Il Professore Romualdo

Part 8

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— È tanto facile — replicò il capitano. — Benedetti dotti!... Ogni ragazza, professore mio, prima d'innamorarsi di qualcheduno, attraversa un periodo nel quale prova vagamente, indeterminatamente l'amore... I poeti ve la spiegherebbero in lungo e in largo; io sono tagliato alla buona e parlo come so... Del resto, se non foste un originale, mi avreste indovinato per aria, giacchè quella condizione dell'animo non è una particolarità delle sole donne... Insomma, per venire a bomba, quando una ragazza è entrata nella fase dell'amore anonimo, ella non tarda molto a dar forma alle sue fantasie, non tarda molto a passar nella fase dell'amore personale... Mi sono spiegato chiaro, spero...

— Sì, sì... Insomma troverà qualcheduno che le piacerà, e vorrà sposarselo... Tutti i gusti son gusti.

— Credete pure che quello lì è un gusto che durerà per un pezzo... Ma la morale del mio discorso è questa: nulla è più difficile che maritare una ragazza senza un soldo di dote.

— È quello che dice anche il professor Lorati.

— Ora, scusate la mia franchezza... Voi non siete ricco...

— No, certo.

— Dei quattrini che la Gilda ha portati con sè da Montevideo non ne resterà ormai quasi più...

— Come?

— Sfido io! Dopo tanti anni, per poco che la ragazza vi sia costata...

Il dottor Romualdo alzò la ribalta della scrivania, e ne tolse un libretto, dicendo: — Mia nipote non poteva star presso di me come in un convitto — Indi soggiunse: — Venite qui; avvicinatevi al lume. Ecco il conto della mia pupilla, regolato di semestre in semestre alla Banca. L'ultimo saldo è del 31 dicembre.

— Ventottomilanovecentosessantasette lire! — esclamò il capitano osservando la pagina che gli era indicata. — È possibile?

— Oh! È merito in gran parte degli interessi.

— Tutti gli interessi accumulati! Vi par poco? — continuò il Rodomiti, mentre sfogliava il libretto. — Nessuna prelevazione dal 1861 in qua?

— Non m'è occorso di farne — disse semplicemente il professore.

— Invece una serie di versamenti — riprese l'altro con enfasi.

— Quello che ho potuto. Ho pochi bisogni, non ho una famiglia mia, non mi ammoglierò mai; che dovevo farne de' miei risparmi?

— Ah caro Grolli — proruppe il capitano — è destino che ogni volta che vi vedo io debba rimanere sbalordito.

— Avete torto. Ciò ch'io feci lo avreste fatto anche voi. E adesso, terminate pure il vostro discorso.

— Ma adesso voi non accetterete forse la mia offerta...

— Quale offerta?

— Non ho famiglia neppur io, resterò celibe... come voi; mia sorella non ha figli ed è ben provveduta; in tanti anni di lavoro ho messo qualche cosa da parte... Alle corte, volevo far una piccola dote alla Gilda.

— Grazie, grazie, capitano... Lo vedete, voi siete migliore di me, voi pensate a quelli che non vi appartengono... Io, in fin dei conti, non faccio che il mio ufficio di zio... Del resto, la Gilda vi è già debitrice di molto; la dote che volevate regalarle serbatela a qualcheduna delle vostre figliocce che sia in maggiori strettezze... Intanto il capitale di mia nipote crescerà da sè con gli interessi... e un altro poco lo farò crescere anch'io... Pel momento del matrimonio insomma, che non sarà forse così vicino... la Gilda ha sedici anni e qualche mese... pel momento del matrimonio saranno raggiunte, io spero, le trentaquattro o trentacinque mila lire... Non sarà molto, ma, via, non sarà nemmeno pochissimo.

— Siete un brav'uomo, caro Grolli, e siete un cuor d'oro... Mi fareste quasi riconciliare coi dotti... Vi avverto, ad ogni modo, che voglio pensar io al corredo... Ho un amico a Milano, al quale darò l'incarico e che farà certo le cose per bene... Se poi potessi esser da queste parti all'epoca delle nozze, s'intende che farei da padrino... Dev'essere un bel giorno!

— Lo credete? — chiese il professore, ch'era sempre seduto davanti alla scrivania, e che segnava macchinalmente col lapis delle figure geometriche sopra un pezzo di carta.

