Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"

Chapter 5

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Oh, qui vi è una reminiscenza di qualche cosa che non è lubrico: vi è la parola che Amleto rivolge alla sua donna, vi è la parola di Amleto che castiga i costumi, che rievoca il concetto alto della femminilità che non si veste di questi abiti, che non si arma di questi allettamenti, che non cerca questi piaceri; e dopo che un uomo vi fa nello stesso suo libro, anche a questo punto, una requisitoria e condanna questi sentimenti che egli presenta al lettore col bollo e col crisma della sua maledizione e del suo biasimo, voi sentite ancora il bisogno di venire a domandare per lui dei mesi di reclusione?

E dopo avere, in questo modo e per questa via, presentato ad ogni punto il contravveleno a quello che potrebbe essere il veleno del suo discorso, e dopo avere avuto cura di ripetere in parola ciò che era già nel fatto, perchè i sentimenti che l'autore esprime sono gli stessi sentimenti che sorgono nell'animo del lettore alla lettura degli episodii senza bisogno di commenti... dopo aver fatto questo, egli, ad una certa ora, ad un certo punto del suo romanzo, dice qualche cosa che voi non potete trascurare: qualche cosa che non dice Gabriele d'Annunzio dopo aver tracciato i suo idillii incestuosi, che non ricorda Gabriele D'Annunzio dopo aver presentato i suoi aviatori nell'abbracciamento da me riferito, qualche cosa che suona come alta e nobile rivendicazione degli ideali della moralità dell'arte:

«Una sera, subitamente, mi domandai:--V'è forse bisogno di gnomi che corrano sul mio petto, come marinai su una tolda, per sollevare le mie braccia? E c'è forse un capitano, sul cassero della mia fronte, per aprire i miei occhi come due bussole?--A queste due domande, il mio spirito infallibile ha risposto: No!--Ed io ne ho concluso che è possibile procreare dalla propria carne, senza il concorso della donna, un gigante immortale dalle ali infallibili!» (_Applausi fragorosi_).

Qui è l'epilogo, la rappresentazione sintetica degli intendimenti dell'autore. Non occorre, non occorre a Marinetti, per esempio, onorevole rappresentante dell'accusa, fare come già fece un poeta accusato dai critici (meno male, anzichè dal Pubblico Ministero) un poeta il quale aveva scritto cose molto simili a quelle che sono ora rinfacciate al Marinetti, ma molte cose che erano presentate in modo attraente, molto allettatore, e in quel libro non vi era del dualismo tra il protagonista che agisce in un modo e l'autore il quale stigmatizza... non occorre al Marinetti avvertire il pubblico che egli è e resta--chiuso il libro--un buon padre di famiglia, un uomo di incorrotti costumi.

No, Marinetti non ha bisogno di polemiche dichiarative, perchè il suo libro è l'espressione dei suoi sentimenti e ripugna dalle scene, che voi chiamate oscene, dei suoi protagonisti. Egli dice che l'amore del fratello è la morale più possente del suo animo e delle sue azioni, che il ricordo della sua madre è quanto lo sostiene nelle difficoltà della vita, che il pensiero del figlio è la sua speranza e la sua fede. Ed egli dice ciò nel suo libro e non ha bisogno di ricorrere ad un supplemento per spiegare il suo ideale di moralità, il suo ideale di arte: e voi di tutto questo non gli tenete conto e domandate per lui quattro mesi di reclusione!

Onorevole rappresentante della pubblica accusa, quand'anche il diritto positivo non facesse a pugni con la pedanteria delle parole della vostra conclusione, solo per l'esame breve e rapido che ho fatto del materiale di questo libro voi dovreste, signori del Tribunale, dichiarare che esso è incensurato e incensurabile. (_Applausi_).

Domando ora cinque minuti di riposo, se mi si consentono, perchè ho abusato un po' della vostra pazienza e della mia voce, per continuare in questo mio esame.

_L'On. Barzilai riprende quindi così:_

Credo di avere dimostrato che la legge non tutela la innocenza delle ragazze.

