Part 7
Per i professori c'era un tavolino a parte, intorno al quale essi impegnavano discussioni rumorose sui regolamenti universitari, sui ministri che s'eran succeduti all'istruzione pubblica, sugli esami e sulle propine. Ma il grosso della compagnia sedeva a una gran tavola rettangolare, su cui la Ginevra e la Giulia stendevano con moltissima cura un tappeto di lana che ricadeva sin quasi sul pavimento. I maligni volevano far credere che all'ombra di quel tappeto si stabilissero fra gli studenti e le ragazze attivissime comunicazioni di mani e di piedi, assai più gustose dei giuochi di società che avevano luogo alla superfice.
Alle dieci la signora Olimpia distribuiva agli invitati una tazza di tè leggiero in modo da non alterare il sistema nervoso, e le padroncine giravano un piatto di _sandwichs_ preparati dalle loro mani. Alle undici la compagnia si scioglieva, salvo i pochi casi in cui tra gl'invitati si trovasse una persona di buona volontà da suonar l'armonica e da permettere alla gioventù di far _quattro salti in famiglia_.
Un osservatore superficiale troverà senza dubbio che la signora Olimpia, sollecita com'era di procurar marito alle sue figliuole, commetteva una leggerezza invitando ai suoi convegni serali la Gilda, che dava scacco matto a tutte e due. Ma la signora Olimpia aveva vedute più larghe e profonde. Ella pensava che la bellissima giovinetta poteva servir d'uccello di richiamo e far venire in casa qualcheduno che non ci sarebbe venuto altrimenti. — E pur che ci vengano almeno in due — rifletteva l'accorta donna — io ci avrò sempre guadagnato. Quand'anche si appiccicassero entrambi alla nipote del Grolli, più d'uno ella non ne sposerebbe; l'altro resterebbe sempre amico di famiglia, e allora, chi sa?
Non si può creder quante feste si facessero dalla famiglia Lorati ai due nuovi ospiti. Le ragazze volevano sedere l'una a destra, l'altra a sinistra della Gilda, la colmavano di elogi sulla sua bellezza e sulla sua grazia, la iniziavano ai segreti dei dilettevoli giuochi di _scopa_ e _campana e martello_. La signora Olimpia e il rettore prodigavano le più tenere cure al professor Romualdo, e anzi il rettore sentiva l'imperioso bisogno di fargli ogni momento il solletico sulle ginocchia e di ripetergli con infinita espansione: — Ma bravo il nostro Grolli, che si è risolto a uscir dal suo guscio!
E gli altri professori in coro: — Bravo Grolli! Bravissimo!
Nell'ora del tè poi era la signora Olimpia in persona che portava la tazza al dottor Romualdo e gli offriva i _sandwichs_. Faceva servire gli altri invitati dalle figlie, ma il dottor Romualdo voleva servirlo ella stessa.
I colleghi, con la insistenza uggiosa dei dotti quando pretendono di far gli uomini di spirito, celiavano costantemente su queste attenzioni speciali della signora Olimpia pel Grolli. — Ehi Grolli, state in guardia... la signora Lorati insidia la vostra innocenza... Badate che non si ripeta il caso della moglie di Putifarre.
Il professore si agitava sulla sedia e borbottava infastidito: — Che discorsi! — E si confermava sempre nell'idea ch'era meglio vivere a sè, tenersi lontani anche dai colleghi, e non aver con loro altre relazioni che quelle volute dagli studi. Ma oramai erano vani rimpianti e conveniva rassegnarsi all'inevitabile.
Gli omaggi di cui la Gilda era l'oggetto in casa del rettore non le facevano salire i fumi al cervello. Lasciava discorrere i damerini senz'accordar preferenze ad alcuno, e quando giungeva il momento desiderato dei _quattro salti in famiglia_, ella ballava indifferentemente con tutti, più entusiasta della danza che dei danzatori. Com'era bella allorchè il giro vorticoso del valzer le invermigliava le gote e le scompigliava i capelli, e il suo piede leggiero appena sfiorava il pavimento, e la sua persona agile, snella, succinta, si disegnava in mille pose sempre diverse e sempre leggiadre e composte!
