Part 13
— Alza gli occhi — ella disse — fissami in viso. In questa casa dove non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno esser la compagna della tua vita, la tua sposa?
— Tu, Gilda? — esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore. — La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi!
Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue.
— Zio Aldo — ella mormorò affettuosamente.
— Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre dirmi _professore_, _professore_... e non ero che un professore arido, dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben giovine, o Gilda...
Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: — Invece hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te? Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più.
La Gilda scrollò il capo. — Tu mi porti un cuore che non ha amato altra donna che me...
— Nessun'altra, nessun'altra — egli esclamò con enfasi.
— Lo vedi — ella rispose. — Il tuo cuore almeno è più giovine del mio — Abbassò gli occhi e soggiunse arrossendo: — E da quando... da quanto tempo mi ami?
— Lo so io forse? Fu nel giorno in cui lessi sulla tua fronte ch'era finita per te l'infanzia gioconda; fu prima, fu dopo? Lo ignoro. Sentivo il mio affetto trasformarsi a grado a grado, ma non sarei riuscito a dire a me stesso che cosa provavo... Non avevo mai amato... Ti cercavo e ti sfuggivo... Avevo un immenso desiderio e una paura immensa delle tue carezze... Nelle mie notti insonni la tua immagine mi appariva fra le tenebre... Nel giorno il fruscìo della tua veste, il suono della tua voce turbava le mie meditazioni. Mi sembrava qualche volta che non avrei avuto pace finchè tu non avessi abbandonato la mia casa, e talora mi sembrava invece che senza di te non avrei potuto vivere... Eppure era amore?... Non lo so, non lo so... Ma quando tu amasti un altro, oh allora sì m'accorsi che veramente t'amavo...
— Poveretto! Che strazio deve essere stato il tuo! E hai sofferto in silenzio?
— E potevo parlare? Eri bella come un angiolo, tutte le grazie della gioventù ti fiorivano in viso; eri innamorata di un uomo bello e giovine anche esso... parevate nati uno per l'altro... La vostra passione era così ragionevole, la mia così strana, così assurda! Parlare?... Darti un dolore, insidiare la tua felicità, io che t'adoravo?... Un giorno solo fui per tradirmi... oh quel giorno avrei voluto morire...
— Che rivelazione fu per me quella! — esclamò la Gilda.
— Te n'eri accorta?
— Sì... Ero venuta ad annunziarti il prossimo arrivo di Mario... Si dovevano prendere i concerti per le nozze...
— Che pensasti di me, Gilda?
— Piansi tanto...; che non avrei fatto per consolarti? Tu ti sei chiuso nella tua camera, nel tuo laboratorio... La mattina dopo...
— Taci — egli interruppe — a pensarci mi corre un gelo per l'ossa... Più tardi io vegliavo al tuo letto... Avevi gli occhi bendati, eri tutta una piaga... Il tuo respiro era un rantolo, la tua voce era un gemito... I medici ti davano quasi per ispacciata; io volevo salvarti a ogni costo...
— E mi salvasti.
— Sì, ma la mia ferita si faceva più larga e profonda. Dal tuo alito infocato, dal tocco delle tue mani ardenti per la febbre, io aspiravo l'amore... E non avevo speranze, e non avevo altro desiderio che quello d'espiare un minuto d'oblìo... Non era per me ch'io ti conservavo in vita, era per l'uomo a cui tu avevi giurato la tua fede. Spesso mi pareva ch'egli non t'amasse abbastanza e me ne sdegnavo; ma pure (lo crederesti?) sentivo una specie d'orgoglio all'idea che il mio amore ignorato fosse più forte del suo... Accarezzavo col pensiero la mia infinita miseria. Quando non s'ha più che il dolore, si vuole almeno che il dolore sia grande... Intanto m'abbandonavo a occhi chiusi alla corrente, aspettando da un momento all'altro che tu mi fossi tolta per sempre... Ma no; tu non mi sei tolta, tu rimani; e io mi domando ancora se tutto ciò non è un sogno, mi domando se sono ben desto... Gilda, Gilda, sei tu sicura di non ubbidire a un impeto subitaneo, di non cedere a un movimento di pietà verso di me, di dispetto verso _un altro?_... Se ti pentissi domani! Se Mario tornasse!
— Uomo di poca fede!... Non è un capriccio il mio, non è un desiderio di vendetta... Quante volte, in mezzo ai patimenti di questi ultimi mesi, io confrontavo in silenzio l'amor tuo con quello dell'uomo che avrebbe dovuto sposarmi!... Quante volte, se eravate entrambi accanto al mio letto, io studiavo l'espressione diversa dei vostri volti; nel tuo una tenerezza infinita, in quello di Mario un tedio profondo! E dicevo: Mario amava la mia bellezza che è svanita; lo zio Aldo mi ama qual sono, mi ama forse di più dacchè cessai di esser bella...