— Sì, sì; perchè dovrebb'essere altrimenti? La donna è fatta per avere una famiglia.

Vi furono alcuni secondi di silenzio. Alla fine il dottor Grolli alzò il viso dalla carta, si levò gli occhiali, si passò la mano sulla fronte, e disse: — Capitano, se foste qui in _quel bel giorno_, consentireste a prendermi a bordo del vostro legno per qualche mese?

— Voi?... In mezzo alle balle di cotone e ai sacchi d'indaco?

— Sì — soggiunse il professore con quanto maggior disinvoltura gli fu possibile. — Allora le mie cure di tutore saranno finite, avrò la mia piena libertà, e ne approfitterò per vedere un po' di mondo. Che c'è di strano?

— Nulla... Anzi... figuratevi se vi prenderei a bordo volentieri... Ma chi sa dov'io sarò in quel tempo?

— Se sarete lontano, pazienza.

— Curiosa idea la vostra... E non vi fa male il mare?

— Non lo so, non ho mai provato... Speriamo di no.

— Siamo intesi dunque... Oh dev'esser tardi... Me ne vado... A domattina.

— Verrò a prendervi all'albergo con la Gilda, e andremo insieme alla stazione.

— Sì, addio, Grolli... Lasciate che vi stringa la mano... Sono superbo della vostra amicizia. Non vi dico altro.

E i due uomini così diversi d'aspetto e d'indole, ma così conformi nella rettitudine dell'animo, si separarono vivamente commossi.

XIV.

L'estate fu più soffocante del solito, e il professore Romualdo si recò con la Gilda a passar parte delle vacanze in un albergo fra le Alpi, lasciando che i Lorati andassero in un sito di bagni, ove ci era più gente, più _chique_, e ove la signora Olimpia sperava di maritare almeno una delle figliuole. Il professore, senza essere alpinista, era un camminatore infaticabile; la Gilda, snella, leggera, intrepida, sarebbe stata in grado, a detta delle guide, di affrontare anche il ghiacciaio; però ella non osava di chieder tanto allo zio, e si contentava di percorrere insieme con lui la parte meno scabrosa di quei monti. Uscivano talvolta soli, talvolta accompagnati da un ragazzo che portava gli scialli e le provvigioni, giravano a caso per quattro o cinque ore, e si rifocillavano sdraiati sull'erba; mentre a pochi passi scrosciava il torrente e gli abeti mormoravano sul loro capo, e si udiva il muggito dei buoi e il tintinnìo delle capre sparse pei pascoli. La Gilda era ammirata delle Alpi. Durante le sue gite ella parlava poco, ma la commozione dell'animo le era scritta sul viso; di tratto in tratto le sfuggiva un grido dal labbro, ed ella rimaneva estatica dinanzi all'orrido pittoresco d'una gola profonda, o alle fosforescenze di un ghiacciaio, o all'ampiezza d'una valle illuminata dal sole. Talora, staccandosi d'improvviso dal fianco del suo compagno, ella saliva su qualche punto elevato da cui lo sguardo spaziava in più largo orizzonte. Il vento respingeva le falde della sua veste succinta e le ciocche de' suoi capelli ricciuti, e la sua bella persona immobile, con le braccia conserte, si disegnava come una figura fantastica sullo sfondo azzurro del cielo. Intanto il professore andava erborando per via e raccoglieva diligentemente entro una scatola le varie specie di licheni, di genziane, di felci, di dafni e d'altre piante della flora alpina, oppure frangeva qua e là con un piccolo martello la roccia, e riempiva di pietruzze una borsa ch'egli portava a tracolla. Poi la sera, in albergo, parlava di botanica e di geologia alla nipote, la quale, a forza di fargli da assistente nel suo laboratorio, aveva finito col prendere una leggera tintura scientifica, e lo ascoltava con attenzione benevola.

