Part 9
Ch’io volessi fidarmene o no, fui quel giorno di una insolita ilarità. A spiegarne il perchè sarei molto imbarazzata. Che il capitano amasse tutte le gentildonne veneziane, o che non ne amasse nessuna, doveva esser per me la stessa cosa. Ma egli non amava sicuramente. Pure al cuore non si comanda, e come vi sono talvolta malinconie di cui non si può rendersi ragione, così vi sono contentezze inconcepibili a chi le prova. E poichè si danno giorni nei quali può dirsi che l’animo si rifiuti di ricevere le impressioni sfavorevoli, io non mi contristai nemmeno quando Giannina, in un tuono che voleva esser gajo, ma che nel fondo era pieno d’amarezza, mi disse: — Oh lo sa, padroncina, che le voci di guerra si vanno diffondendo in paese, e che il cursore ha detto in gran segretezza al fruttivendolo che i soldati in permesso saranno presto richiamati sotto le armi? Il fruttivendolo, avendo visto passare di là Paolo, lo chiamò per avvertirlo, e Paolo venne da me a confidarmelo tutto sconcertato, e a voler ch’io gli dessi un pajo di lire, parendogli che una tale notizia meritasse d’esser diluita entro un boccale di vino. In verità, io credo che Paolo starebbe bene per un po’ di tempo al reggimento, e non vedrei questo gran male se me lo levassero d’attorno. Ma dico per la cosa in sè. Che ne pensa lei, padroncina? Avremo la guerra sì o no? E non le pare che sarebbe tempo di finirla? E che la sia una bella infamia che la povera gente debba pagar le spese dei capricci di quattro teste coronate? E che ogni momento, quando un padre non può più lavorare e conta sul figlio, glielo portino in capo al mondo, e se una ragazza è lì sul punto di maritarsi (non dico di me, che di Paolo ne son stucca e ristucca e ho tanta voglia di andare a nozze quanta di gettarmi in canale), ma, insomma, se una ragazza è alla vigilia di sposare il suo fidanzato, eccoti un foglio di carta bollata che lo chiama pel tal giorno e la tal ora al corpo e a rivederci al dì del giudizio. Sa che cosa le ho da dire? Che dopo tante rivoluzioni che lor signori han fatto, la povera gente sta peggio di prima, e questa è un’infamia in tutte le regole..... Parlo in generale, perchè del matrimonio non me ne importa un cavolo....
E mentre diceva così, si asciugava gli occhi col grembiale.
Io tentavo consolarla e persuaderla che la guerra non sarebbe poi avvenuta. Su questo proposito avevo io stessa un’opinione curiosa, suggeritami forse, come spesso accade, dal desiderio. Non volevo credere alla guerra, ma non mi doleva ch’ella apparisse come probabile. Nell’incalzare degli eventi, io pensavo, il capitano Gastone sarebbe uscito del suo riserbo, io sarei divenuta la sua confidente, io avrei potuto fare qualche cosa per lui. Poi le nubi si sarebbero dissipate, non sarebbe rimasta che la dolcezza del pericolo sfuggito, e il soave legame delle nostre anime. Così, chi ben consideri, si risolvono quasi sempre i proponimenti eroici onde noi ci vantiamo. Si affronta con la fantasia il mare in burrasca, ma si pensa prima ad assicurarsi la riva.
XI.
— Non vedi, carina, — la signora Elena l’aveva spuntata e mi dava del _tu_ — non vedi com’è malinconico stassera il Visconte? Io non so davvero se sia conveniente ch’io continui a venir da te nelle ore in cui posso incontrarlo. È chiaro, e la stessa sua riluttanza a rivolgermi la parola, lo prova, ch’egli vorrebbe farmi la corte. Ma io di questi spasimanti non ne vado in cerca, perchè non si riesce che a compromettersi. Gran brutto destino di noi altre povere donne! Se non si sta bene in guardia, una volta o l’altra ci colgono di sorpresa e allora _patatrac_.
Indi si fece fresco col fazzoletto per temperare i calori che le salivano alla testa...
Questo comico discorso, fattomi una sera dalla signora Elena, non ebbe altro effetto che di richiamar la mia attenzione sul capitano, il quale, malgrado i suoi sforzi per parer disinvolto, era realmente assai conturbato. Colsi un momento propizio per farmiglisi presso e per chiedergli: — Dunque, capitano, quali novelle?
