Part 9
A millesettecento metri sul livello del mare, sopra un bell'altipiano onde si godeva una veduta magnifica, l'Albani, che era il vero capo della piccola brigata, ordinò di far sosta. Indi, deposto lo zaino, ne sciorinò sul prato il prezioso contenuto. I viaggiatori si adagiarono sull'erba e fecero onore al pasto frugale con l'appetito che si trova sempre sulle Alpi dopo un'ascensione di alcune ore. Dato fondo alle provvigioni, salvo una bottiglia di vino e alcune fette di salame tenute in serbo per le circostanze imprevedute, Mario consultò l'orologio e disse: — Ancora venticinque minuti, e poi ci rimetteremo in cammino. — C'erano da fare altri cento metri di salita piuttosto ardua, prima di giungere al punto che si era prefisso quale ultima meta alla gita della giornata.
La Gilda pretendeva di non essere punto stanca, ma nel fatto ella se ne stava molto volentieri distesa sull'erba, col _plaid_ sotto il capo per guanciale, con l'occhio intento a seguire uno stuolo di nuvolette bianche e leggiere che parevano rincorrersi verso occidente. Il professore, seduto vicino a lei, aveva aperto la sua scatola da erborista e passava in rassegna il ricco bottino della giornata, enumerando le varie specie coi loro nomi latini e tentando di richiamar l'attenzione della sua pupilla sopra una rarissima _gentiana nivalis_, e sopra un _diantus atrorubens_ ch'era una maraviglia. Intanto Mario, addossato al tronco di un larice sul ciglio dell'altipiano, ora contemplava la scena circostante, ora si voltava a guardare la leggiadra testina arrovesciata della fanciulla, e la gentile persona di lei, che si mostrava in tutta l'armonia squisita delle sue linee.
A un tratto un buffo di vento scosse con estrema violenza i rami e le foglie del larice, investì fieramente il pittore, e trasportò a parecchi metri di distanza il cappello della Gilda e la scatola del professore Romualdo, disperdendone i tesori botanici. Quando Mario ebbe ricuperato il suo equilibrio, la ragazza il suo cappellino, e il dottor Grolli la sua scatola vuota, i nostri tre viaggiatori si guardarono sbalorditi. Sul loro capo il sole brillava in tutta la sua magnificenza, e nulla offuscava l'azzurro di quella parte di cielo che si offriva al loro sguardo; erano sparite perfino le candide nuvolette di cui la Gilda accompagnava pur dianzi con l'occhio la rapida fuga. Ma sul dorso della montagna ululavano le selve delle conifere, e, tendendo l'orecchio, si sentivano giù nella valle latrati di cani e voci che si chiamavano e si rispondevano di lontano, e muggiti d'armenti che si affrettavano alle stalle facendo tintinnare i campanoni appesi al collo. Nello stesso tempo, il ragazzo che serviva di guida e che s'era dilungato alquanto in traccia di bacche selvatiche, tornò indietro gridando: _L'uragano! l'uragano!_ Infatti, salendo sopra un rialto di terra donde si dominava il lato opposto della valle, si vedevano in fondo, nell'interstizio di due monti, grossi nuvoloni addossarsi, accavallarsi gli uni sugli altri, e a poco a poco formare una sola massa bruna, serrata, minacciosa. Indi quella bruna massa, foggiandosi a cuneo come a romper le file di un esercito nemico, usciva dai suoi accampamenti e si avanzava preceduta dal cupo rombo del tuono, resa più terribile dallo spesseggiare dei lampi. La natura pareva oppressa da un incubo, l'erba si piegava impaurita, dagli abeti scroscianti cadevano le pine che il vento palleggiava come trastulli, dalla roccia sgretolata precipitavano i rottami giù per la china; l'aquila sola, roteando nell'aria, salutava col rauco suo strido la bufera imminente.
Si tenne un breve consulto. Procedere innanzi era impossibile; tant'era mettersi addirittura sulla via del ritorno, e, se il temporale scoppiava, cercar ricovero sotto qualche sporgenza del monte.
