Il Professore Romualdo

Part 3

Chapter 33,721 wordsPublic domain

«Addio, Romualdo. Sono in procinto di comparire davanti al Signore, e ho fede ch'egli mi perdonerà le mie colpe perchè ho molto sofferto. E tu pure mostra di perdonarmi accogliendo il tesoro che ti affido. Quando questo foglio giungerà nelle tue mani, io non sarò più tra i vivi, ma chi sa, forse in quell'istante la tua sorella ti sarà più vicina che non ti sia mai stata da undici anni a questa parte, forse, passandoti accanto, spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio sulla tua fronte. Ancora una volta addio, Romualdo.

«_La tua_ ELENA.»

V.

Il dottore lesse questa lettera tutta d'un fiato. Quando l'ebbe finita, egli si trovò in una condizione d'animo nuova per lui. Avvezzo a disciplinare i suoi sentimenti sotto l'impero della ragione, egli s'accorse che oggi essi si ribellavano al solito freno. Egli aveva un bel dirsi, che i legami di parentela, per intimi che siano, valgono ben poco senza i legami dell'anima creati dalla convivenza, dagli affetti, dai gusti comuni, aveva un bel dirsi che questa donna, di cui egli appena rammentava la fisonomia e con la quale per undici lunghi anni non s'era scambiato una riga, era per esso meno assai dell'ultimo fra i suoi studenti. Aveva un bel dirsi che, dimenticando i suoi doveri, Elena aveva perduto i suoi diritti e ch'ella non poteva turbare la vita raccolta e studiosa di lui gettandogli sulle spalle un cumulo di pensieri e d'inquietudini... Nonostante tutte queste savie considerazioni, egli si sentiva commosso come non era stato da un pezzo, si sentiva men fermo nel convincimento in cui era cresciuto circa ai torti di sua sorella, e per la prima volta nella sua vita dubitava di quella virtù arcigna che consiste nel soffocar le passioni e che nulla perdona agli altri perchè nulla comprende. Certo l'idea della povera Elena era stata ben singolare. Senza nemmeno sapere quali fossero le abitudini di suo fratello, senz'avere alcun dato preciso sul suo carattere, ella affidava a lui, morendo, la sua figliuola. E spediva questa bambina oltre all'Oceano, esponendola ai rischi e ai disagi di un lungo viaggio di mare, non preoccupandosi di ciò che sarebbe avvenuto s'egli non avesse accettato l'ufficio onde a lei piaceva di incaricarlo... Eppure, nella dolorosa situazione in cui ella si trovava, che altro avrebbe potuto fare? A chi altri rivolgersi? Non era egli il suo più stretto congiunto?

Il professore Romualdo girava su e giù per la stanza, ora con le mani intrecciate dietro la schiena, ora gestendo, animatamente e cacciandosi su pel naso qualche presa abbondante di tabacco. Positivista come gran parte degli scienziati, egli non credeva ai viaggi fantastici d'oltre tomba; tuttavia le ultime parole della lettera gli ronzavano agli orecchi: _Forse in quell'istante tua sorella ti sarà più vicina che non ti sia stata da undici anni a questa parte, forse passandoti accanto, spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio sulla tua fronte._

— È permesso? — chiese dal di fuori una voce piena e sonora, ch'era impossibile prendere in isbaglio.

Il Grolli trasalì. — Chi è?

— Sono io, sono il capitano Rodomiti.

E la poderosa persona del marinaio si affacciò alla soglia. Egli aveva sempre la sua pipa in bocca e la sua testa era circonfusa da una nuvola di fumo.

— Se desidera ancora rimaner solo... se non ha letto tutte le carte che le ho lasciate — continuò il capitano, mostrandosi pronto a ritirarsi di nuovo.

— No, no — disse il Grolli, e, vincendo la sua innata timidezza, fece qualche passo verso il suo interlocutore; quindi soggiunse senz'alzare gli occhi: — Ho letto, e innanzi tutto mi lasci dirle che Lei è un cuor generoso.

— Basta — interruppe il colosso — non perdiamoci in complimenti. Noi uomini di mare, quando facciamo una cosa, crediamo di far ciò che c'impone il nostro dovere. La prego invece di accostarsi di nuovo al tavolino... Qui... s'accomodi.