Ferdinando Martini diceva che era ora che queste ragazze prendessero marito, non venissero a mendicare la tutela del codice per ciò che il legislatore non ha creduto fosse nel suo àmbito, e credo anche nei riguardi dei maggiorenni, che sono soltanto oggetto delle nostre indagini, il libro _Mafarka_ di Marinetti si presenti come di nessun danno. Ma anzi ove si ammetta nella pedagogia, la utilità di una forma di educazione a base di sferzate, a base di revulsivi potenti, può anche darsi che questo libro possa stare in quella biblioteca scolastica educativa nella quale ho trovato un'ora fa il libro di Paolo Mantegazza. E allora dell'arte di questo signore e del suo futurismo si può dire quello che si vuole e che piace meglio.

Il futurismo c'entra in parte dei capi di imputazione perchè il protagonista appartiene a questa scuola, non c'entrerebbe per tutto il complesso dei programmi che furono pubblicati e propagandati nei giornali e nei teatri. È lecito essere sinceri anche a questo riguardo.

Noi certamente non pensiamo, egregio Marinetti, di distruggere le biblioteche e i musei, e non soltanto perchè questo nuoce al movimento dei forestieri. Crediamo che il presente sia figlio legittimo del passato; che la nostra psicologia è quella che sia perchè ha al disopra la storia che questo tentativo di svellere dal nostro animo il passato, distruggendolo nelle gallerie, nelle biblioteche, sia un tentativo che non risponde interamente ad una retta indagine dell'animo umano.

Si tratta, bene inteso, di incendî verbali, di distruzioni letterarie, ma anche sotto questo rispetto, all'arte di Marinetti io dico: andiamo adagio, perchè è vero che si dicono beati i paesi senza storia, ma anche è vero che qualche volta una parte delle nostre energie viene dai nostri ricordi, una parte delle nostre iniziative viene dalle nostre memorie, una parte della nostra forza di volontà viene dall'esempio. Ora, quando voi distruggete tutto questo, forse voi lasciereste i destini della patria in mano di una generazione la quale non so se riuscirebbe a far meglio di quella che è passata.

Io anche nei giorni passati ho visto dei giovani insorgere contro il pensiero di tutto ciò che rappresenta una incomodità: contro il duello, contro la guerra, contro lo sport, contro tutto quello che rappresenta uno sforzo ed un ardimento.

Ora noi siamo qualche volta in caso di rispondere a queste suadenti parole le quali invitano alla comodità e invitano alla distruzione dell'energia appunto in vista di un passato che noi possiamo rievocare. Ma certo nei concetti che il Marinetti trasfonde al suo protagonista vi è ancora una parte di giusto e di vero. Ed è per questo che noi, noi che dalle memorie e dai ricordi dobbiamo e possiamo trarre qualche cosa, assai spesso ci trasformiamo in uomini di contemplazione, in uomini i quali, paghi di avere un passato, lieti di avere degli avi, orgogliosi di avere una nobiltà o una fortuna dagli avi ereditate, non pensano a conquistarsela, non pensano, come il protagonista della leggenda medioevale, a farsi uno stemma, a farsi una gloria, a fare qualche cosa che non sia retaggio dei padri, ma il risultato dello sforzo dell'intelletto, dello spirito di sacrificio. Quindi nella esagerazione rivolta precisamente come essi dicono a far colpo, a fare impressione, a creare uno stato d'animo, un movimento di pensiero che sia auspice di una rivoluzione, certo che c'è una grande parte di vero. (_Bene! Applausi fragorosi_).

Ma anche se tutto è falso, tutto ciò non ci interessa, e poichè ho finito la prima parte del mio discorso con le parole di un poeta che ha avuto molte accuse e molti attacchi, e io che ho chiuso la prima parte del mio discorso rievocando quei versi, potrei adesso, avviandomi per il sentiero assai meno dilettoso di una più diretta interpretazione giuridica, dire al Marinetti che egli ha il diritto di dire come quel poeta:

«No, sgualdrina non è perchè ricusa le comode bugie dell'ideale... No, sgualdrina non è la nostra musa...»

Sgualdrina non è la musa di Marinetti. L'intento suo non è quello di trarre fuori dai veli dell'ignoranza i giovinetti, di trarre fuori dal buono e sano gli adulti.

