Il Professore Romualdo

Part 5

Chapter 53,692 wordsPublic domain

Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa, fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti, è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori... Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!...

E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due gatti _Mao_ e _Meo_, che da anni ed anni non penetravano nella stanza del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda, avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il dottor Romualdo.

— Signora Dorotea, signora Dorotea — egli gridò, abbracciando con un rapido sguardo il desolante spettacolo.

— Che vuol che ci faccia?... La bambina gridava come iersera e non ho potuto quietarla altrimenti che lasciandole fare il piacer suo.

— Ma io...

— Ma Lei, caro signor professore — interruppe la signora Dorotea in un accesso del suo umore bisbetico, del giorno innanzi, se vuol tenersi sua nipote a dovere, rimanga a casa a custodirla, o le pigli una governante... Capisco anch'io che così non può durare.

E ciò detto, afferrò la gruccia dell'uscio e abbandonò la stanza, seguìta dalla Gilda che le si era aggrappata alle falde del vestito e che lasciava armi e bagagli sul campo di battaglia.

— Signora Dorotea — gridò di nuovo il dottore Romualdo, scotendo forte la poltrona su cui si trovavano i gatti. Ma la signora Dorotea non sentì o non volle sentire; invece _Mao_ e _Meo_, turbati nei loro riposi, spiccarono un salto, passarono sopra la scrivania del professore scompigliandone le carte, e calatisi giù dall'altra parte sgusciarono via per l'uscio socchiuso.

— E vero, così non può durare — esclamò il professore. E si lasciò cadere sfinito sulla poltrona.

IX.

— _Così non può durare_, — avevano detto con mirabile accordo la signora Dorotea e il professore Romualdo uno degli ultimi giorni del maggio 1861; ma si sa che le umane previsioni sbagliano spesso, e non parrà quindi troppo singolare che durasse così per alcuni anni. Invero, nei primi tempi, la signora Dorotea si era accinta molto coscienziosamente all'ufficio di cercare un quartierino che potesse convenire al professore, ma per quanti ella ne avesse visitati non gliene era andato a genio nessuno. E il professore aveva sempre accolto con la massima rassegnazione le risposte sconfortanti della sua padrona di casa. Finalmente, in via provvisoria e verso un moderato aumento di pigione, la signora Dorotea s'era determinata a cedere al dottor Grolli anche il salotto da ricevimento, affine di collocarvi la Gilda togliendola dal bugigattolo ov'era stata posta al suo arrivo. — È una cosa che non può tirare in lungo più di qualche settimana — dichiarò un giorno la vedova Salsiccini alla portinaja, che le rinfacciava sarcasticamente la sua debolezza. La signora Gertrude non si degnò di rispondere, ma le sue labbra si atteggiarono ad un sorriso di compassione.

E i fatti dimostrarono che la signora Gertrude aveva le sue buone ragioni di sorridere. Prima che passasse un mese, la combinazione provvisoria era diventata una combinazione stabile, il professore non pensava ad andarsene, la signora Dorotea non pensava a cacciarlo via, e la Gilda Natali mostrava le migliori disposizioni a menar per il naso così il dottissimo zio come la padrona di casa. — È una birichina — diceva la vedova, conducendo seco la bimba nelle sue peregrinazioni e presentandola alle infinite sue conoscenze — una birichina. Ma io la farò stare a dovere.

— Viene dall'America? — chiedeva qualcheduno.

— Sicuro. Non è vero, Gilda, che vieni dall'America?

— E parla italiano?

— Già, parlava italiano con la sua mamma. Sa anche l'_americano_ però. Dice qualche volta delle parole da far ridere. Di' buon giorno, Gilda, di' buon giorno in _americano_.

— _Buenos dias_ — rispondeva in spagnuolo la fanciulla sorridendo, e mostrando i suoi bei dentini bianchi come l'avorio.

— Eh, non deve poi mica esser tanto difficile l'_americano_. Somiglia alla nostra lingua... Ih che occhietti vispi!