— Che allegria, non è vero, in queste festine? — diceva il cavaliere Lorati, stropicciandosi le mani e andando dall'uno all'altro crocchio. — Benedetta la gioventù!... Ci s'ingrassa proprio a vederla divertirsi in tal modo... Voi, caro Grolli, vi siete fatto vecchio prima del tempo... Avete avuto torto, un gran torto... Quanti anni avete?
— Trentacinque fra poco.
— Guardate un po' se un uomo a trentacinque anni dovrebbe star lì impalato presso uno stipite invece di ballare con le ragazze... Fin che si tratta di me che non aspetto i sessanta...
Ballare! Egli, il professor Grolli! Che idee! Le coppie danzanti lo urtavano, lo investivano, ed egli rimaneva come trasognato. In quell'intrecciarsi delle braccia, in quel confondersi del respiro, in quel mover del piede in cadenza, in quell'abbandonarsi della persona all'onda dei suoni, c'era dunque, ci doveva essere un piacere ch'egli non aveva mai provato, ch'egli non sapeva comprendere, ma di cui gli era impossibile non ravvisare l'espressione schietta ed ingenua nelle facce giovanili ch'egli vedeva passarsi davanti. Era proprio vero. C'era un mondo di cui egli non aveva nemmeno toccato la soglia.
Negl'intervalli fra un ballo e l'altro la Gilda veniva a dargli un saluto e a chiedergli se si divertiva... Oh! tanto... Egli la seguiva mestamente con l'occhio mentre ella s'allontanava a braccio di un _cavaliere_ qualunque. Egli pensava che la cara bambina la quale gli aveva insegnato a comprender la famiglia, non era più sua; le acri voluttà della vita si erano impadronite di lei: oggi era il ballo, era l'ingenua soddisfazione di sapersi ammirata; domani sarebbe stato l'amore, forse la passione violenta, irresistibile, fatale.
— Fra un paio d'anni bisognerà dar marito a quella ragazza — diceva il rettore battendo sulla spalla del dottor Romualdo. — Cospetto! Come è cresciuta bene!... Grande scoglio questo del matrimonio... E io ho da provvedere a due... Meno male che se ne incarica Olimpia.
Un discorso così naturale come quello del matrimonio della nipote recava al professore una molestia inesplicabile, ed egli sfogava il suo dispetto parlando con amarezza di tutti i giovani i quali frequentavano la famiglia Lorati.
Nel tornare a casa, una sera, la Gilda gli chiedeva il suo parere sopra certo Norio, ch'era una conoscenza recente e che pareva destinato a divenire il beniamino della società.
— È un giovine che non riuscirà a nulla — replicò vivamente il professore.
— O perchè dici così? — ella soggiunse.
— Perchè? A che vuoi che riesca un giovine che è venuto qui per istudiare e pochi giorni dopo il suo arrivo non sa impiegar meglio la sera che ballando e facendo giuochi di compagnia?
— Dio buono! Alla sua età non gli sarà lecito divertirsi?
— Alla sua età il divertimento per i giovani seri, per i giovani che vogliono diventar qualche cosa, è lo studio. Ne ho conosciuti io di questi giovani, che vegliavano fino a tarda ora sui libri, affaticandosi la mente, logorandosi gli occhi, che si alzavano poi la mattina prima del sole e ripigliavano il lavoro lasciato a mezzo, intenti a decifrare una formula, a risolvere un problema... Oh non erano eleganti, no... Non avevano la scriminatura perfetta, i baffetti arricciati, il colletto candidissimo, il nodo della cravatta d'una simmetria architettonica, non avevano i bottoncini d'oro sulla camicia... no, no... le loro vesti erano sgualcite, la loro biancheria era frusta, i loro capelli scomposti... Le donne non li guardavano con compiacenza...
— Ma, zio Aldo — interruppe Gilda — saranno stati indecenti.
— Non me ne intendo io... Erano poveri...
— Ebbene, che colpa ha il signor Norio se la sua famiglia è piuttosto agiata?