L'albergo ove alloggiavano i nostri amici era uno dei soliti che si trovano fra le Alpi, tozzo, massiccio, rettangolare, col tetto acuminato, sporgente per un metro e mezzo oltre la linea dei muri, con una ringhiera di legno che girava intorno al primo piano. Sul frontone della porta d'ingresso era appesa un'insegna con dipintovi a colori vivaci un quadrupede che dalla spiegazione scrittavi sotto a caratteri cubitali doveva essere un camoscio. Nell'interno le pareti foderate di legno, l'andito ingombro di scialli, di _alpenstocks_ e di funi. In cucina un ampio focolare, protetto, covato quasi, da un'enorme cappa intorno a cui luccicavano i rami. Poco distante dal focolare una stufa monumentale, che aveva l'aspetto di un mausoleo. Nel salotto da pranzo una tavola oblunga, modestamente ma pulitamente apparecchiata, con sedie di paglia tutto all'ingiro. Anche qui la sua stufa; poi una credenza, e di fronte a questa una mensola con due o tre scaffali di libri, e specialmente di _Guide_ delle Alpi e di romanzi inglesi dell'edizione di Tauchnitz. Appesi alle pareti un barometro, un termometro, una carta geografica della regione, alcune litografie senza valore e alcuni avvisi d'alberghi italiani, svizzeri, francesi; sopra un canterale un calamaio e l'_album_ dei viaggiatori fitto di nomi, di osservazioni e anche di versi in più lingue.

Lo scorrere le pagine di quel libro era per la Gilda un gradevole passatempo, ed ella sorrideva una mattina leggendo le note di una signora di Londra, la quale nello stesso periodo manifestava il suo entusiasmo pel pesce del lago e il suo dolore per non avere trovato in quei siti un ministro anglicano, quando una riga più sotto ella vide un nome che le strappò un'esclamazione di stupore.

— Che c'è? — domandò il professore Romualdo, che tagliava le carte all'ultimo fascicolo d'una rivista scientifica, venuta a cercarlo lassù.

— Leggi qui — ella disse, porgendogli il libro. Egli lesse — _Mario Albani, pittore._

— Mario, sai — proseguì la Gilda — il figlio del signor Gedeone, il mio antico compagno di giuochi; non può essere che lui. Quanti anni sono che non lo vedo!... Scommetto che non lo riconoscerei più...

— Probabilmente sarà già partito — interpose il professore, a cui questo nuovo personaggio destava una vaga inquietudine.

— No, no... guarda... dev'esser giunto oggi prima che noi scendessimo. C'è la data: 5 agosto.

— Ebbene, se ci sarà lo vedremo... Non è poi conveniente di affannarsi tanto per una persona che non ci riconoscerebbe nemmeno... Del resto, un ragazzo balzano che ha piantato la famiglia per fare il suo capriccio.

— Volevano che vendesse pepe e cannella, ed egli era artista nell'anima... Si capisce...

— Oh!... Artista!... Il solito passaporto dei cervelli malati... Basta — conchiuse il professore, che si accorgeva di essersi riscaldato troppo — ciò non ci riguarda.

Proprio in quel punto, un passo d'uomo si fece sentire nell'andito, e una voce maschia e melodiosa diede alcuni ordini in cucina. Indi entrò nel salotto un bel giovane alto, spigliato, con l'aquila del Club Alpino sul cappello. Aveva le chiome un po' lunghe, la barba nascente, la carnagione abbronzita. I suoi occhi espressivi s'incontrarono subito con quelli della Gilda ch'erano fissi sopra di lui. Anche il professore lo guardava con singolare attenzione.

Egli stette un momento sospeso, le sue guance si dipinsero di un vivo rossore, poi balbettò: — Ma?... Non m'inganno?... Il signor professor Grolli?... E la Gil... la signora Gilda?

— Oh signor Mario! — esclamò la giovinetta, con un sorriso che le illuminava tutta la fisonomia. — Mi ha ravvisata?

— No, veramente. Ho ravvisato il signor professore. E lei mi aveva riconosciuto?

— Nemmeno; ma sapevo ch'era qui... dal libro dei viaggiatori.

Il professor Romualdo, il quale, essendo il solo che non avesse punto cambiato aspetto da una diecina d'anni, aveva servito d'anello a questo riconoscimento, dovette far di necessità virtù, e stringere, quanto più cordialmente gli fu possibile, la mano del pittore.

I due giovani intanto non finivano di evocare i ricordi del passato.

— Si rammenta, signora Gilda, delle nostre scalate ai sacchi di caffè?

— Sì; e le sue cavalcate sui barili d'aringhe?

— E lo studio comparativo dei vari campioni?

— E quel famoso G A ch'ella dipinse sulla schiena della signora Dorotea?

