Il processo Bartelloni

Chapter 2

Chapter 23,595 wordsPublic domain

Anche questa volta il presidente dovè tornare a ribattere la domanda.

--Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?

--Nel mio letto... a dormire!--rispose Nello.

--A che ora voi eravate andato a dormire?

--Sarò andato alla solita ora... quasi appena buio... non avendo mai avuto lume per vegliare, ed essendomi proibito dalla polizia di girare la notte.

--E perchè la polizia ve lo aveva proibito?

--Perchè alle volte, senz'accorgermene, cascavo per la strada, e mi addormentavo... e mi trovavano addormentato lungo i muri, sugli scalini delle porte: e spesso... dice... mi pigliavano le convulsioni: poi perchè i ragazzi mi davano noia... Una sera un branco di ragazzi mi si avventarono addosso verso le Loggie del Mercato Nuovo, mi portarono a forza di spinte nell'osteria dell'Impannataccia; là mi fecero bere; c'erano altri uomini, che mi misero le mani addosso, e fui trovato sotto una tavola ferito alla testa e tutto insanguinato...

--Basta! Basta!--accennò il presidente--Voglio sapere...

--Vostra Signoria mi perdoni!--interruppe in tuono cortese, ma serio, l'avvocato Arzellini, alzandosi. E tenendo nella mano destra il berretto e congiungendo i polpastrelli del pollice e dell'indice della mano sinistra, che agitava in aria, continuò nel gergo curialesco di allora:

--Con licenza di V. S. io credo che il racconto dell'inquisito giovi all'interesse della difesa perchè ci dimostra come l'inquisito fosse inviso, perseguitato in mezzo a quella classe di mercatìni dalla quale il Fisco ha scelto le testimonianze più gravi, che si trovano nel suo libello...

--Parlerà dopo, signor avvocato--osservò il presidente.--Ella entra ora nel merito...

--È dovere del mio sacro ministero... ripigliava l'avvocato.

--La prego!...--E il presidente accompagnò l'invito con un gesto affabile e risoluto.

L'avvocato sedette, senza protestare, e in atto molto rispettoso.

--Voi assicurate--disse il presidente indirizzandosi a Nello--che vi coricaste appena buio? Prima di addormentarvi, o durante il sonno avete sentito qualche rumore?

--No, Eccellenza!--rispose Nello tutto intimorito.--Non mi pare.

--Spiegateci, dunque, come accadde che essendo voi andato a dormire di prima sera, siete stato trovato la notte nel vostro letto tutto coperto di sangue? Come può essere avvenuto che un uomo sia stato assassinato, trascinato sino alla porta della vostra stanza, senza che voi abbiate udito il più piccolo rumore?

--Ma, signor presidente!--tuonò l'avvocato Arzellini, alzandosi impetuoso.--Mi permetto far notare a V. S. che nessuno dei vicini ha udito alcun rumore.

--Signor avvocato... non interrompa... la prego!--replicò asciutto e un po' sconcertato il presidente.--Voi... Nello... siete stato trovato nel vostro letto, insanguinato... Ma non basta... Sotto il materasso furon trovati nascosti l'orologio, la catena, uno spillo rubati all'uomo che giaceva dinanzi alla vostra porta, e il pugnale col quale era stata fatta la ferita da lui riportata alla testa.

--Il pugnale, la catena, l'orologio li ho presi io--rispose Nello, senza turbarsi,--ma l'uomo non l'ho assassinato io!

--Dove e come avete preso questi oggetti, se dianzi avete asserito che vi coricaste di sì buon'ora e vi addormentaste?

La mente di Nello già principiava a smarrirsi.

Egli non sapeva dare alcuna risposta.

--E voi siete in mendacio--proseguì il presidente, parlando con molta rapidità--poichè, mentre asserite di esser rimasto a letto sin dalle prime ore della sera, ci è un testimonio, che abita nel palazzo della Cavolaja, il quale la sera del 14 gennaio, circa le 10, mentre egli suonava il violino, vi ha udito cantare nella Piazza Luna.