Mario si ravvolse nel suo _plaid_ e aiutò i compagni a fare altrettanto, indi si cominciò la disastrosa ritirata. Il sole brillava sempre e la sua viva luce contrastava singolarmente coi neri e densi vapori che andavano via via diffondendosi tutto all'intorno. Secondo la violenza e la direzione del vento, le ombre degli alberi si allungavano, si accorciavano, si scontorcevano sul terreno, e intanto il vento incalzava, e il tuono più romoroso, più insistente, faceva tremar le montagne.
— Bisogna fermarsi qui, lontano dagli alberi — disse il professore, additando il cavo d'una rupe.
Intanto le tenebre si stendevano dappertutto, coprendo ogni lembo di cielo, nascondendo ogni vetta, invadendo la valle. Ma la tetra notte era squarciata da incessanti baleni, alla cui luce rossastra gli oggetti prendevano forme strane e paurose. Con un fracasso che superava lo strepito di cento battaglie, il fulmine correva da nube a nube e si precipitava dalle nubi alla terra, segnando di un solco mortale il tronco dei pini più elevati, sprofondandosi nella roccia. Cominciarono a cader di grossi goccioloni; quindi si rovesciò un torrente di pioggia fitta, gelata, impetuosa. La natura era terribile, la sua voce tonante copriva la voce dell'uomo. I nostri _touristes_ si erano avvicinati istintivamente gli uni agli altri; ma non potevano scambiarsi una parola. Bensì, all'assiduo barbaglio dei lampi, la Gilda vedeva gli occhi di Mario e dello zio che la fissavano con pari sollecitudine; que' due uomini non erano inquieti per sè, ma per lei. Ella sorrideva ad entrambi per tranquillarli, e abbandonava la sua mano nella mano vigorosa del pittore. Talora, con un cenno del capo, ella additava il piccolo montanaro ch'era il meno intrepido della comitiva, e che le si era accovacciato ai piedi turandosi le orecchie coi due pollici.
Le cose durarono in tale stato per un quarto d'ora; poi il nembo principiò a rimettere della sua intensità.
— Oh! — disse la Gilda fra un tuono e l'altro. — Valeva la spesa di ricoverarsi sotto una rupe! Ho l'acqua fino alle midolle.
— Con un tempo simile si è più sicuri bagnati che asciutti — osservò gravemente il professore. — Franklin fece una preziosa esperienza. Con l'elettricità artificiale accumulata egli potè uccidere un topo asciutto, ma non riuscì a ucciderne uno ch'era bagnato. Quello che è certo si è che la temperatura dev'essere abbassata di parecchi gradi. Se non vien presto il sole, si gela.
— Un buon alpinista — ripigliò il pittore — deve aver sempre il farmaco indispensabile in queste occasioni.
Detto ciò, egli tolse di sotto alle vesti una fiaschetta impagliata che gli pendeva al fianco, e consigliò il Grolli a bevere un sorso del liquore che vi era contenuto.
— Che roba è? — chiese la Gilda.
— È _cognac_. Ne beverà anche lei.
— Sì, sì.
— Non più d'una goccia, sai! — ammonì il dottor Romualdo.
Ella si mise a ridere, e mandò giù una gran boccata di liquore. — Bah! Si sente appena — ella disse, restituendo la fiaschetta all'Albani.
Si riprese la faticosa marcia con tutta la celerità ch'era conceduta dalle vesti molli e dalle membra irrigidite. Aveva smesso di piovere, il vento agitava soltanto gli strati superiori dell'atmosfera, le nubi, spinte da opposte correnti, si ghermivano, si confondevano, si lasciavano come se giocassero a mosca cieca, il sole faceva fuggevoli apparizioni negli squarci azzurri del cielo, le cime delle montagne andavano a grado a grado snebbiandosi, e le vette più eccelse si mostravano chiazzate di neve recente, ciò che spiegava il freddo improvviso.
