Part 7
I magnati della parrocchia, tostochè io presi stanza nella nuova dimora, vennero a presentarmisi con grande solennità. Lo speziale e fabbriciere mi disse che aveva una nipote assai a modo, assai colta, la quale pareva deliberata a non maritarsi, e sarebbe andata orgogliosa di fare la mia conoscenza. Il vicario, ch’era stato uomo di lettere e aveva conosciuto Gaspare Gozzi, si diede premura di offrirmi i suoi omaggi e di farmi sentire alcuni suoi componimenti poetici. Veniva poi di tratto in tratto il mio notajo accompagnato dal figlio d’un suo cugino ch’egli aveva preso nello studio seco, e ch’era un giovane sui ventiquattro a’ venticinqu’anni, di molti sospiri, di poche parole e di pochissimo sugo. Questi personaggi erano i frequentatori più assidui d’una piccola conversazione ch’io tenevo il lunedì sera, cedendo alle istanze di don Gaudenzio, il vicario, il quale, dopo fatto il chilo a casa sua, sentiva il bisogno di aiutar la digestione col discorrer di Gaspare Gozzi presso qualche conoscente. Non mancavano poi i visitatori avventizi, gli spasimanti della mia dote, fattisi introdurre con l’uno o con l’altro pretesto, non mancava infine un pajo delle vecchie relazioni di casa rimastemi fedeli anche dopo la mia trasmigrazione. Si troverà abbastanza strano che, giovane, indipendente, ricca, io non sapessi farmi centro d’una società più vivace, ma il fenomeno si spiega presto; chi consideri il mio carattere e le condizioni della società veneziana d’allora. Di quella d’adesso non so davvero; è tanto tempo ch’io vivo fuori dal mondo! Quarant’anni addietro, insomma, una società, all’infuori dell’aristocratica, in Venezia non c’era. La sapienza del nostro patriziato se n’era ita da un pezzo; erano rimaste negli uomini le tradizioni del lusso, nella donna era rimasto il brio schietto e spontaneo che, unito alla venustà delle forme e alla facilità dei costumi, ne rendeva la conversazione desiderata e attraente. Quanto di migliore il resto d’Italia e d’Europa mandava fra noi affluiva volonteroso in quelle case, in quei crocchi, chiusi in generale ai Veneziani che non fossero nobili, ma aperti ai forestieri di tutte le classi, pur che avessero una riputazione qualunque di ricchezza, o d’eleganza, o d’ingegno. Artisti e poeti trovavano ogni sera accoglienze ospitali in appartamenti sfarzosi, giocondati dai sorrisi di donne bellissime e dal fascino d’un dialetto incantevole. Chi traversava la notte i canali nella gondola taciturna, vedeva splender le faci dietro i finestroni degli storici palazzi, e udiva accordi di musiche e scoppiettìo di voci allegre da far credere che Venezia tenesse ancora lo scettro dei mari e fosse all’apogeo della sua potenza e della sua gloria. A chi però non aveva modo di varcar le soglie delle case patrizie, e non amava mescersi al chiasso dei bagordi popolari, ai lunedì del Lido, alle sagre romorose ove dalle baracche di legno destinate alla confezione dei tradizionali _bigné_ uscivano colonne di fumo puzzolente, e i merciai ambulanti assordavano con le loro grida, a chi, insomma, cercava modesti e casalinghi ritrovi era risposto inesorabilmente: _Sta solo_. Mancava una classe che, non ripetendo l’esser suo dai fasti e dalla ricchezza degli avi, ma dal suo lavoro presente, pur nutrisse nell’anima il culto delle cose belle e gentili, e superando il patriziato per la serietà dei propositi, gli si accostasse per la cortesia delle forme e per la raffinatezza dello spirito. Solo ch’io avessi voluto, quel mondo elegante mi sarebbe stato aperto, nè il mio cognome _borghese_ vi avrebbe fatto ostacolo. Mia madre era nobile e l’aristocrazia veneziana ebbe sempre una certa indulgenza pei nati di madre nobile, anche se il padre era plebeo. Generalmente anzi il padre non si conta. O che cosa è un padre? La signora ha certo commesso un error grossolano nello sposare un uomo _senza nascita_, ma, via, alla fin fine vi possono essere state le sue buone ragioni, può essere stato un capriccio della famiglia, e non bisogna poi tenergliene