Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"

Chapter 3

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E allora dovrei leggere dell'altro. Ma lei, Pubblico Ministero, vive a Milano. Ma insomma, lei dice, questo libro offende la morale corrente. Ma essa corre tanto, che non so dove sia; io non l'ho mai raggiunta. Ma se a porte chiuse lei, che è una simpatica e degna persona, in un certo momento ha sentito il bisogno di fare omaggio alla morale corrente raccontandoci l'episodio di quel professore, che domandava se un certo gesto era riflesso o volontario!...

Era necessario? Aveva bisogno di dirlo?

Lei stesso ci ha detto che le domestiche non sono facili. Ma l'abbiamo sulle labbra, nelle mani, negli occhi, l'istinto. Ma come: l'Italia ha una morale corrente che lei ha acchiappato? Ha una morale di castità? Ma lei li conosce, i casti in Italia? I vecchi, si sa, sono onesti, e io ho un grande rispetto per gli uomini di settant'anni, quando non vogliono ammazzare i giovani di trenta. Ma la morale corrente in che modo si offende? Io dovrei leggere, ma richiamo il Tribunale alle pagine 216, 170, 288, 228, 271... Lo richiamo al grande dolore dell'eroe Mafarka quando è ferito presso di lui il fratello Magamal: il fratello che ama il fratello. Ma ad ogni modo potrebbe essere la morale corrente (mettiti adagio chè ti voglio raggiungere), perchè non c'è fratello che non odî il fratello, come giornalista che non odî il giornalista, come avvocato che non odî l'avvocato.

Io lo richiamo al viaggio agli Ipogei, quando alla madre egli dice: Madre, tu l'hai cullato tanto fra le tue braccia, tu hai pianto tanto, madre, e te lo restituisco cadavere.--Io vorrei ricordare quanto la madre risponde: Ho pregato tanto nel silenzio della tomba, per vederti, Mafarka! Tu sei ritornato, figlio mio, figlio mio nutrito col latte del mio seno!--C'è offesa! c'è il seno, si figuri e c'è anche il latte! Orbene; io vorrei ricordare questo, quando dice al popolo: Perchè vuoi soffrire, perchè hai bisogno dell'eterna dominazione? Vattene in libertà e canta te stesso e canta la gloria della vita: non c'è più bisogno di tiranni, lasciami al mio sogno. E vi vorrei richiamare la pagina in cui parla a Gazurmah: «Figlio mio, ti do tutta la mia vita, prima che sia infralita, prima che il fracidume dell'egoismo sia penetrato nelle mie vene torbide. Sono ancora giovane, sono ancora amante, sono ancora generoso, sono altruista. Gazurmah, figlio mio, sgozzami e potrò provare la santità della paternità nel dare la vita per il figlio.»

Questa è morale corrente. Ma lei no: lei va al Manzoni a vedere _Angelo Custode_, ad ammirare gli stupri sulla scena; occhi ardenti, membra che palpitano di desiderio e l'uomo che balza, afferra la donna, la mette a letto, la bacia, ed ella che morde il fazzoletto e continua: «uh! uh!... mi avete baciata!» C'è perfino sua moglie che sta attenta se succede qualche cosa. E le signorine: «Dio mio, chi sa come sarà quel bacio!» E non c'è bisogno di saper leggere, perchè lo spettacolo drammatico vale anche per gli analfabeti, e non c'è bisogno di pagare, perchè il teatro Manzoni, anche senza la repubblica, è pieno di Portoghesi, e non c'è bisogno di una popolazione morale: si entra e si esce come si vuole. Ma l'Angelo Custode c'è, almeno nel titolo. (_Ilarità. Bravo!_)