— E sapete come si dice _bambina_ in _americano_? — ripigliava la signora Dorotea, superba di poter dare una lezione di lingua straniera.

— Sentiamo, via.

— Si dice _nigna_.

— Oh _nigna_! _nigna_!

Ella pareva fatta d'argento vivo, la Gilda, e il dottor Grolli, con tutta la sua riputazione d'uomo rigido e austero, non riusciva a domarla. Avvezzo a esercitare la sua autorità su giovani maturi, egli si trovava sconcertato di fronte alle graziette e alle malizie infantili della sua pupilla, e non sapeva mai quando fosse il momento di allentare e quando quello di stringere il freno. Inoltre egli stesso era inetto a rendersi conto di ciò che provasse verso la Gilda. Talora lo vinceva un prepotente desiderio dell'antica quiete e lo infastidiva questa fanciulla ch'era venuta a turbarla, ma più spesso prevaleva nel suo animo un senso di compassione per l'orfanella che non aveva altri al mondo che lui.

Era pieno di queste contraddizioni. Usciva talvolta dalla sua camera a intimar silenzio alla bimba che disturbava i suoi studi, e poi, se stava una mezz'ora senza udir la sua voce, gli pareva che gli mancasse qualche cosa, e s'arrestava con la penna sospesa fra l'indice e il pollice, e tendeva l'orecchio, nè ripigliava il lavoro finchè il noto suono non tornasse a ferirlo. Del resto, quando la Gilda era in casa, i momenti di silenzio assoluto erano estremamente rari. Ella s'intratteneva ora coi due gatti _Mao_ e _Meo_ a cui aveva infuso una insolita vivacità, ora con due cardellini ch'ella aveva indotto lo zio a comprarle, ora con la sua pupattola _Mimi_, ora con la sua cucina di stagno. Nelle grandi occasioni si arrampicava sui mobili, provocando acutissime strida da parte della signora Dorotea, la quale non lasciava sfuggirsi il destro di dichiarare solennemente: — Ancora uno o due giorni, e poi la faccio finita io.

Ma sebbene la signora Dorotea non la facesse finita mai, e la Gilda continuasse a stringere il suo piccolo scettro, è facile immaginarsi che l'ambiente in cui la fanciulla cresceva non era il più propizio alla sua tempra e ai bisogni dell'età sua. Ella era la sola vita giovane che si agitava in quel ritiro, era una rosa sbocciata per un capriccio del caso sopra un dorso di monte che alimenta appena qualche abete solitario. Nessun canto rispondeva al suo canto, nessun visino allegro s'incontrava col suo sul pianerottolo o per la scala. Tutta la casa albergava gente seria e taciturna, ma il quarto piano poi aveva per inquilini tre vere mummie. Un colonnello in pensione, terrore dei giovani di _restaurant_ a cui gli accadeva spesso di gettare i piatti nel viso; una vecchia galante, che disingannata del mondo passava la giornata a snocciolar rosari; un signore misantropo, che raccoglieva monete antiche senza permettere a nessuno di vederle: ecco i tre personaggi esotici nei quali la Gilda si imbatteva talvolta uscendo a prender aria sulla ringhiera. Le scorrerie della bimba parevano ai tre fossili una enormità; essi avrebbero fatto volentieri una protesta cumulativa al padrone di casa, se il farla non avesse reso necessario di riunirsi e d'intendersi prima. Ma poichè le riunioni non formavano parte del loro sistema di vita, s'eran contentati di rivolgere isolatamente le loro lagnanze alla portinaja, la quale aveva un po' in uggia la Gilda, dopo che un giorno, mentr'ella attraversava il cortile, una palla di guttaperca caduta dal quarto piano era venuta a piombarle sopra il _chignon_.

