Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"
Chapter 4
Ma, egregio amico Cappa, il Pubblico Ministero ci può rispondere: i teatri e i _café chantants_ non sono sotto la mia giurisdizione, ma sotto quella del prefetto (art. 40 della legge di P. S.) e io non c'entro. Non c'è quindi contraddizione. Il prefetto non ha creduto di proibire e forse il prefetto si è ricordato che quando l'art. 40 fu discusso alla Camera, insorsero uomini che non appartenevano alle falangi estreme a dire: sono arcaismi, residui dei tempi passati, il miglior giudice dello spettacolo sarà il pubblico, sarà il padre di famiglia se ha delle tenere giovanette da preservare dai pericolosi contatti. Ma l'amico Cappa ha portato dei ricordi storici anche: ha parlato di monumenti, della basilica di S. Marco, ha anche pensato forse al David di Michelangelo, perchè verte in questo momento una questione, se debbasi elevare un paravento botanico per chiudere agli occhi del pubblico le sue nudità. Ma il Pubblico Ministero anche a questo riguardo vi dice: io non ci posso far niente: la competenza è del ministero della Pubblica Istruzione. E continuando Cappa ha portato dei libri che non furono nè stampati nè pubblicati a Milano; ma cosa c'entra il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Milano col modo nel quale interpreta la legge per esempio il suo collega della Corte d'Appello di Firenze? Ma anche a Milano, dice l'amico Cappa, si permettono certe cose più gravi di questa innocente che è stata processata. E invero io sono entrato in questi giorni qualche volta in taluni negozi librarî che veramente esercitano il loro ufficio sotto la giurisdizione della R. Procura di Milano e mettono in vendita libri che sono stampati a Milano. Per esempio, sono entrato in una libreria che sta vicino a via S. Margherita e che ha un insegna dove si dice: «Libreria scolastica educativa». L'insegna parla chiaro. E nella libreria scolastica educativa ho comperato «_L'igiene dell'amore_» di Paolo Mantegazza che fu rimesso in luce in questi giorni per la, non dirò prematura, ma sempre rimpianta morte del suo autore. Il Pubblico Ministero accenna di sì: «_L'igiene dell'amore_» di Mantegazza è un libro di studio, un libro destinato a mettere la gioventù in guardia contro i pericoli di certi eccessi. È verissimo, sì: leggiamo un po' se vi piace soltanto l'indice di questo libro, nel quale si spiegano quali siano i primi crepuscoli dell'amore della donna, quale sia la misura lecita e quella vietata della voluttà, quali gli afrodisiaci, dei quali però... non bisogna usare, naturalmente; e parla poi delle debolezze dell'amore, delle ipocrisie genitali, e si descrivono lucidamente tutti i pervertimenti dell'amore, tutti gli artifici della lascivia per concludere che tutto questo non va bene e non si deve fare. E si parla poi dei veleni dell'amore, e si parla dell'igiene coniugale e si fa una statistica della attitudine amatoria dei principali eroi dell'umanità, da Carlo V a Caterina di Russia, e si descrivono quanti erano gli amplessi e come questi amplessi si manifestavano. Dice bene il Pubblico Ministero: i diritti della scienza non possono essere violati. La scienza va alla conquista del vero, come noi diciamo, l'arte va alla conquista del bello, e non è possibile per un inconveniente di questa natura proibire i libri di questo genere. E allora io sono entrato in un'altra libreria, nella libreria Ulrico Hoepli, che pubblica e vende libri scolastici. Ho trovato che proprio ieri l'altro da Firenze è arrivata la splendida edizione della giornata terza del _Decamerone_, di Messer Giovanni Boccaccio. Ah, se si tratta onorevole rappresentante della legge, della storia dell'arte e della letteratura, se negli scaffali polverosi della biblioteca i libri di Messer Giovanni Boccaccio si possono gelosamente conservare, io domando: è lecito, è possibile che questi libri siano non solo ristampati, ma ornati di splendide illustrazioni che Messer Boccaccio non aveva messo nei suoi libri, nelle quali non solo si narra «come Masetto si fa mutolo e diviene ortolano nel monastero, le donne del quale concorrono tutte a giacere con lui», ma si mette il ritratto del monaco, il ritratto del marito, il ritratto dell'amante e delle converse. Tutta questa è sì storia antica, ma evidentemente rinfrescata e illuminata da un soffio di arte moderna.
