Part 10
Lo scienziato non sapeva staccarsi dalla finestra. Egli seguiva con l'occhio il moversi di quelle ombre, egli tendeva l'orecchio a quei suoni. E indovinava l'amore. L'amore, che fino allora egli non aveva nè provato in sè, nè compreso negli altri, adesso gli passava rasente come un soffio infocato, gli turbava i sensi e lo spirito. Oh perchè aveva egli tanti anni addietro accolto il grave legato di una sorella con la quale non lo vincolava obbligo alcuno? E quando pure avesse voluto conservare ed accrescere il piccolo patrimonio della nipote; quando pure avesse voluto colmarla di benefizi, perchè tenerla sotto il suo tetto? Per sentirsi dire un giorno: — la tua parte è finita. Tutto l'affetto prodigato a questa creatura nel lungo periodo dell'infanzia e dell'adolescenza val meno del primo sorriso d'un ignoto che la rapirà alla sua casa? E a te che le hai fatto da padre, non resta altro che mettere il tuo _visto_ sotto il passaporto che le servirà a varcar la tua soglia per non ricalcarla forse mai più? Senonchè, altri pensieri succedevano a questi nell'animo del professore. Egli non poteva a meno di confessare che se la Gilda gli aveva costato dei sacrifizi, egli ne aveva pure avuto un ricambio. Ella era stata docile, buona, le sue grazie schiette ed ingenue, la sua intelligenza vivace, il suo desiderio di apprendere avevano fruttato a lui soddisfazioni care e ineffabili. Non aveva ella aperto nuovi orizzonti alla sua mente, non aveva contribuito ad ingentilirgli il costume, a renderlo insomma migliore di quello ch'egli era una volta? E ora, di che cosa poteva incolparla? Di amare. Chi non ama nel mondo? Dacchè egli aveva spinto lo sguardo oltre le sue formule e le sue storte, di chi poteva dire: — Costui non ama, costui non ha mai amato? — Di sè... forse... No; la Gilda non aveva nulla da rimproverarsi. Egli piuttosto, egli che ne era il tutore, il secondo padre, aveva adempiuto alla parte sua? Che aveva fatto mentre il sottile veleno dell'amore s'infiltrava nelle vene della giovinetta? Egli non aveva nè provocato dal suo labbro una confidenza, nè chiesto a Mario Albani una spiegazione; aveva assistito con le braccia incrociate al crescere di una simpatia che forse non era più che un capriccio pel giovine artista, ma che certo aveva messo salde radici nell'anima della Gilda, e, delusa, le avrebbe turbata tutta la vita. Oh improvvido e inetto! Ed egli andava orgoglioso della sua scienza, egli che non aveva saputo fare ciò che sa ogni più umile persona del volgo a cui siano affidate le sorti d'una fanciulla!
Lo prese un'inquietudine affannosa, e gridò: — Gilda! Gilda! È tardi...
— Eccoci, eccoci — rispose la Gilda. E _Fulmine_, abbaiando, precedette all'albergo la coppia felice.
Quella sera Mario Albani si ritirò più presto del solito nella sua camera. Il professore, fattosi animo, trattenne la Gilda, e con voce che la commozione rendeva tremula: — Gilda — le disse — non mi nascondi nulla?
Ella abbassò gli occhi e arrossì.
— Ti ricordi — continuò il professore Romualdo — dei discorsi tenuti dal capitano Antonio l'ultima sera che egli passò con noi?... Guardami in viso... Quel momento che il capitano presagiva vicino, è venuto?
Ella abbandonò la sua testina sulla spalla dello zio, e bisbigliò tra un sorriso e una lagrima: — Mi pare di sì.
— La tua quiete è in pericolo, la mia fanciulla! — egli riprese, carezzandole con mano nervosa i capelli. — Oh il malaugurato accidente che c'imprigionò qui per tanti giorni!
— Sì, la cagione del nostro soggiorno fu invero molto spiacevole... Ma la prigionia non è stata una gran disgrazia.
— Gilda, Gilda, tu scherzi col fuoco... Perchè il signor Mario affine di passare il tempo ti fece il ritratto, perchè egli ti disse qualche galanteria...
— Quanto a questo — ella interruppe con vezzo infantile — prima di giudicare, aspetta un certo discorso che ti verrà fatto domattina...