Per trovare un amico ed un alleato la Gilda doveva scendere tutte le scale, uscir dal portone e recarsi nel magazzino del signor Gedeone Albani. Ivi spadroneggiava per un paio d'ore al giorno il figlio del signor Gedeone, Mario, ragazzo che aveva cinque anni più della piccola Natali, e che, fin dal primo vederla, le aveva fatto a bruciapelo una dichiarazione di simpatia. — Sei proprio bella; mi piaci.

Mario passava due ore il giorno nel magazzino per volontà espressa del padre, il quale desiderava iniziarlo nel commercio e diceva che l'essenziale era d'imparar presto a _conoscere i generi_. A raggiunger l'intento, il fanciullo cacciava le mani nei campioni di zucchero e se ne riempiva la bocca, sbucciava le mandorle e pronunziava il suo autorevole giudizio sulla loro qualità, ma non si mostrava mai tanto appassionato per _la conoscenza dei generi_ quanto all'arrivo delle cassette dei datteri di Tunisi. Pel caffè, pel grano, pel pepe egli aveva uno scarso trasporto; non isdegnava invece di assaggiar la gomma arabica e il sugo di liquirizia. Sempre allo scopo di far confidenza con le mercanzie, Mario ora sedeva, come sopra un trono, sopra una balla di baccalà, ora si metteva a cavallo di un bariletto di aringhe gridando _hop, hop_, come se si trattasse di un cavallo in carne ed ossa. Ma ove i suoi meriti brillavano di luce più viva si era nel mettere la marca G. A. sopra i colli che si facevano in magazzino. Qui egli sfoggiava realmente una rara sicurezza di mano e un senso squisito delle proporzioni, e il signor Gedeone rimaneva spesso estatico dinanzi all'opera di suo figlio.

La Gilda, quantunque non fosse destinata al commercio e non avesse alcun bisogno di acquistar _la conoscenza dei generi_, si divertiva moltissimo in mezzo al movimento del fondaco, e non ricusava di accettare qualche dattero da Mario, le cui birichinate la esilaravano fuor di misura. Ma ciò ch'ella ambiva sopra tutto si era di porgergli il pennello quand'egli si accingeva alla delicata operazione di _far le marche_. Le pareva in questo modo di diventare collaboratrice dell'amico suo. Gli uomini del magazzino, avvezzi ormai a trovarsela sempre fra i piedi, la chiamavano scherzosamente _la Trottola_, e il signor Gedeone non la vedeva neppur lui di mal occhio, e le permetteva di assistere alle sapienti manipolazioni delle sue mercanzie. Poichè il signor Albani aveva adottato a questo proposito un principio tecnologico assai profondo, che si riassumeva così: _Ogni articolo nel suo stato naturale è difettoso, ma ogni articolo può rendersi perfetto mercè opportune mescolanze._ Ligio a una massima tanto ragionevole, l'egregio negoziante temperava con qualche spruzzo di farina la dolcezza nauseante dello zucchero, e diminuiva l'aroma esagerato del tè coll'introdurre nelle cassette chinesi qualche po' di camomilla e di malva.

Le lunghe dimore della Gilda nel magazzino Albani non andavano punto a genio alla signora Dorotea, la quale si lagnava che i vestiti della bimba s'impregnassero di un acuto odore di baccalà e di sardelle salate, e scendeva talvolta dall'altezza del suo quarto piano a impadronirsi della piccola ribelle. Nè per solito la Gilda cedeva senza opposizione, che anzi Mario Albani l'aizzava e l'aiutava a resistere. Un giorno fra gli altri, giorno nefasto per la signora Dorotea, mentre la buona vedova era curva sulla Gilda che si rotolava sul pavimento, il terribile ragazzo afferrò il suo pennello e in un batter d'occhio le dipinse sulla schiena un magnifico G. A. che provocò le sonore risate di tutti i presenti. È facile immaginare lo scandalo che ne successe. La signora Dorotea chiese al signor Albani _seniore_ una soddisfazione immediata dello sfregio fattole dall'Albani _juniore_; indi Mario s'ebbe tosto una tiratina d'orecchi, e alla Gilda fu vietato l'accesso nel magazzino. Però la proibizione non istette molto a diventar lettera morta, e i due fanciulli tornarono a vedersi quasi ogni giorno.