La sua arte può anche, con sentenza di giudici che non siete voi, condannarsi, ma senza rievocare altri tempi, altri processi, altri giudici, altre sentenze che noi credevamo separati da noi da secoli di civiltà e di progresso; la condanna della sua morale e delle sue idealità di arte, da giudici italiani come voi siete, in Milano, oggi, non può essere pronunziata.

E non lo sarà anche perchè voi se foste, ciò che non siete, attaccati al passato così come non vuole Marinetti, se foste attaccati più che ai ricordi e alle memorie, ai pregiudizii di un passato ora morto, voi avreste, per arrivare laddove vi vorrebbe trarre il rappresentante della legge, da superare altri ostacoli.

Non si passa, perchè la legge lo impedisce, dunque perchè manca, ed è già qualche cosa, il materiale del reato.

Ma ci fosse, avessero i brani di questo volume la capacità che loro attribuisce il Pubblico Ministero, di ledere il pudore: allora noi abbiamo l'obbligo di vedere la nostra legge positiva, abbiamo l'obbligo finalmente, dopo aver cercato di leggere male dei poeti e dei romanzieri, di leggere anche questo grande scrittore, il quale nel suo libro ha certamente messo tutto quanto si agita di bene e di male nella vita sociale, di leggere, dico, gli articoli del codice.

Dunque il codice vuole questo: che per essere colpevoli del reato imputato a Marinetti, si offenda il pudore con scritti, con scritture, disegni, o altri oggetti osceni sotto qualunque forma distribuiti o esposti al pubblico od offerti in vendita.

Due questioni, sostanzialmente, io vi propongo, signori del Tribunale. La prima: che è da ricercarsi in questo reato un dolo particolare; cioè che occorre dimostrare non solo la coscienza di esporre, di offrire, di distribuire, di vendere un oggetto osceno, ma occorre anche la volontà di offendere il pudore pubblico. Il Pubblico Ministero lo ha negato, ma forse si ricrederà. Forse si ricrederà perchè io non gli dirò parole mie assai povere e che non potrebbero giungere certo a mutare il suo convincimento, ma dirò parole di uomini che stanno nella sua classe, di uomini che hanno cooperato largamente alla nostra legislazione penale e che lo faranno facilmente convinto. Se poi egli alla convinzione farà seguire la confessione, non so.

Egli ha citato ieri un articolo dal codice penale; ha fatto un confronto che, mi perdoni, non era del caso, ed egli stesso probabilmente non insisterà per dimostrare che pel reato di offesa al pudore non occorre la volontà della offesa. Ora vi è un reato per la perfezione del quale il legale non ha rilevato sufficientemente la coscienza dell'offesa.

C'è l'articolo 393 del codice penale, che ha sancito il reato di diffamazione. Ora quando il legislatore ha voluto che basti la coscienza di scrivere cose ingiuriose o diffamatorie perchè si debba rispondere di diffamazione, ha usato una frase speciale. Non ha detto «chiunque offende», ma ha detto: «chiunque attribuisce a una persona un fatto determinato tale da esporlo al pubblico disprezzo», cioè, purtroppo, dico (e la buona giurisprudenza ha già, precorrendo ciò che farà fra non molto la legislazione, reagito contro questo concetto), purtroppo quando il legislatore ha voluto stabilire che basta la coscienza di dedurre la circostanza oltraggiosa e ingiuriosa l'ha obbiettivato così dicendo: «cosa tale». Allora lei mi cerchi un po' se in questo articolo si dica «chiunque offenda il pudore con scritture _tali_ da ottenere questo risultato». Nemmeno per sogno.

E allora? E allora dobbiamo evidentemente ritenere, già per questo primo esame comparativo, che il legislatore ha voluto precisamente indagare la intenzione di colui che commette il delitto. (_Applausi_).

