Part 6
Queste savie riflessioni del dottor Romualdo si traducevano in una cura alquanto maggiore della persona. Egli usava con una certa frequenza la spazzola e il pettine, procurava che ciascun bottone del suo soprabito entrasse nell'occhiello che gli competeva, e non isdegnava di rimanere qualche secondo davanti allo specchio per allacciarsi il nodo della cravatta. Questo fatto memorabile accadeva specialmente nei giorni in cui il professore doveva recarsi dalla nipote. Prima di far la sua visita, egli si lavava col sapone d'odore, si ravviava i capelli, lasciava a casa la tabacchiera, e invece del fazzoletto turchino, prendeva seco un fazzoletto bianco di bucato. Egli non cessava già di esser brutto, ma cessava d'esser sucido, e le convittrici non lo chiamavano più l'_orangutan_. Avrebbero smesso, a ogni modo, di dargli questo appellativo sgarbato, per riguardo alla Gilda ch'era diventata in breve tempo un personaggio importante. Negli studi era la prima della sua classe, nei giuochi era delle più vispe e briose di tutto il collegio. Alcune tra le ragazze maggiori d'età avevano fatto per qualche tempo il viso dell'arme al novello astro che sorgeva sull'orizzonte, ma la bizza era durata poco; la grazia della Gilda, il suo aspetto attraente, la prontezza del suo ingegno, la spontaneità dei suoi modi avevano trionfato di ogni ritrosia. Onde ella non tardò ad appartenere al gruppo delle elette, a quella aristocrazia della scuola che nessun regolamento vale a sopprimere, come nessuna legge può distruggere le inuguaglianze nella vita reale. E a quella guisa che il professore Romualdo aveva in principio fatto cadere sulla nipote parte della sua impopolarità, la Gilda faceva riflettere oggi sullo zio parte della simpatia ch'ella aveva acquistata per sè.
V'era poi un'altra ragione assai importante per la quale il Grolli era ormai guardato, se non con vivo interesse, almeno con una curiosità benevola. Prima che compisse il secondo anno dacchè la Gilda era entrata in collegio, il dottor Romualdo aveva mutato la sua condizione di assistente in quella di titolare, e il titolare era già divenuto illustre, le sue opere erano lodate anche fuori d'Italia, la sua conoscenza era ambita da uomini preclari nel campo scientifico. A sua insaputa, il dottore Romualdo s'era messo su una delle due vie, per le quali, dato un certo merito, si consegue la fama. Poichè a questo proposito non c'è mezzo termine; la fama, o bisogna arrabattarsi molto a cercarla, o bisogna star molto cheti ad attenderla. O l'impudenza sfacciata del ciarlatano, o la ritrosia quasi infantile del cenobita. Col primo sistema si assorda il paese del proprio nome, si loda per esser lodati, si accarezza la critica, si entra audacemente in una chiesuola scientifica. Indi uno stuolo d'alleati, ma, di fronte, uno stuolo di nemici. Cento insidie, cento passioni poste in giuoco, il trionfo delle dottrine subordinato al trionfo della fazione, l'abilità spesso più potente dell'ingegno. Col secondo sistema si studia in silenzio, creduti timidi dal mondo a cui si getterà forse un giorno un'idea destinata a sconvolgerlo. Non una condiscendenza che ne chiami un'altra, non una parola che accenni a vaghezza di plauso; non alleati, ma non nemici; bensì, sparse per la terra, numerose simpatie di persone che non si conoscono e non si conosceranno giammai; simpatie un po' inerti, non bastevoli a dare la gloria, ma pronte ad alimentare il primo soffio di fortuna che ci spiri propizio. Ottenuta così, la fama è più sicura, più stabile di quella ottenuta per l'altra via. Ma siccome vi si giunge più difficilmente o più tardi, è appunto l'altra via quella che d'ordinario si sceglie.
