Chapter 13
Se ben la citra, Italia, non s'accorda della tua gente, or pensa la cagione, 120 la qual fa in te discordante ogni corda.
Sostenne giá Pompeo e Scipione star nella barca e non guidare il temo e star nel campo sotto altrui bastone.
Ma nelle barche tue esser supremo 125 vuol ciascheduno ed esser soprastante chi servir deggia nel vogar del remo.
Per questo le tue membra tutte quante han odio insieme, e per questo è mestiero che 'l capo signoreggino le piante.
130 Per questo il grande teme e regge altèro, e quello che sta a basso, nel cor porta quel che superbia figlia nel pensiero.
Indi diventa la iustizia morta nel mal punire e nel premiare il bene: 135 però la nave tua va cosí torta. p. 211 O dea Iunon, perché tarda e non viene tra cotal gente un Lico crudo e diro, da che politico ordin non sostiene?
Perché non regge tra li serpi un tiro? 140 perché non regge nelle selve un ranno, che gli arbori consumi a giro a giro?
L'altre province sotto un capo stanno; ma per le parti tue e per le sètte, piú che nell'idra in te capi si fanno,
145 ch'un ne rammorti, e rinasconne sette. Ma un verrá, che convien che ti dome, e che le genti tue tenga subbiette:
e tiro e ranno sia in fatti e nome.--
p. 212
CAPITOLO IV
Ove trattasi del vizio dell'invidia e della sua natura.
Condutti avea giá Febo li cavalli alla pastura sotto l'Oceáno e giá mostrava i crin vermigli e gialli,
quando Palla mi die' lo scudo in mano, 5 dicendo:--Questo la notte fa luce e 'l corpo opaco fa parer diafáno.--
Poi l'altra piaggia salse la mia duce; e lí trovai una gran porta aperta, che al vizio dell'Invidia ci conduce.
10 Forse tre miglia avea salita l'erta, quando la vidi star nella sua corte inordinata, confusa e diserta.
Era giganta e con le guance smorte, con molte lingue ed ognuna puntuta, 15 e suoi capelli eran di serpi attorte.
Non fu saetta mai cotanto acuta, quant'ella in ogni lingua avea un coltello; e tossico parea quel ch'ella sputa.
Duo ner diavoli avea dentro al cervello; 20 e, benché 'l corpo e 'l capo avesse opaco, col bello scudo io vedea dentro ad ello.
Nel core un vermicello e piú giú un draco vidi, ch'aveva dentro alle 'ntestina, e avea la coda aguzza piú ch'un aco.
25 La pelle umana avea e serpentina, unita una con l'altra e inseme mista, e di cigno li piè, con che cammina. p. 213 Sempre pallida sta e sempre trista; ma, quando vede il male over che l'ode, 30 alquanto ride e rallegra la vista.
Di vipera è la carne ch'ella rode; e ben è ver che mangia carne umana; ma solo quando pute, gli fa prode.
Però la carne, ch'è pulita e sana, 35 prima la imbrutta, corrompe e disquarcia, e, quando pute, nel ventre la 'ntana.
E come mosca è avida alla marcia, cosí è ella ghiotta di bruttura: di questo il ventre e la bocca rinfarcia.
40 Quando a sí brutta cosa io ponea cura, gli uscí un dimon di bocca quatto quatto e tra le genti andò come chi fura.
E del venen, che di lei avea tratto, mise all'orecchie a quelli e parol disse; 45 e poi, ov'era pria, ritornò ratto.
Parve che quel venen al cor corrisse; come licor che per condotto vada, mi parve che alle man poi riuscisse.
Nel core un drago, ed in man si fe' spada 50 puntuta quant'un ago e sí tagliente, quanto rasoio suttilmente rada.
Il drago, che nel cor occultamente era rinchiuso, le man furiose fece ad ognun de tutta quella gente.
55 Io vidi poi molt'anime ulcerose, piene di schianze siccome il mendíco, che alla porta del ricco invan si pose.
In questo uscí, 'n men tempo ch'io non dico, l'altro diavolo come un traditore, 60 che nuocer vuole, mostrandosi amico.