— Colpa? Non ne ha nessuna, ma gli manca la più grande maestra della vita, la povertà. Male alloggiati, mal nutriti, mal coperti, si trova che vi è una sola consolazione, il lavoro, lo studio... La vita del pensiero diventa la vita del corpo; non si sente la fame, non si sente il freddo... Per mesi e mesi si mangia un pane di meno al giorno, tanto da comperarsi un libro nuovo, e quel libro acquistato così faticosamente ha per noi maggior pregio che non abbia pei bellimbusti un abito da ballo, e per voi altre donne un vezzo d'oro e di perle... Voltarne e rivoltarne la coperta, tagliarne le carte, aspirare l'odore acre della stampa ancora umida e fresca, ecco tanti piaceri ignorati dal comune della gente... Che c'importa delle travi affumicate, che c'importa delle pareti sgretolate e crollanti?... I nostri occhi guardano più in là; essi abbracciano il mondo intero...
— E nessuna compagnia, nessuna distrazione? — chiese la Gilda, che non aveva mai trovato lo zio Aldo così eloquente.
— Distrazioni?... Qualche passeggiata all'aria aperta, nelle ore del sole l'inverno, nelle ore del fresco l'estate... Compagnia?... Fra i vivi, tre o quattro coetanei delle stesse condizioni e degli stessi gusti; fra i morti, tutti i migliori... Tutti quelli che hanno stampato un'orma nel campo degli studi; tutti quelli che hanno aggiunto una verità al patrimonio della scienza... e t'assicuro io che valgon meglio della folla volgare e piccina dalla quale siamo attorniati.
— Tu hai fatto questa vita, zio? — domandò la Gilda commossa.
— Ho parlato di me?
— Oh! T'ho inteso benissimo... Fosti tu pure uno di quelli che hanno lottato, che hanno patito.
— Ne conobbi tanti che patirono di più...
— Povero zio Aldo! — rispose la fanciulla alzando verso di lui gli occhi inteneriti. — Sei rimasto solo presto?
— Sì — egli rispose, scosso da quella voce soave, da quello sguardo penetrante. — Ma lasciamo questo discorso... Vedi che ormai la burrasca è passata.
La Gilda sapeva che suo zio non era mai stato ricco, ma ella ignorava ch'egli avesse avuto una giovinezza così travagliata, e strappandogliene per la prima volta la confessione non poteva a meno di ammirare in lui la forza dell'animo alieno da ogni vanteria.
— Hai ragione, zio Aldo — ella soggiunse dopo una breve pausa. — Quelli che tu hai descritti sono i giovani degni di essere amati.
Egli sentì corrersi un fremito per le vene; poi disse sospirando: — Amati da una donna! A che pro?... Allora non istudierebbero più.
— Oh zio Aldo — sclamò la Gilda — come sei cattivo con noi donne!
XIII.
Nel maggio di quel medesimo anno, il professore e la Gilda ricevettero una visita non meno cara che inaspettata, quella del capitano Rodomiti. Il capitano non si era mai dimenticato dei suoi amici, scriveva loro ogni tre o quattro mesi, mandava regali alla sua figlioccia, e le prometteva sempre che sarebbe venuto a salutarla. Ma, sinchè il suo bastimento si trovava nei mari dell'India e del Giappone, egli aveva un bel promettere, e la Gilda diceva ridendo: Lo _zio Tonino_ discorre delle sue visite come s'egli fosse a Firenze o a Milano invece d'essere a Hongkong o a Singapore. — Adesso però egli si era diviso non senza rammarico dalla sua vecchia _Lisa_, e assumeva il comando di un legno di gran portata uscito appena dai cantieri di Sestri Ponente per conto d'uno dei principali armatori della riviera Ligure. Prima d'imbarcarsi e di star lontano dall'Italia chi sa quanti anni ancora, aveva chiesto una licenza di due settimane, e ne approfittava per venir a vedere coi propri occhi i cambiamenti successi in quasi dodici anni nella vispa bambina ch'egli aveva condotta da Montevideo a Genova. Come lo accogliessero non c'è bisogno di dirlo. Il lungo tempo trascorso dal primo ed unico incontro fra il professore e lui non aveva lasciato segno visibile sulla sua fisonomia e sulla sua persona. Una vita attiva sin dall'infanzia, esercitata alle fatiche, alle privazioni e ai pericoli, abbrevia