— E vero, è vero...
— Dicevo: Mario non è un triste, non è un vile; egli terrà la sua parola, ma io avrò il rimorso di aver fatto una vittima... E così il mio cuore s'allontanava a mano a mano da lui e s'avvicinava a te... a te ch'eri stato la mia provvidenza, a te cui speravo di poter dar qualche gioia. Oh Mario non tornerà; egli è troppo lieto della libertà che gli è resa; egli insegue il suo ideale d'artista, va dove lo chiama la sua anima appassionata del bello... Se tornasse...
— Ebbene? Che faresti?
— Ebbene? Farei... così — ella gridò gettandoglisi fra le braccia — e ti direi: Son la tua sposa difendimi... Mi crederesti allora?
— Ti credo, ti credo — proruppe il dottor Romualdo, stringendo al seno con impeto quel capo diletto. E mentre la copriva di baci, mormorava:
— Oh Gilda!... Amor mio!
— Non ci odii dunque più, noi povere donne? — ella chiese con malizia.
— Adoro te — egli rispose — ecco quello ch'io so.
XXIII.
Pochi mesi dopo, una bella mattina di settembre, il professor Romualdo era affacciato alla finestra d'un albergo di Genova guardante il mare. Era l'albergo medesimo in cui, circa quindici anni addietro, egli aveva passato tante ore d'incertezza attendendo il suo misterioso abboccamento col capitano Rodomiti. Fra quelle pareti era cominciata per lui una nuova esistenza, eran cominciate le cure, i pensieri che dovevano far sbocciare la sua gioventù appassita prima di nascere, ed egli tornava oggi ai memori luoghi, allo stesso modo che l'egro risanato torna pellegrino alla fonte ond'ebbe il primo ristoro. Come quindici anni addietro, gli si stendeva davanti agli occhi lo splendido golfo riscintillante ai raggi del sole, e una selva d'antenne si levava al cielo, e mille barchette guizzavano sulle acque leggermente increspate, e s'alzava dai pensili giardini il profumo dei fiori, e dalle vie popolose l'allegro strepito del lavoro.
Ma questa volta il dottor Romualdo non era solo. S'aprì l'uscio della camera attigua, e una giovine dalla persona snella e spigliata s'avvicinò con passo rapido alla finestra, e toccò lievemente la spalla del professore.
— Sei tu, Gilda? — egli disse, voltandosi estendendole ambe le mani.
— Va bene così? — ella chiese, mostrando la sua _toilette_ d'una elegante semplicità. E soggiunse: — Son curiosa di vedere che impressione gli faccio.
— Sei bella, Gilda — riprese il professore. — Sei troppo bella per me.
— Zitto — ella interruppe, portando al labbro l'indice della mano destra — Zitto, non voglio sentir coteste sciocchezze.
La Gilda era sempre un po' magra, un po' pallida, ma il tempo andava via via scolorando le sue cicatrici e ricolmava lentamente le sue guance sparute, e faceva rinascere i suoi capelli, i cui ricciolini bruni spuntavano dagli orli della sua cuffia. In quanto al segno che l'era rimasto nell'occhio sinistro, esso non era percettibile a prima vista. Certo ella non era più, ella non sarebbe più ridiventata la splendida giovinetta che sollevava un mormorio di ammirazione sul suo passaggio, ma era chiaro che le conseguenze dell'accidente ond'ella era stata vittima avrebbero finito coll'essere assai minori di quanto s'era supposto.
Ella s'accostò in punta di piedi all'uscio che metteva sul corridoio.
— Vien gente? — domandò il professore.
— No... Del resto, siamo intesi... Prima ch'egli entri scappo di là...
— Cattiva! Vuoi lasciar me nell'imbarazzo...
— Voglio veder come ti levi d'impaccio...
