Chapter 5
--Che c'è?--che c'è, birbanti!--urlò Lucertolo, staccandosi dalla cantonata alla quale stava appoggiato.--Tu, canaglia--disse, acciuffando pei capelli il giovinastro, che aveva lasciato nella stanza il berretto cadutogli durante il tafferuglio--sei in contravvenzione al precetto. Che fai qui e a quest'ora? E tu, Astrologo--disse, rivolgendosi all'uomo più adulto--fai all'amore da capo con la prigione?... Ti contento subito!
Il birro prese per mano i due vagabondi, stringendoli ai polsi con le sue dita di acciaio, come fra le morse di una tanaglia, e li ricondusse dentro la stanza da cui uscivano.
--Che cos'è stato?--domandò Lucertolo, dopo avere cacciato i due litiganti in mezzo alla stanza, e aver richiuso l'uscio.
--Nulla... io credevo che scherzassero!--rispose la Sguancia, alzandosi dalla panca su cui era seduta.
--Ho capito io quel che bisogna fare perchè finiscano questi scherzi!--esclamò Lucertolo in tuono minaccioso.--Ci vuole un rapporto all'ispettore... ottener l'ordine che la casa sia chiusa.
--Ma perchè, Lucertolo?--rispose la paffuta zitellona.--Mi pare--proseguì, accostandosi al birro per non esser udita dagli altri due--che non mi sono mai rifiutata in tante occasioni ad aiutare la polizia...
--Bene! questo si chiama parlare!--rispose Lucertolo, in tuono reciso.
Poi, guardando con occhio torvo i due ribaldi, che erano stati la sua provvidenza:
--Voialtri andate per ora!--disse loro.--Con vostra licenza verrò più tardi a farvi visita io!... E state sicuri che saprò ritrovarvi!
I due non se lo fecero ripetere e sgattaiolarono via, come se avessero alle spalle il boia, che li frustasse.
--Ed ora a noi, Sguancia!
Pronunziando queste parole Lucertolo era andato a sprangare l'uscio, e si era seduto sulla panca accanto alla donna.
--Che cosa volete?--domandava la triste mezzana, guatando il birro con occhi imbambolati.
--Ehi, biondina!--disse il birro con malizia ironica e con un piglio che non ammetteva repliche--non sono qui per far la celia!... O rispondi alle mie domande, o fra dieci minuti ti sbatacchio davanti al Commissario.
La mezzana rabbrividì.
--Ma io sono qui al vostro comando, Lucertolo,--rispose balbettando.
--Capisco!.... Ti devo dunque dire che la polizia ha ricevuto molti rapporti contro di te.
--Contro di me!--interrogò con un affettato stupore la baldracca scozzonata.
--Contro di te, appunto!
E Lucertolo fissava gli occhi in quelli di lei.
--La scena avvenuta ora è una delle tante che si ripetono spesso in questo luogo, che sono occasione di scandalo, una vergogna per tutto il Mercato... La gente si lamenta e ha ragione... Questo è il riparo di tutti i peggiori arnesi di Firenze...
--Io però vado di tanto in tanto a denunziare al capo agente del quartiere chi viene qui, che cosa fanno, che cosa dicono...
--Senti, Sguancia--ricominciava il birro in modo più amorevole, quasi mostrando una certa premura verso di lei--già che mi trovo qui, voglio dirti per tuo bene una cosa.
--Dite! dite!--insistè la donna, che già era presa dallo spavento; tanto la polizia ne incuteva allora ai malviventi.
--Ti pende sul capo un gran castigo!... Non mi meraviglierebbe che un giorno o l'altro tu fossi chiamata al Commissariato di Valfonda, stesa sulla panca e...
Il birro fece un gesto, imitando uno che menasse colpi...
--Gesummaria!--ripetè la Sguancia inorridita, e portandosi le mani al viso.
--C'è qualcuno, io credo, che ti ha fatto la spia...
La donna dette uno scatto sulla panca.
Essa aveva la mano in tante turpi azioni, che mille sospetti la assalivano di un tratto.
--Che dite? che dite?
--Dico che tu, disgraziata, sei già segnata nel _Libro Nero_.
Queste parole bastavano allora a far rimescolare il sangue alla gente grossolana.
La Sguancia non aveva più fiato, non poteva più spiccicare parola, la lingua le si era attaccata al palato.