Trasse l'Invidia allor tre lingue fòre sí lunghe, che un'asta all'altra posta, al mio parer, non sarebbe maggiore. p. 214 Ed alla gente, che gli stava a costa, 65 mostrava quelle schianze ovver la rogna, con tre gran lingue scoprendo ogni crosta.
E, come fa il ghiotton che si vergogna, che mira qua e lá, perché suspetta ch'altri a sua ghiottonia mente non pogna;
70 cosí facea la belva maladetta, che ritirò le tre lingue nefande, quando quel che percote se n'addetta.
Oh, detestanda bocca, a cui vivande son maculare il bene e farlo poco, 75 e palesare il male e farlo grande!
Poi vidi con tempesta e con gran foco uscir di fuor di lei il gran dragone ed assalir la gente di quel loco.
E, come in Colco fece giá Iasone, 80 cosí un dimonio a lui li denti trasse, grandi e puntuti quanto uno spuntone.
E 'n terra arò, perché li seminasse. Nacqueno allor del maladetto seme, come che pianta a poco a poco fasse,
85 uomini armati ed uccisersi inseme; e tanto sangue fu in quel loco sparto, ch'ancor, pensando, la mia mente teme.
Allora il verme, ch'era il mostro quarto, gli rose il core, ond'ella si ritorse 90 come la donna, quando è presso al parto.
E, poiché dentro al petto egli a lei morse, diventò grande e fessi un basalisco, e sú sin alla bocca li trascorse.
Ancor dentro nel cor ne contremisco, 95 pensando ch'egli uccide chiunque sguarda: però vedi, lettor, s'io stetti a risco.
Non fe' sí gran tempesta mai bombarda, quanto fec'egli, quando fuor uscío, venendo a me con la crista gagliarda. p. 215 100 Ma, quando vide sé in lo scudo mio, perché lo sguardo suo è che uccide, lí si specchiò e subito morío.
Quando l'Invidia morto il figliol vide, le man si morse con sospiri e pianto, 105 con gran singolti, voci ed alte gride.
Allor inver' di lei mi feci alquanto, dicendo:--O brutta e maladetta fèra, o crudeltá, che 'l mondo guasti tanto,
nel bel giardin di sempre primavera 110 tu da primaio insidiosa intrasti con falsitá e con bugiarda céra;
i primi nostri, vergognosi e casti, servi facesti di concupiscenza; e i gran doni di Dio però fûr guasti.
115 Non ti ritenne poi l'alta innocenza del iusto Abel, ch'era il primaio buono, nato nel mondo d'umana semenza.
Né che 'n quel punto egli facea il dono d'offerta a Dio: allora piú feroce 120 tu l'uccidesti senza alcun perdono;
per che gridoe la terra ad alta voce per lo sangue innocente; e cosí fece per l'altro, il qual tu occidesti in croce.
Le man fraterne armasti nella nece 125 del bel Iosef, ed a ciò consentire facesti i suoi fratelli tutti e diece.
Non avesti piatá del gran martíre dell'etá puerile e del lamento del vecchio padre, che volea morire,
130 quando del figlio vide il vestimento tinto di sangue; e tu, o fèra cruda, stavi ridente e col volto contento.
Ahi, belva trista e d'ogni piatá nuda! A te Pilato, sol per saziarte, 135 dimostrò il Re giá tradito da Iuda, p. 216 tinto di sangue e con le vene sparte. Per recarti a piatá, disse:--Ecco l'Uomo fragellato nel corpo e in ogni parte.--
Ma tu, crudele, allora festi como 140 cane alla preda, che l'ira il trafigge, o come l'orso, quando vede il pomo;
ché allor gridasti:--Tolle, crucifigge;-- e niente ti mosse, o dispiatata, in tanta maiestá l'umile effigge.
145 Superbia è la tua madre, onde se' nata; e 'l timor vile è quel che ti notríca, ed anco è 'l padre, dal qual se' creata.
Però d'ogni virtú tu se' nemica, mentre vuoi esser tu la piú eccellente 150 e che di te meglio d'altri si dica.
