Chapter 14
25 Il terzo mostro, che ha in bocca il mèle e porta nella man la spada nuda nascosa dietro, sol perché la cele, p. 228 è quel dimon, ch'entrò nel cor di Giuda, quando col bascio il gran Signor tradío 30 per l'appetito della lupa cruda.
Il quarto mostro, piú malvagio e rio, è quel che 'l secol d'oro e l'etá lieta conturbò prima con dir «tuo» e «mio».
E 'l coltel sanguinoso e la moneta 35 vedi che porta, ed è pien di veneno, fiero e rapace senza nulla pietá.--
Poi tanti mostri parturío del seno e tanto brutti la bramosa lupa, ch'a numerargli ognun ne verría meno.
40 --Ella è nel ventre tanto grande e cupa --disse Minerva,--e mena a tanti lacci, ch'ogni intelletto grande e legge occúpa.
Perché nel fundamento ben lo sacci, attendi ch'avarizia è voglia accesa 45 di conservar o ch'acquistar procacci.
Se ad acquistar questa voglia fa impresa, sta in faticosa cura e sempre in moto e sempre al pasto con la mente attesa;
ché sempremai 'l voler, quand'è rimoto 50 da quel ch'egli desia, si move e corre, insin ch'è pien, se gli par esser vòto.
E, perch'empier non puossi e fame tôrre giammai l'avaro e bramoso appetito, salvo al desio non voglia termin porre,
55 per questo avvien che quanto piú è ito oltra, acquistando, tanto s'affatica: però tal cura cresce in infinito.
E quanto vien piú verso l'etá antica, tanto piú cresce e per amor del pasto 60 ogni altro amor disprezza ed inimica.
Quinci escon i gran mal, che 'l mondo han guasto; ché, quando questa brama non s'affrena, sforzando, ruba altrui con onte ed asto p. 229 Questa è che al furto ed alle forche mena 65 e fa l'usura e barattier ricetta; questa è d'inganni e di menzogne piena.
Questa fa che 'l figliol la morte aspetta del vivo padre, e, per esser ereda, spesse fiate a lui la morte affretta.
70 Questa è che assassina, uccide e preda, dispregia Dio, all'uom è traditrice, e meretrica ed in molt'atti è feda.
Questa è 'l mal seme e questa è la radice d'ogni altro mal; ché di lei uscir puote 75 ogni altro vizio, sí come si dice.
L'altra avarizia ancor, se tu ben note, è voglia accesa a conservare in arca; e questa fa cadere in molte mote.
Questa è troppo tenace e troppo parca; 80 ed è senza piatá e non sobviene, se il bisognoso chiede o si rammarca.
Deh, dimmi, avar, che giovan l'arche piene, se l'Avarizia sí ti tien la mano, che a te, né ad altri non ne puoi far bene?
85 E forse lasserai erede estrano, che non vorresti, e forse sará alcuno, che dir potrai:--Ho conservato invano.--
Or non sai tu ch'ogni ben è comuno nel gran bisogno e che nell'ampia mensa 90 parte ci ha 'l nudo povero e digiuno?
Ma ciò ch'avanza o che mal si dispensa, il bisognoso può dir che gli è tolto e la indigenza iniustamente offensa.--
Quando tutto il processo ebbi raccolto, 95 i' dissi a lei:--Non ho bene compreso un detto, che 'l pensier mi grava molto.
Tu di' che la Menzogna, s'io l'ho inteso, è figlia della lupa iniqua e ria, che dopo il pasto ha piú 'l disio acceso. p. 230 100 Or come è questo, dacché nacque in pria del petto invidioso del serpente, ch'è menzonaio e padre di bugia?--
Ed ella a me:--Non è inconveniente ch'un atto rio di piú radici nasca, 105 com'io ti mostrerò apertamente.
Tu sai che fura alcun, perché si pasca; ed alcun fura per la voglia sola, che ha d'esser ricco, e per mettere in tasca.
Tu vedi ben che l'uno e l'altro imbola, 110 ed un di questi da avarizia è mosso, e l'altro el move il vizio della gola.