Nello restò come fulminato.

Nella sala, ove regnava il più profondo silenzio, si sarebbe sentito alitare una mosca.

Ma ad un tratto, il silenzio fu turbato dai suoni di un organetto.

Una specie di zingaro, che la polizia tollerava pe' misteriosi servigi da lui resi, passava nella via de' Librai, suonando un'arietta popolarissima.

Nello, come già è noto al lettore, aveva una qualità, che si riscontra pure in molti poco sani della mente: una spiccata propensione alla musica.

La memoria musicale però in lui aveva bisogno per agire, secondo già dicemmo, d'essere aiutata dal ritmo. Era incapace di ripetere le parole senza l'accompagnamento della musica, e di rammentarsene altro che cantando.

Gli uomini di scienza conoscono questo fenomeno.

Dopo le prime note dell'organetto, Nello, invece di rispondere alla interrogazione del presidente, cominciò a cantare.

Cantava a squarciagola nella sala, come quando si trovava nella Piazza Luna.

Lì per lì tutti furono presi da stupore.

Poi nacque un baccano indiavolato.

Il pubblico si agitava.

Gli auditori, l'Avvocato fiscale, il cancelliere si alzarono.

L'avvocato Arzellini si accostò, anch'egli meravigliato, al suo cliente.

Ma già Lucertolo aveva steso una mano e sbarrato la bocca al mentecatto.

Nessuno capiva la vera ragione di quel canto improvviso.

Neppure uno tra coloro, che si trovavano nella sala, dubitò di attribuire a impostura, a raffinata simulazione, quell'atto di demenza del disgraziato.

--Impostore!

--Ipocrita!

--Birbante!

--Assassino!

Così il pubblico, e i birri, eccettuato Lucertolo, salutavano Nello.

L'eccitazione era immensa.

Specialmente dopo le risposte dell'inquisito, che avevano tanto aumentato, in apparenza, gl'indizii della sua colpabilità.

--Silenzio!--gridò l'usciere.

E tutti i birri rivolsero al pubblico le loro fisonomie accigliate.

Lo zingaro continuava a suonare l'organetto.

E Nello, appena Lucertolo gli ebbe lasciato la bocca libera, principiò di nuovo a cantare.

Allora gli esecutori, ad un cenno del presidente, lo trassero fuori della sala.

Ritornò due minuti dopo, tutto eccitato.

Lo zingaro si era ormai allontanato nella direzione della piazza San Firenze e Nello non cantava più.

Non rammentava anzi neppure di aver cantato.

Il pubblico strabiliava, ma ormai nessuno osava più far mormorii o atti, che provocassero rigori, secondo gli ordini dati dal presidente.

Il presidente fece a Nello un severo rabbuffo, gli spiegò come egli sempre più aggravava la sua condizione, tentando d'ingannare i giudici con mezzi tanto irrispettosi e grossolani, annunziandogli che, in separato giudizio, sarebbe stato chiamato a rispondere per schiamazzi, disordini nella sala d'udienza.

--Persistete--riprese il presidente--nel dichiarare di non aver commesso voi l'omicidio nella persona del pittore Roberto Gandi?

--Io dichiaro davanti a Dio, davanti ai giudici, davanti al popolo--disse Nello, in preda ad una singolare esaltazione--che qualcun altro ha commesso l'assassinio: io sono innocente... innocente... innocente...

E si mise a piangere.

--Signor presidente!--disse alzandosi l'avvocato Arzellini.--Credo anch'io--proseguì commosso--che il vero assassino non sia dinanzi alla Rota...

--Signor avvocato?

--Credo insomma che l'_Attuario_, che il Fisco abbiano troppo precipitato...

--Le ripeto!...

--Voglio far intendere, come spiegherò più ampiamente nella difesa, che altra mano versò il sangue dell'illustre artista Gandi... che sia opportuno rivolgere all'inquisito una domanda, che è stata negletta in tutta l'inquisizione.... cioè se egli abbia sospetti su colui, che può aver tentato di assassinare il signor Gandi.