E badi, sa, non dica di no, perchè solo così, solo interpretando l'articolo di legge con la necessità dell'indagine dell'intenzione, si può liberare lei dalla contraddizione di cui l'avvocato Cappa le ha parlato. Soltanto più esattamente stabilendo la ricerca dell'intenzione si può ammettere senza scandalo che vi sono libri processati e libri non processati perchè il magistrato precisamente non dovrà fermarsi alla materialità, se non messa al servizio di una intenzione oltraggiosa del pubblico costume. Perchè altrimenti sarebbe ben ridicolo che il Marinetti fosse come quel tale poeta il solo corrotto del suo tempo e del nostro paese e che soltanto contro di lui, contro questo untorello che vorrebbe da solo spiantare Milano, si dovessero scagliare i fulmini. Ella può volerlo, lo vuole su quel banco, solo perchè crede che abbia avuto l'intenzione di offendere il pudore; ed ella solo così può volere, perchè altrimenti stabilirebbe una sperequazione di giustizia assolutamente più scandalosa di un articolo o di un romanzo di questo genere.

Ma lo dico io, lo dice il codice implicitamente. Ho ansia di finir presto e capisco la insofferenza dei signori del Tribunale per le lunghe letture, ma mi basta che mi sia Concesso di leggere quattro parole che sono appunto, se riesco a trovarle, della relazione ministeriale, che è accompagnata dal progetto di legge.

Vi è nel codice penale un articolo dove si punisce come contravvenzione la esposizione in pubblico di disegni, l'emissione dei canti osceni, ecc. Ora il legislatore, ministro proponente Zanardelli, diceva così nella relazione: «La rubrica del capitolo modificata (si parla della contravvenzione) eliminava la parola _offese_, perchè quantunque il testo dell'art. 490 usi la parola _offende_ non si supponga per avventura nella contravvenzione richiesto quell'elemento intenzionale che è proprio invece nell'altro reato punito in altri articoli.

Ora io non so, quando in un codice ci sono due articoli che dicono così, come si possa col dovuto rispetto per le opinioni di tutti, parlare di non necessità di intenzione nel reato di cui ci occupiamo. Ma c'è un'altra cosa molto più tipica, nella relazione ministeriale, ed è la conclusione dell'articolo. Infatti il relatore ad un certo punto dice:

«Taluno aveva proposto di escludere con apposita dichiarazione dall'articolo 339 il caso di disegni fatti a scopo di studio. Venne in proposito osservato che il delitto contemplato presupponendo l'elemento doloso, escludendosi il dolo cessa la punibilità e non c'era bisogno di eccezioni specifiche».

Cioè, in poche parole, ha dubitato la commissione: voi andate a punire anche un trattato di ostetricia. E il legislatore dice di no. Perchè va bene che l'ostetrico ha la coscienza di pubblicare certi disegni, certe cose che possono offendere il pudore, ma dal momento che voi magistrato dovete vedere se lo ha fatto per educare la gente o per demoralizzarla, potrete perfettamente escluderlo da ogni responsabilità senza una casistica che turba e che può ingenerare equivoci.

Ed io non vi leggo altro, per quanto veramente vi siano delle pagine meravigliose per semplicità e lucidezza. E per stabilire la necessità del dolo specifico io voglio fare un esempio al Pubblico Ministero, che forse potrà essere di qualche significato.

I due articoli 338 e 339 sono legati dallo stesso concetto. Quindi presiede ad entrambi la necessità di questa indagine. Ora, supponiamo di trovarci su una spiaggia di mare, in uno stabilimento di bagni. Ci sono degli uomini, ci sono delle donne. Ad un certo punto si vede là in fondo un disgraziato che sta per affogare. Un uomo sente il bisogno di svestirsi all'improvviso e di buttarsi in acqua, e svestendosi mostra alle signore spettatrici adunate commosse sulla spiaggia, qualche cosa che non si deve mostrare in pubblico. Lei lo manda in prigione per oltraggio al pudore? Ma quell'uomo non ha l'intenzione di offendere il pudore, ha l'intenzione di compiere un'atto nobile e generoso. E se allora mostra qualche cosa di impudico pur sapendo di farlo non lo può punire, perchè deve punire la sua intenzione e non il suo atto. Dunque lei ammette nell'intenzione una discriminante. (_Bravo! Bravo!_)

PUBBLICO MINISTERO.--Ma vi è lo stato di necessità!...