Odio tu porti a quel ch'è piú splendente, s'e' tua virtú ecclissa o falla meno come il lume maggior il men lucente.
Allor nel core ti nasce il veneno 155 inver' di quello, e cerchi che s'estingua quello splendor ch'è piú del tuo sereno.
E col rancor del core e colla lingua giammai non posi e colli denti stracci la carne umana marcia che t'impingua,
160 insidiando con occulti lacci.--
p. 217
CAPITOLO V
Di tre spezie d'Invidia e di Cerbero, dal quale l'autore fu assalito.
Mentr'io dicea, ed ella strignea i denti irata verso me ed era morsa da' suoi capelli, ch'erano serpenti.
E giá Minerva avea la via trascorsa, 5 al mio parer, un gittar di balestro, ond'io per giunger lei mi mossi a corsa.
Però partimmi e pel cammin alpestro sí ratto andai, ch'io fui appresso a lei come scolar che va dietro al maestro.
10 Ed ella a me:--Li figli, che li piei seguitan d'esta belva e 'l suo calcagno, se vuoi sapere, or nota i detti miei.
Sappi che, quando alcun, sol per guadagno o altro bene, d'invidia s'accende 15 contra il vicino artista ovver compagno,
questo ha alcuna scusa, s'egli offende; ché sempre alla cagion, che 'l bene scema, alcuna invidia ovver rancor si stende.
Ma, se la volontá la gran postema 20 ha dell'invidia senza essere lesa, e senza pro e senza alcuna téma,
cotale invidia non può aver difesa; ché sol malizia ha quel rancor commosso senza esser adontata ovver offesa:
25 sí come il can che non può roder l'osso, che, quando vede ch'altro cane il rode, con impeto, abbaiando, gli va addosso. p. 218 E questo non fa ei che gli sia prode; ma sol malizia el fa esser nemico, 30 talché si duol di quel ch'altri si gode.
Cotal invidia il vizioso antico, sí come è scritto, alli giovani porta, in quel che senza posa egli è inico.
La terza invidia, che chiude ogni porta 35 della piatá nell'uomo e che è segno ch'ogni luce mentale in lui sia morta,
è quella c'ha il cor tanto malegno, che del dono, che dá Dio ovver natura, concepisce odio ed anche n'ha disdegno
40 ché, quando è bona alcuna creatura e pò far pro ed offesa non reca, nulla scusa ha colui che gli ha rancura.
Dunque sola malizia è che l'acceca e move a invidia; e tal colpa di rado 45 riceve grazia della sua botteca.--
Cosí Minerva a me di grado in grado li membri dell'invidia mi descrisse e quel ch'è piú difforme dal men lado.
E piú detto averebbe; ma s'affisse, 50 perché trovammo in terra una catena maggior che da Vulcan giammai uscisse;
la qual era sí grande, che appena l'averebbon portata due cameli, se l'avesseno avuta in su la schiena.
55 --Cerbero, che ha a serpenti tutti i peli --disse a me Palla,--d'esta fu legato nelle tre gole, c'ha tanto crudeli,
quand'egli dal fort'Ercol fu menato nel mondo su, come menar si sòle 60 un fero toro a forza e suo mal grato.
Giunto che fu presso ove luce il sole, perché negli occhi il raggio gli percosse, forte latrò con tutte e tre le gole. p. 219 E con tal forza addietro ingiú si mosse, 65 che avería tratto seco il forte Alcide inver' l'inferno, credo, se non fosse
ch'egli sguardò le braccia ardite e fide del buon Teseo, ed egli li sobvenne, quando alla 'ngiú cosí calar lo vide.
70 Cerber, tirato, su nel mondo venne, forte latrando con tutti e tre i musi, perché la mazza d'Ercole sostenne.
Poi che fu su, tenne gli occhi suoi chiusi ché sempre il raggio lucido è noioso 75 agli occhi infermi ed alle tenebre usi.
Quando morí il grand'Ercol virtuoso, ché la camicia la vita li tolse, tinta del sangue che era venenoso,
quel can malvagio allora si disciolse, 80 ché colli denti esta catena rose; e libero fuggí dovunque vòlse.