Del resto, pareva destino che la Gilda non dovesse avere che de' gusti bislacchi. In casa, quando suo zio voleva usarle una finezza, egli non aveva che da condurla nel suo laboratorio chimico. Ella rimaneva a bocca aperta dinnanzi ai suoi esperimenti, voleva saper tutto e capir tutto, e andava superba se il professore le ordinava di portargli una boccettina di sali, di chiudere una chiavetta, di soffiare in un fornello.

— Non ci mancava che questa... proprio — brontolava la signora Dorotea. — Son matti, zio e nipote, matti tutti e due... Guardate un po' se una ragazza deve stare in quei luoghi lì a insudiciarsi le mani e il vestito... Stia piuttosto in cucina, impari a metter la pentola al fuoco, e non s'immischi in quelle diavolerie... Oh i dotti!... Che piaga!... Non sono contenti di guastarsi da sè l'anima e il corpo... vogliono guastare anche gli altri...

La Gilda aveva sette anni allorchè il suo amico Mario fu mandato in un collegio della Svizzera. Le disposizioni commerciali del ragazzo sembravano assai mediocri. Egli continuava ad approfondirsi nella _conoscenza dei generi_, continuava a dipingere sui colli di mercanzie la marca G. A., ma aveva una negativa assoluta pei conti e ripeteva sempre che voleva fare il pittore o il soldato. Il signor Gedeone non dubitava, però, che alcuni anni di soggiorno in un convitto commerciale avrebbero corretto il figliuolo da queste ubbie.

Partito Mario, la Gilda non ebbe più motivo di scendere nel fondaco Albani, e le mancò in tal modo la principale fra le sue distrazioni. Le passeggiate con la signora Dorotea l'annojavano, il laboratorio chimico dello zio non bastava neppur esso a metterla di buon umore.

Il dottor Romualdo si sentì assalito da uno scrupolo di coscienza. Era possibile che questa fanciulla esuberante di vita crescesse sempre al fianco di lui e della buona ma uggiosa signora Dorotea? Nell'accettar la Gilda dalle mani del capitano Rodomiti non aveva egli implicitamente assunto l'obbligo di farne una ragazza a modo, atta a divenir col tempo una moglie saggia, una madre amorosa? E a raggiungere questo fine non era indispensabile di volger seriamente il pensiero alla sua educazione?

In forza di così savie considerazioni, una mattina del novembre 1864, il dottor Grolli accompagnava la sua pupilla nel miglior collegio femminile della città. La Gilda aveva allora sette anni e mezzo; era di viso bellissimo ed egregiamente proporzionata di membra. Chi la vedeva con quei suoi occhi scuri e vivaci, con quei suoi bruni capelli profusi, con quella sua aria di regina in miniatura, non poteva a meno di esclamare: — Che amore di bimba! — A ogni modo, inosservata ella non passava mai.

Quando le si annunziò che sarebbe andata in collegio, ella accolse la notizia con più curiosità che rammarico. Le dispiaceva separarsi dai suoi gatti, dai suoi cardellini, dalla sua bambola, e un po' anche dallo zio Aldo e dalla signora Dorotea, ma il fascino della novità soverchiava in lei gli altri sentimenti. In fin dei conti era ben giusto di uscire dal mondo piccino in cui era cresciuta fino allora, di veder visi diversi dai soliti, di contrarre amicizie con fanciulle della sua età. Onde, quand'ebbe varcata la soglia della sua nuova dimora e il professore si accomiatò da lei con un bacio, ella non tardò a rasciugarsi una lagrimetta, a fare il viso ilare e a seguir saltellando una giovane sotto-maestra che voleva presentarla alle sue condiscepole raccolte in giardino.

