Chapter 10
--Morte e paura io posi in la bilancia --subiunse,--e poi la morte col capestro elessi a me per men pungente lancia.
Troppo temendo in me il caso sinestro, 95 me stesso uccisi: io son Architofelle, che fui nel consigliar sí gran maestro.
Meco sta qui Saúl, re d'Israelle, e quei roman, che sol timor gli strinse e non vertú a spogliarsi la pelle.-- p. 156 100 Alquanto inver' di lui li passi pinse sol per parlarli; ma la dea non volle ch'io parlassi a colui, che sé estinse;
ché, se fortuna il ben temporal tolle, non lieva però mai d'alcun la spene, 105 s'egli da se medesmo non è folle.
--Tu vederai, se tu ammiri bene, non tremar nullo, ch'abbia sé ucciso: risguarda, ed io dirò onde ciò viene.--
Però io riguardai con l'occhio fiso; 110 poi, vòlto a lei, diss'io:--Perché non trema qualunque dalla vita ha sé diviso?--
Ed ella a me:--Quando la spen si scema tanto in alcun, che niente rimane, colui non ha amor, né anco téma;
115 ché le paure e l'allegrezze umane procedon da speranza e dall'amore, che porta l'uomo a vostre cose vane.
Però, se tutto, amor e spene, more, mor la letizia, che da lor procede, 120 e la paura, e sol ha poi il dolore.
Il qual il disperato fuggir crede, fuggendo sé, e uccide allor se stesso con crudeltá, credendo far mercede.
E, se speranza non avesse appresso 125 il fren d'alcun timor, cresceria tanto, che faria stolto per lo troppo eccesso.
Cosí il timor, se seco non ha accanto dolcezza di speranza, tanto teme e tanto vien in doglia ed in gran pianto,
130 che nol sostiene e sé di morte oppreme; ch'ogni timor all'uomo è sí a noia, che piú tosto vuol morte che lui inseme.
Nulla allegrezza e nulla cara gioia è tanto dolce, che rispetto a quella 135 non sia piú amaro all'uom temer che moia. p. 157 E tu sai ben che l'_Etica_ favella che 'l timor troppo nullo portar puote: tanto la mente e l'animo flagella.
E da qui il timor van, se tu ben note, 140 in mille modi il suo balestro scocca nel mondo all'uom e l'animo percuote;
tanto che giá come presente tocca quel che non è e forse fia niente, e giá piangere fa la mente sciocca.
145 Se a questo e a quel ch'io dissi ben pon' mente, nulla pena è maggior che star in forse di quel che spiace e che pò far dolente.
Ognun ch'al van timor ben si soccorse, spregia la morte e sol teme il Monarca, 150 che 'l tempo breve e la vita ne porse:
cosí senza timor secur si varca.--
p. 158
CAPITOLO XIII
Come l'autore vede la Fortuna.
Per l'aspero cammin di quella valle eravamo iti, al mio parer, un miglio, lasciando il van timor dietro alle spalle,
quando per veder meglio alzai lo ciglio 5 e dalla lunga la Fortuna io vide mirabil sí, ch'ancor me 'n maraviglio.
Minerva a me:--Se ti losinga o ride, e s'ella mostra a te il viso giocondo, fa' ch'allor ben ti guardi e non ti fide.
10 Quella è che molti inganna in questo mondo col rider suo e spesso alcun inalza per abbassarlo e farlo ire al fondo.
Guarda la faccia sua quant'ella è falza e che di chiara in torba la trasmuta, 15 quando da alto alcuno in terra sbalza.--
Quando da presso poi l'ebbi veduta, conobbi quant'è grande quella donna, quant'è sinistra e quanto alcuno adiuta.
Era maggior che non fu mai colonna, 20 e sol dinanti avea capelli in testa, e d'oro fin dinanti avea la gonna.
Ma dietro calva, e dietro avea la vesta tutta stracciata, ed era di quel panno, che vedoa porta in dosso, quando è mesta.
25 Ghignando con un riso pien d'inganno, volgea con una man sette gran rote, che come spere in questo mondo stanno. p. 159 La quarta er'alta insino onde percote con le saette Iove, ove il vapore, 30 dal gel costretto, da sé l'acqua scuote.