--Si pretende... sta' bene attenta--continuava il birro con aria tragica, e stringendo in modo febbrile le rozze mani della donna, che squassava con forza--si pretende che tu sia complice...
--Complice?--esclamò la donna, gettando un grido di raccapriccio.
--Complice del delitto commesso qui nel Vicolo la sera del 14 gennaio...
La Sguancia era divenuta livida.
--Complice!--ripetè la donna, dopo un istante.
Aveva appoggiati i gomiti alla rozza tavola sulla quale ardevano due candele di sego, e si copriva il volto con le mani carnose.
Poi, avvezza com'era al mentire, piena di diffidenze, consumata nelle male arti, un'idea le balenò: che cioè il birro non sapesse nulla della verità, e volesse sobillarla.
--A che pensi?--disse Lucertolo buttandole giù una mano, e guardandola in faccia.
La vide molto conturbata, e capì l'effetto delle sue parole.
--Penso--soggiunse la donna in apparenza più calma--che ci sono dei mascalzoni... e chi sa per qual fine, a sfogo di quale vendetta... mi calunniano, mi vogliono rovinare...
E teneva d'occhio Lucertolo.
Il birro comprese che per quel momento la donna gli sfuggiva.
--Ma io non ho paura!--ripetè la Sguancia alzandosi.--Chi tentò d'ammazzare il signore, trovato steso qui nel vicolo fu il birbante di Nello. Ormai è stato giudicato... E come si può credere ch'io sia stata sua complice?
--La sbagli! La sbagli!--esclamò Lucertolo--Il pericolo nasce da questo: che si comincia a dubitare che Nello sia innocente, vittima di qualchedun altro... e se il sospetto si propala...
--Che sospetto?
--Vedi, Sguancia, io non ti dovrei parlare come fo; noi siamo obbligati al segreto; ma io ti vorrei salvare, perchè... insomma... anch'io comincio a dubitare che certe spie abbiano ragione.
--In che cosa?
--Si racconta che l'assassino sia stato un altro... uno, che bazzicava in questa casa... che la sera del 14 gennaio, dopo aver tirata la coltellata, sia entrato qui...
--Che orrore! che orrore! come si possono dire queste infamie? Non l'avrei subito denunziato?
--E anzi l'assassino nel venir qui era tutto insanguinato...
La Sguancia allibiva.
La brutta scena a cui aveva assistito in quella sera, ormai lontana, le tornava ora alla memoria nel modo più spiccato.
Rivedeva Bobi Carminati nella piccola cucina, che chinato sulla catinella, si lavava il sangue.
Fu per tradirsi, ma soffocò a tempo il grido che voleva proromperle dal petto.
Lucertolo notava tutti i movimenti della donna, i più lievi cambiamenti della sua fisonomia.
Una voce chiamò la Sguancia dal piano di sopra.
La voce giungeva in buon punto.
La Sguancia fu chiamata una, due, tre volte.
--Salgo... e torno subito--disse al birro, lieta di sottrarsi anche per un momento alle incalzanti domande e di avere il tempo di riflettere, e preparare altre risposte.
Lucertolo, rimasto solo, si mise a pensare.
Le sue parole avevano prodotto sulla donna grande effetto.
Si era confusa, era impallidita, aveva tremato.
Dunque egli si accostava alla verità; questa volta dirigeva bene le sue ricerche e sarebbe giunto ad un buon resultato.
La trepidanza con cui la Sguancia lo aveva ascoltato gli rivelava che egli non si era ingannato nel descrivere il modo onde l'assassino era entrato alla Palla la sera del delitto.
E restava assorto nelle sue meditazioni.
La polizia è fidente: i suoi agenti obbediscono talvolta a ispirazioni che sembrano inesplicabili, ma che essi attingono naturalmente alla pratica della loro professione, ad un certo sentimento, che è in essi acuito, perfezionato dall'esperienza. Così alcuni agenti, visitando talvolta il luogo dove fu compiuto un misfatto, anche alcuni mesi dopo l'avvenimento, sono riusciti a ricostruire, con indizii i quali sarebbero sfuggiti ad ogni altro, la storia di un delitto dei più tenebrosi.
Lucertolo immaginò che l'assassino, se era entrato alla Palla la sera del 14 gennaio, doveva avervi lasciato traccie.
Cercò di ripristinare la scena in tutti i suoi particolari.
Quando l'assassino era entrato, nessuno doveva trovarsi di certo nella stanza d'ingresso.