Egli invece, l'austero ed ispido uomo, poichè ebbe affidata la nipote alla direttrice del collegio, se ne tornò indietro oppresso da una malinconia di cui da gran tempo non provava l'uguale. Pensava alla solitudine della sua casa, alla noia di non veder davanti a sè altri che la signora Dorotea, di non sentir altre voci che quella di lei, così stridula e disarmonica. Negli ultimi tre anni aveva spesso invocato l'antica quiete; adesso l'antica quiete gli era restituita, ed egli non l'accoglieva senza sgomento. Le dita tenerelle della Gilda avevano fatto vibrare nell'anima sua una corda non per anco toccata, e la visione d'un mondo più ampio di quello dei libri, più ricco di colori e di forme, era apparsa fuggevolmente ai suoi occhi. Era la sua giovinezza che si svegliava, la sua giovinezza soffocata tra le formule algebriche e le analisi chimiche.

Ormai tutto era finito. Lo spiraglio da cui entrava come un soffio di primavera s'era chiuso, lo scienziato tornava a trovarsi a faccia a faccia con la sua scienza.

X.

Una domenica sì e una domenica no, dal tocco alle tre, i parenti erano ammessi a visitare le convittrici. Il dottor Grolli non mancava mai di venir a vedere in quel giorno la sua pupilla, quantunque questa spedizione gli dèsse da pensare per una settimana. Figuriamoci! Un uomo come lui, schivo d'ogni altro pubblico ritrovo che non fosse la sua Università, a trovarsi in mezzo a tanti babbi eleganti, a tante mamme splendide di gioventù e di bellezza, a tante ragazze vispe e leggiadre! Come ci stava a disagio, come tradiva il suo imbarazzo! Ed egli sorprendeva gli sguardi ironici che lo esaminavano di sottecchi, e coglieva a volo le risatine che gli scoppiettavano intorno, le parolette con le quali si canzonava il taglio del suo vestito, la goffaggine della sua persona, l'aspetto esotico del suo volto tutto barba e capelli. Nè avveniva di rado che alcuni sarcasmi slanciati contro di lui andassero a cader sulla Gilda.

Un giorno egli la vide movergli incontro peritosa, cogli occhi rossi.

— Che cos'hai, Gilda? — le chiese. — Hai pianto?

Ella non gli rispose, ma si voltò da un'altra parte e si coprì la faccia con le mani. Poco lungi sghignazzavano due convittrici, delle più grandi.

Il dottor Romualdo si sentì una trafittura al cuore. Condusse la fanciulla in un angolo appartato della sala e le domandò a mezza voce: — Ti burlano forse? — Ella si strinse un po' nelle spalle, ma continuò a tacere.

— Ti burlano per cagion mia?... Di' la verità.

E presele le manine ch'ella teneva davanti agli occhi, la costrinse a guardarlo in viso.

— Sì — ella bisbigliò con voce appena percettibile.

— Ebbene, Gilda, se vuoi, io non vengo più.

Era la prima volta ch'egli metteva alla prova l'affetto della nipote, era la prima volta ch'egli si accorgeva come quest'affetto fosse necessario alla sua vita. Perciò, in quel momento, tutto l'esser suo pendeva dalle labbra della Gilda. E quando egli sentì le morbide e rotondette braccia di lei con impeto subitaneo cingergli il collo, e quando fra i singhiozzi ella gli disse — No, zio Aldo, voglio che tu venga sempre — una dolcezza nuova, inusata gli corse le vene, provò una gioia quale non gli era stata data da nessuna formula algebrica. Egli prese la bimba sulle ginocchia, e carezzandole i capelli ripigliò il suo interrogatorio: — Dunque che ti dicono?

Ella diventò rossa, ma stette senza aprir bocca.

— Ti dicono forse che hai torto ad avere uno zio così brutto?

— Oh! — fec'ella con una garbata scrollatina di capo e ridendo in mezzo alle lagrime.

— Ebbene!

— Oh... dicono tante cose — replicò finalmente la Gilda.

— Ma... per esempio?

— Dicono... che non ti pettini...