La terza d'ogni lato era minore, e le seconde poi minor che quelle; e minime eran poi quelle di fuore.
Nella metá le ruote paralelle, 35 dico nella metá, ch'alla 'nsú monta, erano orate e preziose e belle.
Ma l'altra parte, quando su è gionta, giú vien calando a quella donna dietro; quanto piú cala, piú del mal s'impronta
40 e fassi oscura; e da quel lato tetro descender vidi molti a capo basso con gran lamento e doloroso metro.
Poiché caduti son con gran fracasso, ogni amico li fugge e li dispregia: 45 chi li sospinge e chi lor dá del sasso.
Ma alli salenti dalla parte egregia ognun si mostra amico ne' sembianti: chi li losinga e chi di loda 'i fregia.
Come da due nel carro triunfanti 50 mescolato era il dolce con l'amaro, usando inver' di lor contrari canti,
cosí su ad alto e giuso due cantâro nel colmo delle rote e due di sotto, un d'allegrezza e l'altro del contraro.
55 La dea Minerva giá m'avea condotto sino alla donna, che voltava il giro: allor parlò, che pria non facea motto.
E disse:--Io, che a basso e ad alto tiro le sette rote, son la dea Fortuna 60 e solo a quei dinanti lieta miro.
Nullo su ad alto aggia fermezza alcuna in me di securtá ovver fidanza, ch'io mostro faccia chiara, e quando bruna. p. 160 E nullo a basso perda la speranza 65 tutta di me, ché spesso io son la scala di poner in ricchezza e gran possanza.
Ma vegga ben ognun, anzi ch'e' sala, che non si lagni poi, né faccia grido, se 'l mando a quella parte che 'ngiú cala;
70 ché, quando si lamenta, ed io mi rido; e se me chiama cruda, ed io lui pazzo, che 'n tanta sicurtá faceva il nido.
E questo è 'l gioco mio e 'l mio solazzo, atterrar quel dalla parte suprema, 75 ed esaltare un vestito di lazzo.
Se falsa alcun mi chiama e mi biastema, io non me 'n curo, e lamentevol voce dell'allegrezze mie niente scema.--
Io riguardai la rota piú veloce, 80 di cui il cerchio quasi terra tocca; e lí stava uno a gran tormento e croce.
E quando sotto va l'anima sciocca, tra 'l duro suolo e la rota s'accoglie, e gli strascina il ventre giú e la bocca.
85 --Colui che su e giú ha tante doglie, è Ission ed ha tal penitenza, ché volle a Iove giá toglier la moglie;
ché la sposa di Dio sua Provvidenza procacciò di veder col suo intelletto, 90 sí come vano colla sua scienza.
Saper si puote bene alcuno effetto, quand'è futuro, nella sua cagione, come puoi nella _Fisica_ aver letto.
Ma quel che vuol Fortuna e Dio dispone, 95 se Dio non lo rivela, mai si vede da intelletto creato o per ragione.
Or mira quel che su nel colmo siede del terzo cerchio e piú salir non pò, che cosí ride e securo esser crede. p. 161 100 Quegli è il milanese Barnabò; ma tosto mostrerá Fortuna il gioco, com'ella sòle e s'apparecchia mò.
L'altro, che sale dietro a lui un poco, è suo nipote, il qual del reggimento 105 il caccerá e sederá in suo loco.
E quanto ad una cifra cresce il cento, cotanto accrescerá il biscion lombardo e di Toscana fie in parte contento;
se non che 'l giglio roscio, c'ha lo sguardo 110 sempre a sua libertá, contro lui opposto fará che 'l suo pensier verrá bugiardo.
Nella seconda rota in cima è posto Cola Renzo tribuno, ed è salito nel colmo, ond'altra volta fu deposto.
115 Ma stato è troppo folle e troppo ardito, c'ha presa la milizia su nel sangue de' principi roman tanto gradito,
per che Colonna ed altri ancor ne langue; ma tosto Roma a lui trarrá il veleno, 120 c'ha nella lingua il malizioso angue.
