Il quaderno della zia

Part 2

Chapter 23,934 wordsPublic domain

Oh! ben io rammento il vecchio palazzo che mia madre, ultimo rampollo d’una famiglia patrizia decaduta, aveva portato in dote al babbo, negoziante arricchitosi nel commercio colla Dalmazia e la Grecia. Di quel palazzo non ho però mai compreso una cosa: perchè lo si fosse fabbricato sopra un canale interno, sucido e angusto in guisa che soltanto i gatti dagli abbaini e dai tetti delle case di fronte potevano vederne l’intera facciata. Ma! I nostri nonni erano pur curiosi. Rammento la lunga sala un po’ buia co’ suoi finestroni a vetri ottagoni, con le sue pareti a stucchi, co’ suoi gran medaglioni sulle soprapporte. E in quei medaglioni mi par di vedere ancora i ritratti ad olio degli antenati di mia madre, quali in corazza, quali in toga senatoriale. L’uno avea preso parte alla guerra di Candia, l’altro aveva manipolato le leggi, quello lì in fondo poi, con quel viso arcigno e severo, era stato nientemeno che inquisitore. Non so perchè, quando Angelo, il vecchio barcaiuolo, mi prendeva in braccio perchè io vedessi meglio quel mio famoso trisavolo, io sentivo venirmi la pelle d’oca, ciò che non m’impediva però ch’io mi gonfiassi alquanto, pensando d’avere avuto un parente di quella fatta.

Angelo aveva servito come gondoliere il mio nonno materno, ed era il solo personaggio della casa che conservasse gelosamente le tradizioni aristocratiche. Era ormai pensionato, ma per tutto l’oro del mondo non avrebbe ceduto ad altri la funzione di spazzar via le tele di ragno dai ritratti gentilizi. Egli adoperava a tal’uopo una granata di straordinaria lunghezza, che soleva aver domicilio in un angolo della sala e che nessuno, all’infuori di lui, poteva toccare. A me piaceva molto di assistere alle sue abili manovre con quell’arma portentosa, e, per un tacito accordo, egli soleva farmi chiamare prima di accingersi alla grande impresa. Come si può creder le cure più minuziose erano consacrate al ritratto dell’inquisitore, e Angelo trovava invariabilmente che, quando le ragnatele non ne deturpavano la fisonomia, egli aveva tutto l’aspetto di persona, severa sì, ma di ottimo fondo. Un’altra occupazione del valent’uomo era quella di caricare ogni domenica l’orologio a pendolo infisso alla parete della sala. L’orologio era antico e sentiva i danni dell’età, per cui, se in origine, caricato alla domenica, faceva il debito suo fino alla domenica successiva, negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine di fermarsi nella giornata del sabato. Angelo però non mutava sistema; diceva che pel corso di cinquant’anni, sotto Sua Eccellenza Andrea, e Sua Eccellenza Pasquale, e Sua Eccellenza Gasparo, aveva fatto così, e che così farebbe tutta la vita, e che gli orologi non si devono tormentare. Io avevo molta stima di Angelo, ma quando la mamma sul dopo pranzo del sabato mi mandava in sala a veder che ora fosse, e io, trovando le sfere sempre al medesimo posto, non sapevo che cosa rispondere, dicevo sommessamente che, in onta a ciò che si usava sotto le loro Eccellenze Andrea, Pasquale e Gasparo, non sarebbe stato un delitto il caricare quell’orologio ogni sei giorni, invece d’una volta per settimana. Angelo aveva poi un difetto molto più grave. La sua devozione per mia madre era illimitata, ma col babbo si teneva in sussiego, ed era facile accorgersi che non lo aveva nelle sue grazie. Un giorno si arrischiò fino a dire — Non ho mai capito perchè Sua Eccellenza la signora Lucietta abbia preferito di sposare il padrone anzichè il nobil uomo Antonio Renier, che apparteneva ad una gran famiglia, e che non potè sopravvivere al suo rifiuto. —

Io ripetei questa frase alla mamma, che mi sgridò e mi fece divieto di passar tanto tempo in cucina. Ma la legge non fu osservata che quarantotto ore.