--Signor avvocato!--rispose il presidente--non è questa domanda, che io creda strettamente necessaria, pure... per massima deferenza alla difesa, io la farò.

Ed il presidente formulò la domanda.

Lucertolo ascoltava ansioso.

Egli aveva indirettamente suggerito più volte a Nello di accusare il Carminati.

Aspettava dunque la risposta con impazienza.

III.

Il birro era sui carboni ardenti.

Ma Nello restò muto.

I suoi occhi si erano posati sopra un tavolino sul quale si trovavano i corpi del delitto: il pugnale, l'orologio, la catena, lo spillo, trovati sotto il materasso di Nello.

Egli ora guardava quegli oggetti con avidità; la vista di quei metalli luccicanti lo occupava, lo distraeva.

--Vede.... signor avvocato--osservò il presidente, rivolto all'avvocato Arzellini--l'inquisito non dà alcuna risposta.

--Prego V. S. di voler rinnovare la domanda.

Il presidente aderì.

L'inquisito fece un lieve moto con le labbra.

Tutti credevano che questa volta avrebbe parlato.

Ma non gli uscì di bocca un solo accento e continuò a guardare i metalli.

Sullo stesso tavolino erano gettati da un lato le vesti, il cappello del pittore Roberto Gandi, le vesti di Nello, e sotto il tavolino, in una cassetta, erano ammonticchiati i sozzi e sucidi panni insanguinati, che a Nello servivano di coperte nel suo giaciglio e fra' quali era stato trovato ravviluppato, dagli esecutori nella notte del delitto.

Il presidente rivolse altre domande all'inquisito, ma questi rispose in modo subdolo, indeterminato.

Fu concordato, con l'assenso del difensore, che poteva ormai considerarsi l'interrogatorio come esaurito.

--Il signor Avvocato Fiscale ha la parola!--disse il presidente, voltandosi verso il banco al quale sedeva il primo magistrato del Fisco.

Il magistrato si alzò, e appoggiando le mani all'orlo del banco, protendendo la persona alquanto in avanti, pronunziò, con vibrato accento, e con voce sonora le seguenti parole:

«_Signori, presidente e auditori!_

«Nei molti anni, dacchè esercito l'alto mio ministero, di rado mi fu dato studiar causa nella quale apparissero più chiari indizi della colpabilità dell'inquisito.

«La pubblica discussione ha sempre più messo in evidenza l'esattezza dei precedenti atti processuali.

«Giammai la mia coscienza è stata più tranquilla nel chiedere la esemplare punizione di un reo.

«Vindice della società offesa, io ho il dovere di parlare con severità. Il delitto sul quale voi, esimii signori, dovete dare il vostro onorando iudicato, è de' più nefandi e odiosi, che da molti anni si sieno commessi nella nostra città: è tale, che quasi toglie ad una mite popolazione il suo vanto di miti, temperati costumi e ci mette in mala vista fra le altre genti.»

Dopo essersi addentrato, alla minuta, in certi particolari della causa, l'oratore esclamava:

«Ah! signori, la causa nella quale io debbo concludere, è una causa tremenda, una di quelle cause per cui il magistrato con secura coscienza può ben parlare di catene e di patibolo!

«È inutile che io abusi della bontà vostra, cercando di provare con lunghi ragionamenti la responsabilità dell'inquisito.

«Alle speciose ipotesi di una pazzia incipiente, di uno stato mentale irregolare, rispondono con molta eloquenza le perizie dei medici fiscali.

«Che cosa potrei io aggiungere a ciò che con tanta limpidezza hanno detto uomini dottissimi?»

L'avvocato fiscale raccolse alcuni fogli, che aveva dinanzi e ne dette lettura.