E poichè l'amico Cappa mi ha precisamente richiamato a qualche cosa che può presentare un dilemma molto semplice proprio al procuratore del Re della Corte d'Appello di Milano e al procuratore generale del Re che in questi giorni hanno qui la tutela della pubblica moralità e del pubblico pudore, allora ho trovato in Galleria Vittorio Emanuele nella vetrina di un editore mio vecchio amico--vecchio assai più di me, ma di castigati costumi, editore delle pubblicazioni meglio destinate a rinforzare i presenti ordinamenti sociali e politici--nella libreria del mio amico Emilio Treves ho trovato la ventesima edizione del _Forse che sì, forse che no_ di Gabriele d'Annunzio, pubblicata in questi giorni, non sequestrata dalla regia procura. Ora, mi sia consentito, signor presidente, signori del Tribunale, e sarà forse la sola lettura che io mi permetterò svilupparvi, perchè qui forse siamo in termini e qui bisogna risolvere se vi è una giustizia per F. T. Marinetti e una per Gabriele d'Annunzio, mi permetterò di leggervi un brano di questo libro. Io non ho bisogno di rifarvi la storia che è ormai forse nota a tutti. Si tratta come ha detto il mio amico, di una complicazione di quello che costituisce una delle note dell'arte del poeta abbruzzese: si tratta di un signore che è anche un aviatore e ama una donna, e la sorella di questa donna è innamorata di lui, e il fratello di questa sorella è innamorato di questa sorella. Orbene in questo libro si legge questa scena che io vi prego di tener presente quando dovrete giudicare.
Quando per l'ultima volta Paolo Tarsis si incontra con la donna ed ha scoperto che essa è incestuosamente innamorata di suo fratello, si scambiano queste dichiarazioni:--«Conoscimi, ella diceva, conoscimi prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci...» ecc.
Ah! io preferisco Dante Alighieri; preferisco Dante Alighieri non per ragioni di contenuto morale, ma per profonde ragioni di estetica. «Soli eravamo (tu lo hai rievocato oggi) e senza alcun sospetto»... «Quel giorno più non vi leggemmo innante».
Dante Alighieri non sente il bisogno della descrizione. Dante Alighieri pensa che le ragioni dell'arte non domandano la vivisezione dell'anima nè domandano la descrizione brutale dell'abbraccio. Dante Alighieri è forse meno morale di Gabriele d'Annunzio, idealizza l'adulterio incestuoso di Lanciotto e Francesca, ma non descrive: lascia che il lettore, lascia che colui che ha seguito quelle due terzine e visto e intuito da quelle terzine la piena dell'affetto che ha travolto in un istante quei due, lascia le delizie di quell'ora non descritte minutamente ma indovinate.
E se io fossi un letterato, me lo perdoni l'amico mio carissimo Marinetti, sarei preferibilmente della scuola di Dante Alighieri. Cioè se mi è permessa una dichiarazione a questo riguardo la quale deve mettere la mia coscienza artistica, se così mi è lecito chiamarla, da una parte e per modo che non sia confusa con la mia coscienza giuridica, io credo che le ragioni dell'arte domandino brevità di tocco, semplicità di note, domandino che qualche cosa sia lasciato da scoprire, da determinare all'anima di chi legge! E ciò nell'arte come nell'eloquenza del resto, perchè io penso questo, che quando si vuol dare della bestia all'avversario non si dice: «sei una bestia», perchè questo fa cattiva impressione in chi ascolta, questo fa credere che io che queste parole pronunzio, abbia ragioni personali contro di lui; ma bisogna narrare cose e fatti di quest'uomo per cui chi ascolta dica: «ma quello è una bestia!» Questa parola sintetica sulle labbra di chi ascolta è più efficace che non pronunziata da colui che descrive.
