con la doglia acuta ed agra.

Ma certo non fu' io di quegli sciocchi: io son Pier tosco, che dissi:--Addio, lume, ch'i' ho piú caro il vin, che non ho gli occhi.

Il medico dicea:--Bevi del fiume, 155 ché, se tu bevi mai rinchiuso in botte, convien che 'n te il vedere si consume.

Del buon liquore, che al lor padre Lotte fecer le figlie, io bevvi un grosso vaso, dicendo:--O giorno, addio, ch'io vo di notte.--

160 Quel poco lume, che m'era rimaso, ché l'altro m'avea tolto la taverna, ecclipsò tutto calando in occaso:

però sto qui ed ho la sete eterna.--

p. 257

CAPITOLO XIII

Delle specie e rami discendenti dal vizio della gola.

Io stava ad ammirar cogli occhi attenti, quando Palla mi disse:--Ché non miri del vizio della gola i gran tormenti?--

Allor mirai; e giammai li martíri 5 dir non potrei con questo parlar brieve, a' quai conduce Bacco, e li sospiri,

non per colpa del vin che si riceve (che utile è da sé e ben conforta, se temperatamente altrui lo beve),

10 ma perché la fortezza, ch'è giá morta, par che susciti alquanto nel presente: però la gente matta e non accorta

a questo mira; ed anco che splendente entra e soave, e non sguardan li matti 15 che 'l troppo morde, poi, piú che serpente.

Quindi son gli occhi rossi e i nervi attratti, il furor cieco, rabido e rubesto, e di scimia canini e porcini atti.

Quando Minerva m'ebbe detto questo, 20 vidi una donna tutta brutta ed unta, e col volto lascivo e disonesto,

ch'avea la vesta stracciata e consunta, e di cane e di porco avea due grugni e lingua a spada armata su la punta

25 e le man fure ed artigliose l'ugni, e, come fa 'l leon, quando divora, mangiava il pasto, ch'avea tra li pugni. p. 258 --O tu, che qui contempli la signora --disse a me un,--che regge questo loco, 30 sobvieni al gran dolor, il qual m'accora.

Alla mia lingua, ch'arde come foco, un poco d'acqua con la man mi dona, che tanto incendio in lei rifreddi un poco.--

Ed io fra me:--Quest'è quella persona, 35 che non sobvenne a Lazzaro mendíco, sí come Luca nel Vagniel ragiona.--

Ed io risposi a lui:--Tu sai, amico, che Abraam, a cui chiedesti l'acque, rispose a te, sí come anch'io ti dico:

40 --Lazzaro giá alla tua porta giacque infermo e nudo, e chiedeva mercede; e di lui mai in te piatá non nacque.

Dio vuol che chi abbundò e non ne diede al povero di Dio, quando ne chiese, 45 egli non n'abbia qui, quando ne chiede.--

Ahi, quanto si scornò, quando m'intese! E dicea seco com'uom che borbotta: --Io mi credea che fussi piú cortese.--

Ed io lo addomandai e dissi allotta: 50 --Perché la lingua qui ha maggior pena che gli altri membri, e piú è incesa e cotta?--

Rispose:--Nella mensa lauta e piena Cerere e Bacco fan le teste calde; la lingua allor nel van parlar si sfrena

55 con motti lerci e con parol ribalde; e, mentre il buon Falerno i cor fa lieti, balestra le iattanze ardite e balde.

Allor s'apre il serrame alli secreti: sempre mal tace la mensa satolla, 60 se i mangiator virtú non fa star cheti.

Quivi si sparla che fama si tolla, quivi la lingua dá le gran percosse e strazia l'altrui vita, rode e ingolla. p. 259 Per questo noi abbiam le lingue rosse 65 d'ardente foco e abbiamole puntute, come di spada ognuna armata fosse.

Se vuoi saper dell'anime perdute, che stanno qui pel vizio della gola, che solo in general forse hai vedute,

70 qui stanno li scolar di monna Ciuola; tra' quali è Ciaffo, e fu di Camollía, che piú degli altri usava quella scola.

Egli anche dice che si bevería del vino il laco, quando egli s'approccia, 75 se non che tosto se ne fugge via;

e dice che, a la bocca se la doccia di Fontebranda avesse e fusse Greco, la bevería sin all'ultima goccia.

E molti altri compagni son qui meco, 80 tra' quali è la brigata spendereccia che fe' del molto avere il grande spreco.

Chi spreca, quando egli ha la bionda treccia, degno è che, quando giunge al capo cano, venga di povertá sino alla feccia.

85 Da Leonina infino a Laterano stanno anche meco mille ghiottoncelli, e dicono che gli uomin di quel piano

prendon per paternostri i fegatelli, l'aman per tempo in cambio della Chiesa, 90 corrono alle taverne ed ai bordelli.--

Io l'ascoltava colla mente attesa, quando Palla mi fe' del partir cenno; onde n'andai per la via da noi presa.

Cinquanta passi e men da noi si fenno, 95 ch'ella mi disse per farmi ben dotto: --Contra golositá fa' ch'abbi senno.

Sappi che gola è appetito ghiotto d'aver diletto in pasto e sí bramoso, che vince la ragion e tienla sotto. p. 260 100 S'è naturale, non è mai vizioso; e vizioso si fa, se sfrena tanto, che a Dio ed a ragion vada a ritroso.

Questo appetito può sfrenar nel quanto: in troppo prender pasto, in troppo stare 105 a mensa, in troppi cibi, in buffe e canto.

Nel quale ancora questo può peccare, quando non fame l'appetito sveglia ovver bisogno, ma sol dilettare.

Ahi, come è dur sí ben guidar la breglia 110 tra 'l quanto e 'l qual nel pasto, ch'uom non cada, se molta vertú attenta non ci veglia!

Ché questo passo ognun convien che guada del prender pasto; ma servar misura è forte, se vertú ben non vi bada.

115 Quand'altri sfrena sí, che troppo cura, perché con dilicanza s'apparecchi, costui pecca nel qual ed epicura.

Non in un modo i cibi, ma in parecchi, non per bisogno 'i cuoce e s'affatica: 120 però Natura fa che raro invecchi.

Ahi, gola miseranda! ché la mica col favor della fame ha piú diletto che le molte vivande, e me' notríca.

Mira colui che quivi sta a rimpetto.-- 125 Ed io sguardai, e ben due passi e piue aveva il collo lungo sopra il petto.

--Colui desiderò 'l collo di grue --disse a me Palla,--a dar piú dilettanza alla sua gola, il cibo andando ingiue.

130 Or l'ha sí lungo, ch'ogni struzzo avanza; e la sua gola sempre di sete arde, né mai di poter bere egli ha speranza.