Non occorre una grande sagacità a capire che il professore e la Gilda aspettavano qualcheduno. Questo qualcheduno era il capitano Rodomiti, il quale aveva scritto a' suoi amici annunziando loro che sperava d'essere a Genova col suo legno entro il settembre, e che giunto colà avrebbe chiesto una licenza di alcuni mesi, e sarebbe intanto volato subito a far loro una visita. Il capitano sapeva della malattia e della guarigione della Gilda; non sapeva il resto, perchè le notizie posteriori non avrebbero potuto pervenirgli durante il viaggio. Non doveva esser piccola sorpresa per lui l'apprendere il matrimonio del professore Romualdo con la figlioccia, e questa sorpresa i novelli sposi avevano voluto anticiparla col venirgli incontro essi stessi. Invero essi sentivano un po' di rimorso a non averlo consultato prima delle nozze, ma si capisce d'altra parte che la condizione di due fidanzati i quali abitano sotto il medesimo tetto è troppo ambigua perchè essi non abbiano da affrettarsi a diventar marito e moglie. Comunque sia, il professore e la Gilda, che s'erano sposati appena ottenuto il decreto reale che toglieva l'impedimento della parentela, si trovavano a Genova da un paio di settimane, e il nostro matematico andava ogni mattina nel banco di noleggi del signor Egisto Giorgi successore dei signori Radice e Lupini, per informarsi del capitano. Alla fine, la vigilia del giorno di cui parliamo, il dottor Romualdo era tornato all'albergo con una importante notizia. Il legno comandato dal Rodomiti era in vista e sarebbe entrato in porto verso notte. Allora il professore, d'accordo con la Gilda, era ripassato nel banco del signor Giorgi a lasciarvi un bigliettino pel capitano così concepito: «Sono qui all'_Hôtel de la Grande Bretagne_, nº 36. Ho molte cose da dirvi. Vi aspetterò domani all'albergo fino a mezzogiorno.» Il signor Giorgi, ch'era un uomo assai più officioso dei suoi predecessori Radice e Lupini, non solo si incaricò della trasmissione del biglietto, ma fece aver la mattina seguente al professor Grolli la risposta del capitano: «Sarò da voi prima dell'ora indicata — scriveva il Rodomiti; — ma che diamine v'impediva di venirmi a trovare a bordo? E la Gilda?»
Erano le undici quando un cameriere picchiò all'uscio del nº 36, e con un certo timore reverenziale introdusse il gigantesco marinaio.
— Oh Grolli — disse costui, stringendo cordialmente la mano del professore. — E la Gilda?
— Ormai sta bene.
— S'è sposata col suo Mario?
— No...
— Come?
— Or ora vi dirò. Accomodatevi.
Il capitano prese una sedia. — Non è la vostra camera da letto? — egli domandò, girando intorno gli occhi.
— No... è un salottino... dormo di là — rispose il Grolli in fretta, come se le parole gli scottassero la lingua.
— Cospetto! Siete in lusso ora — esclamò il Rodomiti. E soggiunse: — Su via, raccontatemi... Questo matrimonio?
Quando il professore ebbe narrato che la Gilda aveva reso a Mario la sua libertà e che Mario aveva accettata l'offerta, il capitano si lasciò scappare una serqua di vigorose esclamazioni, le quali finirono con una domanda _ad hominem:_ — E voi?
— Io? Che cosa?
— E voi non avete data una buona lezione a quel bellimbusto che pianta la sposa perchè le è toccata una disgrazia?.. Oh lo so quel che volete dire... È stata lei... Grazie tanto... Ella non poteva fare altrimenti; ma un uomo che avesse avuto un filo d'onore non l'avrebbe presa in parola... Ah caro Grolli, se ero nei vostri panni, non l'andava a finire così... Gran che! Voi altri dotti non avete sangue nelle vene!
A questo punto il capitano con un brusco movimento ruppe la spalliera della seggiola e si alzò di scatto facendo tremare i vetri della camera sotto i suoi passi pesanti e poderosi.
— È dunque diventata un mostro questa Gilda? — egli ripigliò, dopo una breve pausa.
— Un mostro! — esclamò il professore scandalizzato — Che idee?
— Oh adesso vi riscaldate! Con me? Era meglio riscaldarsi con quell'altro... Via, scusate — continuò il Rodomiti, mutando tono. — Son certo che avete fatto tutto ciò ch'era possibile... Se la Gilda è sempre piacente, non dureremo fatica a darle un marito che valga più di quel vostro famoso pittore... Bisognerà pensarci insieme... Ma spiegatemi un po', perchè non l'avete condotta con voi a Genova?
Il professor Romualdo, più confuso che mai, guardò istintivamente verso l'uscio della camera attigua.
Questo imbarazzo non isfuggì al capitano, il quale chiese con una certa impazienza: — Siete in compagnia? C'è qualcheduno di là?... Avete un'aria di mistero!...
— Benedette donne! — pensò il Grolli. — Hanno dei capricci!... Per secondar la Gilda mi convien fare questa commedia. — Insomma — egli disse a voce alta — ho da raccontarvi una novità...
— Ed è?
— Ho preso moglie...
Questo annunzio produsse al marinaio l'effetto dello scoppio d'una mina. — Moglie?... Voi?... Scherzate?
— Niente affattissimo — rispose il professore punto da queste esclamazioni — Parlo sul serio...
— E il vostro odio per le femmine?
— È sfumato...
— Non c'è che dire — osservò il marinaio, calmandosi a poco a poco — voi siete il miglior giudice delle vostre azioni, e in quanto alla donna che vi sposò, ella può vantarsi d'avere sposato un gran galantuomo...
— Non credete quindi che questa donna abbia commesso uno sproposito imperdonabile? — domandò il dottor Romualdo, alquanto rinfrancato.
— Tutt'altro... tutt'altro... Anzi vi chieggo perdono... Del resto, è vero... siete ringiovanito, e mi congratulo con voi. Ma che volete?... Penso alla mia figlioccia... Converrete meco che adesso è più urgente che mai di accasarla... Povera Gilda!... È necessario ch'io la veda... Abita sempre con voi?
— Sicuro...
— Non v'invidio... Due donne sotto il medesimo tetto...
— Ma mia moglie...
— Non intendo dir male di vostra moglie... Dio guardi... Ma in ogni modo...
— Volete conoscerla? — insinuò il professore, che non vedeva l'ora di gettar giù la maschera.
— No, grazie... o almeno finchè non sia necessario. Non prendete in cattivo senso il mio rifiuto... Sapete che io sono un uomo alla buona, un uomo che si trova a disagio in mezzo alle nuove conoscenze... specialmente poi quando si tratta di signore...
— E se fosse una signora che si conoscesse da un pezzo? — disse una vocina nota e melodiosa. In pari tempo la Gilda si precipitò nella stanza e si appese (qui la frase va a pennello) al collo del capitano.
— Come? Che?... la Gilda...? — balbettò il Rodomiti nel colmo dello sbalordimento.
— Sì, signore, la Gilda... Sono un po' mutata, ma insomma...
Il capitano guardava alternativamente la sua figlioccia e il professore, le cui guance s'erano fatte del color della porpora — Sua moglie? — egli disse infine.
— Sua moglie, sua moglie — ripetè la giovine.
— Non è lo sposo ch'ella si meritava — osservò Romualdo in tono rimesso, ma senza affettazione di umiltà.
— _Zio Tonino_ — disse la Gilda — fallo tu finire una buona volta... Egli ha paura che tu disapprovi il nostro matrimonio...
— In verità, figliuoli miei — esclamò il capitano, scotendo forte la mano ad entrambi — in verità ch'io sarei una gran bestia se lo disapprovassi... Ma vi confesso che mi avete fatto cascar dalle nuvole... Ah professore, professore, siete più birichino di quello che credevo, voi... Basta... Intanto, Gilda, torno a dirti ciò che dicevo poco fa a lui... La donna che prese per marito questo signore ha sposato un fior di galantuomo...
— Grazie, amico mio — interruppe il dottor Romualdo, raggiante di contentezza.
— Un fior di galantuomo — continuò il capitano — a cui bisogna voler bene sempre.
— Perdonandogli la sua età matura, il suo brutto visaccio, e i suoi capelli che imbiancano — soggiunse il professore, compiendo la frase.
— Allora — saltò a dire la Gilda — io porterò in campo le mie cicatrici e il mio occhio sinistro...
— Zitti tutti e due — gridò il capitano Antonio col suo vocione — amatevi e fatemi presto diventare padrino d'un bel maschiotto... Questo è l'essenziale.
— Oh! — bisbigliò la Gilda, arrossendo.
E il professore, tanto per mutar discorso: — E voi — disse — non penserete mai a farvi una famiglia?
— Io? A sessantadue anni?... Eh via, a trentotto, ne avete trentotto, non è vero?
— Sì.
— A trentotto la cosa va co' suoi piedi, ma a sessantadue poi... ho proprio paura ch'essa andrebbe coi piedi degli altri.
* * * * *
La storia è finita. Che se qualcheduno volesse sapere che cosa pensi di queste nozze la signora Dorotea, dirò soltanto ch'ella ne è felicissima, che sostiene d'avervi contribuito per gran parte, ma che non sa persuadersi come un così bel matrimonio non debba fruttarle una vincita al lotto. E sì ch'ella va giocando a ogni estrazione i numeri che le sono suggeriti dalla cabala e da persone sperimentate e autorevoli.
Del resto, dopo il primo momento di stupore, tutti si sono persuasi che il dotto professor Romualdo Grolli, sebbene non sia un Adone, può essere un eccellente marito rimanendo un insigne matematico; solo la signora Olimpia Lorati gli tiene il broncio perchè, volendo pure sposarsi, non ha sposato una delle sue figliuole.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Il Professore Romualdo, by Enrico Castelnuovo