La bufera aveva molto peggiorate le condizioni della strada; qua e là grosse frane ingombravano il sentiero, e si trovavano rami schiantati, e pozze, e rigagnoli serpeggianti in tutte le sinuosità del terreno. Più d'una volta Mario dovette aiutar la Gilda in un passo difficile, più d'una volta egli sentì il dolce peso di quel corpo delicato e flessuoso. Sul limitare d'uno spazzo verde che scendeva con un pendìo alquanto ripido, la ragazza confessò al pittore che il capo le girava un pochino, e che il suo piede non era ben sicuro. Egli le diede il braccio con trasporto, e i due giovani scivolarono insieme giù per la china, a immagine di pattinatori, con la svelta persona arrovesciata all'indietro, con le guance invermigliate dalla sferza della rigida brezza, cogli occhi pieni di fuoco, coi capelli svolazzanti. Passavano rapidi, ora in luce, ora in ombra, secondo che il sole sbucava dalle nuvole o si rimpiattava, e nella corsa precipitosa ridevano forte, e il loro riso melodioso, sonoro, rallegrava quelle solitudini alpine.
Sì, senza dubbio, doveva dipendere dal _cognac_. La Gilda aveva un bisogno infinito di parlare, di ridere, di appoggiarsi a qualcheduno. E poichè lo zio aveva già da far molto a sostener sè medesimo, era naturale ch'ella si appoggiasse a Mario. Bensì voltandosi di tratto in tratto: — Bada — gridava — bada, zio Aldo, di non sdrucciolare.
A malgrado di tanta sollecitudine, ella non si avvide che il professore incespicò un paio di volte, e nei suoi sforzi per conservar l'equilibrio riportò una storta ad un piede e una contusione a un ginocchio. Pure il nostro scienziato non mosse un lamento, non disse una parola per rallentar la foga della giovine coppia, la cui allegria rumorosa non aveva più freno. Mario e la Gilda eran tornati bambini, e accadeva a loro come ai bambini, che quando si son messi in galloria, finiscono col ridere senza nemmeno saper di che ridono.
Allorchè i viaggiatori giunsero all'albergo, vi trovarono una gran confusione. Non si aveva notizia di due comitive d'inglesi partiti la mattina per una salita sul ghiacciaio, alla quale certo dovevano aver rinunziato in causa dell'uragano. Erano accompagnati da guide eccellenti; pur si stentava a capire perchè non fossero ancora di ritorno. Oltracciò si considerava ornai sciupata la stagione d'estate. La neve caduta aveva già reso impossibili alcune ascensioni, e chi sa se non sarebbe successo peggio nella notte. C'erano sempre due monti che _fumavano_, secondo la espressione dell'oste, e que' due monti, chiamati _i due gemelli_, valevano meglio di qualunque barometro, perchè la loro cima avvolta di nubi significava un seguito di piogge e di burrasche. Per poco che si abbassasse ancora la temperatura, non sarebbe più venuto un solo forestiero, e sarebbero andati via tutti quelli che ci erano.
L'ostessa intanto si recava ogni momento sulla strada a spiare il ritorno degli inglesi. Ella si ricordava di una catastrofe avvenuta anni addietro, quando, di cinque _touristes_ che avevano lasciato l'albergo la mattina, due soli erano tornati la sera. E fra le vittime c'era un giovine bello, ricco, pieno di buonumore, un alpinista famoso ch'era stato uno tra i primi a superare il Cervino, e che in mezzo alla sua audacia aveva tutta la grazia e l'ingenuità d'un fanciullo. Giocava volentieri coi bimbi, scherzava onestamente con le ragazze, amava discorrere di sua madre. E sua madre, poveretta, era corsa da Londra per avere almeno il cadavere del figlio. Ahimè! Il ghiacciaio non rende che tardi i suoi morti.
Per buona ventura questa volta non accaddero disgrazie, e gli inglesi aspettati arrivarono sani e salvi, benchè pieni di freddo, di fame, con le vesti fradice e con l'ossa peste, e decisi a levar le tende il dì appresso. La mattina infatti, poichè il cielo era sempre coperto e il barometro continuava a segnar pioggia e vento, fu un salvi chi può generale. A mezzogiorno non restavano all'albergo del _Camoscio_ che il professore Grolli, sua nipote e Mario Albani.
XVI.
Al professore s'era nella notte gonfiato il piede in conseguenza della storta riportata il giorno innanzi, ed egli aveva potuto a fatica trascinarsi dal letto fino ad una poltrona che si trovava accanto alla finestra. Non era nulla, ma bisognava stare almeno una settimana in riposo.