E allora vado all'Olimpia: _cocottes_, cortigiane, giovinotti... c'è l'amore dell'arte. E poi: ssst, sst, che vogliamo sentire: e si alza il sipario. Il _Biglietto d'Alloggio_. Che cosa è? È una casa di tolleranza. Ci sono donnine che hanno tuniche sciolte, fanno scherzi, una offre un poncino in cui c'è un errore ortografico che nessuno capisce. E non basta, signori del Tribunale, perchè c'è un uomo fra gli altri, un uomo tutto sbarbato: il comico (io lo so perchè sono un po' drammatico), il comico che deve fare questa parte è obbligato ad essere sbarbato, a camminare ondeggiante e a mettersi molte mutande per avere quelle tali natiche che lei ci ha concesse, molto rotonde, e per offrirsi, e per muoversi: e si paga un franco quando si paga un franco, ma se si è soci del Filologico, per l'aiuto della cultura italiana si pagano soltanto 75 centesimi. Ma non è soltanto il _Biglietto d'Alloggio_, signori del Tribunale: vi è anche l'_Albergo del Libero Scambio_ e la _Dame de chez Maxim_ e perfino le _Pillole d'Ercole_ di cui vi auguro di non aver mai bisogno... E c'è il _Bosco Sacro_, dove la bellissima Borelli sviene tutte le volte che vede un uomo nuovo, e quando sviene vuol dire che ha voglia di volargli fra le braccia. E siccome c'è il busto di Voltaire che la guarda e par che le sorrida, perchè il sorriso è il fondo estetico dell'anima volterriana, dice: «Ah, tu sorridi, Voltaire, perchè io casco quando arrivano gli uomini: ma tu non sei che un busto; se tu fossi quello che comincia dopo la cintola, non sorrideresti più!»

Signori del Tribunale, questa è la morale corrente: sono le novellette dei miei amici redattori giudiziarî... Vi ricordate di quel signor Colombini che è stato assolto, di quella signora che aveva sentito cantare sette volte il gallo e che ha intentato un processo di diffamazione e ha dovuto pagare le spese...

Le signore ridevano e il _Corriere della Sera_ e il _Secolo_ riproducevano, e la mia bambina mi domandava col giornale fra le mani: «Papà, cosa vuol dire: cantare sette volte il gallo?» E io ho detto: «Aspetta: non è ancora la tua età.»

Morale corrente, morale passata, morale eterna, morale classica, morale pagana, morale cristiana! Le chiese incrostate da mostri osceni, San Marco che è tutto un'offerta all'amore, il nostro bel Duomo di Milano, il quale fra breve avrà un gabinetto di decenza ai piedi, per pregare la Madonnina d'oro, che ha l'esaltazione di Sodoma e la rappresentazione precisa di ciò che è Sodoma, e la Bibbia con la rappresentazione continua dei sessi. Ma lo vada a dire a San Gerolamo, ai Santi Padri: «Era necessario?» E Shakespeare? E Ariosto? Era necessario? «Fra le gambe di Fiammetta che supina giaceva» e «La baciò stretta e sotto lei tutta notte si giacque»... E non posso dire il resto perchè se no commetterei io l'oltraggio al pudore, e non il letterato Marinetti.

Lei dice: «Morale corrente! Oggi è diverso, oggi non si stampano più certe cose! Forse a teatro....» A teatro non si colpiscono: perchè? Soprattutto perchè gli autori francesi, i comici italiani, il presidente della società degli autori cav. Marco Praga, Re Riccardi importatore, quello che fa le scene, Rovescalli, Caramba che fa i costumi, Suvini e Zerboni che sono i medici di Milano, che governano il buon gusto d'Italia, e il pubblico che ha bisogno di divertirsi, e noi che se dovessimo fare la critica alle commedie per bene moriremmo o daremmo le dimissioni, sono tutta gente interessata per danaro o per curiosità. Ma Marinetti è solo. Neanche il tipografo! Solo! Neanche il libro francese: quello italiano! E la Francia ha una morale, noi ne abbiamo un'altra, signor Valenzano, e lei l'ha vista correre, e questa morale che corre deve prendere quest'uomo che sta fermo! E allora la morale corrente manca nel libro. Io potevo portarvi la nuovissima edizione donatami da un amico, perchè io sono povero e non compero libri, della traduzione di Aristofane fatta dal Romagnoli, e leggervi quella _Lisistrata_, dove ci sono quegli spartani che parlano in romanesco e dicono: «Stamo attenti, perchè se ce vedono co sti manganelli, ce pijano pe' delle statue, pe' monumenti.» (_Ilarità--Applausi_),

Ma rispettiamo Aristofane! E allora prendo questo: _Afrodite_, di Pierre Louys, traduzione italiana: Milano, Casa Editrice Baldini e Castoldi: la casa che pubblica le opere di Fogazzaro, di quello scrittore che fa il giro del mondo intorno ai brevi genitali femminili senza cascarci mai, che fa l'esaltazione dell'anticamera dell'amore, con una bella lascivia cattolica, ipocrita, gesuitica, balorda, nella quale c'è tutto il vizio possibile e immaginabile, ma non si può afferrare. È un vecchio che ha la moglie giovane e una vecchia che ha il marito giovane. Però è casto. (_Bene! Bene! Abbasso Fogazzaro! Applausi prolungati_).