il broncio tutta la vita. Pur ch’ella mostri di non aver troppo rispetto pel suo consorte, pur ch’ella insegni ai domestici a tirare una linea di confine tra _lei_, eccellenza, e _lui,_ semplice cittadino, le si fa grazia e la si tratta come s’ella non fosse uscita mai dell’ovile. Quanto a’ suoi figliuoli, si può amnistiarli anch’essi fintantochè sono giovani, non hanno una posizione indipendente e posseggono discernimento bastevole per sapere che la genitrice d’illustre prosapia deve essere amata e venerata in grado molto maggiore del signor padre di oscure ed umili origini. Più grave è il caso inverso, quando il gentiluomo s’impalma con una semplice cittadina. Allora la casta è veramente ferita sul vivo. Non si tratta soltanto d’una persona che ne esce, come avviene allorchè la gentildonna accetta un marito che non è suo pari; si tratta d’una famiglia patrizia che consente a lasciar infiltrare una vena di sangue comune nel suo sangue blù, e che poi, col prestigio del suo gran nome, coprirà gli ibridi prodotti di questo pasticcio, come copriva per lo addietro i frutti dei connubi purissimi. Diamine! qui c’è anche la frode. I figli del plebeo e della patrizia non potranno mai dimenticare che sono di una razza inferiore ai nobili; i figli del patrizio e della plebea lo dimenticheranno invece senza dubbio quando non lo si richiami spesso alla loro memoria. Comunque sia, le idee alle quali io ero stata nudrita, gl’insegnamenti della persona che io avevo stimato sopra tutte le altre, mi avevano fatto sorger nell’anima una ripugnanza invincibile verso quella società tutta lustro ed orpello, e benchè io non fossi cieca al punto da disconoscerne le attrattive, non m’ero indotta mai ad entrarvi. Le ultime vicende, com’era naturale, me ne avevano cresciuta l’avversione e me ne avrebbero a ogni modo reso più malagevole l’ingresso. So che mi ci si biasimava senza ritegno. Una giovinetta che aveva per madre una Rezzinelli! Fare uno scandalo di quella sorte! E ci fosse stata almeno una ragione seria! Fuggire di casa con un amante, s’intende, ma lasciare il domicilio unicamente perchè la madre, perduto il primo marito, ne piglia un secondo che non vi accomoda, è una pedanteria di cui non è capace che una _borghese_, brutta ed antipatica per soprammercato. Insomma, io conoscevo di vista soltanto quelle brillanti gentildonne, alcune delle quali non passarono senza lasciare un’eco dietro a sè; le vedevo o mollemente sdrajate nella gondola voluttuosa, o percorrenti con una cascaggine tra l’affettato e il naturale le nostre maravigliose _procuratie_, appoggiandosi al braccio dell’uno o dell’altro cicisbeo, e cinte da uno stormo di adoratori più o meno illustri, fra cui un giorno si notava Antonio Canova, un altro Ippolito Pindemonte, un altro ancora Francesco Aglietti, e, posteriormente al periodo entro cui si compie questa mia storia, Giorgio Byron, sebbene, lievemente difettoso com’egli era, schivasse di andarsene a piedi. Ed esse poi, le gentildonne famose, erano, per tacer d’altre, la Renier Michiel, la Benzoni, la Teotochi Albrizzi, osservatrice acutissima, esperta del pari nelle arguzie della parola e nel maneggio della penna. Fui da lei una sola volta, a undici o dodici anni, accompagnata da mia madre che la visitava sovente, e m’accorsi subito di non esserle piaciuta. A lei, innamorata del bello, non poteva andar a sangue la mia persona angolosa, lunga, sottile, a lei, tutta brio, non poteva esser simpatico il mio fare severo, impacciato, confuso. Ero ancor fanciulla, ma dal fiore s’indovina il frutto, e la sagace patrizia deve aver capito subito ch’io non sarei mai divenuta nulla d’elegante e di leggiadro. Siccome poi le impressioni che si ricevono non sono, molte volte, che il riflesso di quelle che si destano, io pure serbavo un pochino di ruggine verso colei che mi aveva squadrata da capo a piedi, aveva atteggiato le sue labbra aristocratiche a un leggiero sorriso, e s’era lasciata leggere sulla fronte in lettere cubitali: _Mi sei uggiosa_.