Se avesse udito rumori, se avesse sentito che vi si trovava gente, egli non avrebbe spinto la porta, sarebbe anzi tornato indietro.
L'assassino era insanguinato!
Naturale che il suo immediato pensiero, entrando, fosse stato quello di far sparire i segni che lo accusavano.
Al primo piano non era di certo salito perchè sempre frequentato.
Era lecito supporre che egli si fosse subito diretto alla cucina.
E, dominato dal suo pensiero, Lucertolo prese una delle candele sulla tavola e si avviò alla cucina, tale e quale come aveva fatto il pompiere Bobi Carminati la sera del 14 gennaio, dopo aver colpito la sua vittima.
Arrivato in cucina, Lucertolo cominciò a fiutare per tutto, a rifrustare ogni angolo.
La cucina era sucida, mandava fetori, l'acquaio, il camino luccicavano per l'untuosità ai crassi bagliori della candela di sego.
Guardò prima l'acquaio. Per tutto dove la pietra fa orlo si vedeva un fitto strato di fimo, formatosi con le scolature delle acque putride, delle sostanze oleose, non rimosse col granatino.
Lucertolo si mise a grattare quel fimo aderente alla pietra verso il reticolato.
A un tratto vide una materia rossastra.
Allora raccolse tutti quegli atomi rossi, e li gettò, a uno a uno, sopra un pezzo di carta.
Arrivò così a scuoprire la pietra, sulla quale vide ben chiara l'impronta di un grosso spruzzo di sangue, che vi era rimasto accagliato, penetrando a traverso le altre materie, che aveva imbevute.
La sera del delitto Bobi si era lavato due volte, e la prima volta, allontanando da sè il cane, che si accostava a lambire la catinella, avea gettato il liquido denso di sangue nell'acquaio, e andando giù a fiotto, sbattendo nell'angolo della pietra presso il reticolato, alcune particelle del sangue vi si erano fermate, infiltrandosi per le altre materie.
--Oh!--esclamò Lucertolo a tal vista, alzando il labbro superiore, con espressione di vera meraviglia.
Osservò ben bene la macchia, poi la ricoprì subito con altra di quella sozzura.
Non bisognava distruggere tale indizio, se pur fosse un indizio!
Intanto chiudeva nel foglio accuratamente gli atomi insanguinati, e si metteva il foglio in tasca, riserbandosi di sottoporre il contenuto agli esami di persone più autorevoli di lui, e di valersene come sarebbe stato meglio.
Frugò tutta la cucina, infuriato, quasi un ladro che stesse in timore di esser sorpreso; gli premeva di non farsi trovar lì dalla Sguancia.
E teneva sempre l'orecchio teso verso la scala per sentire se ella scendesse.
Non trovò nulla, e stava per uscire, quando a un tratto vide una catinella sbocconcellata, e screpolata, in un angolo del camino.
La prese, la guardò; niente che attraesse la sua attenzione.
La catinelletta era piena di cenere.
Gli venne in mente di rovesciarla.
O stupore!
Qua e là, in varii punti, nella parte sottoposta della catinella vi erano macchiuzze, appena visibili, di sangue rappreso. La catinella non era mai stata lavata.
E, in mezzo alla cucina, tra le profonde anfratture, gli screpoli dei mattoni, rimovendo gli straticelli di lordure, che vi si erano addensati, Lucertolo, guardando bene, vide nuove e corrose e scolorite macchiuzze di sangue.
Non poteva più dubitare!
Egli non si era ingannato nelle sue previsioni.
L'assassino era venuto lì di sicuro la sera del delitto.
Prese la catinella, la nascose sotto il tabarro, e andò via.
Pensò che il più savio partito era di rimettere ad altro tempo il colloquio con la Sguancia.
Ora gli dava martello la traccia sanguinosa del piede scalzo.
Si recò nella prigione, paragonò le misure, che aveva preso, col piede di Nello.
Le misure non corrispondevano.
Il piede di Nello era più lungo e più affilato.
Occorreva confrontare le misure col piede di Bobi Carminati.
Come fare?
Pochi giorni appresso, Lucertolo si recava a Campi, dove si celebravano feste popolari, cui dovevano accorrere i _famigli_ di tutta la squadra dei dintorni per vigilare; Lucertolo v'incontrò, infatti, il Carminati.