È superfluo il dire a qual partito si fosse appigliato il professore Romualdo. La sua indole, i suoi gusti, l'ambiente in cui egli era sempre vissuto avevano reso in lui una seconda natura le abitudini del riserbo. Nè sapeva abbandonarle oggi, nè acconciarsi alle esigenze di una celebrità della quale era, più che lieto, maravigliato egli stesso. Era timido, impacciato, alieno da tutto ciò che potesse metterlo in mostra. Però, quando era in giuoco il decoro della sua Università, non ricusava mai l'opera sua; la modestia non era per lui, come è per molti, una maschera della pusillanimità. Un giorno ci fu un ammutinamento di studenti; il rettore aveva perduto la bussola, i professori, scrollando le spalle, s'erano dispersi da varie parti; il solo professor Grolli ebbe il coraggio di affrontare e di sedar la tempesta. Un'altra volta, all'apertura dell'anno scolastico, quand'era già annunciata la prolusione, il titolare a cui toccava di leggere accampò non so qual pretesto per sottrarsi all'impegno. Indi il rettore convocò per urgenza il corpo insegnante, facendo osservare come fosse antichissima consuetudine quella di inaugurar le lezioni con un discorso, e come l'ommettere questa formalità potesse riuscire a scapito dell'Istituto, insidiato da occulti e palesi nemici. Ma chi si scusò con la ristrettezza del tempo, chi con la molteplicità delle occupazioni, e non si veniva a nessuna conclusione. — E lei, professor Grolli? — chiese il rettore, dopo aver interrogato ad uno a uno tutti gli altri. — So che ha una grande ripugnanza per queste cose, e non osavo... — Se è proprio necessario... — rispose il professore, nel quale il sentimento del dovere andava al disopra di qualunque altra considerazione. E poichè la sua offerta venne accolta con entusiasmo, egli vegliò due notti affine di compiere il suo lavoro pel giorno prefisso.
Non può dirsi che, dal punto di vista accademico, il dotto e severo discorso avesse un successo clamoroso. Si notò anzi che parecchie signore si allontanarono dalla sala durante la tornata, che il commendatore prefetto appoggiò il gomito al ginocchio e il capo alla mano nel punto culminante dell'orazione e si assopì fingendo di meditare, e che i due bidelli, i quali, secondo il cerimoniale, stavano ritti in grande divisa ai due lati della piattaforma riservata alle autorità e al corpo insegnante, dovettero addossarsi alla parete e si addormentarono in piedi, cosa non seguìta mai nelle adunanze precedenti, nemmeno alle più erudite concioni. Ma quel discorso, riuscito noioso a tanta parte dell'uditorio, fu invece, per l'importanza e la novità delle cose dette, un vero avvenimento scientifico, che valse al Grolli la nomina a socio corrispondente dell'Istituto di Francia.
Punto inorgoglito delle mutate fortune, il nostro professore conservava le sue modeste abitudini, e le rendite cresciute gli servivano soltanto a ingrossare il fondo giacente presso la Banca in conto della nipote e ad abbellire la stanza in cui ella sarebbe tornata al suo uscir dal collegio.
XI.
Due anni prima che la Gilda compiesse la sua educazione, un'epidemia difterica venne a mietere più di una vittima fra le convittrici. Allora vi fu un fuggi fuggi; quasi tutti i genitori richiamarono a casa le figliuole, e il professor Romualdo s'affrettò egli pure a riprendere la sua pupilla. A epidemia finita, la Gilda avrebbe dovuto ridursi nuovamente in collegio, ma la sua migliore amica era morta, e l'idea di non trovarla più la contristava fuor di misura. — Preferiresti di restare con noi? — le domandò un giorno lo zio. — Oh sì — ella rispose con le lagrime agli occhi. E rimase.
Ella aveva allora quattordici anni, e si trovava in quel periodo critico della vita femminile nel quale un non so che d'incerto, d'indefinito si stende sull'espressione del volto e sulle linee della persona. È come se il fiore tornasse nel suo bocciuolo per aprirsi una seconda volta, nè si può prevedere in qual modo si riaprirà. Quante speranze dell'infanzia deluse! Quante paure svanite! Il mostricciuolo diventerà forse una Venere, Venere si cambierà in un mostricciuolo. Negli occhi delle madri si dipinge un'inquietudine ansiosa, nello sguardo degli estranei una curiosità indiscreta; la giovinetta intanto si sente osservata e si osserva; ella dimanda a sè stessa che cosa scomponga l'armonia delle sue membra, che cosa turbi la serenità del suo spirito, che fuoco arcano le riscaldi le vene. Ha baldanze che la fanno arrossire, ha ritrosie che non comprende; guarda dietro di sè, vede le bambine saltellanti, chiassose, e ne ha invidia e disprezzo ad un tempo; deve confessare che stava meglio quand'era come loro, eppure non vorrebbe tornar come loro; guarda davanti a sè, e vede le giovani spose, le matrone dalle forme opulente mal dissimulate dai veli, le vede imperare con un volger di ciglio e sente che sarà anche lei un giorno quali esse sono, e affretta col desiderio quel giorno. Eppure il desiderio non è senza una tristezza profonda. A che prezzo stringerà quello scettro?