Ma se queste ragioni sono ragioni di arte e se è possibile dividersi in due scuole a questo riguardo, però il Marinetti ha diritto di dire: il mio libro non fu e non sarà mai galeotto ad alcuno. Il Marinetti ha diritto di affermare che il suo libro potrà partire da criterî d'arte mille volte discutibili, ma parte e procede da idee morali incensurabili: vi giunge per vie che non sono le vie comuni e conosciute, ma vi giunge senza avere intenzionalmente distrutto alcuno dei ripari che la moralità vera, la coscienza vera, la pudicizia vera hanno elevato come limite al campo dell'arte.
E allora quando questo io ho detto, che sarà come la premessa del mio rapido discorso, io ho bisogno di indagare, onorevoli signori del Tribunale, se nel caso che ci occupa, se nella pubblicazione sulla quale è richiamata la vostra attenzione, se nel romanzo _Mafarka il futurista_, si riscontrino quegli estremi verso i quali soltanto il legislatore si è mostrato giustamente severo e che soltanto costituiscono il reato di offesa al pudore.
Non sarà inutile io credo di intenderci subito sul valore della parola, di domandarci subito quale difesa contro quale pericolo ha inteso di levare il legislatore con gli art. 338 e 339 del codice penale.
Signori del Tribunale, assai volte nelle discussioni di questo genere si confonde il tentativo di corruzione--e lo ha confuso nella sua arringa il Pubblico Ministero--col reato di offesa al pudore.
È necessario anzitutto per farci strada e chiarire le idee, stabilire un punto di partenza nel quale tutti dovranno convenire. Il legislatore, nell'articolo oggi invocata non ha inteso di sancire disposizioni penali per la difesa dell'innocenza dei giovanetti, dei minorenni, come è stato detto anche dalla pubblica accusa, per una ragione molto semplice: perchè tra pudore e innocenza c'è una antinomia assoluta. Si tratta di due criterî che sono soltanto in rapporto di antitesi. Adamo ed Eva che si trovarono nudi nel paradiso terrestre, si vergognarono; sentirono risvegliato il loro pudore solo quando acquistarono la conoscenza del bene e del male. Cioè, il pudore è qualche cosa di profondamente diverso dall'innocenza che il codice tutela con particolari sanzioni ma la cui tutela è particolarmente affidata a organi diversi da quelli che amministrano la giustizia. La tutela dell'innocenza è affidata ai padri di famiglia, è affidata alla coscienza morale di un paese, è affidata ad un complesso di tutele di altra natura, che non sono quelle del codice penale. (_Attenzione vivissima_).
Il pudore invece è un'altra cosa. Il pudore è il bisogno, il desiderio, la necessità di una persona anche perfettamente cognita di tutti i misteri e di tutte le complicazioni dell'amore, di non essere obbligata ad assistere in pubblico alla rievocazione di questi misteri.
_Pudet me_, mi vergogno, perchè questa rievocazione messa in rapporto con la pubblicità porta precisamente a questo sentimento che ha soprattutto un fondamento di incomodità, questo sentimento per cui io che tutto ciò conosco, io che attraverso le vie dolorose o liete sono passato, ho diritto di impedire che mi sia tutto questo ripetuto in pubblico, perchè altri studî forse sulla mia fisonomia l'impressione che questo racconto o questa rappresentazione mi andrà a fare, così da farsi giudici del mio grado d'innocenza o di moralità. Io guardavo l'altra sera in teatro, precisamente quando si rappresentava una di quelle commedie che il mio amico ha raccontate stamane, e pensavo: ma se ci fosse offesa al pudore qui dentro non verrebbe da ciò che si rappresenta sul palcoscenico ma dal fatto che ci sono nelle poltrone dei signori i quali amano studiare sulla fisonomia delle signore che stanno nei palchetti le impressioni e le ripercussioni della rappresentazione scenica...