L'Invidia allor quiritta questa pose in questo loco, ch'a lei è subietto; ed halla qui tra l'altre infernal cose.--
85 Minerva appena a me questo avea detto, ch'io cominciai udire il trino abbaio di Cerber, cane orrendo e maladetto.
E come un gran rumor, che da primaio confuso pare e, quanto s'avvicina, 90 tanto egli par piú vero ed anco maio,
cosí facea del can la gran ruina. E po' el vidi venir con tre gran bocche, correndo giú per quella piaggia china.
--Guarda--disse la dea,--che non ti tocche; 95 ché, s'e' la bava addosso altrui attacca, mestier non è che mai piú cibo imbocche.--
Le fiere gole, con che 'l cibo insacca, quando latrava, parean tre gran tane, vermiglie come sangue e come lacca. p. 220 100 Minerva avea il mele ed avea il pane; e fenne un misto ed al mostro gittollo: allor tacette quel rabbioso cane
e, per piú averne, ratto stese il collo e ventiloe la coda ed alzò 'l mento 105 come il mastin, quando non è satollo.
Mentr'egli, per piú averne, stava attento, la dea accennò ch'io prendessi la via; ond'io quatto su andai a passo lento.
Quando Cerber s'avvide ch'io fuggía, 110 mi risguardò e poi scosse la testa e con tre gole borbottò in pria.
Poscia corse ver' me con gran tempesta, come alla preda affamato lione, quando adirato sta nella foresta.
115 --Fa', fa' che ratto a lui lo scudo oppone --gridò Minerva,--se non vuoi morire, ov'è scolpito l'orribil Gorgone.--
Il gran periglio dá maggior ardire, se non dispera; ed io lo scudo opposi, 120 quando su contra me il vidi venire.
Egli lo morse coi denti rabbiosi; poi li ritrasse a sé, perché s'avvide che al cristallo non eran noiosi.
Allor gridai:--O Palla, che mi guide, 125 perché tu a questa volta m'hai lasciato? perché tu a me medesmo sol mi fide?--
Per questo corse e posemise a lato, dicendo a me:--Perché 'l timor t'assale, da che natura ed io t'abbiamo armato?
130 Per questa piaggia, per la qual tu sale, se tu non lassi l'arme da te stesso, nulla nuocerti può over far male.--
Quando questo dicea, ed ivi appresso in terra vidi guasto un corpo umano, 135 mezzo corroso e con lo petto fesso. p. 221 Ed era senza piedi e senza mano sí come un corpo ch'a' lupi rimagna, e brutto e lacerato a brano a brano.
Di simil corpi, lí 'n quella campagna, 140 cosí disfatti, n'era un grand'acervo, il qual mi demostrò la mia compagna.
Quel primo, ch'io trovai, disse:--Io fui servo giá d'Atteon e fui 'l primo che 'l morsi, quando mi parve trasmutato in cervo.
145 Ma poi, quando fui qui, ed io m'accorsi ch'io fui il cane e ch'egli era uomo vero; ma per la 'nvidia l'intelletto torsi.
E noi, che stiamo in questo cimitero, siam cosí rosi, ché rodemmo altrui 150 con lingua e fatti e dentro nel pensiero.
Quel grande invidioso è qui tra nui, che volle a sé che un occhio si traesse, perché al compagno sen traesson dui:
ed anco ha doglia, quando 'l ben vedesse.--
p. 222
CAPITOLO VI
Dichiarasi come l'invidia si oppone alla virtú.
Mentr'io admirando stava stupefatto, vidi quegli uomin guasti rifar sani e nelli membri interi ed in ogni atto.
E poi vidi venir ben mille cani, 5 latrando contra loro inseme in frotta, mordaci e grandi piú che cani alani.
Come in la mandra fa la lupa ghiotta, che morde e guasta ed anco uccide e strozza; cosí facean quei can di quegli allotta.
10 Quale rimane ai lupi alcuna rozza, cosí li vidi rosi, e sí rimasi e cogli occhi cavati e lingua mozza,
e senza mani e piedi e senza nasi, e sviscerati e le budella sparte, 15 e col cor dentro roso e petti spasi.