Perché tal dubbio sia da te rimosso, dirò dove virtú e 'l mal si fonda; e chiaro tel dirò quantunque posso.
115 Non vien dal fior, né anco dalla fronda, s'egli è amaro e vizioso il frutto, ma da la raica e 'l ramo, onde seconda.
E cosí l'atto, s'egli è bello o brutto; e, s'egli ha 'n sé bontá ovver malizia, 120 vien dalla volontá, ond'è produtto;
ché 'l voler, intendendo, el fine inizia e sa 'l perché e 'l modo, e l'ordin guida; ed ella fa il fin buono ed anche 'l vizia.
Onde, se alcun per bene un uomo uccida, 125 servando l'ordin iusto, cotal atto non faría lui colpevole omicida.
Il tempo è poco: omai andiam piú ratto.-- Ond'io mi mossi; e forse eravamo iti quant'un grosso balestro avesse tratto,
130 ch'io risguardai agli oppositi liti e vidi il mostro opposito e distante a la lupa rapace e suo' appetiti.
Le mani avea forate tutte quante, i piedi avea di gallo e la gran cresta, 135 e d'uomo il volto e tutto altro sembiante. p. 231 Genti eran seco, che facean gran festa; ed egli stava in mezzo grasso e croio; poi si spogliò e donò a lor la vesta.
Poi, poco stando, ed ei prese un rasoio 140 e scorticossi, e poi le ven si punse; e donò a quelle genti il proprio cuoio
e poscia il sangue, che da sé desmunse. Alfin e' diventò come Eco trista, ch'ancor risponde e d'amor si consunse.
145 La dea a me:--L'immago, che hai vista, del prodigo è, c'ha suoi atti contrari a quella lupa, che bramando acquista.
Egli non cura robba, né denari; dissipa e fonde e li suoi ben ruina. 150 Quest'altra aduna e tien con modi avari.
Il liberal per mezzo a lor cammina: cosí ogni virtú giammai non erra, s'ella alle parti estreme non declina.
Da un lato l'avaro a lei fa guerra, 155 amando troppo l'oro e per eccesso; dall'altro quel che mai la borsa serra:
ché la pecunia e l'altro ben, concesso all'uso umano, egli ama tanto poco, che non mira ond'è e quanto e come spesso:
160 però oppositi stanno in questo loco.--
p. 232
CAPITOLO VIII
Dove si ragiona del vizio dell'avarizia
Un gran torrente, poi, polito e chiaro trovammo in quella via, che gira in tondo, ove pena sostien chiunque fu avaro.
E presso al fiume, ov'egli è piú profondo, 5 vidi del miser Cadmo le figliuole con brocche in mano; e nessuna avea fondo.
E, quando alcuna empire l'idria vòle, perché 'l lor vaso è sfondato di sotto, quanto sú metton, giú convien che scóle.
10 E sempre stan con l'appetito ghiotto, affaticate, che credono empire, quando che sia, ognuna il vaso rotto.
Migliaia vidi posti a tal martíre, che di quel fiume stanno su la rupe, 15 ed un di loro a me cominciò a dire:
--Sí come noi le voglie rotte e cupe nel mondo avemmo e sempremai bramose piú che mai cagne ovver che magre lupe,
cosí iustizia qui 'n pena ne pose, 20 che sitibondi stiamo appresso all'onda dell'acque sí abbondanti e copiose.--
Poscia una donna vidi in sulla sponda come un gigante e col vestire adorno, con bella faccia e con la treccia bionda.
25 Dinanti a lei ed anche intorno intorno stavano molti, ch'eran piú assititi che Orlando, quando alfin sonò 'l corno. p. 233 E, benché siano al fiume in sulli liti, non mai però verun dell'acque toglie, 30 ché dal voler di Dio sonno impediti.
La bella donna di quell'acqua coglie con diligenza, con una gran brocca, per saziar le lor bramose voglie,
ed a quell'alme la trasfonde in bocca; 35 ma la lor sete tanto piú s'accende, quanto piú acqua in gola lor trabocca.
Ella mi disse:--O tu, che vivo ascende e contemplando vai questo reame, la pena di costoro alquanto attende.
