Part 11
Sia che il professore pensasse all'impossibilità di pubblicare il suo libro per l'epoca voluta, sia che, dopo aver affrettato col desiderio questo matrimonio, sentisse ch'esso avrebbe lasciato un vuoto troppo grande nella sua vita, fatto si è che la nipote non ebbe punto a lodarsi della sua accoglienza.
— Venga, vada, che me ne importa? — egli disse in tono sgarbato.
— Oh, zio — cominciò la Gilda, a cui questi modi inurbani facevano male.
Ma egli la interruppe: — Lo so che hai fretta d'andartene... Vuoi fissare le nozze per posdomani, per domani sera?...
— Zio Aldo, zio Aldo — ella esclamò in mezzo alle lagrime — mi volevi tanto bene una volta! Che ti ho fatto perchè da qualche tempo tu debba odiarmi?
— Odiarti?... Io?... — gridò il professore fuori di sè in veder quel bel viso molle di pianto... — Odiarti?... Ma io invece...
Avrebbe avuto mille cose da soggiungere, ma si arrestò a un tratto. Come colui che guardando alla casa del vicino vede il riflesso delle fiamme che investono la casa propria, così il professore, nel turbamento che si dipinse in viso alla Gilda, lesse il segreto che gli era sepolto nell'anima e che non aveva voluto fino allora rivelare a sè stesso. Sentì il precipizio sotto i suoi piedi e disse balbettando: — Perdonami... Ho bisogno d'aria...
Prese il cappello, e uscì senza dar ascolto alla signora Dorotea, che seduta nel suo seggiolone in salotto chiedeva: — Che cosa c'è! Che è accaduto?
— Che c'è! Che è accaduto? — tornò a domandare la signora Dorotea quando vide comparirsi davanti la Gilda pallida e stravolta.
La Gilda appoggiò i gomiti al tavolino, si nascose il viso tra le palme e ruppe in singhiozzi.
— Ma insomma? — ripetè la vedova, avvicinandosi.
— Oh, signora Dorotea — proruppe la giovinetta, per la quale la buona femmina era divenuta in questo momento una difesa e un rifugio — non conosco più lo zio Aldo.
— Spiegati dunque...
Quando la ragazza ebbe narrato l'accaduto, la signora Dorotea tentennò il capo e congiunse le mani. — Il cuore me lo diceva... Odiarti? Lo zio Aldo?... Sciocchina che sei... Ah, se tu avessi avuto giudizio!... Ma pur troppo la gioventù di oggi si appiglia al peggio.
— O signora Dorotea, che dice mai? — riprese la Gilda, diventando scarlatta di pallida ch'era.
— Lo so, non c'è rimedio... Hai dato la parola a quell'altro... e la parola, capisco, bisogna tenerla... Ma povero professore!... Questo matrimonio gli costerà la vita... E adesso dove sarà andato, dove sarà andato? — ella proseguì, colta da un subito spavento. — Voglia il cielo ch'egli non faccia qualche sproposito.
— No, per carità, non lo pensi nemmeno — gridò sbigottita la Gilda, che aveva trovato nuove inquietudini dove era venuta a cercare un conforto. — Dio mio; sono pure infelice!
Il professore era corso via senza saper dove andava, senz'altro desiderio che quello di trovarsi all'aperto.
Uscì dalla città e prese a caso la prima strada che gli si parò davanti.
Era dunque possibile? Il suo affetto di zio, di tutore, di padre, s'era cambiato in un sentimento di tutt'altra natura?... Innamorato?... Lui?... Alla sua età, con le sue abitudini austere, con la sua ripugnanza verso quanto sapeva di galanteria?... E s'era tradito?... Oh s'era tradito senza dubbio... Lo sgomento della Gilda parlava chiaro... Imbecille, imbecille!... Egli aveva sciupato in un secondo il frutto di tanti anni di sacrifizio e di abnegazione. La Gilda non si ricorderebbe più di lui come di un tutore sollecito, come di uno zio tenero e affettuoso, ma come d'uno spasimante ridicolo che s'era offeso perchè ella gli aveva preferito un uomo giovine e bello... E se la Gilda parlasse?... Se rivelasse tutto a Mario, come ne aveva il diritto?... Se Mario venisse a provocarlo?... Oh, Mario ne avrebbe riso, ne avrebbe riso insieme con la sua sposa! Questa paura del ridicolo lo perseguitava nel suo cammino; avrebbe voluto nascondersi sotto terra, tanto gli pareva che anche le cose inanimate dovessero acquistar la favella per dargli la baja. Eppure, mentre si vergognava di sè stesso, gli sarebbe stato di grande sollievo il poter versare le sue pene in un cuore amico. Ma dove trovarlo? La sua vita era stata dissimile da quella degli altri giovani, la cui intrinsichezza si aumenta con le confidenze reciproche; coi suoi coetanei egli aveva discorso di matematica; confidenze intime non ne aveva mai chieste, non ne aveva mai fatte. E comincerebbe a trentasette anni? Un uomo forse l'avrebbe sorretto di virili consigli, ma quell'uomo era lontano, e a che pro scrivergli? Che avrebbe potuto far per lui il capitano Rodomiti finchè stava col suo legno nei mari dell'India o dell'Africa?