Nel primo cerchio, che si volge meno, stanno li duci che si mutan spesso: però da ogni parte n'è sí pieno.
E quel, che sale al sommo ed è sí presso, 125 tre volte a quella ruota gira intorno, e su e giú tre volte será messo.
Egli è chiamato Antoniotto Adorno: Genova bella, nella quale è nato, metterá ne' malanni e nel mal giorno.
130 Nel quinto cerchio lá dall'altro lato regina sta magnifica Ioanna col capo di Sicilia incoronato.
Ma la Fortuna, che ridendo inganna, mostrerá a lei ed a quel che sal poi, 135 che chi in lei fida, sta in baston di canna. p. 162 Del sesto cerchio se tu saper vuoi, lí sonno posti i novelli Caini, consumatori de' fratelli suoi,
quei Della Scala spiatati Mastini 140 e piú crudeli che rabbioso cane; ma tosto abbasso calaranno chini.
Dall'altra rota, che di lí rimane, Ioanni dell'Agnello fará il salto, mutando il fasto e le sembianze vane.
145 E proverá quant'è duro lo smalto del suol di Lucca, quando la percossa egli averá, cadendo su da alto.
Romperagli quel caso l'anche e l'ossa; ed in un punto le terre, ch'egli ha, 150 e Pisa del suo iugo sará scossa;
ed ei saprá s'è duro: e ben gli sta.
p. 163
CAPITOLO XIV
Dove trattasi della pena, che dá l'Amore, quando ha il vero fondamento.
Poscia salendo un monte ruinoso, noi ci partimmo ed, in un pian saliti, trovammo altro martír molto penoso.
Uomin vedemmo insieme molto uniti, 5 come di molti corpi un si facesse; ma i volti eran distinti e dispartiti.
Pensa, lettore, un mostro che avesse un grande busto, e, bench'egli foss'uno, un collo molti capi contenesse.
10 Vero è che lor color o bianco o bruno e lor gionture e lor lineamenti aperti si parean in ciascheduno.
Lí stan dimoni e con spade taglienti dividon quelli, e, quando alcun si parte, 15 li capi piangon tutti e son dolenti.
Non credo che spargesse giammai Marte cotanto sangue; né fo mai battaglia di tai ferite, né si legge in carte.
Non vale qui lo scudo ovver la maglia; 20 ché la iustizia dá le gran percosse, ed ei fatt'han le spade, che li taglia.
Vidi un dimonio, che irato si mosse ed un recise intorno in ogni canto, sí ch'e' rimase come un fusto fosse.
25 Un capo sol rimase e con gran pianto a me si volse e disse:--O tu, che mena seco Minerva, a me risguarda alquanto. p. 164 Vedi l'amor quanto a noi torna in pena E tanto affliggon piú le parentele, 30 quanto pria strinson con maggior catena.
Ahi, quanto a' vivi torna amaro il mèle del dolce amor de' figli e de' congiunti, quando gli uccide la morte crudele!
Diece figliuoli in salda etade giunti, 35 nove nepoti ebb'io ed un fratello, e poi li vidi in un mese defunti.
Com'io, che 'n questo inferno ti favello, intorno intorno son cosí tagliato e, perché troppo amai, ho tal flagello;
40 cosí interviene all'uom, quando l'amato figlio o fratel gli è tolto, e piú tormenta, quanto piú forte è coniunto e legato.
La casa, onde fui io, è tutta spenta; fui da Perugia, di santo Ercolano, 45 e de' Vencioli la prima somenta.--
Per la piatá ingavicchiai la mano, e volea dar risposta a sue parole; ma e' sparío sí come un corpo vano.
Ond'io dissi alla dea:--Se tanto duole 50 la cosa amata, quand'altrui si toglie, ben è stolto colui ch'ama e ben vuole.
Se non voglio d'amor sentir le doglie, non posso avere al cor migliore scudo, se non che d'ogni amore mi dispoglie.
55 E, se questo facessi, saría crudo; ché, se non amo le persone note, sarei di caritá e di piatá nudo.
Né anco il posso far, ché mal si pote ben rifrenar a che natura inclina: 60 tanto a quel corso son le cose mote.