Quanto a mio padre, egli aveva un numero infinito di faccende, e fuori che a pranzo, lo si vedeva pochissimo. Nondimeno io gli volevo bene, e quantunque sapessi che ci correva molto tra lui e l’avo inquisitore, non potevo acconciarmi all’opinione sfavorevole di Angelo sul conto suo. Egli mi parlava con calore straordinario d’un mio fratello chiamato Carlo, che contava parecchi anni più di me, e ch’io non avevo mai visto, perchè s’era assentato di Venezia poco dopo la mia nascita, e stava compiendo in Francia la sua educazione. Di là scriveva certe lettere lunghe lunghe, che il babbo non rifiniva mai di leggere, e di trovare assai interessanti, perchè descrivevano, diceva lui, avvenimenti strepitosi, i quali accadevano in Parigi. Mia madre invece non pareva aver grande simpatia per questo ragazzo, del quale discorreva di rado e di malavoglia. Quanto a me, non capivo come una donnina giovane qual’era mia madre, potesse avere un figliuolo così grande e grosso. Esposi i miei dubbi in cucina, ove mi si disse che Carlo era nato da un’altra moglie del papà. — Dunque — sclamai sorpresa — io ho due mamme. — La qual sentenza produsse un’ilarità sconfinata nella servitù, e distraendo l’attenzione di tutti i presenti fu causa occasionale che il gatto _Mauli_ saltasse dall’impiantito sulla tavola, dalla tavola sulla scansia, e dalla scansia sulla gabbia del canarino _Joli_, che rimase salvo per miracolo, ma perdette da quel dì il buonumore. In questo grave avvenimento ammirai per la prima volta la presenza di spirito di Giannina, l’aiutante femminile del cuoco. Visto che il micio stava aggrappato alla gabbia con le due zampe anteriori, e in sì disagiata posizione faceva una specie di altalena che avrebbe terminato inevitabilmente con una catastrofe, pose una sedia sopra la tavola, vi montò sopra, ghermì bravamente _Mauli_ per la collottola e lo slanciò nello spazio. Bellissima impresa per una fanciulla di dodici anni, chè quel giorno Giannina non ne aveva di più. Mentre si compivano sì eroiche gesta, Angelo, che prendeva le cose sul serio, mi spiegava come i bimbi non potessero avere due mamme, nè gli uomini due mogli in una volta (a meno che non fossero turchi, che Dio scampi e liberi), e come quindi la madre di Carlo fosse morta prima che S. E. la signora Lucietta sposasse il babbo. Io ricordo che tutte queste spiegazioni mi produssero in capo una grandissima confusione.

La mamma era un angiolo di bellezza; vestiva da regina ed era caritatevole per modo che, nelle rare volte in cui escivamo di casa a piedi, essa dispensava ai poveri tutto il danaro che aveva in borsa, e se non l’era sufficiente, se ne faceva prestare dai conoscenti che incontravamo per via. Da certi colloquii che m’era riuscito cogliere qualche volta, capivo anzi che le si faceva colpa di spendere troppo, non solo in carità, ma anche in oggetti di acconciatura, onde arrivavano a casa innumerevoli polizze da tutti i bottegai delle _Mercerie_. Io però trovavo che la mamma aveva ragione, giacchè ero profondamente convinta che quanto più uno spende tanto più è ricco, e ad esser ricca io ci tenevo moltissimo. Oltre a ciò la mamma era vispa, allegra, e diceva sempre di non voler darsi pensiero di nulla. Io, per imitarla, non volli darmi pensiero delle lettere dell’alfabeto, che un buon prete s’era fitto in capo di farmi imparare.

S’io volessi annoverare qui tutti i personaggi che mi passarono dinanzi nella mia infanzia, dovrei discorrer senza dubbio dello zio Avogadore, ch’io conobbi vecchissimo, ma del quale mi restò nella mente lo sguardo sereno e la parola benevola. In casa nostra credo di averlo veduto tre o quattro volte; era portato su per le scale, indi lo adagiavano in un seggiolone a bracciuoli, e il crocchio domestico si faceva completo e si atteggiava riverente intorno a lui. Mio padre saliva dal banco, lo zio Baldassare veniva dalla biblioteca, la mamma correva a baciargli la mano, e Angelo, con una scusa o con l’altra, rimaneva in piedi nella stanza e guardava il buon vecchio con occhi imbambolati e umidetti di lagrime. Io poi posavo volontieri la testa sulle sue ginocchia, mentr’egli mi carezzava i capelli e mi toccava scherzevolmente le guancie. — Quello sì è un santo — diceva Angelo, dopo averlo messo in gondola, e ritengo ch’egli avesse ragione. Come spesso mi accadde di sentire ripetere più tardi — Ah! se ci fosse ancora lo zio Avogadore! —