Il riposo del professore significava la prigionia della Gilda, la quale si sarebbe annoiata non poco della sua clausura, se Mario Albani non avesse voluto dare a lei e a suo zio una prova di vera amicizia col partecipare alla loro sorte. Com'era buono il signor Mario, com'era gentile!
La mattina per tempo egli veniva a chiedere le notizie del professore Romualdo, salutava attraverso la parete la Gilda che era ancora mezzo svestita nella sua camera, e poi se ne andava a girar pei monti con un libro, col suo _album_ e la sua scatola di colori. Nell'uscir dall'albergo egli guardava la finestra della giovinetta, e i suoi occhi s'incontravano sovente in quelli di lei, ch'era presso al davanzale ravvolta nel suo accappatoio. Ella lo salutava con la mano e gli gridava: — A rivederci a mezzodì.
E a mezzodì in punto il pittore sedeva alla mensa dei due prigionieri. Sulla tavola, ch'era apparecchiata accanto alla poltrona dello scienziato, egli deponeva tutti i giorni alcuni fiori colti nella sua passeggiata mattutina, poscia, durante il pranzo, discorreva con la sua consueta vivacità d'arte, di letteratura, di viaggi, riuscendo qualche volta a richiamare un sorriso financo sulle labbra dell'austero professore.
Dopo il desinare, egli prendeva i suoi pennelli, piantava il suo cavalletto, e faceva seder la Gilda sopra una seggiola in mezzo alla camera tentando di ritrarne le sembianze sulla tela. Non aveva mai lavorato con maggior passione, con maggior impegno, con più ardente febbre d'artista. Pure i suoi entusiasmi erano interrotti da scoraggiamenti profondi, e in quegli istanti la sua pittura gli sembrava misera, fredda, e avrebbe voluto distruggerla. La Gilda gli leggeva negli occhi quei moti subitanei dell'anima e sorgeva con energia straordinaria a difendere un'opera ch'ella amava d'un amore singolare, quasi materno. Talora il professore era chiamato arbitro nella questione; egli doveva decidere se il ritratto prometteva di somigliare all'originale, o era invece uno sgorbio, una profanazione, come diceva Mario nei suoi accessi di pessimismo. E il professore, che in fatto d'arte se ne intendeva pochino, dava ragione alla nipote, ma con certi argomenti che non sarebbero stati i più acconci a persuadere l'artista, s'egli non fosse tornato da sè a più miti consigli.
Quelle sedute duravano circa tre ore. Per solito, alle quattro, Mario usciva di nuovo per tornar verso le sette. Durante la sua assenza, la Gilda adempiva coscienziosamente all'ufficio di segretario dello zio, scriveva per lui qualche lettera sotto dettatura, o gli ricopiava con la sua nitida calligrafia qualche articolo da mandare all'una o all'altra Rivista scientifica. Negli intervalli, ella trovava sempre la maniera di far cadere il discorso sull'Albani e sulla buona stella che lo aveva messo sul loro cammino. Oppure si fermava davanti al ritratto, che, nonostante le ubbie del pittore, procedeva rapidamente, e, diceva lei, avrebbe finito col dare scacco all'originale. Sì, ella voleva un gran bene a quella mezza figura di giovinetta ch'ella aveva visto emerger dal nulla, e pallida, scialba, disegnarsi appena sulla tela quasi fantasma fuggitivo sulla parete, e d'ora in ora, di minuto in minuto, acquistare il rilievo, il colore, la vita, il sorriso, come se avesse sangue, e muscoli, e nervi.
— Sono una vanerella — ella osservava talvolta. — Innamorarmi della mia immagine, come Narciso!
Ma era ella ben certa di non accusarsi a torto? Ammirando il proprio ritratto, ammirava forse sè stessa?
Tanto per spigrire le membra, ella scendeva ogni giorno a far quattro passi davanti all'albergo, non dilungandosene mai in modo che il professore non potesse dalla finestra vederla e parlarle. _Fulmine_, il vecchio cane di casa, che in quell'ora dormiva per solito attraverso la soglia, le si metteva a fianco con molta galanteria nelle sue passeggiate microscopiche, e sembrava disposto ad accompagnarla molto più in là, ovunque ella avesse voluto. Ordinariamente la Gilda restava fuori fino al ritorno di Mario. All'arrivo del pittore, i due giovani facevano un paio di giri insieme, poi salivano entrambi dal professor Romualdo.
