Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"
Chapter 2
Io sono un avvocato più teorico che pratico; assumo le difese più per gusto intellettuale e sentimentale che con la speranza di lucro; ho un'assoluta tranquilla ignoranza di quasi tutte le cose che si riferiscono al giure; mi trovo dunque in questa causa all'atto sì di un cliente, ma all'atto soprattutto di un amico, come uomo che ha un piacere morboso, qualche volta una passione delle lettere, vicino a un altr'uomo il quale mi ha dichiarato di essere un ammalato di letteratura. Il mio discorso sarà dunque disordinato, poco conclusivo: discorso di sensibilità, discorso di solidarietà estetica, ma credo che ce ne sia bisogno, soprattutto perchè, sia detto con ogni rispetto, il rappresentante dell'accusa pubblica, sabato, non ha dato prova di quelle virtù di serenità e di bontà che egli ha lodato spontaneamente in sè stesso. Egli ha rivelato una strana antipatia per colui che è un prevenuto; egli che deve essere un uomo mite, uno spirito indulgente e generoso, era evidentemente attraversato da una passione di dissomiglianza estetica. Non so se l'offendo, ma mi pare di capire che se l'amico Marinetti è il capo ardente, appassionato, convulsivo quasi, del Futurismo, il sig. avv. Valenzano è un passatista della più bell'acqua. Egli ha un'antipatia formidabile per il piacere dello stile singolare; egli ha un disgusto che lo ferma quasi quasi in un dissidio morale davanti a un'immagine insolita, davanti ad un aggettivo eccessivo, davanti a un periodo composto di nuovi elementi.
Noi ci troviamo di fronte non a uno dei soliti o prevenuti o imputati, ma a un gentiluomo--perchè Marinetti è sì futurista, è sì letterato, è sì uomo di discussioni pubbliche accese, è l'inventore se vogliamo di un genere di comizi di battaglia che possono avergli suscitato contro le antipatie dell'infinita bestialità collettiva che regna e governa il dolce nostro paese, ma è anche e soprattutto un gentiluomo.--Abbiamo udito qui la parola di tale uomo che non si sarebbe mosso con una preoccupazione soltanto letteraria se la solidarietà non potesse essere anche morale: Luigi Capuana. Egli è abbastanza innanzi con l'età, è abbastanza alto nella nominanza, è abbastanza sicuro della sua coscienza e della sua vita per non aver bisogno che io attesti di lui in questo momento. Ma certo quando Luigi Capuana che non è uno dei soliti professionisti della parola o un medico legale disposto a sostenere la delinquenza congenita sì e no a seconda che sia pagato da una o dall'altra parte, ma che è insegnante in un ateneo, amico della gioventù, spirito austero; quando Luigi Capuana viene e pone la sua mano nella mano incriminata dello scrittore di _Mafarka_, allora mi domando come sia possibile, equo, elegante, che il rappresentante dell'accusa pubblica cominci, continui e termini in tono aspro e ostile che mostra essere la sua anima turbata, non essere il suo spirito sereno.
Ecco dunque la mia solidarietà per la sua antipatia e la mia solidarietà forse sarà più utile che non l'antipatia del rappresentante del Pubblico Ministero, perchè io non so se saprò leggere quest'oggi--di solito non si riesce a far quel che si vuole quando si è molto innamorati della propria impresa--ma di solito io capisco di più i volumi di letteratura che non mostri di capirli il rappresentante del Pubblico Ministero, e di solito io leggo meglio la prosa italiana che non abbia mostrato di saperla leggere, quando è prosa italiana futurista, l'accusatore.