Quanto allo zio Baldassare, fratello del babbo, gli era un uomo piccolo, asciutto, nervoso, serio, con occhi vivi e lampeggianti. Aveva viaggiato assai, e mia madre, che non lo aveva in gran simpatia, confessava ch’era un sapientone, tantochè bastava vederlo per sbadigliare. Soleva passare la maggior parte della giornata nella biblioteca, ch’era una bella stanza, con le pareti rivestite dall’alto al basso di librerie assai pregevoli per fregi ed intagli del Brustolon. Angelo mi narrò che quel lavoro era stato ordinato da Sua Eccellenza Gasparo, mio nonno, il quale voleva dare un alloggio decoroso ai quattro mila volumi della sua famiglia. Era però avvenuto un fatto curioso. Quando le biblioteche furono condotte a termine, si trovò che costavano troppo, e il nonno, per pagarle, vendette i libri a un lord inglese. Lo zio Baldassare le aveva ripopolate con nuovi acquisti. Questo mio zio era uomo di poche parole, ma io non potevo che dirne bene. Mi tirava amorevolmente le orecchie ogni mattina quand’io andavo a salutarlo, mi faceva veder spesso di bei libri con figure in colori, e mi regalava una magnifica bambola nel mio giorno onomastico. Una volta mi disse che avevo sale in zucca, e si propose di farmi da maestro.

Un altro individuo che ricorrerà (pur troppo!) assai spesso su queste pagine, era il signor Venanzio Agliucci, di cui mi toccherà discorrere diffusamente, ma sul conto del quale sarò adesso brevissima. Non più nel fiore di giovinezza, aveva però ancora una persona disinvolta e un aspetto gradevole. Portava con grazia la parrucca, era sempre vestito con una certa eleganza e moveva le gambe con passo di ballo. Dalle sue labbra atteggiate a un perpetuo sorriso non uscivano che frasi melate, la sua persona spargeva intorno a sè dolcissimi effluvii. Accompagnava la mamma al cembalo, e di tratto in tratto cantava anch’egli un’arietta e pareva andare in deliquio per la commozione. Lo invitavano spesso a pranzo, ed egli veniva sempre con un rotolo di carta tutta fregi intorno ai margini, sulla quale erano vergate scritture portanti il titolo di _Madrigale_, _sonetto_, ecc., ecc. Al momento delle frutta, il signor Venanzio apriva il rotolo e declamava con enfasi e gestendo quelli ch’egli chiamava _parti della sua musa_. Sul conto di lui erano in casa assai varie opinioni. La mamma lo proteggeva in modo singolare, Angelo osservava che si poteva dir quello che si volesse a carico del signor Venanzio, ma che, dopo mia madre, egli era il solo di cui si capiva a prima vista che se non era nobile, era almeno stato sempre coi nobili. Il babbo lo riceveva con cortesia, ma senza effusione, e lasciava apparir chiaro che non gli era simpatico. Lo zio Baldassare poi non celava il suo dispetto di vederselo attorno, gli rispondeva appena e andava brontolando fra sè parole che non avevano l’aspetto di complimenti. — Bellimbusto fannullone ed ipocrita! — l’intesi un giorno esclamare, mentre il signor Venanzio si accommiatava. In mezzo a sì discordi pareri io ero neutra, però d’una neutralità piuttosto sospettosa ed ostile che fidente e benevola. Per quanti doni di chicche e di ninnoli mi venissero da lui, io non sapevo vincere la mia riluttanza a dargli un bacio. Oh! era stata ben altra cosa con lo zio Avogadore, era ben altra cosa anche con lo zio Baldassare!

II.