ON. BARZILAI.--Lo stato di necessità! Oh, lo stato di necessità... In verità ella in condizioni analoghe non sosterrebbe questa teoria. Stato di necessità molto relativo; tanto è vero che di tutti quei signori che si trovavano sulla spiaggia uno solo si è buttato in acqua, mentre gli altri sono rimasti a terra a aspettare che il naufrago fosse loro portato dinnanzi.

Quindi, signori del Tribunale, la necessità di indagare l'intenzione. Ma vediamo la logica della legge che qualche volta vale anche l'interpretazione. Perchè ci vuole l'intenzione di offendere il pudore e perchè non si punisce? Forse vi è un'anima legislativa che possa ammettere che vi sia un materiale veramente offensivo del pudore, senza l'intenzione di offenderlo? No, per questo: Perchè la legge intende che a seconda dell'intenzione anche il materiale presunto oltraggioso assumerà una forma particolare. Perchè se avrò l'intenzione di educare, io, pure esponendo i misteri, i segreti dell'accoppiamento, li presenterò come forse non ha fatto il senatore Paolo Mantegazza, per modo da suscitare pensieri e riflessioni gravi, non l'erotismo di chi legge; perchè quando io avrò scritto una pagina d'arte, se sarà una pagina d'arte, se sarà determinata da un sentimento discutibile finchè volete, ma nobile, di arte e di estetica, io imprimerò a questa pagina una suggestione più forte di quella del senso. Io richiamerò prima i sensi del mio lettore, la sua anima, la sua mente, la sua psiche su tutto quanto di bello, di attraente, potrà uscire dalle viscere del mio romanzo, quindi non darò a lui quel tempo che gli dà lo scrittore del _Tempietto di Venere_ di deliziarsi nello studio e nel presentimento della imitazione che potrà prepararsi di quei giocondi misteri: io avrò creato nel suo animo una sentimentalità più alta, io non avrò oltraggiato il suo pudore. Ed ecco come l'elemento subbiettivo si fonde con l'elemento obbiettivo, ed ecco perchè la ricerca è richiesta: perchè in caso diverso Pubblici Ministeri meno intelligenti di lei potrebbero mandarmi al pubblico giudizio dei trattati di medicina legale, potrebbero fare un fascio di tutto quanto l'arte e la scienza hanno dovuto lavorare sull'inconoscibile e sul misterioso per uno scopo elevato di conquista del vero e del bello. E perchè questo non avvenga, la ricerca è necessaria, e quando l'intenzione è nobile, elevata, disinteressata, e se ne trovano le tracce, voi questa intenzione la riconoscete, anche nel presunto materiale criminoso.

A questo punto debbo fare una interrogazione al Pubblico Ministero, che si riallaccia alla definizione che non a puro scopo di esordio ho posto nelle prime parole del mio discorso.

Guardate: il legislatore, in armonia con quanto promette e annunzia nella relazione ministeriale, ha escluso dalla punibilità l'oltraggio al pudore privato. Si punisce lo spettacolo erotico rappresentato anche da persone legalmente congiunte, sulla pubblica strada o il medesimo spettacolo portato nella platea di un teatro (perchè se è sul palcoscenico, gode una certa impunità, come abbiamo visto); ma il legislatore, se voi, senza violazione di domicilio, andate in un luogo non esposto al pubblico a commettere un atto osceno, in presenza anche di signori e signore, dice: io non me ne incarico.

Dunque allora è vero, come dicevamo prima, che il legislatore non fa il moralista, che il legislatore lascia libera la padrona nella cui casa si facesse qualche cosa di simile, di prenderne rispettosamente per un orecchio l'autore che egli lascia alla sanzione morale che colpisce coloro i quali contravvengono alle norme della convivenza civile, ogni forma di oltraggio di questa natura. Il legislatore è... pagato dal pubblico e si occupa unicamente del pubblico. Si occupa del pudore collettivo e niente altro. Il pudore individuale importa niente: importa solo quando oltre al pudore si offende la innocenza, quando si va dentro e si colpisce alle sorgenti la moralità. (_Applausi_).