Io vidi un, ch'era guasto in ogni parte; al qual io dissi:--Prego che mi dichi chi fusti, e vogli a me appalesarte.
--Io fui al tempo de' romani antichi 20 --rispose quello,--che Roma a ragione visse in virtú e cogli atti pudichi.
Fui con molt'altri contra Scipione: ah, invidia, nemica di virtude! ah, invidia, ch'a bontá sempre t'oppone!
25 Non valse a lui mostrar le membra nude pien di ferite in ragion delle spese, che richiesono a lui le lingue crude. p. 223 Non valse a lui mostrar che ne difese; e che, s'egli non fosse, dir non valse, 30 sarian le roman case state incese;
ché, quando per virtú in gloria salse, allor l'Invidia, per tirarlo a basso, contro lui mosse mille lingue false.
Ond'egli fuor di Roma mosse il passo, 35 dicendo:--O madre ingrata al figliol pio, o patria invidiosa, ora ti lasso:
tu non possederai il corpo mio. Ed io, che parlo, fu' il primo tra quelli, ché invidia contro lui mi fe' sí rio.
40 Però son posto qui alli fragelli, che tu hai visti, e invidia ne tormenta in quello che ne fe' malvagi e felli.
Iustizia fa ch'ognun di noi diventa san nelli membri, e cosí fa rifarne 45 almen nel mese delle volte trenta.
E, come noi mangiammo l'altrui carne sí come cani, e cosí per vendetta da invidiosi can fa divorarne.--
E giá la dea insú n'andava in fretta, 50 ond'io partimmi e non gli fei risposta; e, mentr'io andava per la strada incerta,
trova' una fossa occulta in la via posta, e senza voglia mia il piè vi posi, e caddi in terra alla sinistra costa.
55 Subito mille cani, ivi nascosi, vennon contro di me con grandi gridi e colli denti di cani rabbiosi.
Ahi, quanto io ammirai, quando li vidi! Ed anco ebbi timor di lor concorso, 60 quando disseno:--Preso è; uccidi, uccidi!--
Sí come il can quando è percosso e morso, ch'ogni altro can gli abbaia e fagli guerra, quando grida per doglia o per soccorso, p. 224 cosí la Invidia fa, quand'altri è 'n terra; 65 e quando vede alcun condutto al laccio, manifesta il venen che dentro serra.
Io m'ingegnai di terra levar 'vaccio. Mirabil cosa! Quand'io fui levato, ognun fuggío e nessun mi die' impaccio.
70 E giá, salendo, io era tanto andato, che giunsi all'altra spiaggia inver' ponente, ove Avarizia tiene el principato.
Ivi trovai fuggire una gran gente, con sí gran furia, che l'un dava inciampo 75 nell'altro per fuggir velocemente.
Sí come quando in rotta è messo un campo, che par ch'ognun disperso si dilegue tra spini e fiumi e monti in loro scampo,
e con la spada il vincitor li segue, 80 forte correndo, e spesso avvien ch'un solo mille giá messi in fuga ne persegue;
cosí fuggendo andava quello stuolo, tra 'l qual conobbi Bencio da Fiorenza, che fu di Giorgio Benci giá figliuolo.
85 Io dissi a lui:--Un poco sussistenza prego che facci e che di dir ti piaccia perché fuggite voi, per qual temenza.--
Rispose, andando e voltando la faccia: --Donna sta qui, per cui fuggiam sí forte: 90 ella col suo timor ne mette in caccia.
In questa piaggia tien la brutta corte ed è chiamata trista Povertade, spiacente tanto, ch'appena è piú Morte.
Per mezzo delle spine e delle spade 95 noi la fuggiamo per ogni periglio, per mezzo a' fiumi e per l'aspre contrade.--
Allor per veder quella alzai il ciglio e dalla lunga vidi quella vecchia, ch'è ostetrice prima ad ogni figlio. p. 225 100 Avea i peli canuti ad ogni orecchia; è dispiacente sí, che a lei appena la Morte in displicenzia s'apparecchia.