40 Benché 'l poeta Copia mi chiame, nientemen mia acqua mai fa spenta la sete a questi e loro ardenti brame.
Or pensa la lor pena se tormenta, da che l'arsura lor mai non s'estingue, 45 né, quantunque acqua beva, si contenta.
Però qui stanno ianti colle lingue, come sta il can che ha corso, e con gran folla corrono a me, che la lor sete impingue.
--O voglia ingorda e cupa mai satolla, 50 a cui la sete maladetta cresce, quanta piú acqua del mio fiume ingolla,
qual tutta l'acqua, che nutríca pesce, non saziaría e non faría dir:--Basta,-- né quanta n'entra in mare ovver che n'esce:
55 nel mondo, onde mi mena la dea casta --risposi a Copia,--non è questa sete, al mio parer, cotanto ingrata e vasta.--
La donna a me:--Lassú non conoscete, rispetto a quell'arsura che martíra, 60 quant'è poca quell'acqua, che bevete.
La millesima parte, chi ben mira, quando:--Vorrei--si dice, o:--Se avesse! non si chiede del ben, che l'uomo disira. p. 234 Sí come 'l ricco chiese che daesse 65 un gocciol d'acqua Lazzaro col dito, che la sua lingua tanto non ardesse,
tal chiede l'uom rispetto all'appetito; colui ch'empirsi d'un gocciol si fida, di tutto il fiume mio non sería empíto.
70 Qui sta Pigmalion, e qui sta Mida, che di far oro col tatto a Dio chiese, e per tal don di sé fu omicida.
Ancora chiedon con le voglie accese: a lor, né ad altri mai potei dar tanto, 75 ch'elli dicesson ch'io fussi cortese.--
Rispose a questo un ch'era quivi accanto: --Pensa se io, a cui non dái niente, mi debbo lamentar e far gran pianto.--
E mentre che per questo io posi mente, 80 egli mi disse:--Io son preite Antióco, e son dannato qui tra questa gente.
Idropico giammai, fabbro, né cuoco non ebbon sí gran sete; e sempre chiedo che questa donna mi dia bere un poco.
85 Maggior dolor non è, sí com'io credo, che di eccellenza aver gran desidèro o di ricchezza o d'ira o d'atto fedo;
ché, se quel ch'uom disia non viene invero, l'animo affligge, e, se inver venisse, 90 ha sempre mancamento e non è intero.--
Risponder gli volea, quand'esto disse; ma per la folla e per la grande stretta convenne ch'io sospinto addietro gisse,
però che quella gente maladetta 95 fanno gran calca, ed insieme s'oppreme ciascun, che l'acqua in prima a lui si metta.
Per questo poi turbar li vidi inseme, sí come quei fratelli fên la guerra, in Tebe nati dal serpentin seme, p. 235 100 e come nel teatro alla gran terra ne' giuochi salii dispiatati e crudi, sí come dice Seneca e non erra,
stavano disarmati senza scudi li condannati, chiusi in poco spazio, 105 colli coltelli in mano, a petti nudi,
e di lor carne facean tanto strazio, finché l'un l'altro crudelmente uccide, ch'ogni Erode crudel ne saria sazio.
Quando cotanto mal l'occhio mio vide, 110 dissi a Minerva:--Io prego mi contenti d'un dubbio, pria che piú in alto mi guide.
Di tutti i cieli e di tutti elementi, se nell'Apocalisse io ben discerno, di tutti i regni e di tutti li venti
115 commesso ha Dio agli angeli il governo sí come a motor primi e generali, sí che lor moto vien dal piú superno.
Ora mi di': se li ben temporali sono commessi ad agnol che sia buono, 120 da che son seme di cotanti mali?
Ché, se penso l'origine, onde sono, cavati son d'inferno, ove natura nascosto avea cosí nocivo dono.
Ed anco questo don, s'io pongo cura, 125 tutte le volte nuoce a' possessori, se l'appetito a sé non pon misura.