Così dicendo, depose la pipa in un angolo della stanza e si tolse di tasca un piccolo astuccio.

La signora Teresa sospinse adagino l'uscio e cacciò la testa per lo spiraglio.

— Che c'è? — gridò il capitano.

— Niente... mi pareva di sentire odor di bruciato.

Il capitano Rodomiti non potè a meno di lasciarsi sfuggire una vivace esclamazione marinaresca che pose in fuga la signora Teresa; poi chiuse l'uscio per di dentro e tornò dal professore Romualdo.

— Questo — egli ripigliò, consegnandogli l'astuccio — è il medaglione che la signora Elena m'incaricò di portarle.

Vi fu un momento di silenzio. Il dottor Grolli aveva aperto l'astuccio e stava contemplando quel gingillo che aveva attraversato due volte l'Oceano e che gli ricordava sua madre.

— Ed ora — proseguì di lì a poco il capitano — non Le spiaccia esaminare questa nota. È scritta tutta di pugno della signora Natali, e contiene l'elenco delle monete da lei versate nelle mie mani il giorno della mia partenza. In tutto 2100 piastre d'argento, che io convertii qui in franchi 10,674 56, com'Ella vedrà su questo polizzino del cambiavalute. La somma è presso i signori Radice e Lupini, ove andremo a ritirarla più tardi. Lei è il tutore naturale e legittimo di sua nipote; dunque il danaro va pagato a Lei, ed Ella lo impiegherà nel modo che reputerà più sicuro e proficuo per la sua pupilla... Io non debbo e non voglio ingerirmene... Ma adesso, due parole schiette e leali fra noi... A giorni io parto per un lunghissimo viaggio... Vorrei lasciar Genova con la coscienza tranquilla circa all'avvenire della bambina... Anche noi lupi di mare siamo atti ad affezionarci a qualcheduno, e io ho preso a voler bene a questa figlioccia. Accampar diritti non posso: non ne ho; avevo degli obblighi e sto per esserne liberato... Ma con la franchezza del galantuomo che parla ad un altro galantuomo Le dico: l'ufficio che la signora Natali le assegna è grave, assai grave... Colto alla sprovveduta come fu, Ella non può averne ancora misurata tutta l'importanza... Se non si sentisse in grado d'incaricarsi della piccina, vedremmo insieme che cosa si potrà fare... Povera Gilda!... Ci pensi, ci pensi, signor professore.

Il capitano era visibilmente commosso; egli si chinò a raccogliere la sua pipa, l'accese e risollevò intorno a sè una nuvola di fumo.

— Capitano — esclamò il professore, che aveva ripreso i suoi giri per la stanza e che mal dissimulava la sua inquietudine, — prima di tutto, siamo ben sicuri che mia sorella sia morta?

— Non c'è dubbio, signore. Ella era già all'ultimo stadio della consunzione... Questione di giorni, di ore forse... Il corpo era sfatto, signor professore, ma l'anima era sempre d'acciaio... Ho visto pochi uomini andare incontro alla morte come ci andava lei... Ha sorriso persino nel separarsi dalla Gilda.

Il dottor Grolli abbassò il capo e stette muto alcuni secondi; poi disse: — Con la franchezza con cui mi ha interrogato, voglia pure rispondermi... Mia sorella manifestò mai il pensiero ch'io potessi sottrarmi al delicato incarico ch'ella mi affidava con la sua lettera?

— No — rispose il Rodomiti, dopo aver riflettuto un istante. — Una sola volta, io medesimo, lo confesso, le feci intravedere la possibilità d'un suo rifiuto. Ella, che giaceva supina sul suo letto, si alzò faticosamente a sedere, e mi guardò sbigottita, ma la sua fisonomia non tardò a riprendere la sua espressione naturale. Mi tese la mano scarna, con queste parole che non dimenticherò mai: — In ogni caso, capitano, io mi fido di voi... la mia Gilda non sarà gettata sulla strada. — Può fidarsene, signora Natali — io risposi. — Lo sapevo — ella bisbigliò con un sorriso. E tutta racconsolata lasciò ricadere il capo sul guanciale.