Malanconia e fame seco mena; e per suoi damigelli avea gaglioffi; 105 e di miseria la sua corte è piena.
E barattieri ha seco e brulli e loffi e quelli a cui non fa bisogno punga, e nudi che sospiran con gran soffi.
Per questo van fuggendo tanto a lunga, 110 e la fatica mai non li fa stanchi: tanto han timor che costei non li giunga.
Il loco, ove fuggíano, io mirai anchi e vidi l'altra corte, dove vanno, ove lor pare alquanto esser piú franchi.
115 Lí stava una regina in alto scanno ed era grande in forma gigantea, e vestita era d'oro e non di panno.
E, benché fosse adorna come dea, nientemeno avea volto lupardo 120 e la sua vista traditrice e rea.
Mentr' i' a vederla ben drizzai lo sguardo, io vidi cosa, ch'il creder vien meno; ma io 'l dirò, e non sarò bugiardo.
Vidi che della poppa del suo seno 125 lattava e nutricava un piccol drago; ma ben parea a me pien di veneno.
Mentre el suggea desideroso e vago, da quel, ch'egli era pria, si fe' piú grande che un grosso trave rispetto d'un ago.
130 Allor richiede aver maggior vivande, ché tutto il latte, che la madre stilla, non basta al grande iato, ch'egli spande.
Però, affamato, prende la mammilla e cava il sangue, e quel convien che suchi; 135 e, perché è poco, il venen disfavilla. p. 226 --Convien che ad altra preda ti conduchi --disse colei:--o figlio, io non ti basto, da che hai piú fame quanto piú manduchi.--
Allora il drago, per aver il pasto, 140 tra quelle genti rapace si mosse, come fa il lupo tra le mandre el guasto.
E, non sguardando qualunque si fosse, or questo or quel divora e 'l sangue beve colli suoi denti e coll'ultime posse.
145 E, s'egli cresce al pasto che riceve, e quanto cresce, tanto ha piú appetito, convien ch'ogni gran cibo a lui sia breve.
Vidi poi il drago crudele ed ardito venir ver' me con sí grande tempesta, 150 che di paura io sarei tramortito,
non fusse che Minerva presta presta a me soccorse, e tra lui e me si mise, e, quando venne, gli tagliò la testa.
Mirabil cosa! Sette ne rimise, 155 e tutte e sette quelle teste nuove anco la dea gli tagliò e ricise.
Nacquene in lui ancor quarantanove; e fu quell'idra, giá morta da Alcide, quando nel mondo fece le gran prove.
160 Quando dea Palla di questo s'avvide, che ogni capo ne rimette sette, quantunque volte la spada il ricide,
non con quell'arme piú gli resistette, ma disse a me:--Qui è bisogno il foco: 165 quest'è quell'arme ch'a morte lo mette.--
Descender vidi allora su 'n quel loco una gran fiamma, e quel serpente estinse e féllo come pria diventar poco.
In questo modo la mia scorta el vinse.
p. 227
CAPITOLO VII
Ove trattasi del vizio dell'avarizia.
Io stava ancora a quel dragone attento, a cui, mangiando, fame cresce tanto, quanto a sei cifre crescerebbe un cento,
quando la dea mi disse:--Or mira alquanto 5 a quella lupa cruda, che ha la 'nvoglia sí preziosa e sí adorno il manto.
Ben converrá che, quando ella si spoglia, la sua bruttura ed i figliol dimostri, che parturisce sua bramosa voglia.--
10 Allor mirai e vidi cinque mostri, quand'ella si spogliò il bel mantello, ch'avean diversi volti e vari rostri.
Il primo avea il viso umano e bello; e quanto piú venía verso la coda, 15 tanto era serpentino e rio e fello.
Minerva disse a me:--Quella è la Froda, che guastò il vero amore e vera fede, che fa temer che l'un l'altro non proda.
Quell'altro mostro, che dietro procede, 20 che ha faccia umana e lingua tripartita e che trascina il petto e non sta in piede,
è quella biscia maladetta ardita, che nacque prima del drago crudele, che diede morte, promettendo vita.