Un anno memorabile per tutti i conti fu il 1797. Della caduta della Repubblica dirò poi. Fu certo un gran fatto, ma prima che esso accadesse, altri avvennero per me importantissimi. Io compivo in febbrajo i dieci anni. Fino a sette m’ero intesa a ripetere su tutti i tuoni: — Che bella bimba! — Dai sette ai nove udii bisbigliare: — Eppure Maddalena prometteva meglio — Quando toccai i dieci, sorpresi più volte la frase: — Com’è imbruttita! — E allora la mamma e gli altri di famiglia, non so se per conforto o per istruzione, mi predicavano: — Non importa esser belli, bisogna esser buoni — locchè mi faceva un dispetto da non potersi credere. E quantunque ragazzina affatto, ci pensavo e ripensavo, ma buon per me che vennero altri accidenti a distrarmi. Proprio in febbraio ebbi due comunicazioni: prima, che mio fratello Carlo s’era mosso di Francia per tornare a Venezia; seconda, che un altro fratellino, o sorellina che fosse, sarebbe arrivato di lì a pochi mesi per tutt’altra parte. Corsi difilata dalla mamma a lagnarmi che di questo fratellino, il quale abitava tanto lontano, non mi si fosse mai tenuto parola; ella sorrise malinconicamente, e mi licenziò dicendo che aveva male di stomaco. Comunque sia, non mi pareva che ai due viaggiatori si preparassero troppo festose accoglienze. Della venuta di Carlo non esultava schiettamente che lo zio Baldassare. Mio padre forse ne gioiva in cuor suo, ma sembrava che la sua gioia non fosse scevra di preoccupazioni. Alla mamma era evidente che la cosa dava gran noja. Quanto all’_altro_ aspettato, era meglio non discorrerne. Solo a menzionarlo si vedevano musi lunghi da metter paura. Perciò l’arrivo di Carlo fu per me argomento di consolazione indescrivibile. Era un bel giovinetto sui diciott’anni, alto, spigliato, disinvolto, allegro, e che prese subito a volermi bene. La mia intimità con Angelo, che si era rallentata da qualche mese, subì un nuovo crollo alle sgarbate parole che il gondoliere pronunciò sul conto di mio fratello. — Quella gente lì è la nostra rovina — brontolò il vecchio bisbetico — il suo signor Carlo è un _sanculotto_, un _giacobino_.

— Che _sanculotto_? che _giacobino_ — proruppi col massimo sdegno. — Egli è Carlo Lisari, figlio del babbo.

— Sì, sì — soggiunse Angelo senza darmi retta — vogliono farla a San Marco. Ma vedranno chi la vincerà. Oh! i _parrucconi_ han fatto andarsene con le pive in sacco ben altri personaggi di questi. Ma se toccasse a me, o che non ci sono i _piombi_ per nulla?

— Tu farnetichi — diss’io, che non capivo una sillaba di questi discorsi, e gli voltai le spalle inferocita.

In casa, Carlo, ch’era pettinato moderatamente, declamò contro le code e le parrucche. E il babbo e lo zio si lasciarono persuadere dalla sua eloquenza, tantochè parrucche e code scomparvero in brevissimi giorni. Asserirei il falso se dicessi che la cosa non mi desse noia. Quando mio padre mi prendeva confidenzialmente sui suoi ginocchi (e continuava in queste abitudini, benchè io fossi già grandicella) io solevo occuparmi a giocherellare col suo codino, e mi seppe male di perdere questo innocentissimo passatempo, che, a creder mio, alimentava la mia affezione figliale. Ma i miei scrupoli durarono poco, crescendo ogni dì l’influenza che Carlo esercitava sopra di me. Egli s’era maravigliato assai di trovarmi così digiuna d’ogni istruzione, e si accinse con zelo indescrivibile a dirozzare il mio spirito. Ed io ricambiai le sue premure. Ciò che mi era sembrato fino allora intollerabilmente uggioso mi accese invece di vera passione. Leggevo poco e di mala voglia, e in men che non si dice fui ridotta a segno di non potermene star senza un libro sotto gli occhi o una penna in mano. I miei progressi furono altrettanto rapidi quanto sino allora erano stati tardi, e lo zio Baldassare ne trasecolava per la contentezza. La mamma, che da alcuni mesi era indisposta e passava buona parte della giornata in letto, ogni volta ch’io mi recavo a salutarla, sosteneva che Carlo avrebbe finito col farmi perder la salute e ch’ero già divenuta più magra e più pallida. Ma io mi divertivo siffattamente di quel nuovo sistema di vita che non l’avrei mutato per tutto l’oro del mondo, e mi pareva sempre di non fare abbastanza presto ad apprendere tutte le cose che m’insegnava Carlo. Che arca di scienza che era lui! Altro che l’avo inquisitore! Questi s’era tanto rimpicciolito a’ miei occhi, che una mattina, dopo una bella lezione di mio fratello sui due poli e sull’equatore, corsi in sala, mi presentai dinanzi al ritratto, e gli feci le boccaccie in segno del mio disprezzo.