Due medici, fra' più ragguardevoli che avesse Firenze, asserivano che Nello possedeva compiuta coscienza de' suoi atti, e che poteva tenersi per fermo avesse agito la notte del 14 gennaio con proposito deliberato, se non con una vera e lunga premeditazione.

La lettura di tali dichiarazioni produceva nel pubblico il più vivo eccitamento: rendeva sempre più acuta l'avversione contro Nello.

--Ma abbiamo pure le perizie estragiudiciali!--ribattè l'avvocato Arzellini.

Il presidente con un gesto benevolo fece cenno al difensore che non interrompesse.

--Lei parlerà a suo tempo... la prego... potrà dire tutte le sue ragioni--aggiunse l'egregio magistrato.

Si capiva che il presidente, nonostante la sua apparente severità, era già guadagnato o quasi alla causa di Nello.

Uomo di mente elevata, di molta esperienza, educato alla lettura delle opere dei filosofi, di intelligenza facile e pronta, aveva già capito ciò che i suoi colleghi non capivano: cioè che l'avvocato Arzellini combatteva in quei momenti per disputare un disgraziato, se non al patibolo, ad una pena che per lui sarebbe stata equivalente alla morte.

L'Avvocato fiscale riprese il suo discorso.

Descrisse con grande sfoggio di colori, con tutta la pompa retorica e declamatoria, della quale si faceva allora un immenso scupìo nei tribunali, la scena avvenuta tra il Vicolo della Luna e Piazza Luna la notte in cui era stato commesso il delitto.

Cercò di rimettere in azione quella cupa tragedia; parlò dell'assassinato, giovane, bello, famoso, caro a tutti, ospitato con orgoglio nella città, visitato, ricercato da cospicui personaggi, amato dal Sovrano, che era stato addoloratissimo del truce misfatto.

Lo mostrò proditoriamente aggredito, vacillante sul lubrico suolo del Vicolo, piombato a terra, atrocemente trascinato da un punto all'altro, lasciando per tutto quel luogo immondo le traccie del suo nobile sangue, poi spogliato, derubato.

La sua parola fluida, abbondante, efficace, scuoteva il pubblico, e, quello che più importava, s'insinuava abilmente nell'animo de' giudici, e per lo meno quattro degli auditori sentivano nascere, svilupparsi potente, irresistibile nei loro intelletti la convinzione della reità di Nello.

Il rappresentante della legge toccava da maestro, e con peculiare accortezza, tutti i punti della causa, deboli per l'inquisito, raccoglieva di tanto in tanto una falange di argomenti indiziarli e se ne serviva con la bravura di un uomo, abituato a tali conflitti, e che non temeva rivali: memore del dettato sì spesso ripetuto nel foro: _Et quæ non prosunt singula, juncta juvant_.

Naturalmente sfuggiva tutta la parte contraddittoria, che doveva poi esser raccolta, sviluppata, con sì valido acume, dal suo grande avversario, l'avvocato Arzellini, del quale però egli cercava con molta finezza screditare in precedenza gli argomenti; supponendo che gli fossero mosse obiezioni a quello che asseriva, e poi confutandole.

«Per stornare la inquisizione dal suo vero scopo--disse a un certo punto l'Avvocato fiscale--si è voluto far credere che il delitto, consumato nel Vicolo della Luna nella funesta notte del 14 gennaio, non fosse un semplice e volgare latrocinio, ma bensì un delitto cui sia collegato il più poetico, il più forte dei sentimenti umani:--l'amore!

«Ma come una tale tesi potrà essere sostenuta dalla difesa dell'inquisito?

«Non distruggerebbe essa a dirittura l'edificio, già così fragilmente architettato, sulla base dell'idiotismo del giudicabile?

«Si parla di amori... di una donna, che si sarebbe trovata nella stanza misteriosa del Vicolo, che vi avrebbe lasciato fuggendo il velo, del quale aveva coperto il suo volto, prima di recarsi ad un desiderato convegno, di una donna, la cui presenza alla stessa polizia, dopo le sue prime indagini, parve rivelata, oltre che dal velo dimenticato, dalle impronte lasciate da denti affilati e minutissimi in un pezzetto di candito... Ben lieve e frivolo indizio!.... Si è parlato di colloquio fra due amanti perchè si scuoprirono due bicchieri, l'uno quasi accanto all'altro sopra una tavola, e nei quali era stato versato il vino di una stessa bottiglia.