forse il periodo della giovinezza, ma prolunga quello della virilità. L'uomo comincia più presto, ma finisce più tardi. Il Rodomiti toccava i sessanta, ma a vederlo lo avreste detto appena cinquantenne. Giusto di membra nelle sue proporzioni colossali, egli si conservava sempre ritto e imponente; l'occhio limpido e vivace esprimeva il connubio della forza e della bontà; non era facile trovare un pelo bianco nella sua barba e nei suoi capelli che incorniciavano l'ovale regolare della sua faccia abbronzita. In collera era terribile, terribile come l'Oceano di cui aveva affrontato così spesso le tempeste; ma le tempeste della sua anima erano molto meno frequenti di quelle del mare, e i suoi scoppi d'ira non erano mai cagionati da futili motivi. Solo i deboli, quando non sono pusillanimi, sono irascibili. Il capitano Antonio era d'ordinario pronto al sorriso e all'arguzia; la sua voce tonante sapeva piegarsi alle inflessioni più dolci, più carezzevoli, specialmente quand'egli si trovava in mezzo ai bambini. Oh i bambini egli li amava tanto! Non v'era porto toccato dalla sua nave ov'egli non ne conoscesse qualcheduno, e la sua cabina era piena di gingilli ch'egli portava da una parte all'altra del mondo per regalarne i suoi piccoli amici. E che feste essi gli facevano! Come gli si arrampicavano sulle spalle, come gli tiravano la barba! Era padrino di quasi tutti i figli de' suoi marinai, e la soddisfazione ch'egli vedeva dipingersi in tante famiglie al suo comparire lo dispensava dall'avere una famiglia propria. D'indole espansiva e gioviale, egli narrava volentieri i suoi viaggi, che gli avevano fatto conoscere uomini e paesi diversi, e veniva sempre alla sua conclusione favorita: — Ciò che v'è di meglio dappertutto sono i fanciulli.
— Meglio delle donne? — chiedeva qualcheduno maliziosamente.
— Eh! mille volte meglio.
Il capitolo delle sue avventure galanti sarebbe stato lungo e curioso; ma egli non voleva parlarne mai, e, se altri tentava di tirarlo in lingua, egli rispondeva con monosillabi e guardava i globi di fumo svolgentisi dalla sua pipa.
Con immenso terrore della signora Dorotea, il professor Romualdo avrebbe voluto dare ospitalità al capitano; ma questi preferì aver la sua libertà e scendere all'albergo. Egli veniva però ogni mattina a prender la Gilda, che si appendeva al suo braccio, e sebbene dovesse alzar molto gli occhi per fissarlo in viso e stentasse alquanto a mettere i suoi passi al pari con quelli di lui, era superba di un così maestoso cavaliere. Si sentiva più di una esclamazione intorno a loro, si vedeva più d'un curioso far sosta un momento e voltarsi indietro, colpito dalle dimensioni colossali del capitano.
— Ho questa statura da quarant'anni e non ci si sono ancora avvezzati — osservava sorridendo il Rodomiti, mentre si avvicinava con cautela alla vetrina di qualche negozio e abbassava il capo per non urtar nei lampioni.
Il capitano e la Gilda avevano una infinità di cose da dirsi. Egli rinverdiva nella mente di lei le immagini illanguidite dei primi anni, le discorreva di sua madre; ella, dal canto suo, gli parlava dello zio Aldo, della sua bontà, del suo amore allo studio, della sua timidezza.
— Un brav'uomo, un brav'uomo — soggiungeva con un accento convinto il capitano. — È un uomo di cuore... Non mi dimenticherò mai del nostro primo incontro. Egli pareva sbigottito della mia statura; io, a vederlo così piccino, così impacciato, non n'ebbi la migliore impressione... È più basso di te, non è vero?
— Oh, di qualche centimetro...
— A ogni modo, adesso è migliorato anche nell'aspetto... Adesso senza dubbio si rade, si pettina... è quasi bello al paragone... Ma allora era un vero istrice... Indossava poi un certo vestito da viaggio... Oh che tipo! Però non mi ci volle molto a riconoscere un fior di galantuomo... Non esitò un istante, accettò lealmente, francamente, il legato lasciatogli da sua sorella... Non tutti avrebbero fatto altrettanto.