— Dal signor Mario?
— Sicuro, da Mario, il quale si presenterà dal mio signor zio e tutore a chiedergli... insomma a fargli un discorso serio...
— Ma, Gilda, questo giovine si può dire che tu lo conosci appena.
— Oh zio Aldo, lo conosco fin da ragazzo.
— Sì, come un ragazzo sventato... E vorrebbe farsi una famiglia?
— Proprio vorrebbe questo....
— Senza uno stato?
— Aspetteremo che l'abbia.
— E suo padre?
— Oh! Egli non vede che per gli occhi di Mario.
— E fu ben compensato della sua cieca affezione! Poveri padri!
— No, no. Nè poveri padri, nè poveri zii — ella ripigliò con grazia... — Si vuol loro tanto bene... E poi noi conosciamo il fondo del loro pensiero meglio che non lo conoscano essi medesimi... Dio! Dio! Come leggo chiaro qui... qui, nel tuo cuore.
— Smetti, bimba — egli interruppe tra fastidito e turbato.
— Leggo in grandi caratteri — soggiunse ella senza badargli — queste parole esplicite e solenni: _Desidero soltanto una cosa, che la Gilda sia felice..._ Non è vero, che so legger bene?
Un amaro sorriso sfiorò il labbro del professore, ma egli si ricompose subito. — Lasciami solo adesso, Gilda... te ne prego... ho bisogno di rimanere solo.
E appoggiando uno dei gomiti al bracciale della poltrona, nascose il volto nella palma della mano.
Ella accese lentamente la candela, s'avvicinò in punta di piedi allo zio e gli diede un bacio in fronte. Poi sguisciò via.
— È inutile che tu faccia il cattivo, zio Aldo.... Non ti credo.
E la giovinetta rientrò nella sua camera, e sciolse il volo alle sue gioconde fantasie d'innamorata.
Il professor Romualdo, appoggiato al suo bastone, si mise a passeggiar per la stanza. Giunto davanti al cavalletto dove era il ritratto della Gilda, egli sollevò il lino bianco che copriva quelle care sembianze, e stette a lungo immobile a contemplarle. Era quella la Gilda che sarebbe rimasta sempre con lui, che gli avrebbe sempre sorriso... L'altra... oh l'altra egli l'aveva perduta!
XVII.
Prima dell'inverno, Mario e la Gilda erano fidanzati. Il giovine Albani era venuto in persona a rinnovare la sua domanda, e il professor Romualdo aveva finito coll'accordare, spontaneamente o no, il suo consenso. In quanto al signor Gedeone, padre di Mario, egli accolse con molto favore il pensiero di questo matrimonio, cosa che può parer singolare in un uomo positivo come lui. Ma il signor Gedeone era da qualche tempo sotto la cura d'un medico omeopatico, che gli aveva insegnato le sue teorie. — _Similia cum similibus_ — diceva l'egregio negoziante. — I savi si governano con le idee savie, i matti con le idee matte. Chi sa che il matrimonio non faccia venir giudizio a mio figlio! — Inoltre si trattava di una ragazza per bene, di una ragazza che il signor Gedeone si era vista crescere sotto gli occhi e di cui tutti lodavano le maniere e i costumi. Aggiungasi infine l'onore di stringer parentela con un uomo sapiente come il professore Grolli. Gl'ignoranti, e tale era il signor Gedeone, affettano disprezzo per la scienza, ma nel fondo sentono solleticata la loro vanità dal poter dire che hanno domestichezza con qualche dotto.
Anche dal lato dell'interesse l'affare era meno cattivo di quanto si sarebbe creduto. Certo, se Mario fosse rimasto in negozio, s'egli avesse voluto essere un continuatore della casa _Gedeone Albani_, non gli sarebbe mancata l'offerta di qualche ragazza con centomila lire e più; ma un artista in principio della sua carriera non poteva aspirare a tanto, ed era già molto ch'egli trovasse una dote. La Gilda aveva quasi trentacinque mila lire; il signor Gedeone aveva supposto ch'ella non possedesse un centesimo. A lui, Gedeone Albani, negoziante di granaglie e coloniali, toccava di far onore al suo nome, creando al figliuolo una condizione indipendente e decorosa. E invero egli non aveva altri che Mario al mondo; le sue operazioni commerciali meno delicate, i suoi ingegnosi contrabbandi avevano sempre avuto uno scopo che li giustificava, quello cioè di accrescere il patrimonio di quest'unico figlio. Ora poi ch'egli doveva far delle spese maggiori per conto di lui, il signor Gedeone s'era risolto di assumere la fornitura di alcuni Istituti pii.