Si accompagnò con lui, gli guardò il piede, ma neppure il piede del Carminati corrispondeva alla misura.
Il piede scalzo, che si era posato sul tappeto, era un piede più grosso, quasi quadro, e cortissimo.
Il Carminati aveva il piede lungo e assai stretto.
Dunque nè Nello, nè il pompiere erano entrati nella stanza del Vicolo della Luna la sera del 14 gennaio.
O chi vi era entrato?
V.
Circa tre settimane dopo i fatti da noi narrati, Lucertolo si trovava una sera sulla Piazza del Granduca: oggi soltanto: _Piazza della Signoria_.
Tra le quattro e le cinque pomeridiane, la Piazza era frequentatissima: vi si affollavano operai, impiegati, le _coglie_, come si chiamavano allora i giovanotti eleganti, le più vispe donnette del popolino, le serve coi bambini, qualche prete, e, diremo più sotto il perchè, tutti i soldati.
Intorno al castello mobile dei burattini, collocato di solito rimpetto alla fonte del _Biancone_, si affollava la gente, e dava in grandi scrosci di risa.
Il castello era formato da quattro tavole unite insieme e coperte all'esterno da un rozzo panno.
Ad una certa altezza, quasi l'ordinaria altezza di un uomo, sul dinanzi del castello era praticata un'apertura, che raffigurava un piccolo palcoscenico.
Un uomo nascosto tra le quattro tavole, faceva agire sul palcoscenico i suoi bizzarrissimi attori, e una donnaccola girava tra i gruppi degli spettatori, tendendo un piccolo vassoio, sul quale gli scioperati gettavano un quattrino, due quattrini.
Finito lo spettacolo l'impresario se n'andava, camminando in mezzo alle strade, sempre dentro al suo teatro.
Qua e là per la piazza erano i bruciatai, i lupinai, i venditori di ciambelle e di sommommoli caldi e tutti urlavano, davano in lazzi, facevano affari eccellenti.
Verso la cantonata di via Calzaioli, davanti a un vetusto usciolino, che si vede tuttora, e che rammenta l'antico livello della Piazza più basso dell'attuale, metteva banco ogni sera un venditore di cannelloni, conditi con cacio romano e pepe, a una crazia la porzione, delicatamente servita in un piattino coperto da altro piattino.
Sul banco del venditore erano in gran numero forchette di ferro.
La povera gente, gli operai, si accalcavano al banco: il venditore smerciava perfino duecento porzioni del suo manicaretto in una sera.
Alcuni avventori, preso il piatto e la forchetta, si allontanavano dal banco, si mettevano vicino alle case, e voltati verso il muro, diluviavano allegramente.
Era quella l'ora della ritirata militare!
Dopo le _ventitrè_, quando la Piazza cominciava a popolarsi, arrivavano i drappelli de' suonatori di tamburo e di pifferi, addetti al corpo dei granatieri acquartierati nel forte di Belvedere, o a quello dei fucilieri, accasermati nella fortezza da Basso, arrivavano i tamburi dei Veterani, acquartierati nello stabile della Zecca, con ingresso in Via Lambertesca, le trombe dei dragoni alloggiati nel Corso dei Tintori, dei Cacciatori a piedi e dei Cacciatori volontarii.
Tutti si riunivano alla Gran Guardia, schierandosi sulla gradinata maggiore del palazzo della Signoria, dove giornalmente stava di servizio una compagnia di linea, circa 80 uomini fra ufficiali, sott'ufficiali e soldati.
Alle ventiquattro precise, la Milizia si metteva in parata e gli strumenti suonavano.
Dopo il «presentate arme», i soldati di servizio, portando la mano al gasco, facevano la seconda preghiera della giornata, poichè la prima era fatta allo scocco del mezzogiorno.
Il capo-tamburo maggiore, che di tanto in tanto lanciava e riprendeva per aria, molto destramente, una gran mazza con grosso pomo d'argento, si poneva alla testa dei suonatori di tamburo, di pifferi, e dei trombettieri, e comandava diverse evoluzioni attorno alla Piazza.
Andavano loro innanzi frotte di ragazzacci, che messi in ruzzo dai rulli de' tamburi, dagli squilli delle trombe, dalle note acute dei pifferi, si davano con smania a far di quelle capriole, conosciute nel loro gergo col nome di _cameruzzoli_.