Nell'ultimo tempo della sua dimora in collegio la Gilda era alquanto imbruttita. Era alta, magra, pallida, con un cerchio azzurro intorno alle palpebre. Le sottane corte lasciavano vedere un piede un po' troppo lungo e il principio d'una gamba un po' troppo sottile; anche le braccia erano lunghe e stecchite. Il suo sorriso aveva perduto dell'antica vivacità, la sua voce, già limpida e argentina, era spesso velata e talora feriva l'orecchio con certe note fesse e sgradevoli. Ma in questa eclissi della sua bellezza la Gilda conservava di magnifico gli occhi grandi, espressivi, i folti, bruni, crespi capelli, e i denti bianchi come l'avorio e uguali come le perle d'un monile. Era lecito pronosticare che il resto si sarebbe accomodato da sè.
Come la fisonomia e la persona, così si era un po' modificato il carattere. Ella non era più la bimba impetuosa, ma gioviale, espansiva, che aveva anni addietro portato la rivoluzione nella silenziosa casa Negrelli; i suoi uccelletti, i suoi fiori non le parlavano più l'usato linguaggio; qualche volta la sua allegria era forzata, qualche altra non sapeva frenarsi, e si rinchiudeva nella sua camera, malinconica e taciturna. Non di rado ripensava al chiasso ch'ella faceva con Mario nel magazzino del signor Gedeone; ahimè, dov'erano andati quei tempi? dov'era andato Mario?
Quando gli si domandava conto del suo figliuolo, il signor Gedeone tentennava gravemente il capo. Quel ragazzo gli dava pure di gran tribolazioni. Non era cattivo, ma voleva fare a suo modo, e il soggiorno in Isvizzera, che doveva mettergli giudizio, aveva invece finito di guastargli il cervello. Ormai bisognava rinunziare alla speranza ch'egli succedesse al padre nel commercio dei grani e dei coloniali. Con la stramba idea di diventar pittore, s'era legato in amicizia con un giovane artista svizzero, il quale lo aveva condotto seco per otto mesi a Roma ed ora lo teneva nel suo studio a Zurigo. Di là Mario scriveva al babbo lettere piene d'entusiasmo, chiedendo quattrini e promettendo di render celebre in meno di dieci anni il nome della famiglia.
— Eh, signorina — disse un dopo pranzo il signor Gedeone alla Gilda, ch'egli salutava sempre con deferenza come l'antica camerata di suo figlio — Mario terrà forse parola e mi renderà celebre, ma che me ne importa? Io avrei preferito ch'egli fosse qui ad attendere agli affari insieme con me... Allora sì che avrei lavorato di lena... Adesso invece...
Il signor Gedeone, ch'era seduto sur una panca di legno davanti al suo magazzino, si alzò in piedi, si passò il rovescio della mano sugli occhi; indi proseguì: — Ma!... Mi par ieri quando Mario e lei si rincorrevano fra le balle di caffè e i barili di aringhe... Se ne rammenta? Come passa il tempo!
Un garzone del fondaco s'avvicinò al principale. — Il brigadiere se n'è andato. Non ci sono che le guardie Munari e Albonzio.
— Avanti, allora — ordinò il signor Albani.
Un gran carro di fieno ch'era fermo sulla strada, col timone rivolto dalla parte della città, si mosse alzando una nuvola di polvere. I sonagli dei muli tintinnavano in cadenza, il sole morente lambiva coi suoi ultimi raggi la parte superiore del carico, lasciando in ombra il resto, il conduttore disteso sul fieno cantava:
Addio, mia bella, addio, L'armata se ne va, ecc., ecc.
Intanto il signor Gedeone ora seguiva con lo sguardo il barroccio, ora si voltava a discorrere con la Gilda.