— Ebbene, capitano Rodomiti — proruppe il dottore, animandosi a un tratto — prima che su ogni altro, mia sorella aveva fatto assegnamento su me. Io non permetterò ch'ella vi abbia fatto assegnamento invano.

Il capitano si levò la pipa di bocca e la tenne fra le dita sospesa all'altezza della spalla, poi fissò i suoi occhi in quelli del professore, che esprimevano una volontà ferma e risoluta, e gli tese la sua mano bruna e incallita.

— Bravo, professore, Lei mi solleva da un gran pensiero... Mia sorella Teresa avrebbe tenuto volentieri la piccola Natali presso di sè, ma io non sarei stato appieno tranquillo. Teresa ha un cuor d'oro, ma è un po' corta, ha certe fissazioni strane e per troppa affezione si rende molesta... Bravo, professore... Io m'ero ingannato nel giudicarla... Sì, non glielo dissimulo, a prima vista io temevo che Lei avrebbe cercato ogni pretesto per isbarazzarsi di questa nipote che Le piomba addosso dall'America... Avevo sbagliato; tanto meglio... Oh per me, quando sbaglio, lo dico aperto... Venga di qua adesso, signor dottore.

E, aperto l'uscio, invitò il Grolli a passare avanti.

La signora Teresa, appena sentì lo scalpiccìo dei piedi nell'andito, uscì da una stanza e si avvicinò il fratello chiedendogli piano — Hai parlato?

— Ho parlato, ma non se ne fa nulla. Il signor professore vuole la bimba per sè... E noi — egli si affrettò a soggiungere, vedendo ch'ella si disponeva a replicare — non possiamo fare alcuna obbiezione, perchè egli è nel suo pieno diritto.

La donna, che aveva una gran soggezione del suo Tonino, com'ella chiamava il gigantesco fratello, non aperse bocca, e si limitò a congiunger le mani e a tentennare il capo con aria malcontenta. — È già vestita — ella disse poi, mettendo il piede sopra una favilla sprigionatasi dalla pipa del capitano e caduta sul pavimento.

Sotto questi auspizi il professor Grolli fu presentato alla Gilda col vezzeggiativo di zio Aldo. La fanciulla era bruna, ricciuta, aveva due occhi color nocciuola pieni di vita e d'intelligenza, membra snelle, giuste, aggraziate, statura piuttosto alta per l'età sua. È forza riconoscere ch'ella mostrò di gradir poco la presentazione. Infatti, quando lo zio Aldo tentò di prenderla in braccio, ella si scontorse e si mise a strillare in modo che gli convenne deporla subito in terra, e quando lo zio Aldo, che aveva disimparato i baci da un pezzo, si chinò a baciarla, ella tornò a piangere al contatto della sua ispida barba. Onde il professore si perdette d'animo, e la signora Teresa dichiarò al fratello che mai e poi mai la Gilda si sarebbe acconciata ad andarsene con quel porcospino. Il capitano Rodomiti, vista la difficoltà della situazione, volle rimaner solo con la bimba, che lo chiamava abusivamente zio Tonino e che nei due mesi e mezzo passati a bordo della _Lisa_ non gli aveva disobbedito una sola volta; se la fece sedere sulle ginocchia, quindi se la portò sulla spalla destra tenendola ritta, tantochè ella potesse toccare il soffitto colle sue manine, la condusse in giro per la stanza in questa posizione eminente, le raccontò alcune storielle, e le promise di raccontargliene dell'altre la sera, purchè fosse buona e si lasciasse prendere in braccio e baciare dallo zio Aldo. Così quando la Gilda ricomparve insieme col capitano, ella era di umore assai più mansueto, e respinse meno violentemente le carezze abbastanza impacciate dello zio.

VI.