Le nozze vennero fissate per quando la Gilda compirebbe i diciotto anni; Mario ne avrebbe allora ventitrè e qualche mese. Gli sposi si stabilirebbero in Milano, o in Firenze, o in altra città dove vi fosse una vita artistica. All'allestimento della casa provvederebbe il signor Gedeone, il quale si obbligava inoltre a passare un congruo assegno annuo a Mario.
Com'è naturale, in tutti questi accordi i due fidanzati non avevano la menoma parte; i concerti erano presi tra il signor Gedeone e il professor Grolli per iniziativa del primo e col sussidio di un uomo di legge. _I patti chiari fanno i buoni amici_, diceva il signor Albani _seniore_, e al professor Romualdo, che insisteva sulla superfluità di metter penna in carta quando potevano intendersi a voce, egli replicava sentenziosamente: _Verba volant._
Sopra un altro punto il signor Gedeone fu irremovibile; egli volle cioè dare una grande solennità agli sponsali. La ditta Gedeone Albani non aveva mai fatto taccagnerie e non voleva farne in questa occasione. Si trattava nientemeno che della promessa di matrimonio del figlio di quella rispettabile ditta, di colui al quale per un certo tempo il signor Gedeone aveva sperato di legare i suoi affari di grani e di coloniali e i segreti delle sue contravvenzioni a danno del fisco. Speranze pur troppo fallite; ma non importa; il figlio era sempre figlio, e il signor Gedeone doveva mostrarsi uguale a sè stesso.
Vi fu in casa Albani un invito numerosissimo; parenti del signor Gedeone, parenti della sua defunta moglie, membri della Camera di commercio; poi, in onore del Grolli, parecchi professori dell'Università, e in onore della Gilda la madre e le ragazze Lorati, le quali dicevano che la Gilda non poteva a meno di essere una gran civetta se aveva trovato così presto marito, mentre esse invece non ne venivano mai a capo. In complesso una società un po' mista, mirabilmente concorde però nel far buon viso agli abbondanti rinfreschi preparati dal signor Gedeone.
Intanto il professore Grolli e la Gilda avevano partecipato l'importantissimo avvenimento al capitano Rodomiti, il quale si trovava a Cadice, prossimo a partire per la Nuova Guinea. E il marinaio, deplorando di non poter essere in Italia per l'epoca delle nozze, inviava le sue più vive congratulazioni al professore e agli sposi, e annunziava di aver già dato a un amico di Milano gli ordini opportuni pel corredo della figlioccia.
Così tutto pareva sorridere a questa unione: la gioventù, la bellezza, le prospettive di una vita comoda e agiata, le brillanti promesse della gloria. Se la Gilda rifletteva a ciò che sarebbe accaduto di lei ove fosse rimasta orfana e sola a Montevideo, ella aveva ben ragione di lodarsi della fortuna e degli uomini che avevano cospirato con amorosa sollecitudine a sparger fiori sul suo cammino. Dal giorno in cui sua madre morente l'aveva affidata al capitano Rodomiti perchè la conducesse in Europa, quante cure soavi l'avevano cinta, di quanti pensieri gentili era stata l'oggetto! Senza genitori, ella era stata amata più di molte fanciulle che crescono all'ombra del tetto domestico; povera, il frutto della previdenza altrui la rendeva quasi ricca a diciassette anni. Uno zio che non le doveva nulla le faceva da padre; un estraneo, il capitano Rodomiti, gareggiava con lo zio in tenerezza per lei. Avrebbe potuto essere una selvaggia, ed era stata allevata in un ambiente di studi; aveva il culto dell'arte, e l'uomo a cui doveva unir la sua vita era un artista.