Dopo più d'un'ora di cammino, egli si accinse al ritorno, sempre molestato dagli stessi pensieri, sempre agitato dall'idea di doversi ripresentare alla Gilda... Procurerebbe di rientrare in casa inosservato, si chiuderebbe nella sua camera, nel suo laboratorio, per non mostrarsi che all'ora di desinare. Nel suo laboratorio?... I bei risultati ch'egli vi aveva ottenuti! Anche le storte gli eran diventate ribelli!... Ebbene; bisognava ritentare per la centesima, per la millesima volta... Già il suo mondo era lì, era tra le sue formole, tra le sue esperienze... Meglio le severe ripulse della scienza che lo scherno della donna!
A poca distanza dalla città il professore s'imbattè in una frotta di studenti che si levarono il cappello al suo passaggio e lo fissarono con curiosità.
Come mai erano a zonzo così presto? Il professore Romualdo ne interrogò uno. — Hanno vacanza?
Il giovine diede un'occhiata ai suoi condiscepoli, e poi rispose sorridendo: — Scusi... era la sua ora.
— La mia ora?... Il giovedì!
— Ma oggi è venerdì, signor professore.
— Venerdì — esclamò esterrefatto il Grolli, osservando distrattamente l'orologio, come se potesse trovarvi l'indicazione della giornata.
— Appunto...
— Sicchè... io non ho fatto la mia lezione?
— Eh pare... Anzi temevamo che non istèsse bene.
Il professore si allontanò tutto confuso. In diciotto anni d'insegnamento non gli era accaduta una cosa simile.
XIX.
Le esagerate apprensioni delle due donne si dissiparono a veder tornare il professore sano e salvo a casa. Egli però non lasciò loro il tempo di far commenti; entrò difilato nella sua camera e vi si chiuse a chiave. A desinare non disse una parola; teneva gli occhi sprofondati nel piatto e mangiava macchinalmente. Più volte la Gilda avrebbe voluto rompere il ghiaccio, ma gliene era sempre mancato il coraggio. Era così nuova, era così impreveduta la sua situazione di fronte allo zio! Anche la signora Dorotea si sentiva incapace di aprir bocca, ed è tutto dire. Dopo pranzo, il professore Romualdo tornò a chiudersi nella sua stanza, e la Gilda e la signora Dorotea, inquiete di nuovo, rimasero a vigilare in salotto. A un certo punto la signora Dorotea, avvicinatasi all'uscio che metteva nella camera del professore, si chinò a guardare attraverso il buco della serratura.
— Non c'è nessuno — ella disse.
— Sarà in laboratorio — osservò la ragazza, e passando nel luogo di sbarazzo, ch'era contiguo al laboratorio, appoggiò l'orecchio alla parete.
Si sentiva un tintinnìo di vetri e un suono di passi. Non c'era dubbio; il professore attendeva a uno dei suoi esperimenti.
— Solite diavolerie! — borbottò la signora Dorotea, non tranquillata che a mezzo — Una volta o l'altra va in aria la casa.
— Le sue analisi chimiche, le sue dimostrazioni geometriche, ecco ciò che gli preme soprattutto — pensò la Gilda, e si persuase che le sue inquietudini non avevano alcun fondamento. Però è così capriccioso questo cuore umano, che una tale persuasione le diede più noja che altro.