L'ostessa serviva per le otto una cena frugale, il cui piatto più importante era una trota pescata in un laghetto a poche ore di cammino. Dopo cena si chiacchierava, si leggeva. Mario aveva trovato in salotto, fra gli altri libri, il primo volume delle poesie di Longfellow, e sapendo discretamente l'inglese, traduceva ad alta voce l'_Evangelina_; indi sbozzava col lapis alcune tra le scene di quel pietoso racconto. Qualche sera l'oste chiedeva licenza di prender parte alla conversazione, e insieme con lui veniva anche _Fulmine_, scodinzolando e fregandosi carezzevolmente intorno a Mario e alla Gilda. In queste solenni occasioni il signor Emanuele (che era l'oste) si permetteva di far sturare in onore dei suoi ospiti una bottiglia, di cui, pure in loro onore, egli beveva almeno i due terzi. Il vino però non lo rendeva espansivo; anzi condensava la sua eloquenza in certi _ma!_ sonori che egli emetteva dal labbro a intervalli regolari di due o tre minuti. Poi lasciava cader la testa sul petto, chiudeva gli occhi, apriva la bocca e dormicchiava fino alle dieci, ora nella quale il professore voleva andare a letto, e Mario e la Gilda si ritiravano ciascuno nelle proprie stanze.
Questa distribuzione della giornata subiva lievi modificazioni quando il tempo, che non s'era mai rimesso al bello, era tale da non permettere a Mario d'uscire. Allora egli supplicava umilmente che gli si accordasse una più lunga ospitalità, e la Gilda, col piglio d'una castellana del medio evo, gli concedeva di rimanere. Nè certo il professore poteva mettere il suo veto alla onesta domanda.
Il ritratto volgeva al suo termine. All'ottava seduta, nell'ora in cui Mario soleva deporre i pennelli, egli disse alla Gilda: — Non vado via, sa, oggi... Ho una buona giornata e voglio finire... Rimanga al suo posto.... Pieghi un po' la testa verso sinistra... Così... sorrida...
— Dio mio!... Non faccio altro da una settimana.
— È vero, ma oggi soltanto mi par di cogliere la giusta espressione di quel suo sorriso... Ah sì, sì... ecco.
E il pittore, tiratosi due passi indietro, mirava con compiacenza l'opera sua. Il professore Romualdo, ch'era in via di guarigione e camminava senza difficoltà per la stanza, venne a collocarsi dietro a Mario e non potè a meno di esclamare: — Bravo! È parlante.
L'Albani si rimise tosto al lavoro. Il suo occhio scintillava, un fremito gli correva tutte le membra, la punta del suo piede batteva impaziente sul pavimento, mentre il suo pennello sicuro ora sfiorava, ora mordeva la tela, creando sul suo passaggio nuovi effetti d'ombra e di luce, spirando un soffio potente in quella bella testa di vergine.
Ancora un tocco, un altro, e poi Mario depose la sua tavolozza, si ravviò con la mano i capelli e disse: — Si alzi, signora Gilda; è finito.
Un grido d'ammirazione proruppe dal labbro della giovinetta quand'ella vide il ritratto compiuto. Ella ne aveva seguìto i progressi con fede incrollabile, ma la riuscita superava ogni sua aspettativa.
— Oh signor Mario, ha fatto miracoli oggi — ella soggiunse commossa. — E dire che se non ero io, avrebbe lacerato questa tela una mezza dozzina di volte...
— È stata la mia collaboratrice — egli rispose — Ha mantenuto il mio coraggio. Dovrò tutto a lei.
Ella chinò il volto confusa e sentì spuntarsi una lagrimetta sul ciglio. Scosse leggiadramente il capo, si rivolse al professore e continuò accennando al quadro: — Lo faremo mettere in una elegante cornice, in una cornice dorata, e poi lo collocheremo nella tua camera... al disopra della tua scrivania...; così lei, signor disprezzatore delle donne, non potrà alzare gli occhi dai suoi dottissimi libri senza vedere una donna, che, via, non è tanto brutta... Chi sa le belle ispirazioni che ti scenderanno da quella immagine!...