— Eh! cara Maddalena, si parla più che mai della guerra.
— Son ciarle solite. Ci si è tanto abituati che non si sa divezzarsene — rispos’io. — Del resto, non sarebbe certo quest’idea che vi terrebbe soprappensiero.
— Una volta, no, adesso è altra cosa.
— Sentite, capitano — diss’io a voce bassa e commossa — io sono forse la più discreta, sono certo la meno compromettente delle vostre amiche. Se in nome di questa mia qualità, io vi pregassi di dirmi se posso far qualche cosa per voi, ve ne avreste a male?
— Buona Maddalena — egli rispose stringendomi la mano — nessuna è degna quanto voi delle mie confidenze.... E vi giuro che se dovrò dire ad anima viva quello che mi sta sul cuore, lo dirò a voi.... Ma oggi no.... sarebbe inutile.... sono tuttora perplesso.... domani forse.... oh non sapete quanto bene mi abbiano fatto la vostre parole!
Lo fisai in volto. Una lagrima colava su quelle gote abbronzite, una commozione dolce e profonda era dipinta su quella faccia virile. Veder piangere un essere debole affligge, ma lo spettacolo del dolore là ove tutto spira forza ed energia conturba molto di più. Se chi è avvezzo a sorridere in mezzo al pericolo, a durar con fronte serena le privazioni ed i patimenti, si accascia sfiduciato, dev’esser ben grande la cura che lo rode e travaglia! Oh poter conoscere questo mistero, poter esser consolatrice di questo affanno, ecco qual era in quel momento il fine supremo dei miei desiderii. È l’ambizione delle brutte codesta!.... Oh se la si potesse sapere, se la si volesse scrivere la storia di tante donne brutte! Si vedrebbe quante piaghe esse abbiano risanato che le loro felici rivali hanno aperto!
Speravo di veder Gastone l’indomani, ma egli non venne nè quel dì, nè il dì appresso. Solo nel mattino del terzo giorno mi capitò un suo biglietto: — Cara _Madamigella_ — egli mi scriveva — ho ricevuto l’ordine di andare al Lido con la mia compagnia. Staremo quindi alcune settimane, un paio di mesi forse senza vederci. Intanto addio, e grazie delle offerte del vostro cuor generoso.
La lettera mi parve molto arida, molto breve; certo non era quella ch’io m’attendevo. Temetti che anche l’annunzio del suo trasloco al Lido fosse un pretesto per sottrarsi a confidenze che gli pesavano, e mi sorse nell’animo il dubbio di essere stata indiscreta. Però non tardai ad aver da mia madre la conferma della partenza del capitano. — Il prossimo carnevale — ella mi disse; eravamo allora nel dicembre 1811 — il Visconte de Serges lo passerà tra l’insalata delle nostre isole. Bel divertimento! Ti confesso però ch’egli era divenuto così ottuso da non render punto gradevole la sua compagnia. Pare impossibile come si sia cambiato da un punto all’altro quell’uomo! Già io l’ho sempre detto che i Francesi son matti.... A proposito. E questa guerra c’è o non c’è? Mio marito, che, come sai, bazzica coi grandi, dice sempre che si vedranno cose non più vedute, e che non si può presagire fin dove porteremo le nostre aquile. Vale a dire fin dove le porteranno, chè certo nè lui, nè io vi ci immischieremo. Venanzio, poi, gli è un coniglio.... Ah! ora mi rammento. Voleva dirti un’altra cosa. Sai di quelle nostre magnifiche biblioteche intagliate dal Brostolon. Le son sempre vuote. Mi è venuta l’idea, bada, è venuta a me e non ad altri, che ti potessero convenire. Tu leggi tanto, hai tanti libri! Noi invece.... lo sai, la non fu mai la nostra passione.... Cosicchè, prima di discorrere con alcuno, ne faccio la proposta a te. Sarebbe facilissimo intendersi....
Queste parole significavano per me l’avverarsi del presagio dello zio Baldassare. — Avete adunque imbarazzi finanziari, mamma? — interruppi.
Ella si meravigliò, e mi rispose: — Che grilli ti passano pel capo? Imbarazzati noi? Con Venanzio, che è un amministratore di quella specie, un amministratore che prima di sposarmi aveva messo in sesto due o tre patrimonii rovinati.
— Badate, mamma, che si dice tutto all’opposto.