Il dì seguente, nelle prime ore del pomeriggio, fra i tanti _fiacres_ che percorrevano le vie di Genova diretti alla stazione, ce n'era uno aggravato dal peso formidabile del capitano Rodomiti, e da quello assai più tenue del dottore Romualdo e della piccola Gilda. Il capitano dondolava la bimba sulle sue ginocchia cingendole con un braccio la personcina elegante, mentre con la mano che gli restava libera sosteneva la sua pipa di maiolica, da cui si alzava una colonna di fumo ancora più densa dell'ordinario. Quanto al professore, si sarebbe detto ch'egli studiava un problema di matematica. E invero, ciò ch'egli studiava in quel momento era per lui ben più difficile d'un problema di matematica. Si trattava di apprendere l'arte di addomesticare la Gilda Natali come il capitano era riuscito ad addomesticarla, e l'occhio del Grolli passava dal Rodomiti alla fanciulla e dalla fanciulla al Rodomiti, tentando di coglier la formula d'una situazione così delicata. Ahimè, nè la geometria superiore, nè l'algebra offrivano la soluzione dell'arduo quesito; e il libro dei logaritmi saputo a memoria giovava assai meno allo scopo di quello che non gioverebbe il libretto dell'_Attila_ a far comprendere la questione d'Oriente. Onde il professore sudava freddo pensando che, una volta salito in ferrovia, egli si sarebbe trovato alle prese con difficoltà assai maggiori di quelle incontrate fino allora nella sua vita tutta studio e raccoglimento. Dal canto suo il capitano pareva molto più occupato della bambina che di colui il quale doveva succedergli nell'averne cura. Egli ravvolgeva le dita nei folti e ricciuti capelli di lei, le sfiorava carezzevolmente col dorso della mano la guancia, e la guardava con occhi inteneriti attraverso le nuvole di fumo svolgentisi intorno alla sua pipa. Dinnanzi a un confettiere, egli fece fermar la carrozza. Scese con la Gilda, entrò nel negozio e comprò alcuni frutti canditi, ne diede uno alla bimba e affidò gli altri al professore perchè li portasse seco in vagone e li distribuisse con parsimonia alla sua compagna nei momenti scabrosi. Alla stazione il capitano s'incaricò egli stesso di consegnare il bagaglio della fanciulla; poi scelse pei due viaggiatori una buona carrozza di seconda classe ancora vuota, ve li fece salire e, ritto dinnanzi allo sportello con un piede sul montatoio, formò un argine insuperabile a tutti quelli che avrebbero voluto entrare nel compartimento. Quando lo sportello fu chiuso dal conduttore, il Rodomiti mise sul montatoio anche l'altro piede e introducendo la testa nel vano del finestrino continuò a mantenersi in comunicazione col professore e con la Gilda, sulla cui fronte principiavano ad addensarsi certe grosse nubi foriere della tempesta. Infine, allorchè la parola _pronti_ fu ripetuta da un capo all'altro del convoglio e la macchina mise il suo fischio, egli baciò di nuovo la bambina, strinse vigorosamente la mano del Grolli, e calatosi a terra, se ne stette immobile a veder sfilarsi davanti i vagoni. Quando avrebbe riabbracciato la sua figlioccia? S'era avvezzo ormai alla compagnia della gentile creatura, per quasi tre mesi l'aveva avuta ai fianchi a tutte le ore, l'aveva tenuta a dormire nella sua cabina, l'aveva addomesticata allo spettacolo del mare in tempesta, del cielo scuro e iracondo, s'era avvezzato a vestirla, a spogliarla, a metterla a letto, e adesso gli toccava lasciarla forse per sempre. — A rivederci tra qualche anno — egli aveva detto nell'accommiatarsi dal professore; ma chi sa che cosa sarebbe accaduto fra qualche anno? Intanto fra pochi giorni egli salpava per le Indie, e la Gilda avrebbe un bel chiamare lo _zio Tonino_!

Con questi pensieri lo _zio Tonino_ si allontanava dalla stazione, e fosse il fumo della pipa o altro che gli dèsse molestia, fatto si è ch'egli dovette passarsi più volte la manica del vestito sugli occhi.