Ma qui, ripeto, abbiamo _Afrodite_; pagina 12. Si prepari a rabbrividere signor rappresentante del P. M. Ma questo non è stato sequestrato, perciò non c'è oltraggio al pudore:

«I tuoi occhi sono come gigli d'acqua azzurri senza stelo...», ecc.

Signori del Tribunale, e non ho letto tutto, potrei leggere a pagina 115 almeno: «O dolci mani, reni profonde, torsi rotondi...», ecc.

E poi c'è anche di peggio. Leggo a pagina 176: «Quel bacio non finirà più. Sembra che vi sia....»

Ora io domando: Ma forse lei avrà ancora un piccolo dubbio. Infatti, non le ho ancora letto quella tal parola... Ecco qua: pagina 204 di un libro del grande poeta Gian Pietro Lucini pubblicato a Milano nel 1909, regnando Vittorio Emanuele III, essendo Procuratore del Re quello che era, essendoci la moralità che corre come oggi. Ecco: ed anche questo, Signori del Tribunale, è pubblicato e non è stato sequestrato: dunque si può leggere.

Sono le prostitute che parlano:

_Sgroppiam le terga cavalline e seriche che fremitano al pungolo. Sorelle, al giuoco alterno galoppasi a battuta. Stirinsi i muscoli ai balzi lussuriosi. Danza de' fianchi, protendiamo il ventre: assorba l'ingordigia de' fumanti amori. Vibrin le coscie, ansino i fianchi, e il corpo s'inrugiadi di sudore: contraggansi le natiche; la vulva inghiotte! La bocca sformata e bavosa mugula tronche voci: al bel festino, Noi dispensiere, ciascun uomo si serve di ruggiti, non di parole--più._

E potrei leggere infinitamente, continuamente: libri che si stampano ogni giorno, traduzioni, testi originali di cui tutta la nostra Italia è piena. Fate una nuova legge se la legge vecchia non basta: fate una nuova moralità se la moralità che corre non si ferma. Ma non venite ad aggredire all'angolo della strada un uomo che non ha che l'usbergo di sentirsi puro.

«Era necessario?» Già, quando si è procuratori del Re, per un libro, si trova che per quel libro è necessario quello che non è necessario per un altro.

In qualche libro, per esempio, vi è un passo che può essere pornografico e più piace al P. M. inquantochè non è giustificato da un intento falso o non falso, ma che è anzi esasperato da una prefazione che è l'apologia della sensualità. Eppure questo libro si stampa e si vende perchè non c'è di mezzo il futurismo, perchè non c'è di mezzo un giovane ricco, dei comizi tumultuosi, perchè non è venuto l'irredentismo, perchè non c'è a un certo momento la foglia di un grande oratore veneto diventato presidente del Consiglio, perchè non abbiamo i barbari alle porte, perchè non abbiamo le case invase da una sorpresa nuova, da una nuova immoralità.

La verità, o Signori, come la sento debolissimamente, (e voglio accostarmi al fine, per lasciar parlare chi parla molto meglio di me) è forse questa: la sensualità è al fondo della vita ed al fondo perciò delle lettere: ma vi è una letteratura che questa sensualità canta con giocondità, una letteratura della sensualità sana, tranquilla, la sensualità di Ser Giovanni Boccaccio quando mette una bella figliuola in un orto in una notte di primavera per sentir cantare l'usignolo, e poi la madre al mattino la scopre in braccio ad un uomo con le mani dove il tacere è bello, e la madre dice al marito: «Vieni a vedere: ancora ha preso l'usignolo e tienlosi in mano». Sensualità grassa, licenziosa, ma che non conturba.

Ce n'è un'altra che tormenta la sensualità e la raffina, e le va in fondo, e dà un senso estetico, ed è quella dell'_Afrodite_ di Pierre Louys. Ce n'è un'altra infine che insegue la sensualità come per schiacciarla, che la raffina ma per schiaffeggiarla meglio, che vuol conoscerla tutta per poterla tutta vincere.