— Ah! sicuro, ognuno ha i suoi nemici, e Venanzio ne ha più degli altri. Ma le cose sono quali le dico io, non quali le si dipingono dai chiacchieroni della bottega di caffè. Del resto, quanto a noi, grazie al cielo, si nuota nell’abbondanza. E se non vuoi saperne dell’affare che ti ho proposto, non parliamone più....
Povera mamma! Sempre così spensierata.
Invero c’era più da compiangerla che da rimproverarla. Misurai con l’occhio l’altezza delle mie stanze. Le biblioteche ci sarebbero state forse, ma a gran fatica. Nondimeno accolsi la massima dell’acquisto, deliberata d’informarmi intanto dal mio notajo se vi fossero guai serii nelle faccende di mia madre. Io già presentivo che la catastrofe non doveva essere troppo lontana. Se non vi fosse stato che il signor Venanzio di mezzo, avrei assistito con voluttà fredda e crudele alla sua caduta; ma c’era anche colei che, quali fossero i suoi torti, mi aveva data la vita. Potevo essere indifferente al suo destino?
Il giorno medesimo in cui mi si era fitta nel cuore questa nuova spina, la mia cameriera mi comparve dinanzi con due _buccole_ d’oro ch’io non le avevo mai visto prima.
— Il tuo sposo è diventato prodigo? io le dissi.
— Il mio sposo! Mi canzona? È un regalo; indovini di chi?
— Come vuoi ch’io m’immagini?
— Di sua mamma, sua eccellenza la signora Lucietta.
Beata imprevidenza! Forse alla vigilia d’un disastro, mia madre profondeva i suoi doni come ne’ tempi della sua maggiore ricchezza.
Circa alla guerra, nulla di nuovo. Per lunghe settimane fu una continua alternativa di sì e di no. Paolo non era stato ancora chiamato sotto le armi, ma diceva che quell’incertezza era peggiore di tutto, e per confortarsi si ubbriacava ogni sera a spese della sua fidanzata. Quand’era brillo, diventava estremamente bellicoso e proclamava in tuono solenne ch’era assai meglio andare in battaglia che a nozze. — Spendo pur bene i miei denari — rifletteva Giannina, con quel suo fare burlesco, sotto cui era celato un tesoro d’affetto e di sacrifizio. — Quand’è _sincero_ è stolido, quando è ubbriaco è villano.
Intanto Gastone non si faceva vivo. Non un’ambasciata, non una riga. Forse egli sarebbe partito da un’ora all’altra senza dirmi una parola, senza mandarmi un saluto, forse non lo avrei più visto. Non so esprimere il male che mi faceva questo pensiero. La mortificazione, il dispetto di vedermi trascurata erano un nonnulla al confronto del dolore di non vederlo più. Io non ero niente per lui, ma, era ormai inutile che lo dissimulassi, egli era molto per me. Oh! quanto io ero infelice. Giannina se ne accorgeva, e cercava consolarmi con certi argomenti tutti suoi. Ella mi diceva, tra l’altre cose, che gli uomini non capitano pei versi a noi donne che quando hanno bisogno di noi, e che se il capitano, come aveva lasciato trapelare da’ suoi discorsi, contava sul mio ajuto per qualche cosa, stessi pur sicura ch’egli sarebbe venuto a galla.
Così passò buona parte del carnovale 1812, e si può immaginarsi che carnovale fosse per me. Aliena sempre dai teatri, dai ridotti, dai balli, quell’anno condussi una vita claustrale. Non una volta alla _Fenice_, non una sera in piazza San Marco. Mi giungeva appena l’eco dell’allegria popolare, clamorosa in quell’anno forse più del consueto, udivo nella notte il canto di qualche maschera avvinazzata o il sibilo dei fischietti, delizia dei monelli veneziani. Mia madre, per iscarico di coscienza, mi aveva invitata a non so quante feste, e aveva fatto le solite meraviglie ch’io, ricca com’ero, giovane e _nobile_ per parte di lei, mi ostinassi a vivere come una cittadina qualunque, e per peggio lasciassi sfuggirmi tutte le occasioni di cospicui matrimonii. — Sei sempre stata un cervellino — ella concludeva — ma adesso ci dev’essere qualcosa sotto, e scommetto che quel famoso capitano ti ha stregata.
Una mattina del febbraio Giannina comparve nella mia camera per tempissimo. Ella era pallida e con la faccia sconvolta.