Intanto i tempi si facevano grossi davvero. Ogni giorno c’era una novità, ogni giorno Angelo aveva la faccia più scura. Di tratto in tratto poi sorgevano paure di tumulti, e allora, anche s’era di mezzodì, si chiudevano le imposte dei mezzanini e si davano i catenacci alle porte di strada. Una volta ci fu un serra serra. Si tirò fuori uno schioppo irrugginito e lo si diede a Tommaso, il cuoco, il quale era stato militare. Bisogna credere però che collo smettere la divisa egli avesse smessi altresì gli umori belligeri, inquantochè non parve assai lieto dell’incarico avuto, e diceva che se mai _fossero venuti_ (nessuno sapeva chi dovesse venire), l’opporre resistenza sarebbe stato una vera pazzia. Mi ricordo benissimo che Carlo si trovava fuori di casa e ch’io ero molto inquieta sul conto suo, ma che la confusione di Tommaso mi esilarava lo spirito. Ed ho sempre negli orecchi la sua ingenua esclamazione nel sentir battere una imposta per un gagliardo colpo di vento: _Madonna! Che la fosse una schiopetàa?_ Tommaso era padovano, e benchè fosse in Venezia da fanciullo in su, nelle grandi occasioni si serviva del suo dialetto nativo.

Da parecchi mesi si faceva un gran discorrere di un certo generale Buonaparte, e a questo nome lo zio Baldassare si fregava le mani in silenzio, e Carlo andava in visibilio e asseriva che un capitano simile non lo aveva avuto nemmeno l’antichità. Avendo io ripetuto a Angelo una tale sentenza, egli divenne frenetico, e dichiarò che a spazzar via simil gente bastava la sua granata. Così dicendo, egli guardò il domestico arnese, che molto pacificamente era appoggiato alla solita parete e non sapeva certo a quali eroiche gesta lo si volesse far servire.

Insomma, nel maggio avvenne la catastrofe. Cadde la Repubblica, e io, troppo acerba d’età per comprendere la portata politica di questo avvenimento, serbo una dolorosa memoria della disperazione di Angelo. Il poveretto ora stringeva i pugni in atto di minaccia contro i _giacobini_, ora si stemprava in lagrime, e si strappava i bianchi capelli, e diceva di non voler sopravvivere al _Leone di san Marco_. Se la prendeva con me, con mio padre, collo zio, con Carlo soprattutto, e anche un po’ con la mamma, la quale non aveva sposato il nobil uomo Antonio Renier. Io però stentavo a comprendere come quel matrimonio, seppur fosse successo, avrebbe potuto salvare la Repubblica. Certo si è che il dolore d’Angelo non era punto mentito, e ben se ne videro presto gli effetti. L’indomani d’un giorno in cui egli aveva fatto in cucina una scena così violenta che il resto della servitù era salito a lagnarsene con la mamma, intesi bussare all’uscio della stanza ov’io studiavo con Carlo. Era Angelo. Aveva una faccia così pallida e stravolta che metteva paura. Mio fratello parve un momento inquieto; e come gli era nota l’antipatia del vecchio gondoliere per lui, si levò in piedi, quasi ponendosi in atto di difesa. Ma quel tapinello di Angelo non minacciava nessuno. Si trascinò sino da me tutto umile, e benchè io non fossi che una fanciulla, mi prese la mano e me la baciò.

— Padroncina — mi disse — fui or ora da Sua Eccellenza la signora Lucietta, e vengo a prendere commiato anche da Lei.

— Come! — esclamai, e mi tremava la voce per la commozione — ti hanno licenziato?

— No, padroncina — egli rispose — ma sto male, vado a casa da mio genero.

— Angelo, non puoi stare con noi, non puoi farti curare qui? Il babbo e la mamma sono tanto buoni...

— Sua Eccellenza la signora Lucietta — rispose il vecchio che non riconosceva altri padroni che mia madre — me l’ha già offerto, ma io voglio andare a morire coi miei. — E, com’io accennava a interromperlo — Sì, — continuò egli — mio genero è barcajuolo a _Cà Manin_, e la Maria, mia figlia, fu per dieci anni cameriera dai Pesaro; essi mi chiuderanno gli occhi, e mi parleranno sino all’ultimo momento di San Marco e dei nostri parrucconi. —

V’era nel tuono della sua voce un misto d’ambascia e di rimprovero che mi faceva pietà e mi confondeva ad un tempo.