— Lo credo io! — esclamava la Gilda. E raccontava le mille attenzioni che il suo tutore le prodigava, la cura ch'egli si prendeva della sua educazione, i sacrifizi d'ogni specie ch'egli faceva per lei. — Già — ella diceva — ne fa uno grandissimo a tenermi seco... Non può soffrire le donne... Alle fanciulle fa grazia, ma con le donne è inesorabile... Quando mi son cambiata di pettinatura (in collegio tenevamo i capelli raccolti in due lunghe trecce che ci cadevano giù per le spalle) egli durò fatica ad avvezzarvisi. A ogni passo che faccio per uniformare la mia _toilette_ a quella delle mie coetanee, vedo lo zio annuvolarsi in viso... E non è già per la spesa... no certo, gli è che lo zio mi avrebbe voluto sempre bambina.
E la Gilda guardava istintivamente le sue sottane ancora un po' corte.
Una mattina il Rodomiti chiese ed ottenne licenza di condur seco per qualche giorno la ragazza a Milano. Questo viaggetto finì con un gran colpo di scena. Poichè, nella sera in cui il capitano e la Gilda furono di ritorno, la signora Dorotea mise un grido, e per poco non lasciò cadere di mano il lume con cui ella era venuta ad aprire.
— Chi è? chi è?
— Zitta, sono io... Non mi conosce? — disse la Gilda, avviandosi frettolosa verso la camera dello zio. Il capitano Rodomiti la seguiva più lentamente, e con la sua presenza metteva in soggezione la vedova e la forzava a starsene muta.
Il professor Romualdo era seduto davanti alla scrivania con le mani sprofondate nei capelli, cogli occhi fissi sull'ultimo numero del _Journal des mathématiques_, con le spalle rivolte all'uscio. Una candela con cappello di cartoncino verde raccoglieva la poca luce sullo scrittoio e lasciava in ombra il resto della stanza.
La Gilda entrò in punta di piedi, s'avvicinò adagio adagio alla sedia, e appoggiandosi alla spalliera, disse: — Zio Aldo.
Egli diede un sobbalzo. — Sei tu Gilda? — Poi guardò dietro a sè, e il suo volto, che s'era composto a un sorriso, si atteggiò a un immenso stupore. — Chi è?...
In fondo, presso all'uscio, s'intese lo scoppio d'una risata.
— Non conoscete più vostra nipote? — chiese il capitano.
— Ma...
Il professore, riavendosi a poco a poco dalla sorpresa, si alzò da sedere, sollevò la candela fino all'altezza del viso della Gilda, e ripetè più volte — È possibile?
— Possibilissimo — rispose il capitano Antonio. — Il rubino è quello di prima; è cambiata soltanto la legatura... La Gilda esitava, ella mi ripeteva che lo zio ha dichiarato guerra a morte alle donne, e che ella non poteva sperare di vedersi trattata da lui con la solita intimità se non conservando le apparenze della fanciulla... Baie, io le risposi; faremo accettare al signor zio il fatto compiuto... O vuoi restare perpetuamente cogli abiti corti? Persuasa a mezzo, me la son condotta a Milano, e la ho fatta vestire a modo mio... Fu proprio a modo mio?
— No, per dire la verità... Tu sceglievi certe stoffe, certi colori...
— Non avrò buon gusto; già, quello lì, a bordo non si acquista... Io volevo un po' più di lusso... Ma questa signorina fu così modesta, così discreta... diverrà una valente massaja... Insomma, la guardi, signor orso, e vada superbo d'una così bella nipote (tùrati le orecchie, Gilda), e confessi che le donne non sono poi la più brutta parte della creazione... Santo Dio! Che bujo c'è qui dentro! — continuò il capitano, fregandosi un fiammifero sui calzoni e accendendo con quello una candela che era sul canterale. — Oh! così! Sono soddisfatto davvero... Brava _madama_... Come si chiama la fata?
— _Madama Chaillon!_
— Brava _Madama Chaillon_!
Il capitano sedette sul canapè, si stropicciò le mani, e stirò sul pavimento le sue lunghissime gambe.
L'ammirazione del capitano Rodomiti non era affatto irragionevole, perchè la Gilda non era mai stata così bella come quella sera. Il suo vestito non le faceva una grinza; ed ella lo portava con la disinvoltura d'una gran dama.
— Via, via, caro Grolli — continuò il capitano, ch'era in vena di chiacchierare — perdonate alla vostra pupilla il delitto di aver passati i sedici anni e di avere un paio d'occhi che faranno girare il capo a molti.