Pure, la sua contentezza non era scevra d'angustie. Come in qualche giornata estiva si diffondono pel cielo sereno lievi vapori che, senza prender forma visibile, offuscano nondimeno lo splendore del sole, così una vaga malinconia s'impossessava talvolta della sua anima, e le faceva considerar la sua felicità come un castello di carte destinato a crollare ad un soffio. Mario l'amerebbe sempre? L'affetto che egli le portava era di quelli che durano alla prova del tempo, che resistono al tedio, ai capricci della mobile fantasia? Oggi ella era per lui il tipo di quella bellezza ch'egli idoleggiava; a sentirlo, ella doveva figurare in tutti i suoi quadri, passare all'immortalità per opera del suo pennello. Ma domani? Se un altro tipo femminile gli sembrasse più vicino all'ideale che gli sorrideva nella mente?
Un giorno ella non aveva potuto a meno di dirgli: — Tu non comprendi la donna che bella!
— È vero — egli aveva risposto — ma che t'importa, poichè tu sei bellissima?
Tra gli sponsali e le nozze doveva correre un periodo di un anno, nè l'irrequietissimo Mario sapeva acconciarsi a rimaner tanto tempo fermo in un luogo. Egli era ora di qua, ora di là; ora a Zurigo, ove aveva vecchi amici e lavori lasciati incompiuti, ora in questa o in quella città d'Italia. Lontano, non aveva l'abitudine di scriver troppo di sovente alla sua sposa; se ne tornava però sempre più innamorato di prima.
Durante le assenze di Mario, il pensiero della giovinetta si ripiegava con maggior tenerezza dell'usato su quelli ch'ella stava per abbandonare: sul professore Romualdo, sulla signora Dorotea, che, pur brontolando continuamente, aveva mostrato tanto affetto per lei. La signora Dorotea non era più la matura ma vispa donnetta di dieci anni addietro, che divideva la giornata tra le cure domestiche e le visite ai conoscenti; era curva, sdentata, e passava le lunghe ore in un seggiolone cogli occhiali inforcati sul naso, con la calza in mano.
Negli ultimi tempi anche la sua condizione economica s'era molto peggiorata. La manìa del giuoco del lotto, cresciuta in lei coll'avanzare dell'età, l'aveva caricata di debiti, e una mattina il professor Romualdo aveva visto giungere gli uscieri del tribunale per l'oppignoramento dei mobili. Il professore aveva posto riparo al disastro rimborsando il danaro dovuto dalla vedova e comprandole i mobili a prezzo vantaggiosissimo per lei. Così a poco a poco le parti s'erano invertite fra loro; egli era divenuto il padrone di casa, ella era l'inquilina. Il professore pagava la pigione; ella, piuttosto per salvare il decoro che per altro, pagava a lui un piccolo assegno mensile pel proprio mantenimento. Non aveva rinunziato alla sopraintendenza alle cose domestiche, ma le sue funzioni attive si riducevano a nulla. L'ufficio che ella aveva abbandonato con maggior riluttanza era quello di scriver la polizza del bucato; grave occupazione, nella quale soleva impiegare tre ore ogni venerdì, dopo aver fatto acquistare la sera innanzi una penna d'oca temperata e aver versato una goccia d'aceto nel calamaio affine di render scorrevole l'inchiostro. Alla lunga però anche un tale incarico era stato assunto dalla Gilda, che mostrava tutte le qualità di una buona massaia, e la signora Dorotea aveva sempre più agio di brontolare e di studiare la cabala del lotto. La prima di queste inclinazioni aveva trovato un nuovo alimento nella promessa di matrimonio della Gilda. Quel matrimonio ella non sapeva mandarlo giù, sia che avesse altri disegni relativamente alla _bambina_, com'ella soleva spesso chiamare la Gilda, sia che tenesse ancora il broncio a Mario per la marca di negozio ch'egli le aveva dipinto sulla schiena quand'era fanciullo. Ordinariamente ella si limitava a sfogare il suo malcontento in lunghi soliloqui; non lasciava però sfuggirsi l'opportunità di dirne una parola anche al professore, e di biasimarlo della sua troppo facile condiscendenza. Nè con la Gilda faceva mistero dell'antipatia che le inspirava il suo fidanzato. Del resto, si era troppo avvezzi alle querimonie della signora Dorotea per dar loro gran peso; tuttavia la Gilda sentiva spuntarsi qualche volta una lagrimuccia di dispetto, e diceva: — In fin dei conti, che ha con Mario? — Eh, nulla, nulla — rispondeva la vecchia — ma quello lì non era il marito per te... E credi tu che il professore veda di buon occhio queste nozze?... Non parla, ma soffre... Oh! Il professore io l'ho conosciuto prima che tu avessi lume di ragione.