Spesso un ragazzo o l'altro rotolava per terra, e incontanente si rizzava, richiamato a migliori consigli dai calci, che prodigava un celebre comandante di piazza, il quale, adempiendo al suo ufficio, precedeva ogni sera, senza sguainare la sciabola, il capo-tamburo al momento della ritirata.
Era questa forse per il pubblico una delle parti più attraenti del curioso spettacolo.
Fatto il giro della piazza, i drappelli si separavano all'imboccatura di Via Calzaioli, e, suonando, muovevano ai rispettivi quartieri.
La descrizione, raccolta da uomini provetti, e che furono più volte testimoni di simili scene, crediamo debba essere esatta.
Una sera del decembre, come abbiamo detto, Lucertolo si trovava nella Piazza e girava tutto stranito in mezzo alla folla, con le mani nelle tasche profonde della sua carniera di velluto, e col bastone sotto l'ascella del braccio destro, nel suo favorito atteggiamento.
Una strana notizia correva quella sera di bocca in bocca.
Nella giurisdizione del Capitan Bargello di Brozzi era avvenuto un fatto sinistro.
La notte innanzi due famigli perlustravano lungo la sponda dell'Arno, all'aperta campagna.
Il fiume era grosso, minacciava di straripare.
I famigli avevano tutti e due una lanterna.
Ad un tratto sentono un rumore, fatto da persone che correvano, e che senza dubbio, accortesi della presenza dei famigli, aveano gettato a terra qualche cosa, che era caduto con strepito, e si eran fermate.
I famigli, insospettiti, chiuse le lanterne, per non esporsi a servir di mira a colpi di sassi, o a colpi anche più micidiali, avevan fatto più volte le loro intimazioni.
Nessuno rispose.
Si trattava certo di delinquenti.
Allora Bobi Carminati, uno dei famigli, sparava in aria il suo schioppo, come se volesse impaurire i malandrini.
Non sì tosto sparato il colpo, il Carminati e l'altro famiglio avevano cambiato posizione appostandosi pian piano dietro a due alberi.
L'ispirazione era stata ottima.
Due altri colpi di schioppo furono quasi subito sparati dai malandrini in direzione del luogo, che i famigli avevano così cautamente abbandonato.
I due birri, o famigli, stavano nascosti sotto una siepe l'uno accanto all'altro.
--Che cosa dobbiamo fare?--disse Bobi Carminati al compagno, dopo che i malandrini ebbero sparati i loro colpi.
Le acque del fiume ingrossato, gorgogliando, mulinando, levavano alto rumore.
--Devono essere in diversi--ripetè l'altro birro, appena articolando la voce.--Gli ho sentiti dianzi al correre, e poi si capisce... perchè hanno tirato insieme due colpi, e, come hai veduto, i colpi scattavano da due schioppi l'uno poco distante dall'altro.
--Aspettiamo!--disse il Carminati.
Intanto il suo compagno stava in orecchi per accertarsi se gli altri si movessero.
I malandrini erano sei.
Tre di loro, al momento in cui si erano incontrati ne' famigli, andavano di corsa, e ciascuno portava in spalla un grosso sacco: gli altri due seguivano con gli schioppi carichi in mano, e pronti a far fuoco nel caso che si avvedessero di esser sorpresi o inseguiti.
Venivano dall'aver commesso un furto in una casa colonica.
Le notizie di ciò che era accaduto la notte verso la sponda dell'Arno erano state recate la mattina a Firenze dallo stesso famiglio, che insieme col Carminati aveva affrontato i malviventi.
E le notizie erano davvero straordinarie, e tutta la gente che si trovava quella sera in Piazza del Granduca ne parlava; ognuno, travisando il racconto a suo modo, vi aggiungeva, vi toglieva, lo modificava a suo talento.
Ma più incaloriti di tutti nel discorrere, nel gesticolare apparivano i birri, che a tale ora calavano ogni sera nella Piazza.
Il famiglio, trattenuto da' superiori a Firenze, era chiamato da un gruppo all'altro e a tutti ripeteva la sua storia.
Ed eccola ne' suoi particolari.
--Io mi era gettato quasi in terra--raccontava il famiglio--e aspettava ansiosamente quello che avrebbero fatto costoro, che si dovevano trovare a venti o trenta passi di distanza... Per un quarto d'ora circa non ho udito altro che scrosciar l'acqua e il fischiare del vento... Ad un tratto mi par di sentir qualcuno che si muove... passi che si fanno, a poco a poco, precipitosi... Accosto l'orecchio quasi alla terra e subito sento che a poca distanza da noi sette o otto persone almeno fuggivano.