— Paolo parte stassera — ella esclamò coprendosi il volto con le mani, e, pronunziate appena queste parole, ruppe in un pianto dirotto.
Si dice che i mali previsti riescono meno penosi. È una verità che patisce di molte eccezioni. L’anima nostra è fatta in guisa che ai timori alterna sempre le speranze. Così non accade quasi mai che si tema per lungo tempo una sventura senza sperar ch’ella non accada, e in questa vicenda di pessimismo e d’ottimismo si forma l’equilibrio a cui l’anima si avvezza. Ma quando la sventura succede, l’equilibrio si sfascia, non si ricordano più i timori, si ricordano le speranze sì a lungo nudrite....
E la povera Giannina ne faceva duro esperimento. Ella aveva scherzato le mille volte, la pazzerella, sulla partenza del suo fidanzato, aveva mostrato non solo di rassegnarvisi, ma di esserne lieta come di cosa che la liberava da una seccatura. In tal guisa ella aveva esaurito tutta la sua forza di resistenza, e ora, sotto il colpo, stava accasciata senza dir parola.
A me pure l’annunzio di Giannina aveva fatto gelare il sangue. Se Paolo partiva, voleva dire che stava per avverarsi ciò che già si era predetto; tutta la guarnigione di Venezia (meno uno o due battaglioni di deposito) era chiamata a Verona per mover di là verso incognita meta. Non bastava la guerra, ormai cronica, di Spagna. Ce n’era in serbo un’altra più grossa. Il capitano Gastone era sicuramente sul punto di lasciar Venezia. O forse l’aveva lasciata! Senza venire da me! Senza rivelarmi il segreto di cui dovevo esser la confidente! Senza immaginar forse ch’io l’amavo, oh sì l’amavo, è vano dissimularlo, e l’amavo più di tutte le altre che gli avevano sussurrato all’orecchio dolci parole, perchè io non pretendevo ricambio all’amor mio, perchè ero rassegnata a chiuder in me stessa i miei spasimi, le mie gelosie, pur di avere un posto ne’ suoi pensieri.
— Meglio esser come te, Giannina — io dicevo, rotto ormai ogni ritegno. — L’uomo che ami parte, ma sei tu che gli dai l’ultimo addio, sei tu che gli fai le ultime raccomandazioni, egli parte riamandoti, ma l’uomo pel quale sento che darei la vita, nemmeno si ricorda ch’io esista, e forse adesso si ride di questa povera donna così ingenua da riscaldarsi il sangue da sola.
Tutto ponderato però, nemmeno la sorte di Giannina era invidiabile.
Paolo, che aveva vestito la divisa militare, venne più tardi ad accomiatarsi da me, e in verità egli non mi pareva tal cavaliere da fare insuperbire la sua dama. Era sempre stata una strana cosa che Giannina se ne fosse innamorata, e lo spettacolo ch’egli dava di sè in quel momento era assai poco decoroso. Quello zotico scimunito, in occasione della partenza, aveva alzato il gomito più del consueto, e non si reggeva in piedi che mutando posizione ad ogni istante per ristabilir l’equilibrio. Ma come gli accadeva sempre quand’aveva bevuto, era arditissimo, e annunciava alla sua bella prodezze memorabili da disgradarne quelle di Rodomonte e d’Orlando.
— Dicono che ci sia la guerra col Russo — egli borbottava: — Oh l’avranno da far con me. L’autocrata delle Russie io gli tiro il collo come se fosse un pollastro. Oh la dev’essere bella! E se vi sarà la guerra con la Russia, non avremo con noi la Turchia?.... Voglio andare a Costantinopoli. Viva il Gran Turco! Viva le donne turche!.... Scusa Giannina, non è per farti torto, ma le donne del serraglio voglio vederle.... Però sempre col dovuto rispetto.... Il buon guerriero non manca di fede alla sua donna. E tu sei quella.... E dopo la guerra si faranno le nozze, con l’intervento della signora Maddalena, che anche lei si sarà sposata in quel tempo.... Viva gli sposi!
Mentre egli farneticava così, la buona Giannina aveva nascosto la faccia nelle palme, e voltatasi verso la parete e a quella appoggiata la fronte, piangeva a calde lagrime. Allorchè egli si mosse, ella lo seguì col capo chino, ponendogli la mano sulla spalla, mentr’egli diceva: — Donne, sempre donne! Timide come conigli e lagrimose come vitelli! Forza, perdio, e specchiatevi nel mio esempio!