Voi ricorderete, Signori del Tribunale, quella che è la leggenda di Rinaldo, che narra nel suo latino medioevale che un legnaiuolo era sorpreso da un rumore e si svegliava e vedeva una donna fuggire ignuda e un cavaliere a cavallo seguirla con la spada sguainata, raggiungerla, trafiggerla, gettarla in un rogo, e poi così ischeletrita metterla in groppa al suo nero cavallo, portandola seco in furia di vittoria con dolore e trionfo. Al legnaiuolo turbato da questa strana visione, il conte di Novac che lo amava e pel quale lavorava, gli chiese se qualcuno gli facesse ingiustizia. No, rispose il legnaiuolo; no, mio sire, alcuno non mi fa ingiustizia, ma la notte sono tormentato da una spaventosa apparizione che non so se sia visione o realtà. E allora il conte veglia col legnaiuolo: torna il cavaliere, torna la dama, e allora il conte gli domanda: «Cavaliere, t'ho conosciuto; tu fosti alla mia corte. Perchè strazi quella donna?». «Perchè costei era moglie di un altro uomo e fu invece la mia amante, perchè così ci castiga il buon Dio di lassù, ed io che l'ho tanto amata in vita debbo darle strazio in morte e ogni notte la uccido e ogni notte la riabbraccio e ogni notte la detesto, e ogni notte l'amo di nuovo».

Questa novella è riportata dal Passavanti per dire che il diavolo talvolta assume la forma di animale. Questa novella è riportata per dire che il purgatorio si sconta talvolta sulla terra. Questa novella è ricordata dal Boccaccio, questa novella è in fondo a tutte le visioni, a tutti i tormenti, è in fondo alla _Francesca da Rimini_ di Gabriele d'Annunzio, nell'ultimo atto dove la donna incestuosa, adultera ha avuto il sogno non del cavaliere ma dei cani latranti, è al fondo del _Trionfo della Morte_ dove l'amante deve uccidere; è al fondo del _Piacere_ di Gabriele d'Annunzio dove tutto ciò che ci può essere di osceno è detto, ma per portare alla espiazione; è al fondo del _Fuoco_ di Gabriele d'Annunzio dove una divina attrice è denudata per la vanità di un grande poeta, ma in fondo v'è un senso ancora di tragedia e di espiazione; è in fondo al _Forse che sì forse che no_ e di tutti i romanzi. È nei romanzi di Emilio Zola, nella _Voluttà_ e in _Nanà_; è nei romanzi di Flaubert; è in quella _Madame Bovary_ che ha trovato in Francia un imbecille che voleva condannarla, ma ha trovato una posterità che ha detto che quei magistrati nulla comprendevano. È in fondo a dei versi lussuriosi, e qualche volta a dei versi che volevano essere casti e c'è anche in Antonio Fogazzaro per il quale poco fa ho avuto parole che potevano sembrare poco rispettose.

Ma noi sentiamo il desiderio della dominazione, dell'arte, della politica; vorremmo avere una vita multinoma, correre per le strade, non essere fermati dalle femmine negli angiporti, non dover salire certe scale, non sentir morire la nostra vita sotto delle bocche sapienti, e ci ribelliamo, e ci ritorniamo.

Mafarka è strano, ed è per questo che queste immagini si alternano: immagini di vittoria e di amore, di desiderio di castità e di bisogno di lussuria, di dedizione e di ribellione: questa dialettica che rende tragico questo poema, questo lirico poema, questa dialettica per cui si comprende che l'animo del Marinetti era in esaltazione di ispirazione quando scriveva.