L'idea che lo zio Aldo soffrisse amareggiava profondamente la Gilda e la rendeva più sollecita, più affettuosa verso di lui ch'ella non fosse mai stata. Ella voleva a ogni costo prestargli l'opera sua, voleva copiare i suoi manoscritti, voleva aiutarlo nel suo laboratorio. E s'egli si schermiva, ella, che non aveva la virtù dissimulatrice di lui, mostrava tanta afflizione da vincere ogni sua resistenza. No, piuttosto di darle un dolore, egli ne avrebbe dati cento a sè stesso. Nel momento in cui era stato fissato il matrimonio della Gilda, egli aveva fermo in cuor suo due cose: consacrarsi con lena raddoppiata agli studi, avvezzarsi a veder la nipote meno che fosse possibile. Di questi due proponimenti il primo soltanto gli era riuscito; s'era immerso nel lavoro, s'era impegnato con un editore a fornirgli entro pochi mesi la materia di un paio di pubblicazioni: un trattato di geometria superiore, e un libro di minor mole, che avrebbe dovuto essere come la sintesi del suo pensiero scientifico. A quest'ultimo soprattutto egli indirizzava le forze dell'intelletto; voleva ch'esso fosse stampato prima delle nozze della Gilda, voleva ch'esso levasse romore intorno al suo nome; per la prima volta nella sua vita, al culto disinteressato del vero si mesceva nell'animo suo il desiderio della gloria.
Era geloso della celebrità bambina di Mario; ambiva mostrare che la scienza può dare alla fama una base più sicura e più salda dell'arte. Il suo stile, ordinariamente arido e disadorno, si risentiva dell'inspirazione robusta che gli aveva suggerito quest'opera, e acquistava una vigorìa e un colore inusato. La Gilda, nel ricopiarne alcune pagine, non aveva potuto a meno di esclamare: — Zio Aldo, diventi anche poeta? — E aveva soggiunto, additando il suo ritratto appeso al disopra della scrivania: — Ero stata buona profetessa. Quel quadro doveva far miracoli.
La Gilda diceva il vero? Era dunque da lei, era dalla sua immagine che spirava un soffio di poesia in quell'anima austera di scienziato? Anch'egli dunque cedeva a quella influenza della donna a cui aveva saputo sottrarre la sua giovinezza? Così finivano i suoi superbi dispregi?
Ahimè! A questa domanda egli non avrebbe potuto rispondere senza grave imbarazzo. Tutti i suoi criteri erano scompigliati. Aveva perduto la calma, eppure sentiva il suo ingegno ringagliardito; aveva perduto l'antica padronanza di sè, eppure aveva lampi d'energia per lo addietro non sospettati nemmeno. Ma un dolore sordo, assiduo lo martoriava; egli invocava ormai come un modo di uscir di pena il matrimonio della Gilda e la possibilità d'intraprendere un lungo viaggio nel quale forse egli avrebbe finito col ritrovare sè stesso.
XVIII.
S'eran già fatte le pubblicazioni di legge, e per fissare il giorno delle nozze non si aspettava che il ritorno di Mario, il quale dopo molte esitazioni s'era determinato a stabilire la sua futura residenza in Firenze, e si trovava da qualche giorno in quella città insieme col signor Gedeone affine di cercarvi un appartamento.
Intanto il corredo ordinato a Milano dal capitano Rodomiti era giunto, e formava l'ammirazione degli intelligenti, e soprattutto delle intelligenti. Le Lorati si rodevano dall'invidia; anzi la signora Olimpia mormorava con le sue amiche che questa grande tenerezza del capitano Rodomiti aveva certo le sue buone ragioni, e che senza dubbio _c'era stato qualche cosa_ tra lui e la madre della ragazza... Ma! Se anche lei fosse stata di manica larga in gioventù, non le mancherebbero adesso i protettori per la Ginevra e la Giulia.