Sul tardi vennero le Lorati a prenderla, ed ella non rientrò che tardi. Nell'intervallo il professore era uscito e rientrato anche lui, e dopo aver chiesto conto della nipote, s'era ritirato in camera lasciando ordine che non lo disturbassero fino alla mattina dopo. La signora Dorotea si era messa per intavolare un discorso, ma egli le aveva dato sulla voce e l'aveva piantata in asso. — Benedetto uomo! — disse la vedova Salsiccini alla Gilda. — È di un umore bestiale. Scatta per nulla come una molla.
A malgrado di questo avvertimento, la Gilda, sul punto di coricarsi, non potè a meno di gridare in modo da esser sentita nella stanza attigua: — Buona notte, zio Aldo.
Al suono di quella voce così cara al suo orecchio, il professore, che era seduto davanti alla scrivania, trasalì e rispose: — Buona notte, Gilda... Fa di dormire, adesso.
— Non ho sonno...
— A ogni modo — ripigliò il professore — non è ora da far conversazione... Parleremo domani. — E soggiunse con uno sforzo: — Parleremo anche delle tue nozze... Buona notte, buona notte.
— Abbiamo preso senza dubbio un equivoco — riflettè la Gilda. — Egli era preoccupato del suo esperimento... Me lo aveva pur detto giorni fa, che c'era un'esperienza che lo faceva impazzire...
La Gilda non vide due grosse lagrime calar lentamente giù per le guance del professore, che forse da quand'era bambino non aveva mai pianto, e cader sopra le pagine d'un libro. In quel libro era trascritta la partita aperta da quindici anni presso la Banca dei prestiti e degli sconti al nome _Gilda Natali_, e il professore vi aveva in quel momento conteggiati in margine gli interessi ed esposta la somma totale. Le lire 10,674 50 versate nel maggio 1861 erano diventate circa lire 34,800, e il dottor Romualdo poteva esser contento della dote raggranellata per la nipote. Quel cervellino di Mario avrebbe saputo amministrar così bene la sostanza della moglie?
Fosse l'idea delle prossime nozze, o fosse altra ragione, la Gilda non fece in tutta notte che voltarsi e rivoltarsi nelle coltri. Assopitasi verso l'alba, la svegliò quasi subito l'allegro canto dei suoi cardellini, che scioglievano un inno alla luce nascente, un inno all'amore. E quell'inno destava un'eco nella sua anima. Anche per lei sorgeva uno splendido giorno, e l'amore tutto malizie e sorrisi le susurrava all'orecchio misteriose parole. Ella diventava rossa alle confidenze del suo invisibile interlocutore, e istintivamente raccoglieva le coperte intorno alla sua persona.
Nella camera attigua si moveva qualcheduno. La Gilda si fece pensosa. Povero zio Aldo! Era possibile ch'egli l'amasse in modo diverso da quello in cui gli zii e i tutori sogliono amare? Povero zio Aldo! Egli le aveva sacrificato tutto, ed ella, in compenso, lo rendeva infelice... Poteva ella lasciarlo nel dubbio ch'ella non avesse più verso di lui la fede di un tempo? No certo; era pur necessario ch'ella gli facesse comprendere come nulla era cambiato fra loro, era necessario ch'ella gli dicesse una parola affettuosa prima delle nozze, subito anzi, prima che la venuta di Mario la costringesse a non attendere ad altri che al suo fidanzato. Scese con cautela dal letto, aprì adagio le imposte, si vestì senza far romore, e poi stette alcuni minuti in silenziosa aspettazione. Quando il cigolare d'un uscio la ebbe fatta sicura che il professore era entrato nel suo santuario chimico, ella passò dalla sua camera in salotto e dal salotto alla camera dello zio; traversata questa in punta di piedi, sospinse l'usciolo del laboratorio, e si fermò sulla soglia. Il professore concentrava la sua attenzione sopra un apparecchio attraverso il quale si svolgevano alcuni gas.
— Chi è? — egli chiese, dando un balzo.
— Sono io, zio Aldo.
— Non voglio nessuno, non voglio nessuno — gridò il professore, tutto assorto nella sua esperienza.
Ella non gli diede retta, e si accostò trattenendo il fiato. Quand'ella fu vicina ai fornelli: — Sei tu? — disse il professore Romualdo, mutando tono. — Resta adesso.