Mentre il capitano Rodomiti si affannava nelle angustie dell'avvenire, il professore Romualdo era in mezzo alle tribolazioni del presente. Fino all'ultimo momento la Gilda era fissa nell'idea che lo _zio Tonino_ sarebbe partito con lei, e aveva creduto ch'egli scherzasse dicendole il contrario. Ma quando il convoglio si mise in moto, ed ella vide che il capitano restava davvero alla stazione, non ebbe ritegno alcuno nell'urlare e nel piangere. Il meschino professore non sapeva più a che santi votarsi, e girava intorno certi occhi smarriti come se dovesse capitargli un aiuto di sotto i sedili. Invano ricorreva alle preghiere, alle minacce, alle frutta candite lasciategli dal capitano; preghiere e minacce non valevano a nulla, e le frutta candite venivano dalla terribile Gilda tramutate in proiettili ch'ella slanciava a tutti gli angoli della carrozza. Ah se il nostro Romualdo avesse potuto dire al macchinista come si dice a un cocchiere — _Torniamo indietro!_ — Se avesse potuto almeno riconsigliarsi col capitano Rodomiti, prender da lui una nuova lezione sul _modus tenendi_ con questa indomabile nipote! Doveva proprio capitare a lui! A lui che non dimandava se non che di vivere tranquillo in mezzo alle equazioni di terzo grado e alle storte del suo laboratorio! Così si giunse alla prima stazione, ed il professore stava raccogliendo da terra gli avanzi della battaglia, quando lo sportello si spalancò e il conduttore introdusse nella carrozza una famiglia di sei persone, che vennero ad occupare tutti i posti disponibili. Il professore, colto di sorpresa, ebbe appena tempo di mettersi ritto e di tirar da una parte la recalcitrante fanciulla, ma non potè impedire ad una grossa e rispettabile matrona di sedersi sopra un _mandarino_, il quale scoppiò come una granata e abbellì di non previsti ornamenti il vestito della signora. Onde i richiami e le lagnanze dei compagni di viaggio vennero ad aggiungersi alle altre allegrezze dell'infelicissimo Grolli. In quanto alla Gilda, seppure di tratto in tratto ella si distraeva guardando fuori della finestra gli alberi e le case, questi lucidi intervalli duravano poco, e ogni pretesto bastava a rimetterla sul piede di guerra. Allora le si manifestavano tutti i bisogni fisici e morali del mondo. Pareva aver più sete dei Crociati sotto Gerusalemme, più fame dei figli del conte Ugolino, più necessità di locomozione di un condannato da dieci anni al carcere cellulare. Quando poi, nelle brevi fermate, il povero Romualdo chiamava il caffettiere della stazione per offrire alla bisbetica sua pupilla una limonata o una cialda, o quando egli le proponeva di condurla a far quattro passi sotto la tettoia, ella rispondeva con uno sdegnoso rifiuto, salvo a ridomandare, appena il convoglio era in movimento, ciò che ormai non poteva più ottenere. Intanto alle varie stazioni qualche viaggiatore scendeva, qualche altro saliva, e la compagnia andava mutandosi continuamente. Ma per quante mutazioni accadessero, il professore non vedeva intorno a sè che volti ostili, non sentiva che un mormorio poco lusinghiero per lui. La bimba destava affetti diversi a seconda dell'indole più o meno tollerante, più o meno amorevole dei passeggeri, ma l'esotico personaggio che la accompagnava non riusciva simpatico a nessuno. Chi lo trovava troppo severo e chi troppo indulgente; ma tutti convenivano nell'attribuire a lui solo l'inquietudine della piccina. E se il professore tentava di conciliarsi il gruppo delle anime pietose con qualche carezza alla Gilda, egli vedeva oscurarsi maggiormente i volti delle persone rigide e gravi, e, se in omaggio a queste accennava, a voler inaugurare un regime di repressione, i viaggiatori di pasta molle sembravano voler mangiarlo cogli occhi.

Persino un uomo serio, calvo, impettito, che per lungo tempo aveva conservato la più stretta neutralità, ad un certo punto, ritirando un lembo del suo soprabito su cui la fanciulla aveva creduto opportuno di mettere i piedi, sentenziò gravemente: — Quando non si sa tenere i bimbi, si lasciano a casa.

Già! Come se il professore si trovasse a sì mal partito per sua propria elezione.

Sull'imbrunire, la Gilda prese sonno, e vi fu un po' di tregua. Il riposo del corpo ridonò la serenità anche all'espressione del viso della fanciulla. Il demonio era cambiato in cherubino.

— Ma se è un angiolo... Basta guardarla — disse con voce commossa una signora sentimentale, rivolgendosi al marito.

— A rivederci quando si sveglia.