— Morire! — sclamai, sforzandomi di sorridere — Che pensieri son questi? Via, coraggio, Angelo.

— Oh! ci vorrebbe altro ch’io dovessi vivere! No, no, padroncina — egli soggiunse tentennando il capo — non sono più tempi questi per il vecchio Angelo. Così fossi morto sei mesi fa, prima che i miei poveri occhi vedessero questi orrori.... Basta, padroncina, grazie di tutto, la mi perdoni delle mie mancanze, e si ricordi qualche volta di me che le ho voluto bene come a una mia creatura, e mi dica un’_Ave Maria_... se adesso se ne dicono più. —

Tornò a prendermi la mano e a baciarla, poi cogli occhi inondati di lagrime e con passo incerto si avviò presso l’uscio. Mentre ne afferrava il saliscendi, parve che gli mancassero le gambe, e Carlo accorse rapidamente per sostenerlo. Angelo si rizzò con subito sforzo, e voltandosi con una certa dignità piuttosto sprezzante — Grazie — disse — non ho bisogno di nulla. —

Indi uscì.

— Pover’uomo! — sospirò Carlo — egli non mi può soffrire e morirà vittima dei suoi pregiudizi. Tuttavia questa sua tenacità di opinione è assai rispettabile....

Io però appena badavo alle sue parole. Dallo spiraglio dell’uscio che aprivasi nella sala seguivo con l’occhio i movimenti di Angelo. Il vecchio gondoliere girava lentamente tutto all’intorno guardando uno dopo l’altro i medaglioni infissi nelle pareti. Si fermava davanti a ciascun ritratto e restava immobile qualche secondo. Allorchè si trovò al cospetto di quello dell’inquisitore lo guardò con occhio più amoroso e più intento, e borbottò alcune frasi di cui non potei cogliere che queste parole: _per l’ultima volta_.

L’antica granata, con cui Angelo faceva guerra ai ragni e negli ultimi tempi si era proposto di spazzar via Napoleone Buonaparte, era nell’usato angolo della sala. Il meschinello riuscì a sollevarla con le deboli braccia, l’appoggiò sulla tela del medaglione e stava accingendosi per l’ultima volta, come aveva detto pur dianzi, al suo lavoro quotidiano di ripulitura, quando, o perchè non gli reggessero le forze, o pel soverchio dell’emozione, stramazzò per terra insieme al suo arnese. Fummo tosto a soccorrerlo Carla ed io, e subito dopo accorsero gli altri di casa e la gente di servizio. Lo zio Baldassare, che se n’intendeva un poco di medicina, gli tastò il polso e disse che a suo parere egli si risentirebbe, ma che, tra per l’età, tra per lo stato dell’animo, era a dubitarsi che si trattasse di cosa seria. Volevano trasportarlo in una stanza disoccupata del palazzo, ma io mi opposi e dissi — No, babbo; no, zio — la mamma, sempre indisposta, era rimasta nella sua camera — è meglio che lo mandiamo a casa di suo genero. —

— E perchè?

— Lo desidera lui. Ha detto che vuol morire fra i suoi. Non è vero, Carlo?

— È vero — rispose mio fratello — ma non sarà forse il caso di morire. —

Queste ultime parole furono pronunciate con tuono indagatore, e assai più con la brama che con la speranza di avere una risposta soddisfacente. Tutti rimasero muti.

Io mi aggrappai ai fianchi di mio padre, e insistei singhiozzando — Non negargli quest’ultima grazia, papà mio. Mandalo ove egli desidera andare. —

Si fece a modo mio. Guardai ancora una volta quei capelli bianchi, quella faccia leale, quelle mani callose, poi, condotta via da Carlo, rientrai seco nelle stanza ond’eravamo usciti, e, nascondendo il viso tra i guanciali del sofà, mi misi a piangere dirottamente. Carlo mi carezzava i capelli dicendo — Piangi pure, poverina. Era un’anima onesta. — E poi, fattomisi presso, mi bisbigliava all’orecchio — Stassera, se sarai buona, dirò al babbo e alla mamma che ti accompagno in piazza, e invece andremo a vedere come sta Angelo. Io non entrerò nella camera, sai ch’egli non ne avrebbe piacere, ma ci entrerai tu, e così potrai vederlo nuovamente. Sei contenta? —

Oh! ero contenta per modo che non seppi far di meglio che gettar le braccia al collo di Carlo e baciarlo e ribaciarlo su ambe le guancie.