Le afferrò il braccio, e con volto trasfigurato le mostrò una sostanza che si precipitava in fondo a una storta. Egli era quasi bello nel suo entusiasmo.
— Ebbene? — chiese la Gilda, fissandolo in viso.
— L'esperienza a cui tenevo tanto, e alla quale stavo per rinunciare, è finalmente riuscita a modo mio — egli esclamò con enfasi. — Possedo finalmente la mia formula. Anche la scienza ha i suoi trionfi.
— Una volta ero la tua assistente — osservò con accento malinconico la giovinetta.
Egli ripetè sospirando: — Una volta.
— Mi spiegherai almeno di che si tratta.
— Or ora — egli rispose. — Aspettiamo che sia finito.
Un colpo di vento aprì d'improvviso la finestra, e fece sbattere con violenza l'uscio del laboratorio che la Gilda, entrando, aveva soltanto accostato.
— Ih che aria! Bisogna chiuder quella finestra — disse il professore, allontanandosi dai fornelli e salendo sopra una sedia per rimuovere una tendina che s'era impigliata nello spigolo d'un'imposta.
— E io chiuderò l'uscio — soggiunse la Gilda. Ma nel punto d'avviarsi urtò inavvertitamente col gomito l'apparecchio, una storta si ruppe, uno scoppio terribile fece rintronar la volta dello stanzino, e in un attimo la povera fanciulla si trovò circondata dalle fiamme, mentre dei pezzi di vetro slanciati in aria dall'esplosione le si conficcavano nelle carni. Mise un urlo straziante, e si precipitò fuori del laboratorio, ma appena giunta in camera dello zio, le gambe non la sorressero più, e stramazzò sul pavimento.
Per buona fortuna il professore Romualdo, sebbene ferito anche lui da una scheggia, non si smarrì interamente d'animo, ma, strappati dal letto i guanciali e le coperte, li gettò addosso alla Gilda, indi, senza badare al pericolo, le si abbandonò sopra di peso e a prezzo di non lievi scottature riuscì a spegnere il fuoco che le investiva la persona. Lo strepito aveva intanto chiamata la signora Dorotea e la fantesca, le quali, al miserevole spettacolo, furono a un punto di cadere in deliquio e a stento si trascinarono sino alla scala mettendo la casa a rumore. Salirono i vicini spaventati, salirono i commessi del fondaco Albani, salirono perfino dalla strada alcuni passanti, e il loro soccorso non fu inutile ad arrestare un principio d'incendio nel laboratorio, ove le vampe correvano lungo i fornelli.
— L'ho sempre detto io che doveva finire con una disgrazia! — borbottava con voce mezzo spenta la signora Dorotea.
Ma nessuno badava a lei. Tutti gli sguardi erano conversi sulla infelice giovinetta, pochi istanti prima così florida e bella, e adesso così malconcia. I suoi occhi erano chiusi, ahi forse per sempre, una larga ferita le deturpava la bocca, la sua fronte era tutta una piaga, e sparse di luride piaghe erano le membra gentili, che palpitavano sotto le vesti a brandelli. Un rantolo affannoso le usciva dal petto, e spesso quel rantolo si mutava in un grido di spasimo da parer quello di una creatura che muore. E invero, avrebbe ella sopravvissuto a tanto strazio? Quando, fra atroci convulsioni, fu trasportata sul suo letto, e il medico l'ebbe esaminata a parte a parte, egli non seppe dissimulare le sue inquietudini. La cosa era grave in sè, gravissima per le complicazioni che potevano derivarne; nella migliore ipotesi, bisognava che passassero parecchi giorni prima di poter fare un pronostico più tranquillante.
Anche il professor Romualdo avrebbe avuto bisogno di riposo, ma egli non volle che gliene discorressero, e appena consentì a lasciarsi medicare le scottature che aveva riportate alle mani e alle braccia. Poi sedette al capezzale della nipote, e nella sua fisonomia si dipingeva una sofferenza poco minore di quella di lei. A sentirlo, era lui la colpa di tutto; maledetti i suoi esperimenti chimici, maledetta la scienza, maledetta la sua stolida vanità che gli aveva messo in corpo la smania delle scoperte!
Del resto, il Grolli s'accusava a torto. La disgrazia non era da attribuirsi che a una sbadataggine della Gilda; era invece merito di lui se le conseguenze non ne erano assolutamente irreparabili.