— È viva la signora Dorotea?

— Oh sì... Un po' brontolona...

— Era tale anche allora... E quei suoi due gatti _Mao_ e _Meo_?

— Quelli son morti.

— Ma! Chi direbbe che son corsi tanti anni da quel tempo?

— Se si potesse tornare indietro!

— No, signora Gilda, non lo pensi nemmeno.

— Oh, perchè?

— È troppo bella così.

Questo complimento a bruciapelo fece salire le fiamme al viso della giovinetta, che abbassò gli occhi e cercò di mutar discorso.

— Si trattiene qui un pezzo?

L'Albani rispose che aveva in animo di intraprendere l'ascensione d'una tra le cime meno conosciute della catena, ma che gli era forza aspettare il ritorno d'una guida impegnata per un paio di giorni con altri forastieri. Intanto si poteva fare insieme qualche gita agevole anche ai non alpinisti.

La Gilda applaudì di gran cuore alla proposta, il dottore Romualdo l'accolse invece con assai mediocre entusiasmo, ma la nipote non durò gran fatica a ribattere le sue obbiezioni. E invero, a che scopo eran venuti lì se non a quello di girare fra i monti? E che altro avevano fatto sino allora? Mario chiamò l'albergatore, e un po' consultandosi con lui, un po' esaminando la carta geografica, stabilì la via da percorrere il domani; poi, simile a un generale che determina in anticipazione il suo campo di battaglia, segnò col lapis rosso il luogo ove si sarebbe fatto sosta per desinare; infine ordinò egli stesso in cucina di approntare un buon pezzo d'arrosto da mettere nel carniere. L'oste lo ascoltava con la deferenza dovuta a un alpinista che era salito due volte sul Cervino.

Per quel giorno l'Albani non lasciò quasi mai il professore e la Gilda. Era cordiale, espansivo come chi fece un incontro inatteso e gradito, e parlava volentieri dei suoi disegni per l'avvenire, delle sue speranze, delle sue ambizioni. Si sentiva giovine, si sentiva forte, aveva l'anima piena di poesia, d'ideale, vedeva turbinarsi davanti agli occhi mille immagini che un dì o l'altro egli confidava di riprodur sulla tela. No, egli non aveva sortito l'indole dell'uomo d'affari, il suo ingegno non si era mai saputo acconciare alle discipline delle cifre; che avrebbe fatto nello scrittoio di suo padre? Da fanciullo in su aveva avuto un culto, un amore ardente, irresistibile; il culto, l'amore del bello. La bellezza gli faceva piegar le ginocchia, come cosa di cielo; e l'aveva cercata e la cercava per tutto, negli splendori dell'alba e del tramonto, nella nota d'una musica appassionata, nel fascino della poesia, nelle forme armoniose e nel sorriso della donna. La religione del bello era tutto per lui; beati i tempi in cui essa era l'ispiratrice dei popoli! Insomma egli era, egli voleva essere artista: lo lasciassero seguir la sua via; forse egli avrebbe presto o tardi toccato una meta non ingloriosa. Di quadri finora non ne aveva fatto che uno, venduto a Zurigo e accolto con benevolenza dai critici più severi. Ma si portava dietro un'infinità di studi, di schizzi, gettati giù alla buona sul primo pezzo di carta che gli cadeva sotto le mani. Erano tipi che egli aveva accarezzati nella fantasia, o che aveva incontrati realmente nel suo cammino; ricordi della vita, o ricordi del pensiero, ch'egli raccomandava alla carta, con un segno, con una data ch'era per lui un filo d'Arianna onde raccapezzarsi in quel labirinto. Nei libri che leggeva, e ne leggeva molti (poesie e romanzi per lo più), cercava soggetti di quadri; traduceva in linee i personaggi e le scene che l'autore aveva descritto a parole. In questi suoi disegni appena abbozzati era il germe delle sue opere venture; era il materiale greggio da cui egli sperava di sprigionare il metallo prezioso.

Tutte queste cose Mario Albani diceva al professore e alla Gilda, sciorinando davanti a loro quelli ch'egli chiamava i suoi scarabocchi e spiegando donde ne avesse tratto l'ispirazione. La sua parola era colorita, nervosa, e rivelava un giovane d'ingegno, un po' entusiastico forse, un po' troppo fiducioso di sè, ma nel quale c'era a ogni modo la stoffa d'un uomo non volgare.

Bisognava mettersi in moto la mattina all'alba, e quindi quella sera i nostri _touristes_ si separarono presto, dopo aver preso un eccellente _punch_ preparato da Mario, il quale, da buon alpinista, portava nel suo piccolo bagaglio una mezza dozzina di limoni e una bottiglia di _cognac_.

Quando il pittore fu nella stanza, egli si accorse ch'era muro a muro con la Gilda. Egli picchiò sulla parete e disse: — Signora Gilda, la sveglierò io domattina. — E diede altri due colpetti: — Mi sente? — Sì, sì.

La Gilda poteva soggiungere ch'ella non aveva punto sonno, e che probabilmente non avrebbe dormito in tutta la notte. E invero ella si ravvoltolava nelle coltri senza chiuder occhio, pensando a quel bizzarro incontro col suo antico compagno d'infanzia, là tra le solitudini alpine, a mille duecento metri sul livello del mare. Com'era mutato Mario! Ed era mutata anche lei, ed egli glielo aveva fatto intendere con tanta galanteria, quand'ella aveva espresso il desiderio di tornar bambina. — È troppo bella così — Queste parole le ronzavano gradevolmente all'orecchio. Ella sorrideva a fior di labbro; poi, per una rapida associazione d'idee, paragonava fra loro i tre uomini che le pareva di conoscer meglio nel mondo, lo zio Aldo, il capitano e Mario. Era possibile immaginarsi tre nature più diverse? Per l'uno la vita si chiudeva tutta nell'austerità degli studi, per l'altro essa significava il movimento, la lotta, il pericolo; pel terzo essa non aveva che uno scopo: la ricerca appassionata del bello. Chi dei tre aveva ragione? La Gilda non sapeva dirlo, ma l'istinto femminile l'avvertiva ch'ella esercitava un impero su quelle tre anime.

Nella camera attigua, ch'era quella del professore, si vedeva lume attraverso il buco della serratura.

— Sei desto ancora, zio Aldo? — chiese la Gilda.

Il chiamato balzò in sussulto. — Sì... Come lo sai?... Ho fatto romore?

— No, vedo chiaro.

— Leggevo... Ma tu perchè non dormi? Non ti senti bene forse?

C'era tanta tenerezza, c'era tanta ansietà nella voce del dottor Romualdo, che la giovinetta ne fu commossa. — Che idee! — ella rispose — sto benissimo... Oh! perchè spegni la candela?

— Perchè tu possa dormire.

— Povero zio Aldo! — pensò la Gilda — Come mi vuol bene!

Il professore aveva detto una piccola bugia. Egli non leggeva. Egli riandava nella mente le cose della giornata, e cercava d'indovinar l'avvenire. Che influenza avrebbe avuto sull'avvenire l'improvviso incontro della Gilda e di Mario? Nessun giovine aveva mai parlato alla Gilda con la confidenza di questo giovine; verso nessuno ella si era mostrata tanto espansiva. Che fosse giunto anche per lei il momento in cui l'_amore anonimo_ prende forma e contorni? Che questo pittore entusiasta fosse l'uomo prescelto? Saprebbe egli amarla? Saprebbe renderla felice?

Mentre il professore Grolli si agitava in questi pensieri, le tempie gli martellavano e il cuore gli batteva con palpiti affrettati.

XV.

La Gilda era in piedi all'alba. Quando Mario picchiò sulla parete per isvegliarla, ella gli disse, canzonandolo: — Scommetterei che è ancora in letto.

— Già, mi alzo adesso.

— Bravissimo. E io sono bella e vestita.

— Bella sì, ma vestita no.

— O scusi, come può dirlo?

— Alle donne manca sempre qualche cosa.

Il pittore aveva ragione. Ella aveva ancora da dar l'ultima mano alla sua _toilette_.

— A ogni modo — ella rispose — vedremo chi farà più presto ad uscir di camera.

— Vedremo... Chiami il professore intanto.

— Oh! Quanto a lui, è pronto, e ci aspetta. Esce appunto adesso dalla sua stanza.

Di lì a un paio di minuti, due usci si apersero allo stesso momento sull'andito, e i due giovani si diedero il buon giorno con una risata.