Mi accorsi ch’ella non aveva più all’orecchio le belle _buccole_, dono di mia madre, e, come seppi dipoi, ella aveva impegnato oltre a queste anche quelle che io le avea regalate, e dato fondo a buona parte delle sue economie affine di raggranellare un piccolo peculio pel suo Paolo. Poveretta!
Erano le tre, ed io stavo sola nel mio salottino con un libro aperto dinanzi a me, del quale non mi riusciva di leggere una parola, giacchè ad ogni tratto gli occhi mi si offuscavano e io dovevo far forza a me stessa per non iscoppiare in un pianto dirotto. Pensavo al sogno che m’era balenato un istante alla fantasia e che si dileguava così. Pensavo alla mia giovinezza omai volgente al tramonto senza una lieta memoria, senza una dolce speranza, e mi dolevo meco medesima che poichè Dio non m’aveva concesso nè la grazia, nè la bellezza ch’egli profonde a tante donne, egli mi avesse dato un cuore capace d’affetto, un’anima assetata di gentili emozioni. Che mi giova esser ricca, io dicevo fra me, che mi giova vivere ormai se nulla mi lega alla terra? Chi ha bisogno di me? Mia madre corre alla sua rovina, ma sul fatale sentiero ella trova la gioia e la pace dello spirito; a pormi sul suo cammino non riuscirei ad arrestare i suoi passi, ma soltanto ad affrettarle l’ora terribile del disinganno. Le mie picciole amiche del vicinato, le mie alunne si sarebbero data pace fra poco; d’altronde, non avevo io modo, se fossi morta, di lasciar loro l’agiatezza? Anche Giannina, la buona Giannina, che pur mi avrebbe pianto di lagrime sì calde e sincere, non potevo io farla ricca, non potevo mutare i suoi destini piuttosto lasciandola erede di parte delle mie sostanze che vivendo daccanto a lei?
Un colpo bussato al portone mi tolse a queste lugubri fantasie di suicida. Balzai in piedi, tesi l’orecchio, mi rasciugai le lagrime, mi ravviai i capelli sul fronte, diedi un’occhiata allo specchio, tutto nel volger di pochi secondi. Era desso, era il suo passo, la sua voce.
Prima che Giannina o altri fra i domestici lo annunziasse, egli aveva spalancato l’uscio ed era dinanzi a me.
— Maddalena! — egli esclamò.
Io dovevo tenermi alla spalliera della seggiola per non cadere. Egli accorse, e mi sostenne.
— Che avete, Maddalena? — egli disse parendo sorpreso della mia commozione.
Non ebbi che la forza di chiedere: — Partite?
— Questa notte — egli rispose. — Oggi soltanto potei ottenere licenza per qualche ora.... Ma, per carità, Maddalena, che avete? Siete così turbata ch’io non mi sento nemmeno il coraggio di parlarvi d’un affare mio, d’un affare che mi sta tanto a cuore!
Queste parole produssero in me una vera trasformazione. Era dunque giunto il momento in cui sarei stata messa a parte dei suoi pensieri, in cui avrei potuto provargli quanto più fida amica gli fossi delle beltà lusinghiere ch’egli incontrava nelle sale patrizie. Ricomposi il volto alla calma, mi sforzai di sorridere, e ripresi il mio posto invitandolo a sedere.
— Oh se sapeste, Maddalena — egli ripigliò a dire — volevo scrivervi, ma fino a ieri non seppi risolvermi ad alcun partito. Mi ascolterete voi con animo benevolo? Mi perdonerete se, pochi mesi addietro, a voi estraneo del tutto, oso chiedervi oggi ciò che si chiederebbe appena ad una sorella?
— Parlate, Gastone: — io sclamai — parlate per amor del cielo. Tutto quello che può fare una donna — fui sul punto di dire _una sorella_, ma non so perchè la parola non volle uscirmi dal labbro — tutto quello che può fare una donna che vi è sinceramente affezionata, ve lo giuro, io farò.
— Egli mi prese vivamente la mano, e la portò alla bocca coprendola di baci.
— Grazie, Maddalena, grazie.
XII.
— Non è una storia lieta, o Maddalena, quella ch’io sono per raccontarvi — cominciò il capitano — non è nemmeno una di quelle storie che si narrino solitamente alle giovanette. Pure, come potrei ricorrere alla vostra bontà, dissimulando il vero o dicendolo a mezzo?