— Non viene mai il signor Mario qui? — chiese questa timidamente.
— C'è stato un paio di volte — rispose il signor Gedeone — Lei era in collegio. Adesso dice che non vuol tornare finchè non abbia fatto un bel quadro... Il bel quadro lo farà... oh lo farà senza dubbio... ma non è questo ch'io volevo... Volevo averlo meco... volevo lasciargli i miei affari... ecco quel che volevo....
A questo punto il signor Gedeone diede un'occhiata dal lato della porta della città. Un suo commesso gli fece un cenno con la mano, come a significare: — Ormai è passato.
Il negoziante mostrò di aver capito; poi stringendo la destra alla Gilda: — La ringrazio della sua premura, signorina... Mi fa tanto piacere, sa, poter parlare di quel bricconcello di Mario.
E il signor Gedeone era altrettanto sincero nel suo affetto paterno, quanto nel suo desiderio d'introdurre in città senza dazio le derrate che egli nascondeva nei carri di fieno.
La Gilda risalì le scale, lieta in cuor suo che il suo vecchio amico avesse scelto la professione d'artista.
Nel ritirar dal collegio la sua pupilla, il dottor Romualdo s'era proposto di compiere egli stesso la sua educazione. Perciò la faceva studiare almeno due ore al giorno. Egli era in principio un po' impacciato, ma la Gilda gli additava ella stessa la via, ribellandosi ad ogni metodo rigoroso, eppure riuscendo ad afferrar di volo ogni cosa. Il professore aveva cominciato col trovar molto da ridire su questo modo di procedere a sbalzi, ma aveva finito col dar ragione alla discepola. Ella era così pronta d'ingegno, ella scriveva con tanto garbo! Quand'ella gli leggeva i suoi componimenti pieni di semplicità e di freschezza, era come se una musica nuova gli ricreasse l'orecchio. Le discipline scientifiche avevano intorpidito in lui il senso dell'arte; ora esso gli si risvegliava nell'anima, gli richiamava alla mente le vergini impressioni dell'infanzia, e gli faceva sentir tutto il pregio di studi che aveva negletti. Gli pareva d'essere, anzichè il maestro, l'allievo. Era ben altra cosa quand'egli introduceva la Gilda nel suo laboratorio. Là egli era come un re; tutto obbediva ai suoi cenni; sotto il suo occhio vigile, nelle sue storte, alla fiamma dei suoi fornelli i corpi mutavano forma, aspetto, colore, e la natura gelosa gli rivelava gli intimi suoi segreti. Ed egli si compiaceva a stuzzicar la curiosità della sua pupilla, certo com'era di non poter esser mai colto alla sprovvista dalle domande di lei. Forse era questa l'unica sua vanità.
La signora Dorotea, a cui il passare degli anni non aveva raddolcito il carattere, sparlava liberamente del sistema di educazione tenuto dal professore. — Vuol fare di sua nipote una dottoressa; si può dar di peggio?... Che maraviglia se ella è pallida, allampanata, con le pesche sotto gli occhi... Ne son morte di fanciulle a forza di leggere... Ne ho conosciute io...
V'erano dei giorni in cui l'umore della Gilda pareva dar ragione ai pronostici della vedova. Bastava un nonnulla a farla piangere, non voleva uscire, non c'era verso di cavarle una parola di bocca.
Una mattina che la ragazza era più smorta dell'ordinario, la signora Dorotea fece a bassa voce delle comunicazioni misteriose al professore, concludendo: — Se non crede a me, mandi per un medico.
Il medico venne, si mise a ridere, diede ragione alla signora Dorotea, e finì tra il serio e il faceto: — Via, caro professore, non affatichi troppo questa sua nipote. Non è uno studente d'Università, è _una donna_.
La signora Dorotea chinò il capo in segno di assenso.
— Ci vuole una vita più svariata — continuò il medico — la conduca spesso fuori di casa, le faccia conoscere qualcheduno... gioventù sopra tutto... i giovani devono stare coi giovani... Quando poi verrà l'autunno... adesso già ci vuol tempo, siamo appena in febbraio... in autunno insomma un viaggetto sarebbe eccellente... Alle corte, io stimerei opportuno di adottare un altro sistema di vita.