— Sono stata prima io... di un secondo — disse la Gilda.

— Perdoni... Io ero già fuori con la testa, mentre lei... E poi, badi, ha violato i patti.

— Come?

— Sì... Ella non finito la sua _toilette_.

— Oh! Che dice mai? — esclamò la fanciulla, tastandosi da tutte le parti.

— Le manca d'agganciare un bottone.

— Dove?

— Là — egli rispose, segnando un punto del vestito.

— Questi sono cavilli. Insomma ho vinto io... Non è così, zio Aldo? — ella esclamò, correndo verso il professore che camminava nell'andito col capo chino e con le mani intrecciate dietro la schiena. E soggiunse scherzosamente: — Bisogna far lega, noi due, contro questo signorino.

— Davvero? — replicò il professor Romualdo, sforzandosi a sorridere.

— Badino, badino — riprese l'Albani, e mentre parlava fece un mezzo giro sui talloni. — Non vedono quello che ho dietro alle spalle.

— Sì... Ha lo zaino... Oh bella, vorrebbe farci paura con lo zaino? Se dicesse l'_alpenstock_, meno male... Quello lì potrebbe passare per una lancia...

— Oibò, oibò. La mia forza risiede oggi nello zaino. Sa che cosa c'è qui dentro?... Ci sono le provvigioni, c'è l'arrosto, il salame, il pane, il vino... Sta in me di affamare il nemico. E il nemico affamato si arrende.

— O muore — soggiunse in tono eroicomico la giovinetta.

— Pazzerella che sei! — disse il professore.

Ed ella:

— Noi prenderemo d'assalto il deposito delle vettovaglie, non è vero, zio Aldo?

— Pazzerella, pazzerella! — replicò questi. E invidiava la facile allegria della gioventù, egli che non s'era sentito giovine mai.

Si discese in salotto, ove l'ostessa aveva approntato il caffè e latte; poi si partì con la scorta di un ragazzo ch'era pratico della strada e che portava gli scialli e i mantelli.

Era una splendida mattina; le cime dei monti illuminate dai primi raggi del sole si disegnavano nitidissime nel cielo azzurro, un'aria frizzante ed elastica, che infondeva lena alle membra, s'insinuava fra i rami degli abeti e accarezzava mollemente l'erba rugiadosa. Si saliva a grado a grado, ora traversando ampie praterie, ora addentrandosi nelle macchie dei pini, ora costeggiando a ritroso qualche torrente incassato nella montagna. La scena, come avviene tra le Alpi, mutava ad ogni istante, a vicenda orrida e amena, angusta e spaziosa. Qua una gola asserragliata fra due rocce a picco e ove l'acqua si precipitava con un fracasso d'inferno, travolgendo nel suo corso i sassi ciclopici, là una distesa di valli inondate di luce, avvolte in una quiete solenne.

La flora ricchissima e la curiosa struttura geologica dei terreni distraevano singolarmente il professore, al quale nessuna delle gite passate aveva offerto sì largo campo di osservazioni. E l'Albani prestava un aiuto insperato al suo dotto compagno, arrischiandosi volentieri col suo piede sicuro nei posti meno accessibili a coglier per esso le felci, le dafni, le sassifraghe, i ciclamini e i licheni. Ma più spesso il pittore stava a fianco della Gilda, il cui volto brillava d'uno schietto entusiasmo. I due giovani si comunicavano le loro impressioni e provavano una dolce maraviglia a vedere quanta conformità vi fosse nei loro gusti. La Gilda s'accorgeva per la prima volta d'avere anch'essa istinti un po' avventurosi (era forse l'inquietudine de' suoi genitori che le scorreva nel sangue), sentiva che le tranquille abitudini casalinghe, in cui tante donne trovano pure una compiuta felicità, avrebbero alla lunga finito col venirle in uggia. Oh poter correre il mondo, poter affinare lo spirito nella lotta, poter conoscer la vita! E il suo pensiero volava alla sua mamma, il cui animo virile in mezzo alle più terribili prove le era stato vantato tante volte dal capitano Rodomiti. Ma qui non poteva a mano di sovvenirle un altro ricordo. La sua mamma era stata ingrata verso i suoi parenti; ne imiterebbe ella l'esempio, sarebbe ingrata anch'ella verso chi aveva fatto tanto per lei?