E la signora (che in casa sua ha diritto di saper tutto) ha, fuori, quello di non essere sottoposta a questa diagnosi, ha il diritto cioè che questa rappresentazione di fatti che essa conosce, non costituisca scandalo e non presenti per lei e non porti per lei questa offesa di ciò che non è innocenza ma bisogno di un mistero che essa ha il diritto di vedere tutelato.
Dunque, innocenza è una cosa e pudore è tutt'altra cosa.
Signori del Tribunale, io potrei confrontare le mie parole con qualche cosa che ha una certa autorità: una relazione ministeriale pubblicata sul codice penale, ove il legislatore ha detto che cosa voglia ottenere con la sua sanzione. Se occorre da un lato--essa recitava--reprimere severamente dei fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente e apprezzabile e che sono contrarii alla pubblica decenza, d'altra parte occorre altresì (guardi, Procuratore del Re, questa è la linea) non invadere il campo riservato alla morale. In conseguenza non si colpiscono tutti i fatti che offendono il costume, ma quelli soltanto che si estrinsecano (tenga presenti questi estremi e poi li applichi al caso) che si estrinsecano con i caratteri della violenza, della ingiuria, della frode e dello scandalo (_Applausi_).
Lo scandalo non si determina nella camera della persona che legge un libro, lo scandalo avviene quando, ripeto, lo spettacolo erotico, illecito, è portato in pubblico e questa persona risente nella sua moralità e nella sua coscienza l'impressione di questo improvviso spalancarsi del mistero che essa ha invece il diritto di vedere tutelato. E meglio di questo, quando verremo fra pochi istanti a discutere uno degli estremi essenziali del reato.
E allora, signori del Tribunale, quando ci siamo intesi un po' sul valore di questa parola, quando non v'è pericolo che noi vogliamo confondere il reato di offesa a questa esteriorità difensiva della moralità che è il pudore, con l'offesa che va dentro la moralità della persona, all'innocenza della persona, e che ha un altro nome e si chiama corruzione, e che il legislatore sancisce e punisce solo quando è fatta mediante atti di libidine, allora vediamo un po' se vi sono gli estremi di questo reato nel romanzo del nostro amico Marinetti.
E cominciamo, se non vi dispiace, per quanto l'amico Cappa abbia stamattina rievocato in una splendida sintesi il concetto ispiratore di questo romanzo e abbia creduto lecito e onesto alle pagine nere del Pubblico Ministero (il quale ha fatto proprio come quei fanciulli i quali cercando nel vocabolario le parole lubriche non pensano se sotto la parola che comincia per «c» e che non si ripete in pubblico c'è un'altra parola che incomincia anche per «c» e che si chiama «cuore», e quindi dice che il dizionario è un libro osceno solo per questa eletta ricerca di parole che riesce a fare), per quanto, dico, l'amico Cappa stamattina abbia a questo riguardo contrapposto i brani veramente lirici ed epici del romanzo del Marinetti, parlando assai chiaramente e nobilmente, io debbo consultare questo romanzo e questi brani incriminati che non ho paura di guardare in viso per quello che sono, da un'altro lato, da un profilo, forse non diverso, ma da un certo punto di vista non meno interessante.
Perchè a buon conto siamo d'accordo su questo, che per la esistenza del reato occorre anzitutto l'elemento naturale del possibile scandalo.
Ora credo che i brani che vi ho letto del D'Annunzio, a persona di noi meno foderata contro queste forme di eccitamento possano precisamente a qualche ora rappresentare le esteriorità di quel reato di lenocinio disinteressato che Dante Alighieri e i suoi protagonisti del Canto V imputavano al libro degli amori di Lanciotto.