Egli ci ha detto: «_Mafarka il futurista_, romanzo. Signori del Tribunale, state in guardia. Io sono un pover'uomo, ma io voglio leggervelo e riassumervelo. Mafarka è un re africano, re di non so quale paese perchè il nome io non lo saprei pronunciare, ma sta il fatto ad ogni modo che egli è nipote di uno zio il cui nome non mi sovviene ma è senza dubbio nipote di uno zio che c'è, perchè non si può essere nipote senza avere uno zio. Questo nipote di uno zio ha vinto una battaglia e ha detronizzato il proprio parente. Siamo nell'ora della vittoria. Si portano i prigionieri, le vettovaglie, il bottino e poi avviene uno stupro di negre. Signori del Tribunale, pagina tale... Io ho fatto chiudere le porte per potervi leggere con un'antipatia piena di compiacenza, con una compiacenza piena di antipatia, queste pagine, queste righe orribili, che mi danno un po' del piacere che forse ai ragazzi danno le righe orribili del vocabolario, quando sono fra le loro mani per la prima volta, in cui si definiscono i genitali del maschio e della femmina: righe orribili che non si capisce perchè siano stampate in libri che vanno per le scuole, in cui si definisce quella parte deliziosa che non voglio nominare e la seconda parte che non posso nominare, e la terza parte che è deliziosa in Germania ma che non voglio nominare e che riesce deliziosa anche in Italia».
Detto ciò, il rappresentante del P. M. vi ha guardati, signori del Tribunale, e ha detto: «Era necessario? Ecco la mia domanda, ecco tutta l'imputazione: ecco che mi frappongo fra Marinetti letterato, io che non sono letterato e la sua letteratura, io che non capisco e che non amo la sua opera letteraria. Era necessario? Vi ho detto in quattro parole che cosa è un capitolo di parecchie pagine, di queste parecchie pagine vi ho lette alcune righe, e poi vi ho chiamati a giudici». Signori del Tribunale, io non so, voi potete farlo, tutto si può fare, anche il miracolo, si può anche intuire ciò che non si legge; ma quando si vuol accusare con rettitudine, con serenità d'animo, con profonda sincerità umana, allora si danno tutti gli elementi dell'accusa, e allora si legge completamente il capitolo e si pongono in rapporto le parole incriminate e allora si domanda: È necessario?
Senza di ciò non è più l'accusa, ma è la pugnalata nella schiena. Io mi posso salvare dal ladro, ma non dal Procuratore del Re, se mi ruba la mia fama! (_Applausi_).
«Capitolo secondo. Lo stratagemma vizioso è questo, signori del Tribunale: Mafarka va, e va sotto la tenda del re nemico (il nome non me lo ricordo). Egli che si è vestito da mendicante racconta una storia.--Il signor Marinetti sa molte storie.--La storia si riferisce a un cavallo venduto al demonio: quel cavallo aveva una parte virile, questa parte virile era smisurata: questo cavallo era feroce: il demonio lo ha montato, poi è caduto, si è rotto un braccio. E allora il demonio si è voluto vendicare, ha preso questo membro, lo ha cucinato, l'ha dato in pasto a Mafarka. Mafarka ha sentito il furore della libidine, ha conquistato tutte le domestiche (qui il P. M. ci ha fatto una confidenza: ci ha detto che le domestiche non sono così facili; non so se sia specialista) e poi si è addormentato e voi sapete il resto».
Ma bene: ma e la poesia di quella parte del volume, e il colore, e il cielo, e la sabbia ardente, e le tende, e gli scudi, e i tatuaggi, e la ferocia, e la semplicità, e l'ignoranza, e il feticismo, e la rabbia, e la grazia, e l'eroismo, e tutto ciò che può contenere di carne, di sangue, di immagini, di entusiasmo, di febbre, di delirio, di estetica il grande capitolo di un grande romanzo, ce l'ha detto? No. E continua: «Era necessario? Era necessario?»
Terzo capitolo; quarto capitolo. Le belle offerte al vincitore, le mani, le ànche, il ventre piatto... Era necessario? I seni, persino i seni--questi si possono nominare senza nessuna offesa al pudore--i seni, i capezzoli, signori del Tribunale, queste punte rosse deliziose... So anch'io qualche storiella; so di un volume di Catullo Mendès che non è mai stato sequestrato, in cui si narra d'un duello di donne. Queste sono gelose perchè amano lo stesso uomo e l'una si slancia contro l'altra che è la più timida e con la spada le straccia la veste, e vede il sangue, e allora si precipita, presa da una grande pietà e bacia quel sangue. Ma non è sangue: è un capezzolo, signor rappresentante del pubblico Ministero. E allora il bacio si prolunga e allora le due donne si perdonano e una dice all'altra: «Se noi ci sapevamo! Ma licenziamo l'amico. C'è bisogno di uomini dove le donne sono belle?».
Signori del Tribunale, questo non è stato sequestrato, questo non offende il pudore, neppure quello del Procurator generale del Re. Ebbene: Marinetti ha detto _i seni_! «Era necessario? Era necessario?» Poi il P. M. ha proseguito. A un certo punto ci ha concesso il contrario delle guance: ci ha concesso le natiche, poi le ha ritirate... In ogni modo c'è stata un'alternativa, un dubbio, e poi è arrivata la nascita di Gazurmah, e ha tentato di descrivere... «Sapete: è un aeroplano! No, deve essere un monoplano, forse un biplano, ma c'è una gabbia: non si capisce bene... Certo ci sono delle ali». Per disgrazia, o Signori del Tribunale, vedete l'inconseguenza di questo prevenuto disgraziatissimo, questo Gazurmah, il quale è generato, voi lo sapete, dall'eroe Mafarka senza l'intervento piacevole della signora donna, il quale nasce da un re eroe senza il mistero eterno, immutabile dell'amore, questo Gazurmah ha ancora quelle tali famose parti che sembrerebbero non più necessarie alla generazione dell'eroe. «Perchè?»
Ma perchè, per Bacco, o signor rappresentante del P. M., ma perchè voi che avete saltato tutto ciò che poteva dar senso a quest'opera, perchè vi siete dimenticato di un'altra antitesi che alla vostra intelligenza non può essere sfuggita, in quel capitolo in cui si parla--e voi lo avete accennato troppo rapidamente--del viaggio dell'eroe Mafarka agli Ipogei, dove va a trovare la madre e le parla, e le dice: «Ti porto il cadavere di mio fratello Magamal, che è morto di idrofobia per aver combattuto eroicamente: io non l'ho ucciso, madre; non domandare perchè non ho potuto salvarlo, io non sono che io, io sono il fratello che l'amavo e non ho combattuto per la mia ambizione, madre, ho combattuto anche per lui. Un regno, gli volevo dare, e la più bella fanciulla del regno! L'ho difeso sempre, ma egli è morto! Madre, perdonami perchè io soffro, perchè io genererò chi ti compensi di questo strazio.» E allora, signor rappresentante del P. M., giacchè facciamo i miopi, giacchè ci mettiamo gli occhiali della diffidenza e dell'odio, fermiamoci. Ma non c'è antitesi anche qui? E allora, se si vuol distruggere la donna, come, nel momento supremo di questa generazione senza intervento femminile, come ricordarsi della madre e perchè far omaggio alla madre? Ma non è invece da questa antitesi straziante, da questa dialettica eterna che nasce la grande bellezza? Ma l'eroe non è eroe appunto perchè afferma e nega sè stesso: ma non è lo strazio, l'inquietudine, la febbre, il delirio, l'estasi che afferma ciò che è l'eroe? Gli uomini conseguenti, gli uomini precisi, assoluti, sono impiegati di banca, droghieri sentimentali; ma non diventeranno mai dei condottieri di popolo o dei grandi letterati. Allora io sono costretto, non è vero, e domando scusa al Tribunale illustrissimo, sono costretto a far ciò che il P. M. non ha voluto fare. (_Applausi_).
Ma siamo in questa situazione. È facile avvelenare il giudizio degli uomini, non è facile dare l'antidoto; è facile, Signori del Tribunale, sceverare pagina da pagina e dare di un volume un'impressione che possa anche sembrare di disgusto: non è facile in altrettanto pochi minuti ricostruire il volume. Se io volessi fare il malvagio, vi direi: che cosa sono i _Promessi Sposi_?
Primo Capitolo: c'è un prete vigliacco il quale è un porco idiota e pauroso, che cammina con il suo breviario ed è fermato da due bravacci che gli proibiscono di unire in matrimonio la signorina Lucia con il contadino Renzo. Il prete dice di sì! Signori del Tribunale, era necessaria questa constatazione della vigliaccheria del prete, questa esaltazione della prepotenza dei bravacci? Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. Il povero amante Renzo va per le sue nozze con Lucia ed è respinto col latino, il latino dolce, santo, il bel latino della nostra fede infantile, quello che ha accompagnata la grandezza cattolica del popolo italiano: eccolo, questo latino, maculato sul labbro di un vile parroco. Era necessario in uno scrittore cattolico questa profanazione del latino, della santità religiosa? Ma c'è di peggio. Si continua: Renzo si ribella, si ribella e cerca per frode di avere in moglie la sua donna. E c'è persino il consiglio di un frate: fra Cristoforo. Era necessaria, Signori del Tribunale, questa complicità di un frate, di un contadino, di una madre, per la frode al prete? Ma bisognava invece andare a Milano, parlare col vescovo, col cardinale: questo era l'insegnamento di un sant'uomo. Fama usurpata anche quella del cattolico Manzoni! Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. La monaca di Monza, una triste donna, signora del peccato, amante di Egidio, l'assassina della conversa, colei che porta la sua sensualità tormentosa là dove dovrebbe essere precetto la macerazione dello spirito e della carne, l'elevazione nella grande speranza dell'al di là. Ed era necessario che questo martirio dei sensi ci fosse definito in venti, in trenta ed in quaranta pagine, sospendendo l'azione ed allontanando il romanzo dalla sua economia generale, creando quello strano senso di stanchezza di cui vi ha parlato del resto un grande poeta e critico: Vincenzo Monti. Quello sì che era uno spirito acuto, il quale, appena usciti i _Promessi Sposi_, disse: _Non avrà fortuna questo libro, perchè troppo dotto per gli umili e troppo_ _umile per i dotti; è di moralità ipocrita, e perciò non potrà vivere._
Vincenzo Monti, grande poeta, l'avv. Valenzano, futuro grande procuratore del Re, fanno egualmente.
Invece è difficile prendere l'opera di Marinetti e da pover'uomo come sono io cercare di ricostruirla. Come farò? Io ho segnato molte pagine; prendiamone qualcuna a caso: 107. La città del Re Mafarka è assalita ancora dagli eserciti nemici. Ma in qual modo? Hanno mandato innanzi non gli uomini, ma i cani arsi dalla siccità, idrofobi, che hanno la paralisi negli occhi e che corrono all'assalto con la bava alla bocca. Leggiamo (pag. 107-108).
--«Sì è vero...--dice Mafarka--Le sentinelle non si sono ingannate!...», ecc.
O Signori del Tribunale, siamo in piena epopea, anche se non piace al Procuratore del Re.
(_Continua a leggere_).
Io temo di annoiare, se qui ci sia qualcuno dei fischiatori nei comizî dei colleghi futuristi, o qualche mio collega di giornale. Io non sono futurista, nè figlio di futurista, nè solidale in pieno coi futuristi, ma io sento una grande bellezza in tutte le ribellioni, in tutte le audacie, in tutte le novità impensate; sento una grande bellezza nella ricchezza che si dà alla letteratura, non al piacere; sento una grande bellezza in questo giovane signore che esce dai salotti dei commendatori, delle belle dame, che affronta le piazze, che va nei teatri, che si batte, che urla e piange e ride; sento una grande bellezza, in tutto ciò, ed è una grande tristezza che nel regno d'Italia con tanti milioni di analfabeti e di delinquenti, il delinquente che si vuol condannare, si chiami Marinetti! (_Bene! Applausi fragorosi_).
Ora, quante altre cose e tutte belle, tutte strane, tutte diverse, tutte insolite, multiformi, deliranti!... Ma io l'avrei capita un'elegante ferocia del Pubblico Ministero: me l'aspettavo anzi, perchè mi hanno detto ed è certo che è un uomo di ingegno e di cuore. Mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'art. 46: pazzia, pazzia letteraria: ma non mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'articolo solito: oltraggio al pudore, offerta in vendita.
Chissà che cosa ha offerto in vendita il nostro buon amico Marinetti. Egli non è autore di _Mafarka il futurista romanzo_, ma è autore di _Mafarka le futuriste_, romanzo africano, scritto a Parigi, pubblicato a Parigi; libro che fu pensato in un'atmosfera di libertà diversa dalla nostra, non perchè repubblicana, poichè non voglio fare il portoghese, ma diversa dalla nostra perchè secolare, perchè nutrita, perchè sincera; una bella grande civiltà e una bella grande libertà. Egli l'ha pensato a Milano e l'ha scritto a Parigi, e lo ha stampato a Parigi, nella bellissima e sonante lingua francese. Questa è la traduzione del sig. Decio Cinti. Guardate: siamo così fuori del normale che non abbiamo neppure imputato il traduttore; non si è visto se egli ha alterato il testo. Avete fatto il confronto? C'è una mutazione fin nella prima pagina: nel testo originale è scritto: «Romanzo Africano», nella traduzione italiana è scritto solamente: _Mafarka il Futurista_, Romanzo. Cosa è questo avvenimento? Eh! io lo so che cosa è... Quando sorse l'accusa contro Marinetti egli era reduce dai suoi comizî. Al Lirico l'avevano fischiato, come non sono stato fischiato io neppure dai cugini socialisti. Egli era buttato fuori.
La sera dopo va a sentire la lettura di un bel poema, fatta da un uomo biondo, grasso, lento, con voce pastosa, piena di erre e di vocali, e sente un po' di stanchezza, e grida, e lo mandano via un'altra volta. Egli dice: «Io vi piglio a schiaffi tutti!» E il pubblico ride. Gli schiaffi collettivi non offendono l'onore.... E uno solo gli parla, a questo solo per combinazione è sovversivo, e Marinetti dice: «Ebbene, io voglio rendere lo schiaffo, da collettivo, individuale.» E gli dà lo schiaffo, e allora l'altro se ne va perchè ha capito che Marinetti faceva proprio sul serio. (_Applausi_).
Egli va a Trieste: a Trieste ha coperto di fiori non una prostituta, non una dama, ma la madre di Oberdan!... Ed è ritornato con una grande nostalgia dei sentimenti vecchi e passati, questo futurista che non sa forse cosa sia il futurismo; è tornato con l'amore della patria, col desiderio della razza, con la nostalgia delle vittorie italiane. Ha sentito la bellezza del mare veneto, ha ripetuto parole che non sono più dette che dal mio povero e grande amico Barzilai e da qualche mio amico che non sarà mai deputato; egli ha detto un sentimento di riconoscenza che doveva essere un sentimento di gloria, ma ha irritato borghesi, prostitute, donnicciuole, impotenti della vita, povere donne, vecchi cisposi, presidenti delle leghe di moralità, tutta questa gente viscida, bavosa come i cani intorno alla città africana, tutta questa gente che non combatte, che non osa, gente della sesta giornata quando sono cinque, dell'undicesima quando sono dieci, patrioti dell'indomani, patrioti alla conquista del 48, austriacanti per il 1910. Era il furore nel cielo, nell'aria. Il _Corriere_ era d'accordo col _Secolo_, il _Secolo_ d'accordo con la _Sera_, io ero d'accordo coi miei amici, i miei amici erano d'accordo con me, tutti eravamo avvelenati. Egli ci dava noia. Noi non ne vogliamo di questi ingegni: io sono applaudito, ma se parla lui, non mi applaudisce più nessuno. C'è bisogno del grigio, dell'incomposto, del lento. Egli è accusato da solo, prevenuto da solo, trascinato da solo, e deve rispondere in Italia di un libro francese, di cui la traduzione non sappiamo se sia fedele. E questo in Italia, perchè il senso della giustizia non è esatto.
Ma io devo leggere ancora, non più allo scopo di dimostrarvi la bellezza, ma allo scopo di rispondere ad altri: «Era necessario?» Già tutta l'arringa del Pubblico Ministero è stata questa: Era necessario?
Il resto, lo lascerò distruggere dalla sapienza del dire dei miei colleghi e maestri, lascerò che domandino al Tribunale, per esempio, cosa vuol dire il lucro, perchè io credevo che ci fosse solo una cosa indistruttibile: il dogma, il pontefice, l'infallibilità e la santissima trinità. E il dogma non si discute. Ma il lucro intangibile, il lucro dogmatico? Ma come! Vi portiamo dei testimoni i quali dicono: Egli non solo non guadagna, ma spende: questa è la dissipazione della sua vita, ma anche del suo denaro. Ma invece no, il lucro c'è, dal momento che lo ha supposto il Pubblico Ministero. «Io sono indulgente--egli dice--me ne appello a tutti: ho sempre domandato l'assoluzione tutte le volte che non ero in udienza: domani io faccio credito, oggi voglio la condanna: quattro mesi di reclusione e il libro rovinato».