Qui l'approvazione della signora Dorotea fu meno esplicita. — Bisogna stare coi giovani! — ella borbottò fra i denti. — Come se io fossi una vecchia decrepita e rimbambita... Le belle cose che s'imparan dai giovani!
Il professore si ritirò pensoso nella sua camera. — È una donna — egli bisbigliava, ripetendo le parole del medico. E soggiungeva: — Una donna in casa! — A quel che sembra il professor Romualdo non s'era mai accorto che era una donna anche la signora Dorotea.
Comunque sia, l'avvenire gli si presentava buio, buio oltre misura. Il fatto più naturale del mondo gli pareva dover esser fecondo d'incalcolabili conseguenze; egli sentiva che il suo ufficio di tutore entrava in una nuova fase, e che adesso soltanto egli avrebbe cominciato a sperimentarne le difficoltà.
XII.
Bastarono poche settimane alla Gilda per riaversi affatto. Pareva anzi che quel passeggiero malessere avesse contribuito a far rifiorire la sua bellezza decaduta da qualche anno. I molli contorni della donna si disegnavano ormai sotto le vesti succinte della fanciulla; gli occhi già languidi e smorti brillavano d'una nuova luce più viva, più intensa di quella che li aveva illuminati nell'infanzia gioconda, e la persona leggiadra, pur mutando linee, si ricomponeva nell'antica armonia. Le inesplicabili tristezze, gli scoraggiamenti infiniti degli ultimi tempi l'assalivano di rado e non mai con tanta violenza; era tutt'al più una malinconia pensosa, non scevra d'ogni dolcezza.
Ma il dottor Romualdo assisteva con mal celato sgomento a questa trasformazione della sua pupilla. S'era avvezzato ad amar la fanciulla, e non sapeva acconciarsi all'idea che la fanciulla diventasse donna, poichè la donna era sempre ai suoi occhi un essere inferiore, malato, pieno di piccole arti e di avvolgimenti insidiosi. Allorchè la Gilda entrava nella sua stanza, egli pareva atteggiarsi a guisa di uomo che si mette in difesa; non le dava più un pizzicotto sulla guancia, nè un buffetto sotto il mento: e s'ella gli faceva una carezza, egli arrossiva confuso.
— Ti faccio paura! — ella esclamava canzonandolo — E sì ch'io son quella di una volta!
Quella di una volta? Oibò, oibò. O la Gilda parlava in mala fede, o ella ingannava sè stessa. Ma già ella parlava in mala fede sicuramente; era una femmina.
Quand'egli la conduceva a passeggio, ed ella gli dava il braccio, ci voleva poco ad accorgersi ch'ella non era quella di una volta. Noi lo sappiamo, l'avevano ammirata sempre, ma adesso era mutato il genere dell'ammirazione, e soprattutto era mutata _la qualità_ degli ammiratori. Non erano più i babbi e le mamme quelli che si fermavano estatici a guardar la Gilda; erano i bellimbusti profumati, azzimati, erano i giovinetti di primo pelo, erano, orribile a dirsi, gli studenti dell'Università. Nè soltanto i rompicolli; quelli stessi, che, dalla cattedra, il professore mirava assorti nelle severe meditazioni scientifiche, quelli stessi che pendevano con più amore dalla sua parola, se vedevano la Gilda al suo braccio, le piantavano tanto d'occhi in viso, come se volessero divorarsela. Egli sentiva bisbigliar dietro a sè — Che stupenda ragazza diventa la nipote del professor Grolli! — Che bottoncino di rosa! — Ah! esser l'ape che succhierà quel fiore!
— Disgraziati! Disgraziati! — rifletteva in cuor suo il professore Romualdo. — Anche su loro che sono l'orgoglio della Università, la speranza della patria, la donna esercita la sua funesta influenza: ella distrae la loro mente dai forti pensieri, ella turba i loro sensi, ella popola la loro fantasia di immagini ingannatrici. Quanto cammino di più si farebbe nel mondo se non vi fosse la donna! Quanto più presto sarebbe stata scoperta la legge della gravitazione, da quanto tempo si sarebbe già trovata una soluzione alle equazioni di quarto grado! Che gloria immensa si acquisterebbe colui il quale riuscisse ad emancipare l'umanità dalla femmina ed assicurasse con un nuovo metodo la propagazione della specie!