Ma basti di ciò. Io ero entrata nel mio nuovo sistema di vita con ben altre idee che quella di farmi il centro d’un ritrovo brillante, e di volgere le mie ricchezze alle cene, ai balli, alle veglie fastose. Conoscere, se me ne fosse capitato il destro, qualche persona di vero merito, coltivare il mio spirito, fare un po’ di bene intorno a me senza chiasso e con retto criterio, ecco il fine ch’io avevo assegnato alla mia modesta esistenza. V’era in ciò un fondo d’egoismo? Agivo io soltanto nello scopo di sottrarmi alla lotta, di affogar nei comodi materiali gli ardori importuni della giovinezza? Lo ignoro. Mi alzavo per tempo, e la mia prima visita era pe’ miei vasi di fiori, i quali, per la massima parte, passavano la state all’aria aperta in altana, e l’inverno scendevano a tenermi compagnia in un salottino ov’io avevo fatto venire da Parigi apposta per loro un mobile elegante a parecchi piani. Ivi sbocciavano in silenzio sotto a’ miei occhi le aristocratiche camelie, che s’erano formate già una certa riputazione per la rarità della specie e la bellezza del colore; ivi si aprivano in marzo i pallidi giacinti schierati in fila sulla mensola del caminetto entro le loro bottiglie. Ed ivi poi si vedevano in tutte le stagioni alcune pianticelle di geranii e di amorini, con cui mi pareva d’aver fatto una particolare amicizia, tantochè avrei giurato che quand’io li inaffiavo ed essi rizzavano il capo, mi dicessero: _grazie_. Più tardi ricevevo ogni giorno tre o quattro fanciulle povere del vicinato, ch’io avevo preso sotto la mia protezione e a cui frattanto insegnavo a leggere e scrivere. La tenerezza per l’infanzia, ch’era stato uno de’ primi sentimenti svegliatisi nell’anima mia, e che si era raffreddata ad un punto quando una strana ripulsione mi allontanò dalla piccola Clara, quella tenerezza si rifaceva or più viva che mai. Qualche volta mi balenava l’idea di adottare una fra quelle creaturine per mia figliuola; intanto ero con tutte gentile, espansiva, vivace. Giannina (adulatrice!) mi diceva ch’io divenivo persino bella quand’ero in mezzo a quella nidiata, tanto dolce era il sorriso che mi si dipingeva sulle labbra e negli occhi. E come le capitavano volentieri da me, le fanciulle! Con che franchezza mi dicevano i loro piccoli affannucci, o i loro desiderii, e i loro pensieri! Per solito mi chiamavano rispettosamente _signora_, ma nei momenti d’espansione si lasciavano sfuggire l’epiteto più carezzevole di _amia_, zia. Allora, se io le avevo udite, arrossivano fino alla radice dei capelli, e si nascondevano il viso nel grembialino. Ma io non mi scandolezzava di quell’appellativo confidenziale, e a poco a poco, quando uscivo di casa a piedi, sentivo bisbigliar nei crocchi infantili della parrocchia: — _Guarda la zia Maddalena_. Benchè avessi la gondola, me ne valevo di rado, e preferivo far lunghe passeggiate in compagnia di Giannina, fattasi ormai una cameriera di garbo. Andavamo pochissimo in piazza, spesso nei luoghi meno frequentati di Venezia. La gente s’era ormai avvezza a vederci, conosceva, se non il nostro nome, il nostro grado rispettivo e soleva bisbigliarci dietro:
— _La cameriera compra di gran lunga la padrona_. Non c’era nulla da ridire a una verità tanto assiomatica; tuttavia, a sentirla ripetere ad ogni piè sospinto, mi si affacciavano mille riflessioni alla mente. Pensavo all’eterna gioventù di mia madre, alle grazie del suo viso e della sua persona, al fascino ch’ella aveva esercitato sulla società e che la società aveva esercitato su lei, e sorprendevo talora in me stessa un sentimento che somigliava all’invidia. Indi accusavo la mia severità intollerante, e mi dicevo con amarezza che la virtù non era poi tanto difficile quando la natura era stata matrigna. Ma, in complesso, erano ubbie passeggiere, e l’equilibrio del mio spirito si ristabiliva senza