Nonostante queste caritatevoli insinuazioni, la signora Olimpia e le sue figliuole attendevano assiduamente a ricamare un tappeto da tavola da regalarsi alla Gilda. Era un lavoro di polso, specialmente in virtù d'un quadro centrale che doveva raffigurare la favola del cigno e di Leda. Soggetto arrischiatissimo, ma trattato con molta innocenza, perchè il cigno pareva una pacifica oca aliena da pensieri galanti, e il bel corpo di Leda dava l'idea d'una stufa di pietra cotta. Non era facile intendere come da quella stufa potesse uscire la famosa Elena destinata a mettere a soqquadro la Grecia; ma tolta questa piccola menda, l'opera collettiva delle signore Lorati era veramente pregevole. La signora Olimpia, da mamma esemplare, ne dava tutto il merito alle ragazze, e specialmente alla Ginevra, ch'era la maggiore e che andava maturandosi a colpo d'occhio.
Nè il cavalier Diomede se ne stava con le mani alla cintola. Egli era in grandi faccende per approntare un volume di circa duecentocinquanta pagine, contenente un'edizione riveduta e corretta dei discorsi letti da lui stesso nell'Accademia di cui era segretario. Erano diciotto discorsi e potevano corrispondere a diciotto grosse dosi di cloralio da prendersi in caso d'insonnia.
In quanto al professore Romualdo, egli si proponeva di dedicare alla nipote l'opera scientifica alla quale attendeva da alcuni mesi e in cui aveva versato tanta parte del suo pensiero. Avrebbe potuto con molto maggior ragione dedicare il libro a qualche uomo illustre nel campo degli studi, ma lo allettava l'idea di associare al nome della sua pupilla il frutto delle sue lunghe meditazioni e delle sue veglie. Certo, la Gilda non avrebbe potuto a meno di sentirne un po' d'orgoglio e di gratitudine, e avrebbe detto: Povero zio Aldo! Ha _anche lui_ i suoi meriti.
E il Grolli aveva già riveduto tutte le stampe del suo lavoro, ad eccezione dell'ultimo capitolo. Qui s'era urtato contro uno scoglio. Egli correva dietro a una formula che non poteva essergli data che da una esperienza chimica alla quale s'era accinto con ardore mal ricompensato dalla fortuna. Quell'esperienza non gli riusciva secondo i suoi desiderii, per quante volte egli ritentasse la prova. Rinunciarvi non voleva, giacchè gli sarebbe parso rinunciare alla parte più brillante del suo lavoro; e poi la scienza ha anch'essa il suo punto d'onore, e s'ostina di più dove trova maggiori gli ostacoli. Ma intanto il tempo passava ed era abbastanza difficile che l'opera potesse uscire dai torchi prima delle nozze.
Ciò contribuiva a metter di cattivo umore il professore Romualdo, e il cattivo umore dello scienziato faceva brontolar più del solito la signora Dorotea e stendeva un'ombra sulla felicità della Gilda.
Fu appunto in uno di questi giorni critici che Mario annunziò alla sposa il suo imminente ritorno. Ormai tutto era pronto, non c'era che da diventar marito e moglie.
Siccome però ci voleva il tempo di ammobiliare il quartierino preso a pigione (un amore di quartierino a piedi del colle di Bellosguardo), i due primi mesi del matrimonio si sarebbero consumati in viaggio. Mario si riprometteva miracoli da una peregrinazione artistica con la Gilda in Sicilia. — Quel cielo limpido, quella natura lussureggiante — egli le scriveva entusiasta — faranno degna corona alla tua bellezza, e chi sa che a me non ispirino un capolavoro! — Per onor del vero, dopo il ritratto così egregiamente riuscitogli, egli non aveva prodotto nulla di notevole. Ammetteva egli stesso che la condizione di fidanzato gli si attagliava pochino. Una volta marito, sarebbe stata ben altra cosa. _Sentiva_ già dentro di sè cinque o sei quadri, in ciascuno dei quali era serbato un posto d'onore alla sua sposa. V'erano momenti in cui la Gilda non poteva a meno di domandare a sè medesima: — Mi prende dunque come una modella? — Ma più sovente la sua vanità era lusingata dalla idea che la sua immagine, riprodotta in diverse guise, passasse ai posteri come quella della moglie d'un gran pittore.
La Gilda, poichè ebbe la lettera di Mario, corse in camera dello zio tenendo in mano il foglio spiegato, e gridando: — Mario sarà qui domani.