E Satanasso disse:--Se mi adori-- quando nell'alto monte menò Cristo, --io ti darò e regni e grandi onori.--
130 Adunque da lui è cotale acquisto: nullo guadagno grande e ratto viene, se non con froda o con rapina misto.
Chiaro è lo testo che questo contiene, ché nell'Apocalisse chi ben cerca, 135 questo testo e la chiosa vedrá bene. p. 236 Dice: «Qualunque per guadagno merca, convien che della bestia porti il segno», come chi serve a Dio porta la cherca.
E questa bestia, come fermo io tegno, 140 è un diavolo; e la froda e la bugia il segno son del serpente malegno.
Ed anco in ciò che fa, convien che sia Cristo simile al Padre e che ambedoi tengan un modo, un ordin e una via.
145 Ma Cristo solo a' buon seguaci suoi, s'io ben estimo, commise ogni cosa alta e perfetta, e questo veder puoi.
Del sangue suo la sua dotata sposa commise a Pietro e l'una e l'altra chiave, 150 la qual d'aprir il ciel ora si posa.
E quella dolce Madre, a cui disse:--Ave-- giá Gabriello, diede al suo diletto, il qual amò con piú amor soave.
Il nome suo commise al vaso eletto, 155 che 'l predicasse tra 'l popul gentile, e che alla fede el facesse soggetto.
Ma la pecunia, come cosa vile, commise a quel discepol, ch'era rio lupo rapace in mezzo al santo ovile.
160 Questo ne dice Cristo, al parer mio, che nullo puote mai, sí come ei pone, a Mammona servir ed anco a Dio.
Sí come alcuno espositor espone, delle divizie Mammona è ministro; 165 sicch'egli alle divizie si prepone.--
Quand'ebbi detto, il cammino a sinistro prese la dea ed alla mia proposta mi disse:--L'opra dimostra il maistro;--
e non mi volle dare altra risposta.
p. 237
CAPITOLO IX
Del vizio dell'accidia e delli suoi descendenti rami.
Giá er'io gionto in su la piaggia quarta, ove l'Accidia sta ad impedire l'andar alla vertú per la via arta,
quando la dea mi cominciò a dire: 5 --Accidia è tedio ed un increscimento di far il bene ovvero a Dio servire;
ché sempre a quella cosa si sta attento, che dá diletto ovver piacere al cuore, ed ogni altra è con pena e con istento;
10 e tanto ogni vertú ha piú valore, quanto è prodotta con piú allegrezza e con maggior fervor di buon amore,
ché amor ogni virtú pone in altezza, e tanto piace a Dio ed ègli accetto, 15 che 'l ben, quanto ha d'amor, tanto l'apprezza;
e come amor il ben fa piú perfetto, cosí l'accidia, ch'all'amor s'oppone, el fa essere vile e fallo infetto.
E sappi che di questo è la cagione 20 la sensualitá, che sempre è prona a ciò che contradice alla ragione;
e se al ben far la volontá la sprona, vi va con tedio, se vertú assueta non l'ha domata pria e fatta buona.
25 Ma, se corre a virtú gioconda e lieta, e spiace a lei ciò ch'a ragion dispiace, segno è ch'è buona, domata e quieta.-- p. 238 Coll'occhio, poi, che meglio e piú vivace prende certezza e piú il ver conferma, 30 vidi l'Accidia ed ogni suo sequace.
Ell'era vecchia, magra, trista e 'nferma, e posta tra le spine e campi incolti, debile sí, che 'n piè non stava ferma.
E mostri intorno intorno ell'avea molti, 35 ch'avean orribil forma ed apparenza, e tutti malanconici ne' volti.
--La prima sua figliola è Sonnolenza, che si distende ovver dorme o sbaviglia, quando di Dio si parla o di scienza;
40 e, se di risi o giochi si bisbiglia, sta colle orecchie e sta cogli occhi attenta e vigilante e colle liete ciglia.
L'altra è la Tepidezza pigra e lenta, in cui caldo d'amor sí poco serve, 45 ch'adopra come fiamma quasi spenta;
noiosa a chi l'aspetta ed a chi serve, non cura il tempo che veloce vola, né fa che, operando, si conserve.
La Negligenza è la terza figliuola, 50 che sempre indugia nel tempo veloce, gravata ancor d'accidiosa stola.