Ma io alla vostra fede, alla vostra coscienza domando (e forse una risposta anticipata l'avete data l'altro giorno quando sorridevate e ridevate alla lettura delle immagini che all'ardente fantasia africana dell'amico Marinetti ha suggerite, il desiderio di quella sincerità, di quella libertà ad oltranza che ispira la sua arte e che non teme la repulsione, come egli afferma, momentanea dello spettatore o del lettore e spera anche da questa esagerazione di impressioni, da questa profondità di ferite, di ricavare qualche cosa che sia segno di risveglio, segno di rigenerazione) se il Marinetti nello scrivere queste frasi e questi episodî ispirati a questi concetti avrebbe, secondo afferma il Pubblico Ministero, suscitati i sentimenti erotici del lettore.
E vediamo ciò sotto un doppio profilo. Vediamolo per la realtà, per l'entità di queste parole e vediamolo anche per la posizione nella quale sono messe e per i commenti che per esse a volta a volta sono stati fatti. Io ometterò qualche parola in questa lettura, non perchè costituisca offesa al pudore, ma perchè può costituire offesa alle convenienze, perchè può sotto un certo aspetto e con un certo criterio costituire offesa alla buona educazione, perchè può secondo alcuni criterî miei costituire offesa a talune ragioni estetiche. Avreste potuto anche ordinare la chiusura delle porte, signori magistrati, senza che la chiusura avesse implicata la esistenza di un oltraggio al pudore. Ci possono essere delle cose che non dirò mai; ci sono delle parole che ho repugnanza profonda a pronunciare o anche a leggere dove sono scritte; ma ciò perchè io temo di offendere un criterio mio personale, sbagliato finchè volete, che posso avere del modo con cui si possono comunicare più utilmente i proprii pensieri, i proprii sentimenti agli ascoltatori. Io non credo alla teoria di violenze sul viso, dirette ad inculcare un convincimento, un pensiero, una verità; io credo, e qualche volta ho dovuto anche di questa mia credenza abbastanza felicitarmi, che vi siano altre vie meglio conducenti allo scopo o morale, o politico, o letterario che ci proponiamo.
Per questo posso anche saltare quelle parole, ma voi rivedrete l'intelaiatura completa del romanzo e giudicherete sull'argomento che nei riguardi del materiale del delitto io vi sottopongo.
Seguo i brani incriminati così come li ha letti il Pubblico Ministero e il primo è questo, che comincia: «Costoro avevano steso nella melma tutte le negre...»
Il bacio vi dà un senso di repulsione, nè più nè meno. Ma questa repulsione è anche nell'animo dell'artista, anche nell'animo dello scrittore! (_Bene! Applausi_).
Ed egli scrive quello che scrive col pensiero di ottenerla, questa repulsione, perchè egli non tarda, dopo avere ancora in un'altra pagina parlato dei remi i quali spingono le donne voluttuose, ad invocare la punizione dell'eccidio e della strage, ed egli parla a questa accolta di uomini i quali nella voluttà si imbragano, i quali per tal via profanano il mistero della generazione, i quali confondono l'allettamento barbarico della bestia con l'indefinibile piacere degli uomini, e: «Siete voi i direttori di questo nobile spettacolo!... Vi riconosco tutti, illustri generali di Bubassa, più che mai degni di lui!... ecc., ecc.»
Non c'è bisogno del procuratore del re, quando è l'autore che bolla così lo spettacolo con la suggestione della repugnanza che egli ha già presentato all'animo dei lettori.
E ciò che dico per questo primo capitolo si può ripetere invariabilmente per tutti gli altri. E siccome è sistema comodo quello degli _eccetera_, quando si tratta di capi di imputazione ed occorre essere analitici anzichè sintetici, anche più analitici di quello che non sia stato il Pubblico Ministero, e poichè la camera di consiglio del Tribunale dovrà riandare in base al libello di citazione tutti questi brani, continuo e non mi appago di sintesi troppo rapide.