Il famiglio esagerava a bella posta per aumentare l'importanza del pericolo da lui corso.
--Allora--continuava--io chiamo: Bobi! Bobi!... ma nessuno risponde. Pensai che, mentre io era intento a vigilare i movimenti dei malandrini, il Carminati si fosse allontanato allo stesso scopo... Chiamai più forte... non ebbi daccapo nessuna risposta... Senza più pensare ai malandrini, se si fossero tutti dati alla fuga, o se qualcuno ne rimanesse, io apro la lanterna e guardo tutt'all'intorno... In quell'istante sento verso l'acqua un gemito acuto, un grido di: aiuto, aiuto!... Il vento impetuoso mi spense la lanterna!
--E poi? e poi?--domandava la gente raccapriccita a questo punto del racconto.
Il famiglio, dando a divedere una estrema commozione, ripigliava tutto conturbato:
--Non mi è riuscito, per quanto abbia fatto, di riaccendere la lanterna.. Ho chiamato cinque o sei volte il Carminati, e ad alta voce... ma sempre senza risposta... Allora ho avuto un brutto presentimento... Ma come fare? Non mi restava altro che tornare indietro, fermarmi alla prima casa, e poi venir di nuovo lì con lumi e accompagnato da altri... Pratico come sono di que' luoghi, feci il conto che in mezz'ora sarei arrivato a svegliare una famiglia di contadini, che abitavano in una casa poco lontana... e sarei tornato. Mi tenni a questa idea... E quasi una mezz'ora dopo arrivo, preceduto da lumi, circondato da gente con schioppi e altri lumi, al punto dal quale insieme al Carminati avevamo fatte le prime intimazioni... Tutti chiamammo il Carminati, e sempre indarno... Allora ci mettemmo a cercare... Fatti una diecina di passi, vedemmo poco lontano da noi tre sacchi, gettati sull'erba, uno qua, uno là... Due erano pieni di farina, uno di grano. Quello era il bottino lasciato dai malandrini...
--E il Carminati?--interrompevano i curiosi.
--Non si trovava... Finalmente, mi viene un pensiero... Che si sia avanzato verso l'acqua e nel buio... con la piena... Su, ragazzi... dico ai contadini che mi accompagnavano, guardiamo un poco giù verso il fiume... alle volte... non vorrei fosse successo... Tutti gettarono un grido d'orrore. Camminammo alcuni secondi nel più tetro silenzio... Vi assicuro che il cuore mi batteva! Alla fine un giovinotto, che andava innanzi a tutti, dette un urlo.
--Che c'è? che c'è?--domando io.
--Ho trovato un cappello!--mi risponde un giovinotto. «Corro verso di lui, prendo il cappello, e subito lo riconosco... era il cappello di Bobi... Ci guardammo tutti costernati... Di sicuro, disse il più attempato dei contadini, qui si tratta di una grande disgrazia!... Mi sentii rabbrividir... Ma mi restava una speranza... Avanti! avanti!--ripetei. Ci avanzammo di più, sempre chiamando il Carminati, e cercando con le nostre voci dominare il rumore dell'acqua, che scrosciava, e del vento.»
Giunto a questo tratto del racconto, il famiglio invariabilmente si strusciava sulla fronte una pezzolaccia giallognola, che si cavava di tasca.
Il racconto finiva sempre con queste parole: «A una diecina di passi dal cappello, proprio rasente all'acqua, e mezzo affondato nella fanghiglia, abbiamo trovato... indovinate che cosa?... lo schioppo di Bobi... Nessuno ha più dubitato... Era chiaro che Bobi, forse dopo che il vento gli aveva portato via il cappello, volendolo ricercare, cacciandosi nel buio per esplorare... aveva inciampato, ed era cascato all'improvviso nel fiume... Aveva cercato di salvarsi disperatamente... e da lui veniva il grido di aiuto, aiuto! che avevo udito. Povero Bobi! e sino ad ora non si è avuta notizia del ritrovamento del cadavere!... Già con questa piena!»
E tutti si scalmanavano, si spolmonavano, si arrovellavano a commentare il fatto.
Gli autori del furto dei sacchi erano stati subito scoperti, e si trovavano in prigione.
Ma Bobi?