— Capitano! — interruppe il dottor Romualdo.
— So che queste cose non si dovrebbero dire in presenza della ragazza, ma la Gilda ha giudizio e non c'è pericolo che gli elogi la guastino... E poi, lasciatemi discorrere ancora stasera, chè domani parto, e me ne vado alla Plata... Dunque, non le tenete il broncio?
— Ma che broncio? Io non vi capisco — proruppe il dottor Romualdo, alquanto confuso. — È un pezzo che mia nipote non è più una bambina, eppure io non le ho scemato l'antico affetto.
— Oh, no — proruppe la Gilda.
— Non basta, non basta — riprese il capitano, spingendo fuori della bocca una grande nuvola di fumo — bisogna che la Gilda possa avere per voi tutta la confidenza ch'ella avrebbe pei suoi genitori... Si avvicina il momento dei segreti scabrosi; guai se una ragazza non sa a chi rivelarli! Me ne intendo, io, di queste cose; quando le mie cento figliocce sparse nelle cinque parti del mondo mi veggono arrivare, esse sanno ch'io leggo sul loro fronte le novità che sono accadute nel loro cuoricino... E vi assicuro, professore mio, che queste novità si rassomiglian tutte, tanto alla Nuova Zelanda quanto in Italia, tanto nella Polinesia quanto al Messico, tanto al Capo di Buona Speranza quanto al Giappone... È così, e la vita convien prenderla com'è...
Il capitano, alzatosi in piedi, camminava lentamente per la stanza, e la sua ombra gigantesca si disegnava sulla parete; il professore, inquieto, guardava ora lui, ora la Gilda, ch'era immobile con un gomito appoggiato alla spalliera d'una seggiola, cogli occhi chini al suolo.
— Qui non c'è scritto ancora nulla — soggiunse il Rodomiti, avvicinandosi alla giovinetta, ponendole una mano sotto il mento e sforzandola a guardare in su — qui non c'è scritto ancora nulla — e a queste parole il dottor Romualdo si sentì liberato come da un incubo. — Ma — continuò il loquace capitano — un dì o l'altro qualche cosa ci sarà scritto sicuramente, e allora, siccome io mi troverò sull'Oceano, e il professore queste formule non sa decifrarle da sè, sarà necessario che _madamigella_ si faccia coraggio, e dica nell'orecchio allo zio ciò che la turba... E il signor zio deve promettermi che non si scandalizzerà punto, ma farà bene anche allora la sua parte di babbo. Siamo intesi, Gilda?
— Sì — ella rispose, arrossendo.
— E voi, Grolli?
— Ma sì, è naturale... Che uomo siete!... Che discorsi avete tirato in campo stasera! — disse il professore che smaniava sulla seggiola.
— Oh in quanto a me non ho mai capito che sugo ci sia a non voler guardar le questioni in faccia e a trattar le ragazze come se vivessero in un altro mondo... Adesso però puoi lasciarci, Gilda. Avrei da dire una parola a tu per tu al professore.
— A me?
— Sì, a voi... Oh una cosa da nulla... A rivederci domattina, Gilda; verrai ad accompagnarmi alla stazione?
— Sicuro, e anche lo zio ci verrà.
La giovinetta prese una candela e si ritirò nella sua camera, ov'ebbe una gran tentazione di dare un bacio alla propria immagine nello specchio. Ella sapeva da un pezzo che non era brutta, ma quella sera soltanto ella acquistava la persuasione di esser veramente bella.
— Dunque? — disse il professore, quando fu solo col capitano Antonio.
— Non vi sgomentate... Pare impossibile... Siete un brav'uomo, ma troppo apprensivo... Permettete.
Il Rodomiti si mise a sedere sul canapè, che scricchiolò sotto l'immane peso; accavallò una gamba sull'altra e, gonfiando e sgonfiando successivamente le guance, mandò tre gran boccate di fumo.
— Dunque quello che volevo dirvi è questo. Non è lontano il tempo in cui vostra nipote prenderà marito...
— E di nuovo quest'argomento! Non avete dichiarato or ora che non c'è nulla?
— Sicuro; a tutt'oggi non c'è nulla... Ma bisogna intenderci... Non c'è nulla di personale... La Gilda si trova nello stadio dell'amore anonimo.
— Non v'intendo.