Per lei gridò giá Curio ad alta voce al grande imperator che sempremai a cosa apparecchiata indugio nòce.
55 Mentre lo 'ndugio va di crai in crai, il tempo manca e crescono gli affanni, e li novelli aggravan li primai.
E, mentre Negligenza tra li panni e tra la spen del «ben farem» si siede, 60 il tempo corre in sua ruina e danni.
Il quarto mostro, che 'n giú move il piede, Mollizia è, nemica del costante, che alquanto sale e poscia addietro riede. p. 239 E, benché alla 'nsú mova le piante, 65 quando egli avvien che trovi cosa dura, per debilezza torna e non va innante,
e perde il palio, che sta su l'altura, che sol si dá a chi ben persevéra insino al fine e 'nsin che 'l cammin dura.
70 E, perché ben conoschi questa fiera, de' suoi figliol dirò la radice anco, ond'ha origin questa brutta schiera.
E sol perché in loro è scemo e manco il vigor dell'amor, e però avviene 75 ch'ognun di loro è tristo, lento e stanco.
Non è che mai da sé sia grave il bene, ma è la voglia ch'estima se stessa di non poter, e però nol sostiene.
E l'altra figlia, ch'a lei piú s'appressa, 80 Malizia ha nome, il mostro piú rubesto, che di pensar malfar giammai non cessa.
E, perché questo a te sia manifesto, sappi che Accidia in la virtú ha tedio, e ciò ch'a ragion piace, a lei è molesto.
85 E, perché a lei nel ben non piace sedio, anco su vi s'attrista ed ègli amaro, da lui si parte per trovar rimedio;
e, per aver all'angoscia riparo, fugge dalla virtú, ch'a lei è noiosa, 90 inverso il vizio, alla virtú contraro.
Lasciato il bene, su nel mal si posa; ivi si pasce e diletta e s'impregna di questa figlia rea e maliziosa.--
Dicendo questo a me la dea benegna, 95 io vidi mover con veloci passi la vecchia pigra e trista, che lí regna.
E li suoi mostri, che pria parean lassi, si mosson dietro a lei gagliardi e presti sí come giovin, che correndo spassi. p. 240 100 E non parean pigri, tristi e mesti, ma ratti e tosti e con facce gioconde, non sonnolenti, ma attenti e dèsti.
Ed io, che non sapea la cagion onde questo avvenisse, dissi:--O dea, al fatto 105 quel, che tu giá m'hai ditto, non risponde.
Io veggio che costor van tutti ratto: adunque non è ver quel che si dice, ch'ognun di lor sia infermo, lento e sfatto.--
Ed ella a me:--Questo non contradice 110 a quel che ho detto, se ben tu riguardi, ch'amor d'ogni atto umano è la radice.
Ora costor solleciti e gagliardi corron cogli appetiti inverso il male, e quando vanno al ben, van pigri e tardi;
115 ché, come sai, la parte sensuale, se non si doma, al mal ratto si move e verso il ben par ch'abbia fiacche l'ale.--
Poscia Minerva mi condusse dove, nel mezzo del cammin, trovai due vie; 120 maravigliar mi fên le cose nòve,
ché su nell'una dolci melodie gli angeli cantan, sí dolci canzone, ch'io me n'innamorai quando l'odíe.
E come a Roma nel campo d'Agone 125 il premio si mostrava ai forti atleti, d'ingrillandarli di belle corone;
cosí quegli angiol colli volti lieti prometteano a chi sal, con dolce invito, di coronarli e di farli quieti.
130 --Venite su--diceano--al gran convito del nostro Re e del celeste Agnello, che sol contentar può 'l vostro appetito.
Su pel viaggio tutto onesto e bello venite al gran Signor, che su v'aspetta, 135 e noi ognun di voi come fratello. p. 241 Su troverete ciò ch'all'uom diletta, su senza morte è sempiterna vita, su sta la securtá non mai suspetta.--
Io mi credea che tutti a tanta invita 140 salisseno correndo insú devoti, bench'assai dura fusse la salita.
Ed io ne vidi pochi tardi e pioti e gravi andar sí come Idropisia e come infermi e d'ogni fervor vòti.