troppo sforzo. Quand’ero in casa, leggevo senza misura nè tregua. Ai libri che lo zio Baldassare mi aveva lasciato, io andavo aggiungendo tutte le pubblicazioni nuove che uscivano in Italia ed in Francia e che un libraio di Milano era incaricato di spedirmi. A ore perse scarabocchiavo le mie impressioni. Se avessi imparato tutto quello che ho letto, se avessi tratto un reale profitto da tutte le mie indagini capricciose, sarei pur divenuta una donna sapiente. Ma mi pare che accingersi allo studio sia un po’ come mettersi in cammino. Chi ha una meta e vi si avvia risolutamente, stando in moto anche un palo d’ore al giorno soltanto, fa più strada di chi, senza scopo alcuno, va girelloni dal levar del sole al tramonto. Del resto, io non avevo ambizione, o ne avevo troppa, cose che si equivalgono, come si equivale lo starsene nel proprio nicchio o il voler fare un viaggio nella luna. Delle mie cognizioni, quali esse fossero, non menavo vanto, e forse, se non si fossero visti grandi mucchi di libri su tutte le tavole, le cornici, i canterali della casa, nessuno mi avrebbe giudicato una donna alquanto diversa dal comune. Prima di continuare nel mio racconto, devo dare ancora alcuni tocchi a questa pittura della mia vita; quindi prendo fiato e ripiglio.
IX.
E, innanzi tutto, che cosa avveniva di mia madre, e quali erano le mie relazioni con lei? Ella, che aveva pianto dirottamente e s’era strappati i capelli all’annunzio del mio fermo proposito di lasciarla e di viver da sola, a poco a poco s’era data pace e forse s’abituava senza volerlo a non aver dinanzi a sè un censore importuno. Non conobbi mai natura meno artificiosa della sua. Sincera prima nel suo dolore, ella era poi sincera altrettanto nella sua calma. Sposando il signor Venanzio, ella aveva soddisfatto il più ardente de’ suoi desiderii, quello di poter slanciarsi nel _suo_ mondo, di poter aprire il suo quartiere alla miglior società. Inoltre s’era messa in regola con la coscienza, aveva acquietato certi suoi scrupoli religiosi fattisi vivi in lei negli ultimi anni. Il nuovo marito, dal canto suo, pago di essersi assicurato (o lo credeva almeno) un avvenire di agiatezza e di tranquillità, non si opponeva in alcuna guisa ai suoi gusti. Egli, che in realtà, esercitava una influenza illimitata su lei, in apparenza le serviva da figurante, era diventato il marito di Sua Eccellenza, e lasciava che, invece di chiamar mia madre la signora Rezzinelli-Agliucci, si chiamasse lui il signor Agliucci-Rezzinelli. Ciò poco gli premeva, egli aveva la libera amministrazione della sostanza e non bramava di più. Dicono anche ch’egli facesse affari, non tutti lisci e non sempre felici. Avaro non era sicuramente, e mia madre non aveva mai trovato così allentati i cordoni della borsa. La casa era tutta dipinta ed ammobigliata a nuovo, il numero dei famigli era cresciuto, e per la sala, resa più buia da certe tende a larghe frangie e a drappelloni di stoffa oscura che ne mascheravano le ampie finestre, passeggiava da mattina a sera maestosamente un servo in livrea con l’unico ufficio di aprire e di chiuder gli usci. Un pennello sacrilego aveva ritoccato nei loro medaglioni le immagini dei vecchi avi materni. Erano sparite le tinte calde che il tempo aveva abbrunate. L’armatura del guerriero di Candia aveva assunto un pallido colore di squama di pesce, gli occhi dell’inquisitore, già cupi e profondi, erano divenuti sentimentali e svenevoli, e il suo mantello rosso pareva la raccolta di tutte le creste dei galli del pollivendolo. I libri dello zio Baldassare formavano parte della mia eredità; erano però rimaste a mia madre, come cose di famiglia, le biblioteche scolpite dal Brustolon, e, in attesa di nuovi ospiti che venissero a popolare i vuoti scaffali, la stanza era occupata da due pappagalli e una gazza, che il signor Venanzio ammaestrava