Il professore sospirò. — E poi?

— Che continui a portare i calzoni che avevi da bimbo.

— Perchè?

— Non li vedi?... Son tanto corti!

Era vero. Il professore, che teneva una gamba accavallata sull'altra, dovette riconoscere con singolare mortificazione che dieci centimetri di stoffa di più non sarebbero stati soverchi.

— C'è altro?

— Sì — rispose la fanciulla, che aveva ormai sciolto lo scilinguagnolo. — Dicono che non sai farti il nodo della cravatta.

— Non è poi una gran disgrazia — osservò il dottor Romualdo, al quale questa accusa pareva men grave delle precedenti.

— Dicono...

— Ancora?

— Sì... Che hai il naso sporco di tabacco...

Con un moto istintivo il professore cacciò la mano in saccoccia per estrarre il fazzoletto. La Gilda gli fermò il braccio — No — ella disse — Hai un fazzoletto turchino?

— Già...

— Lascialo stare... Somiglia a quello di don Spiridione, il catechista.

Il dottor Romualdo non potè trattenersi dal sorridere. — È finito questo processo?

La Gilda fece un viso scuro scuro che voleva significare — Non è finito. — Ma non fu cosa facile il cavarle di bocca l'ultima rivelazione. Finalmente ella confessò singhiozzando che la chiamavano _la nipote dell'orangutan_. — E l'orangutan — ella soggiunse nella massima costernazione — è una bestia.

— E una brutta bestia — ammise il dottor Grolli con aria rassegnata. — Ebbene — egli ripigliò dopo una breve pausa — non c'è che un rimedio.... Lascia che dicano quel che vogliono e non ci badare... Io procurerò di essere meno orangutan che sia possibile, farò allungare i miei calzoni, mi ravvierò meglio i capelli e la barba, cesserò di servirmi del fazzoletto turchino...

Il viso della fanciulla si rischiarò.

— Tu intanto non vergognarti di traversar la sala a fianco dell'orangutan... Dobbiamo dire così?

— No, no, dello zio Aldo.

Il professore si alzò, e la bimba passò il suo braccetto sotto quello di lui. Andarono in questa guisa, zio e nipote, fino all'uscio, e la Gilda teneva la sua fronte così alta e girava intorno uno sguardo così sicuro, che nessuna tra le sue condiscepole osò prendere un'aria canzonatoria. Quando si fu in fondo alla sala, la fanciulla diede un bacio sonoro al professore, e disse forte — Buon dì, zio Aldo, a rivederci.

Ella tornò indietro contenta; aveva vinta una prima battaglia sopra sè stessa, aveva vinto la falsa vergogna. Anche il professore si sentiva un altro uomo. Ciò che lo aveva legato prima alla Gilda era la pietà, era l'idea del dovere; poi, con la consuetudine della vita, vi si era aggiunta un'affezione sincera, ma timida, inconsapevole quasi di sè, un'affezione che non osava chiedere, non osava sperare il ricambio. Ora, invece, di questo ricambio egli era sicuro; la Gilda gliene aveva tolto il dubbio con l'ingenua confessione delle sue piccole amarezze, col soave abbandono con cui gli si era gettata al collo, con la balda franchezza con cui aveva traversato la sala al suo fianco sfidando gli sguardi delle sue compagne. Senonchè quell'intima soddisfazione dell'anima non era senza mistura. Un punto della sua antica filosofia era scosso, era turbato il suo profondo convincimento della inutilità d'ogni dote esteriore. La bellezza, la grazia, non erano dunque vane parvenze? Erano forze reali e gagliarde, non create dalla fantasia dei poeti? Non era dunque la medesima cosa avere un aspetto increscioso o gradevole; la virtù, l'ingegno, non bastavano a coprir le imperfezioni del corpo? E, allora, che ci guadagnava a esser brutto? Non avrebbe potuto riuscire un buon matematico anche mostrando l'età che aveva e non più, anche essendo un bel giovane?