Leggete le ultime settanta pagine, quando si incendia il bosco per opera dell'eroe Mafarka, quando egli sradica trecento piante fortissime dalla foresta per darle alle fiamme. Non sembra più nemmeno un eroe, sembra quasi Orlando innamorato che è diventato Orlando pazzo; ha la forza di una iperbole, ha la forza di un'ubbriachezza; in fondo è un delirio, è un simbolo. L'arsione delle piante è una sfida al vento. È la gioia dell'uragano che balza verde e livido fra gli scogli della notte, la gioia di questo Gazurmah, l'aeroplano che è uomo, l'eroe che è un simbolo, il figlio che è nato dalla monogenesi. Oh! il gran sogno di fendere l'azzurro, di correre sopra gli uomini, di dimenticare le basse contese, le contumelie, le invidie, i rancori, di affermare la dignità della razza, la bellezza dell'umanità, di scorgere le stelle da vicino, di insultare perfino il sole perchè è troppo vecchio e troppo freddo! È un'esaltazione di vita, è un divino delirio. Non fate come il cardinale che all'Ariosto diceva: «Dove le ha prese tutte queste corbellerie?», non fate come il magistrato accusatore di Flaubert che ha detto: «Dove ha preso queste immoralità?» Fate come il cittadino italiano, il cittadino coraggioso sotto la toga, coraggioso se avvocato, coraggioso se letterato, coraggioso se magistrato, che non sente soffiare d'intorno il vento della moda passeggera: oggi siamo più morali, ieri meno morali, oggi vogliamo il carcere, ieri non lo volevamo, ieri applaudivamo alla _Mandragora_, oggi uccideremmo il Macchiavelli. Ma facciamo di questo un unico diritto e un'unica equità! E salutiamo questo giovane poeta e diciamogli: «Forse al tuo animo manca una nota: la pietà definitiva; forse alla tua virtù di futurista manca una sola visione, la pace del futuro: tu sei probabilmente esaltato, fanatico, tu sei il sublime ossesso della tua nuova religione. Ma non si condanna un sacerdote davanti all'altare, non si condanna il poeta davanti al suo poema, non si assassina il gentiluomo che dona il suo grande ingegno, la sua giovinezza e il suo denaro per la gloria della letteratura italiana.» (_Bene! Bene! Lunghissima ovazione. Il poeta Marinetti si alza e abbraccia l'oratore_).

Arringa dell'On. Salvatore Barzilai

Signori del Tribunale!

Quando stamane il mio amico Innocenzo Cappa vi disse nell'esordio del suo meraviglioso discorso che egli non era un avvocato, il pubblico ha ammirato la sua modestia; quando io esordendo dico oggi che non sono un letterato, il pubblico non ha che da constatare la mia sincerità. Egli è letterato, è giurista e certo egli ha saputo sposare nel suo discorso le ragioni dell'arte alle ragioni del diritto, così da esporvi la causa per tal modo, signori giudici, che se non fosse l'obbligo--in questo caso obbligo gradito--dell'ufficio, avremmo potuto noi rinunziare alla parola.

Ma i letterati sono anche ingenui qualche volta, e il mio amico Innocenzo Cappa forse non previde tutte le eccezioni che alle sue riesumazioni e ai suoi confronti potrebbe opporre e opporrà nella sua coscienza e nella sua mente sagace il Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero può opporre eccezioni di prescrizione, eccezioni di giurisdizione, eccezioni di incompetenza. Tu hai alluso ai tempi antichi, ai tempi di Babilonia, quando le prostitute erano adorate nei templi, o a quell'Oriente ove il Fallo si portava in processione. Tempi andati, tempi antichi, altri costumi, altre mentalità, altre coscienze. Tu hai citato gli spettacoli teatrali: tu sei critico d'arte, io lo fui venticinque anni or sono, e ho conservato anch'io l'abitudine di andare a teatro.

Sono stato anch'io in questi giorni all'Olimpia e so perfettamente che oltre ai lavori che tu hai raccontati ve ne furono rappresentati in questa settimana degli altri, come per esempio lo _Chopin_, ove sono illustrati i rapporti che corrono fra certe melodie e... la virilità. E io sono stato anche ieri sera, per esempio, al Trianon, e al Trianon--mi ricorderò sempre, signori del Tribunale, di parlare a porte aperte--c'era una signora la quale era vestita, diremo così, con un tal costume che rappresentava combinate la toilette di una gran dama in una serata di gala con quella di una ballerina nelle serate ordinarie... Orbene: in quelle condizioni di abbigliamento quella signora si contorceva spasmodicamente in una danza che si diceva essere una danza giavanese (costumi d'altri tempi e di altri paesi) e il pubblico non rideva come voi ridevate alla lettura dei brani incriminati del romanzo di F. T. Marinetti, ma guardava intento e pensoso. E quel pubblico in cui era non soltanto gente della borghesia di Milano, ma anche gente che all'abbigliamento pareva venuta dai dintorni forse per questi giorni di corse, si beava alla vista di questo spettacolo. (_Bene! Applausi_).