Talora, mentre il dottor Grolli era infatuato dietro questo grave problema, la Gilda gli dava una scrollatina al braccio, e gli chiedeva sorridendo: — Sei fra le nuvole?
Del resto, il professor Romualdo, quantunque convinto che la soppressione della donna ci avvierebbe a uno stato di perfezione assoluta, non intendeva sottrarsi a nessuno degli obblighi suoi verso la nipote. Se, anni addietro, egli aveva commesso una debolezza acconsentendo a tenerla presso di sè, tanto peggio per lui; s'egli non aveva saputo prevedere che la bambina non sarebbe stata sempre bambina, era a lui e non ad altri che toccava scontare l'imprevidenza. Norma costante delle sue azioni, il sentimento del dovere lo reggeva anche in questa prova e gli dava il modo di vincere ostacoli che sulle prime gli parevano insuperabili.
Tra le novità introdotte nel sistema di vita del nostro matematico non fu certo l'ultima quella di recarsi un paio di sere la settimana insieme con la Gilda in casa del cavalier Diomede Lorati, che teneva allora l'ufficio di rettore dell'Università. Il professor Grolli in conversazione; era una cosa da far strabiliare! Ma il medico aveva giudicato opportuno che la Gilda conoscesse qualche persona dell'età sua, ed erano su per giù della stessa età le figlie del rettore. Il cavaliere Lorati era una buonissima pasta d'uomo, che da venti anni professava diritto civile e in tutto questo tempo non aveva mutato una virgola alle sue lezioni. Gli scolari sapevano come ogni lezione principiava e come finiva, e spesso il professore aveva la compiacenza di sentir correr lungo i banchi una frase ch'egli non aveva ancor detta. Del resto, il cavalier Lorati era tenuto in conto di persona sapiente; era segretario della locale Accademia di scienze e lettere, e in questo ufficio aveva avuto agio di svolgere le sue naturali disposizioni per le commemorazioni funebri. Infatti, quando moriva un socio, era a lui che toccava darne la triste novella, e la dava _col cuore spezzato_. Il buon professore non avrebbe ommessa questa frase per tutto l'oro del mondo. Ma non era soltanto in favore dei soci dell'Accademia che il cavalier Lorati versava il suo inchiostro e le sue lagrime. Chiunque passasse agli eterni riposi, per poco che fosse conosciuto da lui, aveva il conforto d'un suo cenno necrologico preceduto da un motto latino, o da uno dei soliti emistichi, come — _Morte fura — Prima i migliori e lascia star i rei_ — oppure — _Sol chi non lascia eredità d'affetti — Poca gioja ha dell'urna_.
Un'altra bella qualità del cavaliere era la sua sommissione agli oracoli della signora Olimpia, sua moglie, donna notevole per molti rispetti, e particolarmente per quello di madre di famiglia. Ella aveva studiata a fondo la situazione matrimoniale delle sue figliuole e soleva cantar loro su tutti i toni: — Bimbe mie, vostro padre è un sapientissimo giureconsulto, ma voi non avete quello che si dice il becco d'un quattrino, e ai tempi nostri una lepre verrà a gettarsi in braccio del cacciatore prima che un uomo venga spontaneamente ad offrir la sua mano a una ragazza senza dote; perciò abbiate bene in mente che bisogna aiutarsi da sè, non aver romanticismi, non patir distrazioni, cercar molto e cercar sempre, e quando si crede di aver trovato, badare che non isfugga la preda. Io sono vostra madre e farò il dover mio. Ma farei ben poco se non mi secondaste.
Fedele alle sue savie massime, la signora Olimpia metteva in mostra la sua Ginevra e la sua Giulia quanto più poteva, e non mancava di condurle a passeggio, alle funzioni di chiesa, ai dibattimenti della Corte d'assise, dappertutto insomma dove vi fosse la speranza di veder comparire quella rara selvaggina che si chiama un marito. Inoltre ella riceveva due sere la settimana. Erano ricevimenti alla buona; alcuni professori con le mogli e le figliuole, alcuni parenti dei professori, e una mezza dozzina di studenti, nei quali la signora Olimpia aveva creduto di scoprire la stoffa matrimoniale.