--Tra tutte l'altre cose la piú fina --disse Minerva a me--è 'l dolce amore, se dal ver fundamento non declina. p. 165 Ma, se nel fundamento sta l'errore, 65 quanto piú l'edifizio cresce o sale, tanto fa piú ruina e duol maggiore.
Fundamento è che quanto alcun ben vale, tanto si stimi e tanto amore accenda, quant'egli ha di bontá e men di male.
70 E, s'egli è ben che d'altro ben dependa, non s'ami quasi per sé esistente, se vuoi che, quando è tolto, non t'offenda.
Fundamento è che quel, ch'è dipendente, non s'ami come fermo e per sé stante, 75 ch'ei da se sol non ha essere niente;
ché 'l Creator le cose tutte quante fe' di niente, e, s'egli le lassasse, niente tornerian come che innante.
Adunque come il servo, che estimasse 80 essere sue le cose del signorso e come proprie sue cosí le amasse,
se poi gli fusson tolte, saría morso di gran dolore ed avería li duoli per quell'error, nel qual è in prima corso;
85 cosí fanno li padri de' figliuoli, e de' coniunti li mondani stolti, che gli estimano stanti e per se soli.
E 'l giusto Iobbe de' figliuoli adolti, quando fûr morti, fe' questa risposta: 90 --Dio me gli diede e Dio me gli ha ritolti.--
Tu mi dicesti nella tua proposta: --A nullo, amando, voglio avere affetto, dacché, perduto, tanto amaro costa.--
Io dico ch'abbi amor, ma sia perfetto 95 e temperato sí, che, se 'l divide o Dio od altro, non t'affligga il petto.--
Ed io a lei:--Maestra, che mi guide, dimostra a me ancora un altro vero, ch'è sí oscur, che mai mia mente il vide. p. 166 100 Tu di' che volontá ha 'l summo impero di nostra barca e che regge il timone di tutti i sensi e 'l carnal desidèro.
S'egli è cosí, or dimmi qual cagione piú volte vince questa volontade, 105 che non pò far quel che vuol la ragione,
che par contrario alla sua nobiltade, poiché libero arbitrio gli è concesso, sí che 'l sí e 'l no sia in sua libertade.
Io so d'alcun c'ha 'l piede in amor messo 110 e non ha forza a poterlo ritrare: tanto Amor puote e vince per eccesso.
Ben so che ogni cosa debbo amare in quanto è buona, e solo in Dio è buona; e, benché 'l sappia, io non lo posso fare.--
115 Ed ella a me:--Vostra natura è prona agl'impeti de' sensi, e, se v'indura per molta usanza e troppo s'abbandona,
allora l'uso converte natura, sí che ragion non può guidare il freno 120 del desiderio bene a dirittura.
Di diecemila uno ed ancor meno si trova, che co' sensi non s'accorde in tutto o in parte col voler terreno.
L'amor vi può legar con quattro corde: 125 la prima è di Cupido la gran fiamma, l'altra è di cupidigia e voglie ingorde,
poi de coniunti, figli, padre e mamma, e 'l quarto amor d'amici ed è sí poco, quanto rispetto a mille è una dramma.
130 Or sappi di Cupido che 'l gran foco e l'amor de' coniunti tanto lega e l'amor della borsa e d'ampio loco,
ch'è molto forte che ragion il rega, se gran virtú non rompe il gran legame, 135 che tanto forte inver' l'amato piega. p. 167 E, benché Dio ne dica ch'ognun l'ame, ciascuna d'este fun sí forte tiene, ch'a lui non lascia ir, benché vi chiame.
E perciò nel Vangelio si contiene 140 che amiate Dio col core e colla forza, sí come il primo e piú sovrano bene.
E, se avvien ch'altro amore vi torza, rompete quella fun, ch'altrove tira colla vertú, che giammai non s'ammorza.
145 Siate come Sanson, commosso ad ira, quando li fe' la moglie il grave laccio, cioè l'amor carnal, a chi ben mira.
E cosí, Dio amando senza impaccio, colla virtú che sta nelli capelli 150 e non sta nella carne ovver nel braccio,
d'amor carnal non si senton fragelli.--
p. 168
CAPITOLO XV
Come l'autore riconosce la cittá di Dite in questo mondo, e quindi trova Circe, la quale trasmuta gli uomini.