Quattro anni fa, io ero di guarnigione in Verona. Ero giovane, allegro, e, sotto alcuni rispetti, assai poco scrupoloso. Venivo di Spagna, ove avevo durato fatiche e corso pericoli senza numero, e non mi pareva vero di occupare ormai negli spassi galanti il tempo ch’io avevo impiegato fino allora ad ammazzare e a rischiar di farmi ammazzare. Menai una vita dissipata, che non intendo descrivervi e della quale non ho punto ragione di andar superbo. Tuttavia le mie avventure nel mondo elegante non ebbero altre conseguenze che di qualche colpo di sciabola dato o ricevuto, ciocchè per un militare si chiama uscirne assai a buon mercato. Gl’imbarazzi dovevano nascere ov’io me li sarei meno aspettati. Dimorava vicino alla casa ov’io ero d’alloggio una fanciulla del popolo, orfana d’ambo i genitori, e rimasta in cura a due lontani parenti, marito e moglie, gente senza pudore e senza coscienza. Ella era bellissima, e aveva inoltre un fare ingenuo e verginale che contrastava singolarmente con la sfacciataggine de’ suoi _ospiti._ Appariva manifesto che quegli sciagurati miravano a trar partito dall’avvenenza di lei, e poich’ella non s’acconciava ai loro voleri, le facevano subire mille maltrattamenti. La poveretta andava ogni mattina al suo lavoro cogli occhi gonfii di lagrime, e ne tornava ogni sera con lo sgomento dipinto sul viso, per gli amari rimbrotti, per le ciniche proposte che l’attendevano nel tetto domestico. Pur nè i segni del pianto, nè l’ansietà che corrugava la sua fronte di sedici anni toglievano alla sua bellezza. O piuttosto anzi ell’era, nella sua malinconia, più seducente. Accadde una volta ch’io sentissi scagliarsi un nugolo d’impropérii contro la giovinetta, nè questa era cosa nuova. Però agl’improperii successero le minaccie, e udii, o mi parve, la voce della fanciulla che chiamava aiuto. Obbedendo agl’impulsi dell’umanità, fui d’un salto in istrada, non ebbi che a spinger con forza la porta contigua alla mia, e fatto pochi gradini di legno, mi trovai in una stanza sudicia e affumicata, ove un omaccione teneva per ambe le braccia l’Emilia (era questo il nome della ragazza), mentre una donna piuttosto attempata, dall’aspetto di megèra, le menava spietatamente schiaffi e pugni sul viso. Un bellimbusto tutto odorato di muschio se ne stava in un angolo, dicendo con voce melliflua e sottile: — Fate piano, è meglio andar con le buone. — Al mio comparire il giovinotto se la svignò rapidissimo, e i degni coniugi lasciarono la loro vittima e rimasero immobili, allibiti. Non so che sarebbe accaduto di loro se la fanciulla, rasciugandosi la bocca sanguinolenta, non si fosse interposta, e non mi avesse scongiurato di risparmiarli. Tuttavia non mi mossi di là senz’aver prima dichiarato che al rinnovellarsi di una scena simile le cose non sarebbero passate sì lisce, e che chi avesse posto le mani addosso all’Emilia l’avrebbe avuta da far con me. Sotto l’aspetto contrito delle due creature abbiette e vilissime che mostravano di non aver più sangue nelle vene per la paura, si sarebbe forse potuto scorgere un risolino beffardo, a cui allora non posi mente, ma che mi tornò poscia più volte al pensiero come il presagio di ciò che doveva succedere. L’istinto perverso rendeva indovine quelle anime prave. L’ufficiale apparso così in buon punto come nemico avrebbe finito coll’essere un efficace alleato. Ciò che essi volevano che avvenisse della loro Emilia, sarebbe avvenuto. Io credevo di averla salvata e l’avevo perduta.... Non fu d’altri, fu mia. Con che arti ingannassi la sua buona fede, con che menzognere promesse vincessi la sua ritrosia, io non ve lo dirò, o Maddalena. Ho già troppo parlato. La è una brutta pagina della mia vita, nè il seguito della mia narrazione basterà a scancellarla. La fanciulla aveva un presentimento della sua caduta; pur non disperava ancora di me, pur non sapeva ancor persuadersi che l’uomo il quale l’aveva difesa contro coloro che volevano trascinarla alla colpa, ve l’avesse trascinata egli stesso per lasciarla nel fango.