nelle ore del mattino. Del resto, mia madre aveva il tatto di non discorrermi quasi mai di suo marito. Fra lei e me ci vedevamo due volte per settimana. Un giorno ella si recava a casa mia, un altro io le rendevo la visita. Ella mi riceveva sorridente, festosa, amorevole, con una ingenuità quasi infantile, tanto da farmi ricordare la bella mammina che s’era accompagnata a’ miei giuochi e ch’io avevo adorata ne’ miei primi anni come un tipo di perfezione. Della sua vita intima mi parlava di rado. Amava principiare i nostri colloquii con qualche proposta di matrimonio. Io cominciavo col riderne, ma s’ella si lasciava sfuggire una frase troppo comune: — Non capisci che vogliamo farti entrare nei _nostri?_ — io mi rannuvolavo, ed ella passava ad un altro argomento con la volubilità con cui la capinera salta dell’una all’altra frasca. E allora mi descriveva i suoi balli, e la sua acconciatura dell’ultima festa, e quella della festa ventura, e come fossero vestite le bellezze più in voga del tempo, e com’ella avesse danzato fino al mattino, e via via. Poi, colta da un pensiero, si picchiava la fronte e gridava: — Orsù, tu t’annoi, non è vero? — E, dandomi un bacio, diceva a modo di conchiusione: — Andiamo, signora nonnina, perdoni alla nipote. — Curiosa donna! Sul più bello tornava alla carica circa al matrimonio, e, s’io non le badavo, correva dietro a una sua fantasia prediletta e sclamava: — Capisco che tu vuoi maritarti a tuo modo. Io mi rifarò su Clara. Quella lì deve maritarsi secondo i miei gusti. Devono essere i primi giovani del paese quelli che andranno a gara per averla in isposa! — E pronunziava certi nomi sonori come se già le si fosse presentata una ventina di postulanti ed ella non avesse che l’imbarazzo di scegliere. Allorchè ella veniva a casa mia, portava sempre qualche regaluccio per me o per Giannina, girava tutte le mie stanze, guardava il mio ricamo e confessava di sapere appena tener l’ago, si cacciava le mani fra i capelli vedendo libri da ogni parte, e non capiva come si potesse tener tanta carta senza esser tormentati dalle tignuole; si ravviava il vestito fermandosi davanti a un nitido specchio di Murano che ornava il mio salotto; spiccava qualche fiorellino da’ miei vasi e non rimaneva tranquilla un istante. La sua bella voce armoniosa suonava come un gorgheggio d’usignolo per le mie stanze. Era felice? Chi lo sapeva? Solo un dì credetti scorgere un velo di stanchezza sulla sua fronte. Essa era appunto nel mio salotto, ed esaminava la stoffa di alcune tende, alla divisa che vi erano state messe da poco. Ad un punto mi chiese:
— Tu non ricevi quasi nessuno?
— Pochissimi — rispos’io.
— Nè il tempo ti par lungo?
— Tutt’altro!
— Non ti capisco, ma t’invidio.
— Davvero, mamma?
— Sì, perchè non hai bisogno di stordirti.
— Ma voi, dunque, questo bisogno lo avete?
Ella stette un momento perplessa, poi si nascose il volto fra le mani, sì ch’io credetti quasi che piangesse. Però si ricompose in un attimo, sorrise del suo sorriso più bello, diè una scrollatine di spalle, e mormorò: — _Sciocchezze!_ — Scosse il campanello per chiamare la mia cameriera, affinchè le desse uno spillo e l’ajutasse a mettersi il cappellino e lo scialle, fece svegliare i barcajuoli che dormivano saporitamente in gondola, e scese la scala col passo leggiero ed elastico d’una giovane diciassettenne che non ha nè memorie che la turbino, nè timori che la sgomentino.
Giannina, che l’aveva accompagnata sino alla gondola, mi ricomparve dinanzi ridendo, tantochè io le chiesi che cosa avesse.
— Ah! — ella rispose — Sua Eccellenza la signora Lucietta ha un certo modo.... Mi pose una mano sotto il mento come s’io fossi una bimba, e volle ch’io la guardassi in viso, indi esclamò: Sai che tu sei divenuta veramente una bella donna, o Giannina? E non trovasti ancora nessuno che te lo dicesse?