Nel terzo regno su per quella piaggia noi devenimmo, ed, alzando le ciglia, sí come piacque alla mia scorta saggia,
vidi di Dite la cittá vermiglia, 5 di mille miglia intorno, ed in figura a Dite dell'inferno s'assomiglia.
Di ferro ardente avea le grandi mura, a ogni cento piè avea una torre, con guardian, che mi facea paura.
10 Attorno delle mura un fiume corre, ardente piú che non è il fuso rame, quando in campana per canal trascorre.
Bolliva piú assai che 'l Bollicame, e, perché ferve, però Flegetonte 15 il suo vocabol convien che si chiame.
Dalla ripa alla porta era per ponte attraversato e steso un sottil filo, pel qual chi in Dite va, convien che monte.
Non fe' sí sottil riga giammai stilo, 20 né filò sí sottil giammai aragna, com'è la via che mena in quell'asilo.
Su per quel fil sottil la mia compagna prima si mosse, e, poiché un passo diede, disse che andassi dietro a sue calcagna.
25 Io non andai, ma tenni fermo il piede, dicendo a lei:--Non verrò, perché temo, ché non son io legger quanto tu crede.-- p. 169 Cosí, standomi fermo su l'estremo di quella ripa, dicea:--Non verraggio, 30 se noi per altra via non anderemo.--
Palla, per rifrancare a me il coraggio, tre volte lá e qua 'l filo trascorse, come colui ch'assecura il viaggio.
E, poiché la sua man alla mia porse, 35 resposi:--Io vegno, da che piú ti piace; ma forte temo e del cader so' in forse.--
Su per lo fil piú sottil che bambace io passai Flegetonte e sua mal'onda, ch'ardea di sotto piú che una fornace.
40 Quando giunse Minerva all'altra sponda, ella chiamò come chi chiama forte un che sia lunge e vòl che gli risponda.
E disse:--Aprite a noi queste gran porte, ché siam discesi nel maligno piano 45 per veder Pluto, il tempio e la sua corte.--
Risposto fu:--Il vostro passo è vano: nullo entrar puote, s'e' non porta seco o presente o denar nella sua mano.--
La dea subiunse:--Me' che denar reco: 50 però apri a noi tosto, o portinaio, a me ed a costui, il qual è meco.--
Mamon, che tra coloro era il primaio, la gran porta di Dite in fretta aperse, ratto ch'udí nominar il denaio.
55 Ma, quando vide poi che nulla offerse, con grande sdegno ne guardò in tortoni, e poscia irato este parol proferse:
--Or dimmi dove son questi gran doni, che di' ch'arrechi, o donna, e ch'a noi porti, 60 che piú che li denar di' che son buoni.
Ma entrasi cosí nelle gran corti? Uscite fuora e ritornate addietro tu e costui, a cui ha' i passi scorti. p. 170 --Da tal Signor il mio andar impetro 65 --disse Minerva,--ch'io non ho temenza, quantunque mostri a noi il volto tetro.
E 'l don, che reco meco, è la scienza, che non si perde mai quand'io la insegno: però piú che null'oro è di eccellenza.
70 Palla son io, che a questo loco vegno, e son dell'arme, d'arti e di scolari prima maestra e forma d'ogni ingegno.--
Mamon rispose:--Chiunque vuol, impari, ché la scienza qui non è di pregio, 75 e nulla vale a rispetto ai denari.
Ma, se veder volete il gran collegio del nostro Pluto, andate alla man destra, e 'l mio consiglio non abbiate a spregio.--
Minerva a lui:--Ognun male ammaestra, 80 se pria no' impara; e mal guida saría chiunque non sa il cammin, pel quale addestra.--
Cosí dicendo, non prese la via, ch'egli avea detto, ma salí s'un'erta, che ben due miglia d'un monte pendía.
85 Nell'altra valle selvaggia e deserta Circe trovai, la maladetta maga, che fa che l'uomo in bestia si converta.
Con gli occhi putti e con la faccia vaga losinga altrui e con ridente grifo, 90 acciò che l'alme a sue malíe attraga.
Nella sinistra man tenea un cifo, il qual empiè di sí brutto veneno, che ancor, pensando, me ne viene schifo.
Io vidi un uomo, a cui lo porse pieno, 95 diavolo farsi, quand'ella gliel diede, a membro a membro e l'uman venir meno.
In piè di cigno in prima mutò il piede e poi le gambe, e poi d'un babbuino mise la coda e 'l membro ove si siede. p. 171 100 Il ventre fe' squamoso e serpentino, e negro il petto piú che gelso mézzo, le man pelose e l'ugne quasi uncino.
Mentre si trasmutava a pezzo a pezzo, mise due ali assai piú ner che corvo; 105 cornuto il capo e 'l viso fe' d'un ghezzo.
La bocca fe' d'un porco, il naso córvo: cosí dimon si fece a poco a poco cogli occhi rosci e collo sguardo torvo.
Per tutti i nove fòr gittava foco; 110 ma nella bocca egli era acceso piue che una fiamma, in che soffiasse coco.
Mentr'i' ammirava, ancor ne vidi due del maladetto cifo abbeverarne; e l'un diventò lupo, e l'altro bue.
115 Io vidi molti poscia trasmutarne in cani e volpi ed in leoni ed orsi, e draghi farsi dall'umana carne.
Per tutti i lochi, ch'io avea trascorsi, non stetti cosa a veder tanto vaga 120 quanto che questa, quand'io me n'accorsi.
--Ahi, gente fatta alla divina imago --disse Minerva,--perché 'n te trasmuti la bella effigie in lupo ovver in drago?
Perché visson giá questi come bruti, 125 a lor Iustizia questa pena rende, che li sembianti umani abbian perduti;
ché non è uom, se 'l vizio tanto apprende, che non conosce il male e non ha pena e non vergogna e téma, quando offende;
130 ché Dio ha posta in voi luce serena, che fa che il mal da prima si conosca, e vergogna e timor dá, che 'l raffrena.
Ma, quando alcun tanto il peccato attosca, che non vergogna e che non ha timore, 135 segno è che quella luce in lui è fosca. p. 172 E questo mena poi in piú errore, ch'e' piace a se medesmo quando pecca, e del mal suo s'allegra e dell'angore.
Ogni bontá umana allor è secca, 140 che loda il vizio per virtude vera, e piacegli chi uccide, robba e mecca.
E, se in tal vizio indura e persevèra, allora 'n lui 'l peccar si fa _necesse_, e di emendarsi al tutto si dispera.
145 Sappi anco che non toglie l'uman _esse_ il male, al qual fragilitá conduce, né da ignoranza le colpe commesse;
ché tutta non oscuran quella luce, che Dio ha posto in voi, della ragione, 150 che téma, duolo e vergogna produce.
Quel che vedesti, che si fe' demòne e fe' l'aspetto tanto brutto e rio, fu spoletino e detto Servagnone:
ladro, assassin, biastimator di Dio 155 e dispettoso d'ogni cosa bona e nemico ad ogni atto onesto e pio.
L'altro s'assomigliò a Licaona, il terzo al mostro posto nel Labrinto, che uomo e toro fu 'n una persona.
160 Né l'un né l'altro ben era distinto: or puoi saper di lor qual fu il peccato, che 'n lor l'aspetto umano ha tutto estinto,
e perché 'n bestia ciascuno è mutato.--
p. 173
CAPITOLO XVI
Delle tre Furie infernali e delli tradimenti mondani.
Nullo, se non Iddio, conosce il cuore, e vede ogni palese ed ogni occolto; ma l'uom pò iudicar sol quel di fòre.
Però chi estima altrui secondo il volto 5 ovver nell'apparenza che fuor vede, spesse volte gli avvien ch'egli erra molto.
E per questo intervien ch'è poca fede e che gli antichi ed ognun ch'è ben saggio, si guarda piú, e meno ad altri crede.
10 Io era ancor nel loco che detto aggio, ove sta Circe nella valle trista, che 'n bestia sa mutar l'uman visaggio.