— Che?... Coi bimbi è questione di tatto... Me ne intendo, io...

— Quel signore deve intendersene pochino...

— Quello non è un uomo, è un orso... È bella davvero la bimba, sai... Che capelli! Con quei ricciolini intorno alla fronte.... E quella manina che le penzola da un lato... Cara... Se ci fosse uno scultore... Oh! Ma tira del vento... Signore, dico... signore!

Il Grolli stentò molto ad accorgersi che questo appello era indirizzato a lui.

Quando ne fu sicuro, volse gli occhi da quella parte, ripose in tasca frettolosamente un fazzoletto turchino col quale si era asciugato la fronte, e stette immobile ad attendere i responsi della nuova interlocutrice.

— Scusi, sa, non potrebbe chiuder la finestra? La bimba è tutta sudata... Si fa così presto a buscarsi un malanno!

E il professore, arrossendo di non averci pensato lui, si affrettò a seguire il consiglio della persona prudente.

Certo, se il professore fosse stato espansivo, se avesse spiegato la vera condizione delle cose, e come si trovasse lì in quel momento con quella bambina al fianco, egli avrebbe disarmato in parte i giudizi sfavorevoli sul conto suo. Ma il Grolli non era uomo da perdersi in chiacchiere, e aveva già fatto uno sforzo superiore ai suoi mezzi rispondendo con monosillabi alle domande che gli erano rivolte. Estenuato dalla fatica, egli non si curava punto di modificare l'opinione pubblica a suo riguardo; pensassero ciò che loro piaceva, in quanto a lui desiderava una cosa sola: che la sua tumultuosa nipote dormisse almeno ventiquattr'ore, tanto da permettergli di riprender fiato. In verità, pel momento, egli non sapeva se augurarsi o temere la fine del viaggio. Egli avrebbe ben volentieri portata di peso la Gilda sulle sue braccia dal vagone fino ad un _fiacre_, pur ch'ella non si fosse destata, ma era sperabile ch'ella avesse un sonno così profondo? E chi sa che strepito allo svegliarsi!... All'idea di attraversare la stazione in compagnia di una bimba strillante, gli venivano i brividi della febbre.

Prima che finisse il viaggio, la Gilda si risentì più volte mostrando chiaramente che il riposo poteva ristorare le sue membra, ma non acquetava punto i suoi umori ribelli. Al momento di scendere, per buona ventura ella dormiva. Il professore, con un impeto disperato, la prese in collo, saltò già dalla carrozza, e tenendo i biglietti della ferrovia fra i denti, l'ombrello nella posizione d'un fucila a _spall'arm_, e la sacchetta infilata all'ombrello in modo che venisse a battergli sulla schiena, si avviò di corsa verso l'uscita della stazione.

Pure il suo eroismo poco gli valse; chè la piccina aperse gli occhi mentre ch'egli era ancora sotto la tettoia, e si mise a strillare e ad agitare braccia e gambe come un'ossessa. E quasi lo facesse apposta, strillò e si dimenò più che mai davanti a due studenti dell'Università, i quali erano venuti lì ad aspettare qualcheduno, e senza questo strepito non si sarebbero forse nemmeno accorti del passaggio del dottor Romualdo.

— Guarda — gridarono i giovinetti ad una voce. — Il professor Grolli!

— Santo cielo! — soggiunse l'uno dei due. — Pare abbia rubato una bimba... Come corre!

— E l'altra, come strilla!

— Buona sera, signor professore — gridò il primo, ch'era anche il più birichino.

Il signor professore si lasciò scappare un grugnito e tirò innanzi nella sua via. Appena fuori della stazione, entrò in una carrozza ch'era già occupata e dovette scenderne; poi salì in un'altra, ne chiuse lo sportello, ne abbassò le cortine, e ordinò al cocchiere di condurlo quanto più presto potesse alla sua abitazione.

Il cocchiere frustò il cavallo; le grida della fanciulla si dileguarono in lontananza.

Gli studenti si guardarono in faccia e proruppero in un riso sgangherato.

— Il ratto di Proserpina — osservò uno d'essi. E declamò il famoso sonetto:

_Diè un alto strido, gittò i fiori, e volta_, ecc., ecc., ecc.

VII.