Quando mia madre le fece questa parlata, Giannina aveva già ventisette anni compiti ed era realmente una bella donna, un tipo degno del Veronese. Povera Giannina! Chi se lo immaginerebbe vedendola oggi così spelata e grinzosa e con tre soli denti in bocca? Ma quarant’anni fa la era cosa ben diversa. Che capelli, che occhi, e che spalle sopratutto! Sono andate giù di moda quelle spalle. Adesso o un grasso indecente o una magrezza sfacciata. Tutto polvere di cipro, stecche e cotone! Moltissimi avevano detto a Giannina ch’ella era bella, ma ella non aveva dato retta che a un solo, e, secondo me, al peggiore de’ suoi spasimanti. Era un artigiano lungo di statura e corto di cervello, più giovane di lei, e senza voglia di lavorare. Alla prima leva ordinata dai Francesi lo avevano fatto soldato, ma dopo esser rimasto per qualche tempo sotto le armi venne rimandato in patria in permesso, salvo ad esser richiamato appena ve ne fosse il bisogno. Giannina, che aveva giudizio da vendere, non s’illudeva certo sui meriti del suo innamorato, e anzi diceva senza troppi complimenti che a voler esser sinceri bisogna confessare ch’egli diveniva sempre più scemo, ma io credo ch’ella lo riamasse per compassione, che è una tra le forme d’amore più comuni in noi altre donne, quantunque non sia tra le più lusinghiere pegli uomini che ne sono l’oggetto. Paolo, chè tale era il suo nome, disoccupato spessissimo, suggeva intanto il borsellino della sua fidanzata, la quale, ogni volta ch’era richiesta di danaro, dichiarava esplicitamente di voler rompere questa relazione, e, ogni volta che l’aveva pagato, sentiva in cuor suo d’esser più affezionata di prima a quel bel mobile del suo sposo. Ella gli aveva scoperto una buona qualità, ed era quella di _lasciarsele dire_. Ciò significava che riceveva con molta filosofia le lavate di capo. — E sa ella — mi diceva spesso Giannina — che vantaggio sia quello di avere una persona con cui si possa prendersela per qualunque cosa vada a rovescio? — Quanto al matrimonio, non avevano fretta nè l’uno, nè l’altra, e a ogni modo non c’era da pensarvi finchè Paolo con avesse ricevuto un definitivo congedo. In complesso era un amore calmo, tranquillo, che non impediva a Giannina di attendere ai fatti suoi con molta solerzia e molta intelligenza.
Il tempo è una cosa che, quando è presente, par lunga, e quando è passata, non s’intende mai come fuggisse sì rapida. Conducendo una vita monotona, priva di gagliarde emozioni, io ero giunta a ventiquattr’anni. Il giorno in cui un bel braccialetto regalatomi da mia madre mi annunciò ch’io li avevo compiti, non potei vincere un senso di dolorosa sorpresa. Ero arrivata fino a quel punto, avevo toccato l’età dopo la quale la giovinezza della donna declina, senza raccogliere che arida sabbia sulla mia via. Simile a chi, guadagnata la cima d’un poggio, volge il guardo al cammino percorso e vede lungo le siepi del sentiero le rose, di cui, passando, non avvertì che le spine, io così, volgendomi indietro, vedevo fiorito e ridente il calle che avevo trovato sì melanconico e nudo, e mi sembrava un’amara ironia ch’esso tal m’apparisse quand’io non potevo più ricalcarlo.
Non so se questi pensieri mi si leggessero sul viso in quei giorni, so che la signora Elena, nipote dello speziale e fabbriciere, nel farmi gli augurii d’occasione, mi disse: — Cara Maddalena, non bisogna poi credere che ventiquattr’anni sian molti, li ho compiti un anno fa, e non mi sento per questo men giovane. Credetelo, cara amica, l’età nostra è la vera età in cui una donna può destare affetti seri. — E nel mentre ella concludeva questo discorso, la punta del naso le si andava facendo d’un bel color pavonazzo, segno infallibile della commozione del suo cuore. Non ho mai capito il perchè di questa relazione costante tra il cuore ed il naso della signora Elena; è certo tuttavia che questa relazione c’era e tradiva i riposti sentimenti della pretenziosa zitella. Il naso di lei era come un barometro. Esso segnava lo stato meteorologico della sua anima.