Ma guardate anche allora cosa fa: anche allora lascia che se la sbrighino, occorrendo, le parti private, anche allora la suprema difesa della moralità è messa alla mercè di un gruppetto di biglietti da cento o da mille che per riparare l'atto di libidine o magari stupro violento si richiede dalla parte in qualche caso veramente lesa. Dunque _a fortiori_ non si occupa del pudore privato.

Ora mi spieghi lei come il legislatore che non punisce, questa scena al vero che si compia nello sfondo, nell'interno di una casa o di un circolo privato o dove insomma convengano anche più persone, punirebbe poi il fatto di Tizio che è andato a comprare un libro, se lo è messo in tasca ed è andato a leggerselo a domicilio.

Oh, ma questa è una stranezza! Io penso che il legislatore non può aver voluto punire questa diminuzione del pudore, questa offesa del pudore individuale che io mi procuro con l'acquisto del libro, e non ha mai pensato a questo, il legislatore.

Il legislatore vuole una cosa: vuole che l'oggetto incriminabile si offra in vendita. Egli non colpisce il fatto dell'acquisto del libro, egli vuole la offerta in vendita, e arriva a punire la offerta in vendita con una giurisprudenza discutibile per sè stessa, indipendente dalla effettiva oscenità del libro. Quando si scrive per esempio «Venite: noi abbiamo dei libri osceni», dice il legislatore, dicono le sentenze: è inutile a guardare se siano o non siano tali. È offesa al pubblico pudore il fatto della profferta di questi libri. Ma qui non siamo nel caso.

Siamo nel caso di Tizio che va a comprare il libro di sua volontà, e se lo porta a casa.

E allora vediamo. La teorica sembra troppo nuova forse, ma appunto perchè non si ha mai occasione di svolgerla, essa non può essere affidata soltanto alla mia povera interpretazione della legge e quindi abbiamo assolutamente il bisogno di andare a cercare qualche cosa che la sorregga. Io sento tanto la mia personale debolezza nel sostenere questo, che prima di ogni altra cosa e subito, vi voglio leggere una pagina la quale forse vi dirà molto di più e forse mi dispenserà dal prolungare la mia dimostrazione. La pagina è dovuta ad un uomo che voi tutti conoscete come io lo conosco.

È una pagina di Aristo Mortara, presidente della Corte d'Assise di Milano, uomo il quale non solo è magistrato di alta coscienza, ma anche un cittadino d'esemplare moralità. Non ho mai visto Aristo Mortara per la strada se non al braccio della sua signora. Egli è uno di quei cultori veramente appassionati del sentimento della famiglia e di quanto vi è di più nobile, mi sia consentito il dire questa parola nei riguardi di un uomo che una lunga convivenza professionale mi ha insegnato a stimare assai. Orbene, sentite che cosa dice a questo riguardo Aristo Mortara, e dico quello che dice, per risparmiarmi ciò che nel suo libro sull'_Oltraggio al pudore_, dice l'altro magistrato egregio: l'avvocato Formica: (_Attenzione vivissima_)

«Viene esposto, nel negozio di un libraio, un volume osceno nella sua esteriorità (titolo lubrico, immagini oscene della copertina). Niun dubbio che questo fatto, considerato a sè, tanto come esposizione, quanto quale tacita offerta in vendita, esaurisca gli elementi del reato di offesa al buon costume; la sola percezione della immagine, o la sola conoscenza del titolo del libro essendo sufficiente a corrompere il costume dei giovani, a svelare loro turpitudini e sconcezze, a far sorgere negli stessi adulti un senso di ripugnanza per la lubricità dell'oggetto così sfacciatamente esposto al pubblico ed offerto in vendita.»

E qui osservo che _offrire in vendita_ non vuol dire _vendere_, perchè quando si vuol parlare di «smercio», lo si dice come nell'articolo in cui è sancito il caso della vendita. Qui si tratta di offrire in vendita, e voi vedete subito il venditore di cartoline postali che va in giro e offre, e quando anche non si acquista mostra le figure e le leggende oscene. Ma proseguiamo: