Part 2
Tempi passati! Ora di fronte a quelle vecchie memorie sorgevano i lussureggianti edificii, la casa di Scauro[22], gli atrî di Crasso[23]. Fu dapprima il bisogno che si sentì di far posto a tutta la popolazione la quale traeva a Roma e di rendere le abitazioni più commode[24]; ma ben presto al puro sentimento dei bisogno si attaccò il lusso e la vinse su quello. «Greci modelli — dice lo Jordan[25] — sia della madre patria che delle colonie dell’Italia meridionale e della Sicilia trovarono un terreno fecondo nella nobiltà romana tutta animata da uno spirito di progresso e tutta penetrata dalla civiltà greca; e le casse dello Stato ricolme e le ricchezze private subitamente moltiplicate allettarono a dotare e lo Stato e la casa delle più belle opere ed ornamenti della più avanzata civiltà greca.» Ma, accanto agli alti e splendidi palagi sorgenti maestosi, si restringevano quasi vergognose le antiche case, asilo alla plebe, alla poveraglia che in folla vi cercava ricetto. Strano contrasto che tolse ogni armonico aspetto alla città fino all’incendio di Nerone[26], e che rendeva materialmente immagine della società romana del tempo. Come nell’aspetto materiale della città, così nell’ordine economico e morale quel che più colpiva era la disparità enorme delle fortune. Il criterio della ricchezza era stranamente mutato: il numerario depreziato, gli aumentati bisogni, le merci rincarite di prezzo, il giro rapido de’ capitali e la febbre della ricchezza, faceano sì che Varrone[27] poteva dire, accennando a’ progenitori che «_quod nunc satis sibi vix putant, lautum [habebant]_.» Lucilio[28] si domandava: _Quid vero est, centum ac ducentum possideas si milium_; e M. Crasso diceva che quegli solo era al caso di chiamarsi ricco, che era in grado di mantenere un esercito[29].
E questa vita di dissipazione, prodotta in gran parte dal modo stesso di acquisto della ricchezza[30], era come una macchina, che prendeva tutti nel suo ingranaggio, divorando sopra tutto le piccole fortune, poichè un antico adagio diceva che «quando il povero prende ad imitare il ricco, va in malora»[31]. Poche volte forse si ebbe tal cumulo di debiti, quanti ne portavano addosso allegramente i più importanti uomini politici e gli uomini più alla moda del tempo[32].
La classe media rósa da’ debiti, sopraffatta dalla grande proprietà, dalla decrescente produzione[33], scompariva portando seco la memoria del buon tempo antico, l’antica temperanza e le antiche virtù. Quella vita di crapule e di disordine, di lusso e di miseria, quel miraggio di oro e quello spettacolo di affamati, aveano finito naturalmente col sovvertire il senso morale, naufrago immane nell’infuriare di sì cozzanti elementi. «Gli avi ed i proavi nostri — diceva l’eterno _ruminatore_[34] Varrone — quand’anche il parlar loro sentisse di aglio e di cipolla, aveano l’anima sana[35].» Ed ora? Si eran fatte _inquilinae_ l’empietà, la perfidia, la impudicizia[36]. Il male pubblico si era insinuato nelle famiglie, sovvertendone la stessa esistenza: «qual bimbo di soli dieci anni non è buono non dico a spegnere, ma a toglier via tranquillamente il padre di veleno?[37]» Al concetto etico della vita s’era sostituito l’ideale del piacere, al criterio morale il senso della più bassa utilità, e sola stella polare, sola bussola e sola guida il danaro. Era l’onda de’ piaceri e delle seduzioni che si allargava, invadendo e chiamando, tra una turba opulenta, avida e prepotente, ed una plebe affamata di godimento e di pane.
[La vita politica.]
La vita politica, che era già da tante cose guasta ed inquinata, risentì tutta l’azione di queste correnti corruttrici e finì di foggiarsi a dirittura sul nuovo stato di cose. Variato era omai il compito della politica romana; variati gli elementi, onde il popolo sovrano ed imperante si componeva. Sino alle guerre puniche il popolo non era stato chiamato a pronunziarsi che sopra cose le quali non potevano di gran lunga oltrepassare la cerchia della sua capacità e delle sue conoscenze. Si trattava di un governo non certo così complicato come si fece di poi e di rapporti con popoli d’Italia, delle cui cose anche il popolo dovea avere men vaga conoscenza che non delle nazioni oltremarine.
Quando invece occorse disporre e regolare le cose del mondo, trattare del contegno da tenere di fronte alle nazioni, di cui il nome si udiva forse a Roma per la prima volta, e del modo di comportarsi in paesi, della cui posizione e della cui natura non era facile nemmeno farsi un’idea; il còmpito era mutato. Alla massa faceva difetto la conoscenza di tutti i fatti, che qui doveano essere presi in esame e la capacità di tirare una retta e sicura conclusione dalla comparazione di rapporti così complicati, ed essa stessa sentiva l’insufficenza delle sue forze a poter formarsi un proprio convincimento sopra cose tanto difficoltose. Era poco lusinghiero, ma non perciò meno giusto, quando il vecchio Catone la paragonava ad un gregge di pecore, di cui ciascuna presa da sola era difficile guidare; ma che messe insieme pecorinamente traevano dietro alla voce del conduttore[38]. E in tutto questo vi era già in germe il fondamento di tutti quei poteri personali che, durati senza interruzione negli ultimi tempi della repubblica ed esercitati solo con maggiore o minore energia, riescirono alla fondazione dell’impero. Nè solo la materia del governo era mutata, ma la natura stessa de’ governanti. Il popolo imperante non era più, come un tempo, composto di quegli agricoltori, di que’ piccoli proprietari che, insieme alla fierezza del nome romano, aveano vivo il sentimento d’interesse alla cosa pubblica, così intimamente connessa alle loro private fortune. Era questo il tempo in cui traeva in folla alla capitale, oltre a tutti gli avventurieri stranieri, il proletariato d’Italia, sedotto dalle largizioni di frumento, ed a quella continua onda rifluente, la città, in un’esuberanza di crescenza, si espandeva anche oltre la cerchia dell’antico pomerio[39]. Schiavi emancipati a frotte, per motivi specialmente economici se vecchi, ed in ogni modo per l’invalso spirito di prodigalità e per intenti politici, inquinavano la massa del popolo; e il popolo romano, questo popolo innanzi al quale piativano popoli e re, era formato, come ben dice uno scrittore, «di signori del mondo che erano in imbarazzo pel pane quotidiano e doveano appartenere a chi li sfamasse[40]. Di qui quella corruzione elettorale, che assunse proporzioni straordinarie e prima timidamente tentata, si affermò poi sfacciata alla luce del sole.» Che cosa può esservi di più efficace — diceva Nevio[41] — quando parla il danaro? — E Varrone[42]: «Dove prima erano comizii, ora è mercato.» «L’oro annebbia gli occhi non meno del puro vino.»
[La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie.]
La corruzione elettorale giunse a tal punto che palesemente venivano mercanteggiati i voti e fatte distribuzioni per accaparrarli: quello di agente elettorale divenne un mestiere e i _nomenclatores_, i _divisores_, i _sequestres_, i _deductores_ divennero una parte integrante della nuova vita pubblica romana[43]. Oltre alle corporazioni già esistenti le quali, come più tardi nelle elezioni municipali di Pompei[44], prendevano viva parte alla lotta elettorale, se ne costituirono delle altre con l’unico scopo di brogliare nell’elezioni, che disciolte sempre ripullulavano.
Dice Carlo Marx: «Col diffondersi della circolazione delle merci cresce la potenza del danaro, omai già compiuta, assoluta forma sociale della ricchezza. «L’oro è una cosa mirabile. Chi lo possiede è signore di tutto quello che vuole. Con l’oro si possono perfino mandare le anime in paradiso (Colombo, _Lettera della Giamaica_, 1503).» «Poichè non può scorgersi quello che si è trasformato nel danaro, tutto, sia merce o non sia, si trasforma in danaro. Tutto diviene oggetto di compera e di vendita. La circolazione diviene la grande storta sociale, in cui tutto va a finire per riescirne ancora _cristallo-moneta_. A quest’alchimia non resistono nemmeno le ossa de’ santi e meno che mai le meno grossolane _res sacrosanctae_, _extra commercium hominum_. Come nella moneta è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, alla sua volta, come un radicale livellatore, essa cancella tutte le differenze. Ma la moneta è anch’essa merce, una cosa materiale che può divenire proprietà di ognuno. Così la potenza sociale diviene potenza privata di un privato. Perciò la società antica la denunzia come lo strumento del traffico del suo ordinamento economico e morale»[45].
D’allora nessuna colpa fu tanto grave in un candidato quanto la povertà o l’avarizia. L’edilità imposta e richiesta con pari ardore (_furiosa aedilitatis expectatio_) era la misura della larghezza de’ candidati[46]. E dalla lebbra nuova poteva dirsi ormai che nessuno quasi andasse immune; era l’ambiente che s’imponeva e Cicerone cominciava perfino a fare delle distinzioni scolastiche tra _beneficenza_ e _corruzione_. Una elezione importava una spesa talvolta ingente, capace di assorbire un patrimonio; e non si recedeva innanzi ad esso. Gli è che l’ambizione e l’avarizia si davano insieme la mano, e nel danaro oggi profuso per comprare la carica, i più vedevano la posta che domani avrebbe reso il cento per uno; e le ricchezze profuse nel foro sarebbero tornate in casa centuplicate ne’ vascelli carichi di oro e di tesori artistici, che facean vela da’ porti delle smunte provincie. Roma ebbe i suoi _politicians_, che della vita pubblica si facevano una professione, gente che Lucilio[47] vedeva:
_a mane ad noctem festo atque profesto_ _totus item pariterque die populusque patresque_ _iactare indu foro se omnes decedere nusquam,_ _uni atque eidem studio omnes dedere et arti_ _verba dare ut caute possint, pugnare dolose_ _blanditia certare, bonum simulare verumse_ _insidias facere, ut si hostes sint omnibus omnes._
La corruzione elettorale e la dilapidazione delle provincie erano come i due estremi di una linea, che ripiegandosi su sè stessa, formava un circolo chiuso ed il più vizioso che mai fosse. Si corrompeva per ottenere la carica e si voleva la carica per fare una fortuna: e si pensava e si diceva palesemente che delle ricchezze smunte occorreva far tre parti: una alle spese fatte per ottenere la carica, un’altra a’ giudici per ottenere l’impunità ed una terza per serbarla a sè stesso. Per il ceto senatorio poi l’una cosa e l’altra erano il mezzo non solo di mantenersi al potere, ma di rendere ancora più serrata l’oligarchia, effetto infallibile del nuovo stato di cose.
Il ceto senatorio, escluso da’ commerci[48], comunque indirettamente partecipasse alle associazioni assuntrici di gabelle ed imprese pubbliche, pure se voleva rifornire l’esauste fortune, o rendere ancor più opulento l’avito patrimonio, a niente altro e a niente meglio poteva ricorrere che al governo provinciale. La via regia della fortuna, della potenza, che dava amici e stato e mezzi e fastigio e proseliti era quella. Fu dal governo della Spagna, onde Cesare[49] uscì mondo della enorme colluvie di debiti e rifatto a nuovo e provveduto di mezzi per meglio apprestarsi a giocare il suo ultimo dado. Esempi come quelli di Caio Gracco che poteva dire di aver riportati vuoti dalla provincia i sacchi che vi avea portati pieni d’argento[50], o di Catone che partiva per la Spagna accompagnato da non più che tre servi e condivideva il cibo e la bevanda de’ barcaiuoli[51]; erano certamente esempii ben rari. Chi poneva invece freno all’avidità di altri, avidità in molti naturalmente fomentata dalle condizioni de’ tempi e fatta seconda natura? Era il male comune che, penetrato nell’organismo, si spandeva per ogni sua parte ed in ogni forma, come fatale principio di dissoluzione. Ed invano, invano contro il fato irrompente si agitava il manipolo de’ conservatori, di cui il tipo più noto e più rigido è rimasto Catone.
Per noi, cui, a tanta distanza di tempo, è lecito abbracciare i fatti nel loro complesso e col sèguito di tutte le loro conseguenze, questo spettacolo di corruzione e degenerazione non è che uno de’ lati di uno de’ più grandi fenomeni che mai presenti la storia. A noi Roma, pur in quella sua nuova vita, appare come il gigante, che ad ogni passo si sentiva crescere e fu alfine sì alto che potè abbracciare il sole e confondersi in esso. Mentre la Roma antica innovandosi scompare, noi vediamo alla Roma metropoli del Lazio e d’Italia succedere a poco a poco Roma capitale del mondo. Sotto il velo dell’infinita corruzione vi è Roma che stringe a sè di un infinito e lungo amplesso il mondo per dargli il suo spirito, improntarlo di sè e confondersi in esso. E in questo, che è il necessario prodotto della storia, par quasi di vedere un tratto di consapevole ascèsi; quasi che essa, martire volontaria, accogliesse in sè tutti i vizî, tutte le corruttele, tutti i germi di perdizione dell’universale, per improntarlo in cambio di sè e infondergli il forte suo alito vitale e fonder meglio le divise nazioni spargendo il seme raccolto della antica civiltà. Sicchè quanto vi era di basso e d’impuro passa e scompare nel tempo, e nel tempo cade quanto vi era di vecchio; e quel che era imperituro rimane, e dalla solenne comunione si schiude il tempo novello.
Ma a chi allora si guardava d’intorno, senza la visione del futuro, ed avea occhi per abbracciare tutto il complesso dello immenso baccanale, quello spettacolo di decadenza dovea sembrare la fine di tutto, dove tutto irrimediabilmente andava a perire. Quello spettacolo dovea sembrare, come parve più tardi a Giovenale, l’ultima orgia gigantesca, in cui il mondo soggiogato, come il dèmone della voluttà, si vendicava del conquistatore soffocandolo nell’estasi stessa del piacere. Ed era l’indignazione, fatta verso, che prorompeva dal cuor de’ poeti; la rampogna che si faceva via nella voce degli oratori allo spettacolo della patria decadenza, od un supremo movimento di disprezzo, che di fronte alla indegna prepotenza, alla forza cinica soverchiante, era ultima arme all’oppresso, e faceva sì che in una rivolta dell’orgoglio impotente, cui la speranza del trionfo vien meno, Giugurta, volgendo le spalle alla città odiata, tutta avvolta nell’ebbrezza della vittoria e del piacere, gettasse al vento, come la freccia del Parto, le memorande parole: «O città venale, che venderesti te stessa, se trovassi un compratore[52]».
II.
PRAEDIA POPULI ROMANI
[La formazione delle provincie.]
L’impero romano, quale noi abbiamo imparato a conoscere e studiare nella sua immensa compagine, è creazione tanto vasta che nè un uomo nè una generazione poteva concepirlo; ed anche un uomo di genio qual’era Publio Cornelio Scipione[53], per altra politica non combatteva, se non per dare a Roma, piuttosto che il dominio, l’egemonia degli Stati che cingevano il bacino del Mediterraneo. All’impero del mondo i Romani giunsero in parte inconsapevoli, o tratti dagli eventi[54]. Guerre o intraprese sotto l’impero della necessità, o sorte d’improvviso, e le une e le altre vittoriosamente compiute avean dilatata la potenza romana. Per ciò stesso uno stabile impero, una vera amministrazione provinciale tardò ancora a sorgere. Quel vasto ordinamento, quella organica irradiazione del potere di Roma per tutti i paesi del suo dominio, che ridotto poi in forma più perfetta ma non diversa, durò sì lungo spazio di tempo, si venne formando qua e là, senza un preconcetto disegno, volta per volta, per assicurare le conquiste, mantenerle, stabilire un ordine nel paese. La stessa parola provincia, adoperata poi nell’uso comune e non altrimenti intesa se non come una regione con certi confini soggetta all’amministrazione di un magistrato ad essa preposto, era già nella lingua latina, e veniva adoperata per indicare l’insieme delle funzioni il cui adempimento era affidato ad un dato magistrato. Ed appunto col ridursi sotto la stabile competenza di uno speciale magistrato, le regioni conquistate usurparono più particolarmente quel nome.
[Il diritto di guerra.]
La guerra, tristissima delle eredità a noi trasmesse a traverso i tempi, ha nondimeno mutato d’indole e di forma, e con l’indole e la forma son mutate anche le sue conseguenze. La guerra è oggi per noi, almeno nella maggior parte de’ casi e nelle sue cause apparenti, l’effetto di una triste ed inevitabile necessità, l’_ultima ratio_, cui è giocoforza ricorrere per dirimere una controversia, che altrimenti non ha potuto essere sciolta. E la guerra non è diretta ad altro che a costringere l’altro stato belligerante a rispettare un diritto conteso o fare l’ammenda della sua violazione; e come tale la guerra si fa tra uno Stato ed un altro, rispettando, come più e fin dove è possibile, tutto ciò che è di diritto privato. Tutt’altro era la guerra nell’antichità. Essa era un mezzo legittimo di acquisto, una naturale esplicazione di una esuberanza di forze e di vitalità, che cercava fuori l’appagamento ad essa non più consentito nel ristretto suo campo. Questo diritto del più valente e più forte ad esercitare la signoria sul più debole e meno capace, era così naturalmente insito nella civiltà antica, ch’essa ne informò la sua religione ed i suoi miti, ne trasse il primo fondamento delle sue leggi e l’elevò a teoria per bocca del più grande de’ suoi filosofi[55]. Lo svolgimento naturale dell’umanità, del diritto naturale e delle genti modificò in qualche modo, a lungo andare, la figura più arcaica della guerra, in quanto era una pura ed arbitraria impresa di briganti o di pirati; ma la modificò in un certo senso soltanto. La necessità di assicurare le proprie cose indusse ad assicurare quelle di altri contro ogni minaccia di propria violenza; ed una guerra non potè a questi essere più indetta se non con forme determinate od in virtù di motivi, almeno in apparenza, giusti. Ma con coloro, con cui non si era mai venuto ad accordi e per questa semplice ragione erano _hostes_, il caso era diverso; ed in ogni modo, entrati una volta in guerra con chiunque si fosse, tanto poteva acquistare una parte, tanto ritener l’altra, quanto a ciascuno consentisse la propria forza; ed altro schermo non v’era. La guerra era di popoli contro popoli, d’individui contro individui: la condizione giuridica, la buona norma della guerra era questa che a lotta finita le persone de’ vinti, i loro beni, il loro territorio, tutto divenisse preda del vincitore.
I Romani poterono nel muovere guerra, anche rinnovando spesso per proprio conto la favola del lupo e dell’agnello, dare apparenza di guerra giusta alle loro imprese; ma è sotto l’impero di que’ principii che governarono la guerra, nè parve mai che la vittoria desse loro meno diritti di quelli, che da quei principii scaturivano. I paesi conquistati divennero null’altro che _praedia populi Romani_[56], e il diritto della conquista fu così intimamente sentito e così inflessibilmente applicato fino alle sue ultime conseguenze giuridiche, che un diritto di proprietà da parte de’ provinciali sul suolo propriamente provinciale fu ritenuto impossibile; chi l’avea, dovea considerarsene semplicemente possessore od usufruttuario, perchè il dominio era, prima del popolo romano soltanto, poi del popolo romano e dell’imperatore[57]. Perfino le terre rivendute per conto dello Stato erano rivendute sotto tale espressa condizione che potessero trasmettersi od anche alienarsi, ma un _vectigal_ reale o nominale era l’impronta del dominio dello Stato[58].
Se la conquista avesse avuto luogo su campo meno vasto e i Romani si fossero trasportati, come popolo, sulle terre de’ vinti, i provinciali sarebbero stati mutati in tanti servi della gleba.
Ma la vastità del nuovo dominio, l’organismo dello Stato romano non permisero già di porre in atto fino alle ultime loro conseguenze que’ principii, che pure astrattamente si mantennero per tanto tempo inflessibili. Oltre di che, ciò era consigliato anche da una buona politica, ed i Romani amavano in certo modo, più che seguire, ostentare come un senso di giustizia superiore, un sentimento di generosità e di cavalleria. Proprio come disse di poi il loro poeta nazionale, nel portare intorno la guerra avean l’aria di volere imporre il regno della pace, debellando i superbi, essendo buoni con gli umili. Ne’ discorsi di Livio è una costante preoccupazione quella de’ generali romani di far sì che a tutti sembri come le armi del popolo romano non portano a’ liberi la servitù, ma rendono a’ servi la libertà[59]. Il primo atto de’ romani riguardo agli Illirii ed a’ Macedoni è quello di dichiararli liberi[60]. Scipione in Africa, pur dicendo di aver la vittoria in pugno, non rifugge dalla pace «perchè tutte le genti sappiano che il popolo romano con senso di giustizia imprende e similmente compie le guerre»[61]. Quindi anche a far meglio dimenticare gli orrori della guerra, i saccheggi, il pingue bottino viaggiante alla volta di Roma, se casi speciali non imponevano esempii di solenne severità, si faceva uso di magnanimità (_mansuetudo et abstinentia_): si faceva di più; perchè con l’apparenza della libertà il giogo de’ nuovi padroni sembrasse meno gravoso di quello de’ vecchi, si lasciava questo immutato od anche si alleggeriva[62], sicchè diventasse anche più sopportabile la soma dalla speranza e dal cambiamento fatta più lieve.
[Le conseguenze della conquista.]
Tutto il territorio in generale diveniva proprietà dello Stato, ma in realtà lo Stato non riteneva per sè, sotto il nome di _ager publicus populi Romani_, che il territorio già di proprietà del governo locale cui succedeva, di città che, per aver opposta assai fiera resistenza od aver mancato di fede, venivano in pena private di tutto. Tale territorio distribuito in parte a’ coloni Romani, come fu il caso di quelli dedotti in Africa da C. Gracco, o venduto, come è cenno nella _lex agraria_ del 643, diveniva _ager privatus_ con le sue varie classificazioni e modalità; mentre un’altra parte, rimanendo sempre di proprietà pubblica, veniva poi locata nell’interesse dello Stato da’ censori[63].
Fuori di questi casi, il territorio diveniva e veniva dichiarato, soltanto per la sua definizione giuridica, proprietà del popolo romano; ma questo lo rendeva, lo restituiva[64] agli antichi proprietari, sottoponendolo ad un tributo di forma diversa, che, oltre a’ suoi vantaggi economici, rimaneva come il segno del diritto di proprietà del popolo romano ed era la caratteristica del suolo provinciale. La teoria astratta di questi rapporti giuridici è di posteriore formazione; ma essa tende a spiegare, legittimare e completare tutto uno stato di fatto, da cui si sviluppa.
[La _lex provinciae_.]