A questi discorsi il professore sentiva un peso, un'oppressione al cuore, di cui non sapeva rendersi conto. E intanto, per non rimaner muto affatto, egli rinnovava a Mario le sue congratulazioni. Erano del resto congratulazioni sincere, perchè i pregi singolari di quella mezza figura non potevano sfuggire nemmeno a lui, ed egli paragonava sospirando gli effetti rapidi, fulminei, ottenuti dall'arte, coi successi lenti, modesti, spesso ignorati, della scienza. In altri tempi questo confronto gli avrebbe fatto parer tanto più cari gli studi scientifici quanto minore è lo strepito che essi levano intorno a sè e il compenso ch'essi danno ai loro cultori. Oggi la sua fede vacillava; egli era tentato di chiedersi: — Perchè non nacqui artista anch'io?
— Ah! — riprese la giovinetta, mutando discorso con la solita infantile volubilità — Ho le membra intorpidite... Son rimasta seduta cinqu'ore.
— Dica pur sei — osservò l'Albani. — Si è cominciato al tocco, e sono quasi le sette.
— Ebbene — soggiunse la Gilda, rivoltasi allo zio — scendo a fare i miei quattro passi d'ogni giorno... Mi farà da cavaliere, non è vero, signor Mario? Le nostre colonne d'Ercole saranno quei soliti abeti laggiù... E tu, zio Aldo, potrai vigilare sopra di noi, come l'angelo custode... dall'alto.
Dopo l'uragano, era quello il primo giorno in cui il cielo si mostrava quasi interamente sereno. Spirava un'aria mite, annunziatrice di una rivincita dell'estate sull'autunno precoce; l'oste spianava la fronte corrugata e riapriva l'animo alla speranza vedendo che _i due gemelli_ non _fumavano_ più.
— Bel tempo! — disse il signor Emanuele a Mario e alla Gilda. — Bel tempo! — E si fregò le mani per la contentezza.
Il signor Emanuele se ne stava ritto davanti alla soglia dell'albergo. Vicino a lui c'erano due guide, un cacciatore di camosci, e una guardia daziaria. _Fulmine_, che scherzava un po' più lontano col cane del cacciatore, corse festosamente verso i due giovani. Il crocchio si divise per lasciarli passare.
— Sono fidanzati? — chiese la guardia daziaria.
— Ma! — rispose il laconico oste.
E una delle guide soggiunse: — Paion fatti l'uno per l'altra.
Il professore era alla finestra coi gomiti appoggiati al davanzale. La Gilda guardò in alto, sorrise allo zio, e lo salutò colla mano.
— Voglio raccontarle la storia di Van Dyck e di Miss Dolly Ruthwen — cominciò Mario.
— Oh bravo, racconti, racconti.
E la bellissima coppia si diresse verso la macchia d'abeti, ora preceduta, ora seguìta da _Fulmine_, che carolava sull'erba e prendeva fra i denti le pine cadute dagli alberi. Il professor Romualdo li accompagnava con lo sguardo.
Giunti al termine stabilito, Mario e la Gilda si avvicinarono di nuovo all'albergo.
— Sicuro — disse Mario, continuando la sua narrazione, — se Miss Dolly Ruthwen non avesse posato per lui, Van Dyck non avrebbe mai fatto uno dei suoi capolavori.
— E che avvenne poi? — domandò la ragazza.
— Fa bujo — gridò dalla finestra il professore.
— Un altro giro, un altro giro, e siamo con te.
Il sole era fuggito dalle cime dei monti, il breve crepuscolo cedeva il posto alla sera, e già le stelle cominciavano a tremolare nel firmamento. Il cappuccio di lana rossa della Gilda spiccò ancora per qualche istante tra il grigio uniforme di tutte le cose; poi il professor Romualdo non vide più che due ombre. E intanto Mario narrava alla Gilda come Miss Dolly Ruthwen fosse divenuta moglie dell'artista ch'ella aveva ispirato col suo bel viso. Il cane _Fulmine_, quasi a significare la sua approvazione al felice connubio, abbajò rumorosamente destando l'eco della valle, e i due giovani si misero anch'essi a gridare per celia: _Gilda! Mario!_ L'eco rimandava confusi insieme i due nomi _Mario! Gilda!_