Siamo arrivati a pagina 79, e in questa pagina abbiamo un altro fenomeno, abbiamo un'altra rappresentazione che non suscita questa volta il disgusto, ma suscita semplicemente l'ilarità; abbiamo una rappresentazione grottesca, abbiamo qualche cosa che è destinata a mettere quasi una nota di buon umore in un libro molto tetro, in un libro il quale per la sovrabbondanza della immaginazione del Marinetti, per il barocchismo di taluna delle sue immagini raggiunge l'effetto che due testimoni hanno descritto all'udienza. Ci vuole della fede per amarlo, bisogna appartenere alla vostra scuola, bisogna dividere i vostri ideali, Marinetti, per superare le difficoltà non del vostro stile, ma della stessa vostra concezione artistica, diretta, come voi nobilmente affermate, non a creare il trastullo e il piacere transitorio di un lettore che vada a caccia di emozioni, ma a combattere una battaglia la quale non può lasciare intorno che ferite, ma ferite dalle quali voi sperate una risollevazione, una rigenerazione della fibra letteraria, politica e morale del vostro paese.
Ma, signori del Tribunale, Mafarka ha un membro lungo undici metri... E pensate che questo faccia altro effetto che quello di far ridere? Ma questo non è umano, con questo non può avvenire l'accoppiamento sessuale, questo non rappresenta dell'erotismo. E quando questo sesso interminabile è avvolto presso il letto del povero Mafarka, il marinaio lo crede una gomena e lo attacca all'albero di trinchetto.... Voi mi parlate di rappresentazione erotica: eh! via! ma questa è rappresentazione grottesca e barocca che voi ben potete combattere in nome dell'arte, che voi non potete combattere in nome della morale perchè nessun pudore si sente offeso da questo, perchè nessuna immaginazione per quanto pudica si sente colpita da questo quadro, da questa rappresentazione. (_Bene! Applausi_).
Andiamo avanti: al terzo e al quarto dei punti salienti più direttamente incriminati di questo libro. E andiamo, signori, precisamente al capitolo nel quale si parla del famoso convegno di Libahbane e Babilli. Qui il Pubblico Ministero ha trovato che vi sono delle cose veramente gravi perchè ha rilevato che si tratta di dare la cantaride ad una fanciulla e di fare un giuoco divertente, e il giuoco divertente si fa all'oscuro, per modo che sapete quale impressione fa questo scherzo nel protagonista che è al tempo stesso autore del fatto? Questa, e probabilmente la farà anche ai lettori:
«Ma la bocca ignota che si addormentava sulla sua era soave e sinuosa, ed egli si sentì sconvolte le viscere dalla delizia e dal terrore». Ma gli giunge subito questo dubbio, legittimato dell'oscurità: «Non era il ventre squamoso di uno dei pescicani dell'acquario?» E allora, vedete l'effetto ottico dell'oscurità, grida: «Basta, Vattene.... Vattene.... Vattene.... Olà! schiavi, accendete le torcie! Poi, incatenate queste femmine e gettatele ai pesci!»
Rappresentazione erotica, questa? Rappresentazione, se volete, sotto un certo rispetto strana intonata, alla mentalità complessiva di questo protagonista arabo, ma Mafarka, nella cui anima parla il Marinetti in sostanza, e in cui Marinetti ha posto i suoi sentimenti, anche in questo momento sente repulsione di questo spettacolo e manda queste donne nell'acquario per inesistenza di attitudine ad oltraggiare il suo pudore.
Ma non basta, o signori, perchè egli assolutamente deve fare una requisitoria ad ogni capitolo, anticipatamente, per quanto era lecito e giusto; e infatti dopo la scena dell'orgia, egli dice:
«--Maledizione! Maledizione!... Come le farfalle e le mosche, voi avete delle trombe, per pompare le forze e il profumo del maschio!... Come i ragni, voi vi colorite così da somigliare a bocciuoli di rose, ed esalate persino dei profumi inebbrianti per attirare insetti come noi, ghiotti di fiori!... Vi coprite di squame, per somigliare al mare imbrillantato dal sole, e la nostra sete di freschezza ci fa vostre vittime! Vi coprite d'oggetti tintinnanti, perchè le tigri s'incantano col suono di una campanella!... Tutto il veleno dell'inferno è nei vostri sguardi, e la saliva sulle vostre labbra ha riflessi che uccidono.... sì, che uccidono come pugnali!...» (_Applausi_).