Ma egli non ragionava più. Era questo il primo gran dolore della sua vita. Fino a quel giorno gli studi lo avevano confortato in ogni sua prova; di fronte al mondo del pensiero, il mondo reale con le sue passioni, coi suoi affetti, gli era sempre parso insignificante e piccino; adesso la sua filosofia s'era dileguata: egli soffriva come la femminetta il cui sguardo non abbraccia più largo orizzonte di quello della sua casa e della sua famiglia. Ogni gemito della Gilda gli faceva scorrere un brivido nell'ossa; ogni volta che il chirurgo tormentava le piaghe di lei, era come se una lama aguzza cercasse la via del suo cuore.
XX.
Le prime parole articolate dalla Gilda, appena il suo stato glielo concesse, furono queste: — Non voglio che Mario entri in camera. Non voglio che egli mi veda così.
E Mario, arrivato sotto sì tristi auspizi, non osò per qualche giorno infrangere il divieto della sua sposa. Egli non sapeva rassegnarsi all'idea di vedere sformata colei, che, nella sua fantasia, era rimasta fulgida e bella come un raggio di sole. Veniva ogni momento nella camera del professor Grolli, origliava all'uscio, interrogava con lo sguardo i medici, le infermiere, e poi s'abbandonava accasciato sul canapè. Di tanto in tanto la sua pupilla s'arrestava sull'effigie che pendeva dalla parete e ch'era senza dubbio l'opera migliore uscita dalle sue mani. Erano quelli gli occhi che lo avevano acceso, era quello il sorriso che lo aveva inebbriato, quella fanciulla divina doveva essere l'ispiratrice dei suoi quadri venturi. Oh perchè non poteva, nuovo Pigmalione, infondere la vita nella sua fattura e strapparla alla tela, e persuadersi che la Gilda vera era questa, e fuggire con lei lontano lontano, e non rammentarsi dei casi dell'altra che come d'un cattivo sogno?
Alla lunga però la vergogna lo vinse: egli sentì che aveva obbligo sacro d'infrangere la proibizione e di assistere colei che doveva esser sua sposa. Ciò ch'egli soffrisse nel mirarla tutta coperta di bende e d'empiastri non è difficile immaginare; ella non lo vide, chè aveva fasciati gli occhi e la fronte, ma sentì la sua voce e gli disse con un gemito: — Mario, perchè venire? La Gilda che tu amavi è morta.
L'idea di contribuire a salvarla, la speranza che ov'ella guarisse rifiorirebbe anche la sua bellezza, dava al giovine la forza ch'egli stesso non avrebbe creduto di avere. Egli non aveva il coraggio di chiedersi: — L'amerai s'ella rimarrà deformata? — ma intanto sentiva che bisognava lottare per farla vivere.
Era una lotta seria. La Gilda ebbe febbri terribili, ebbe spossatezze che facevano tremare i medici, i quali temettero più d'una volta una irreparabile infezione del sangue. A due riprese si credette tutto perduto, e il cavaliere Lorati, secondo la sua pietosa consuetudine, aveva già abbozzato in mente il cenno necrologico della giovinetta. Ella non desiderava guarire. — Credi, è meglio _per tutti_ che io muoia — ella disse un giorno allo zio.
— Oh Gilda! — esclamò con un gemito il professore.
— Forse per te no — ella rispose — Tu mi vorresti bene in ogni caso... Sei tanto buono, zio Aldo...
Egli la guardò intenerito, e queste parole fecero vibrare in lui le più riposte corde dell'anima.
Se Mario passava parecchie ore presso la malata, il professor Romualdo non se ne staccava nè giorno nè notte. Soverchiato dalla stanchezza, egli abbassava le palpebre, lasciava cader la testa sul petto, ma non si moveva dal suo posto, e il suo sonno era tanto leggero che la Gilda non lo chiamava mai inutilmente. Egli preveniva, indovinava tutti i suoi desiderii, le porgeva da bere, aiutava l'infermiera a mutarla di posizione, invigilava perch'ella prendesse i medicamenti all'ore prescritte. Non sapeva far altro, non sapeva pensar ad altro; sarebbe stato inetto a risolvere il più semplice teorema di geometria; si ricordava appena della sua Università, egli ch'era stato fino a quel tempo il più assiduo tra i professori. Invano gli si raccomandava la calma, gli si presagiva, che, tirando innanzi a quel modo, avrebbe finito coll'ammalarsi anche lui; egli non porgeva ascolto a nessuno. Vegliando, soffrendo al capezzale della Gilda, gli pareva d'espiare verso di lei, verso Mario, il gran delitto di aver invidiato la loro felicità.