145 Quando poi rimirai all'altra via, benché fusse lotosa e pien di spine, per quella quasi ognun ratto corría.
E, perché su per quella ognun cammine, stavan demòni con coron d'ortiche, 150 che conduceano altrui a mortal fine.
Tra le punture e tra le gran fatiche andava ognun sollicito e giocondo e con gran festa alle cose impudiche.
E, quand'io vidi i servitor del mondo 155 servir senza gravezza e con disio e li serventi a Dio con tanto pondo:
--Di questo il tipo--dissi nel cor mio-- fu quando Iuda andò ratto e festíno a tradir quel che fu ver uomo e dio,
160 e vigilante andò fin al mattino; e Pier nel ben non vegliò solo un'ora, ma stava dormiglioso a viso chino,
quando Cristo gli disse:--Sta' su ed òra: non vedi Iuda tu, il qual non dorme, 165 ma ratto corre al mal e non dimora?--
E questo esemplo al ver tutto è conforme.--
p. 242
CAPITOLO X
Del vizio dell'ira e delle sue specie.
Noi divenimmo in su la quinta strada, e trovai sangue in ogni lato sparso, come in su l'erbe cade la rugiada.
Ed ogni luogo ivi era guasto ed arso, 5 sí come Erode, a gran furor commosso, arse le navi in la cittá di Tarso.
Poi risguardai e vidi un fiume rosso, tutto di sangue e grande quanto il Reno, ed anco, al mio parer, era piú grosso.
10 Ahi, quanto di stupor io venni meno, vedendo un fiume spumoso e fumante, di sangue uman sí grosso e tanto pieno!
Sí come manca il cuor all'elefante, vedendo il sangue ovver liquor sanguigno, 15 cosí mancava a me il core e le piante.
Per l'argine del fiume sí maligno andai tanto, insino ch'io trovai tre belle donne col viso benigno.
E vidi dietro a lor, quando mirai, 20 tre gran diavoli sí orrendi e brutti, che sí deformi non fûn visti mai.
Addosso alle tre donne intraron tutti e trasmutâro lor belle sembianze, e gli atti umani in lor furon destrutti.
25 Quelle lor facce, pria benigne e manze, si fên crudeli e diventôn di cane, e di scorzon si fên le bionde danze. p. 243 Di coltei sanguinosi armôn le mane; e le gran serpi, ch'avean nelle teste, 30 soffiavan gracilando come rane.
Di ferro arruginato fên le veste e di ceraste fenno le cinture, col morso e col venen troppo moleste.
Quand'io vidi mutar le lor figure, 35 conobbi le tre Furie infernali, a sé ed anche altrui amare e dure.
Di pipistrello avean le lor brutte ali, e 'l collo e 'l dosso avvolti di serpenti, con viste acerbe, crudeli e mortali.
40 --Queste, che mordon se stesse co' denti, sonno dell'ira il vizio triforme: in cotal modo ell'usan tra le genti.
Quella che nella vista è men difforme e che par men molesta in questo loco 45 e che si desta e poi ratto si addorme,
è l'Ira prima: è lieve e dura poco, sí come fiamma accesa nella stoppa tosto si lieva, e poi s'estingue il foco.
E, benché nel durare non sia troppa, 50 il colpo furioso, quando coglie, non fa men male a chi in quello s'intoppa.
E questa tra le case si raccoglie e tra la turba pronta e garrizzaia e tra gli amici, il marito e la moglie.
55 L'altr'Ira è dentro, e di fuor non abbaia, ma pensa far vendetta e non favella, sol perché l'ira di fuor non appaia.
Questa è chiamata Ira amara e fella; cerca vendetta e nel cuor si richiude; 60 e poscia alfin si placa e non flagella;
ché, benché pensi le vendette crude, passando il tempo lungo, e l'ira passa e le man placa, pria di piatá nude. p. 244 E l'Ira terza mai vendetta lassa, 65 rabbiosa nello cor, e sempre seve, insin ch'occide o, divorando, abbassa.
Questa è detta Ira difficile e grieve; crudele e tirannesca ovver superba, che mai non posa, se 'l sangue non beve.