Ah, no! Dategli 12 mesi di reclusione, ma non rovinate il libro. Io credo di conoscere l'animo del mio amico: non gliene importa niente della condanna, purchè la sua opera sia salva. (_Applausi fragorosi_).
Ma continuiamo a leggere per dimostrare che non c'è oltraggio al pudore...
«Era necessario?»
Prendo un'altra pagina. (Non c'è nessuna parte genitale; è Mafarka che va sotto la tenda del re nemico vestito da mendicante):
«La geometria irritata e forcuta di quella tenda regale frastagliava il turchino incandescente del cielo, e i panneggiamenti color marrone, sovraccarichi di conterie verdastre e gonfiati dal vento del deserto, somigliavano, in certi momenti, a vecchie carene coperte d'alghe e di muschi. Sulla soglia stava ritto un negro colossale, completamente nudo, dalla testa massiccia ai larghi piedi. La sua folta capigliatura faceva fluttuare con grazia tutto un giardino multicolore di penne di struzzo e di pavone, ed egli aveva, nello sguardo e negli atteggiamenti, un'aria di eleganza disinvolta, ad un tempo aristocratica e zingaresca, che seduceva immediatamente. Nei lobi delle sue orecchie, erano inseriti due dischetti di legno odoroso. Era costui Brafane-el-Kibir, il capo supremo, che sorvegliava in persona il lavoro di una ventina di soldati seduti in terra e intenti a spalmare di veleni gialli i ferri delle lancie».
È bellissimo, ma non continuo. Credo di avere sottolineato abbastanza questo bisogno di insistenza, questa compiacenza del minuto, questo strazio di rappresentazione esatta, minuta, che qualche volta esaspera l'immagine, che l'insegue perfino e la soffoca talvolta nei particolari. Perchè Benedetto Croce, parlando di Gabriele d'Annunzio, il più grande dilettante di incesti che ci sia in Italia senza sequestri della procura di Milano, di d'Annunzio il quale ha scritto un libro di esaltazione al volo, ma passando attraverso la contaminazione dei fanciulli e delle fanciulle, ha detto, senza sequestro del procuratore del re di Milano, ha detto: Due sono le grandi categorie dei letterati: letterati sintetici e letterati analitici. I letterati sintetici dànno una sola parola per ogni immagine e per ogni sentimento, Dante il più grande: «Quel giorno più non vi leggemmo avante». Mettete qualunque letterato, anche l'immenso Shakespeare, davanti ad un'ora d'amore, ad un bacio di due cognati adulteri e incestuosi, sentirà il bisogno di dirvelo, questo bacio: Dante sosta. Prendete d'Annunzio e troverete la compiacenza perfettamente contraria. Egli deve parlarvi di un bambino che muore? Ebbene: si ferma ad enumerare le piaghe, le rughe, a descrivere gli occhi, la bava: c'è in lui un grande dilettante estetico, un sensibile dell'immagine, e questo piacere rallenta l'ispirazione poetica, ma è la grandezza come la condanna del suo spirito.
Orbene: se vi leggessi non le venti righe apparentemente oscene, con le quali si domanda la condanna di Marinetti, ma le duecento, trecento e più pagine con cui si può, si deve assolutamente domandare l'assoluzione, voi sentireste come questo piacere della complicazione, dell'insistenza, questo piacere, come lo aveva un altro, Alfonso Daudet, che guardava tutto da vicino, come lo ha un altro, Giovanni Pascoli, che sente il giardino, il fiorellino, il canterino, il rosmarino, il frin-frino, finchè si fa cogliere dal _Guerin Meschino_... ebbene: se vi dicessi tutto questo, voi sentireste che non è la compiacenza isolata, non è il vizio, non è il desiderio di complicare l'immagine lussuriosa proprio quando si capita all'immagine lussuriosa, ma è l'evidenza pittorica, è la complicazione dello spirito, è il delirio ispirato, è la sua natura d'artista. Condannate un uomo, ammazzatelo, fate quello che vi piace, tornate alla pena di morte, ma non è lecito diminuirlo: è lecito uccidere ma non diffamare, neppure sotto la toga del magistrato. (_Bene!_).