Nè la signora Dorotea era avara dell'opera sua. Le supreme necessità del momento le avevano ridonato una parte dell'antico vigore; era sempre in moto, aveva sempre un gran da fare a preparar i brodi succulenti per la malata, e, negli intervalli di riposo, brontolava contro il professor Romualdo che non le cedeva mai il posto al letto della nipote. La miglior prova delle preoccupazioni del suo animo era il suo oblìo quasi assoluto del gioco del lotto. E sì che gli straordinari accidenti successi in casa erano tali da suggerirle dei bellissimi _terni!_ Si buccinava anzi che uno ne avesse guadagnato la portinaja, interpretando con acume il grave fatto dell'esplosione.
Intanto la Gilda migliorava. Sul finire della terza settimana il medico dichiarò rimosso il pericolo ch'ella perdesse la vista, quantunque fosse più che probabile che le sarebbe rimasto leggermente offeso l'occhio sinistro. Di lì ad altri dieci giorni si dileguarono le ultime apprensioni circa allo stato generale dell'inferma. Cominciava il periodo della convalescenza, una convalescenza che sarebbe stata lunga, dicevano i medici, e che doveva esser piena di riguardi e di cure. Ma che importava tutto ciò, se c'era da gridar al miracolo pei risultamenti ottenuti?
Per quanto sia una bella cosa lo star bene di salute, il guarire sarebbe una cosa ancora più bella, se non ci fosse il grave inconveniente che per guarire è necessario essere stati malati. Ciocchè mi richiama alla mente un romanzo francese, nel quale una signora, più arguta che costumata, dice a una amica: — Credimi, la miglior condizione per una donna è quella di vedova. — E l'amica, femmina della stessa risma, rincarando la dose con un frizzo ancora peggiore, risponde: — Sì, se per esser vedova non bisognasse prima esser maritata. — Discorsi immorali, che saranno meritamente riprovati dalle virtuose lettrici.
Ma venendo a noi, quale pur sia il posto che le dolcezze della guarigione occupano tra le gioie, non troppo numerose, della vita, è certo che questo posto è molto elevato. Guarire è un rinascere con conoscenza di causa, e nello stesso tempo con la disposizione a rammentare tutto ciò che la vita ha di giocondo, a dimenticare tutto ciò ch'essa ha di triste. Ci pare che l'universo si adorni per farci festa; che gli uccelli cantin per noi; che per noi olezzino i fiori, e il sole c'inviti a bearci ne' suoi raggi. Noi ci affacciamo alla finestra e la rondine ci dice: _ben tornati_; usciamo all'aperto, e lo stormir delle foglie, e il mormorio del ruscello, e le mille voci della natura si fondono ai nostri orecchi in un saluto cortese. Anche gli uomini son buoni, ci sorridono, ci stendon la mano, ci parlano di cose allegre, di cose leggiere; non è tempo questo da malinconie e da grattacapi. Sotto ai nostri piedi è un tappeto di rose, sulla nostra testa è una danza d'astri lucenti. E nel nostro cuore? Tutto il meglio ch'è in noi s'agita, ribolle, scintilla; si svegliano i pensieri gentili, le fedi ardenti, le speranze baldanzose, e quella inesausta sete d'amore ch'è tormento e dolcezza dell'esistenza. Il mondo è nostro un'altra volta: avanti!
Però, questa voluttà della vita che torna non brillava negli occhi della Gilda, quando col lento rimettersi delle forze si sgombravano le nebbie del suo spirito. Ella sentiva che un abisso la divideva dal passato; un istante aveva distrutto la sua beltà e la sua giovinezza. L'avvenire che l'aspettava non poteva esser più quello ch'ella aveva sognato nell'estasi de' suoi giorni felici; la figura di Mario, ch'ella mirava talvolta vicino al suo capezzale, le faceva l'effetto d'una visione d'altri tempi evocata dalla sua fantasia, la voce di lui le pareva l'ultima risonanza d'una musica che si perde lontano.