«Queste sono avventure ingegnose, bizzarrie, che starebbero bene in un romanzo, che non sono conformi davvero alla gravità della causa che ci occupa.

«E, anzi, sono persuaso che la difesa rinunzierà a inoltrarsi in così vani strattagemmi.»

L'avvocato Arzellini, che guardava fisso l'avvocato fiscale, e non perdeva sillaba di tutto quello che diceva, scosse vivamente il capo, e battendo un pugno sulla tavola, esclamò ad alta voce:

--Vedremo.... se saranno vani!

Il presidente fece al focoso patrocinatore un'altra ammonizione.

«Vani stratagemmi!--riprese l'Avvocato fiscale, in tuono sempre più veemente.--Imperocchè, ammesso questo dramma d'amore, qual parte vi avrebbe avuto l'inquisito? Sarebbe stato egli forse il bel cavaliere, per cui la donna sospirava e si comprometteva, andandolo a visitare nella stanza misteriosa? Sarebbe stato egli, che aspettava una amante e la rifocillava di canditi e di vino di Cipro? Egli, che avrebbe nell'impeto, nell'accecamento della gelosia assassinato il pittore Gandi suo rivale?

«E come potrà la difesa darci un racconto plausibile del modo con cui il Gandi fu condotto, tratto nell'agguato?....

«Chi si rivolgerà ad uno stolido, ad un idiota per commettergli sì ardua, sì delicata, sì terribile impresa, e in che modo un idiota la forniva con tanta intelligenza, con tanta audacia, con tanto abominevole precisione?

«Perchè egli oggi ha così avvedutamente taciuto il nome del suo complice, e lo ha sottratto alle insistenti ricerche della giustizia?

«È questa la critica che ci permettiamo, secondo la nostra ragione cui non possiamo rinunziare, e la nostra coscienza che non vogliamo tradire.

«È egli d'uopo ch'io mi soffermi a dimostrare gli esecrabili antecedenti dell'inquisito?

«E, per citare un estremo della più temeraria ferocia, non basta che noi ripensiamo alla brutale aggressione dell'inquisito contro il nostro esimio collega, il cancelliere Buriatti, durante la preparatoria inquisizione del processo?»

E l'Avvocato fiscale andava innanzi, abbellendo il suo dire di tutta quelle suppellettile oratoria che era allora in voga.

Avvocati fiscali, e avvocati difensori citavano versi di Orazio, di Virgilio, di Catullo, a profusione, intere ottave dell'Ariosto e del Tasso, versi del La Fontaine, diluviavano le massime dei pratici e dei dottori; i tropi, le metafore, le similitudini, le allusioni storiche e mitologiche, le parole altisonanti, sesquipedali.

«Ma io debbo accennare alla stanza misteriosa del Vicolo della Luna,--proseguiva l'avvocato fiscale--alla connessione che essa può avere col barbaro delitto, da cui fu la notte del 14 gennaio contaminata quella già località così sinistra.

«Ascoltatemi con attenzione.

«La stanza N. 5 serviva di certo ai convegni di qualche strano e capriccioso amatore; ma ogni retta induzione ci porta ad escludere qualsiasi relazione fra coloro che vi s'incontravano e il delitto che dette origine a questo processo.

«Il Fisco appose i suggelli alla porta, e vi sono tuttora, e sebbene la stanza sia piuttosto sfarzosamente arredata, nessuno si è presentato fino ad oggi a ripetere la proprietà degli oggetti che essa contiene.

«Ci è ignoto dunque chi fossero le persone che vi convivevano. Chi l'aveva presa in affitto si è circondato di tali precauzioni che non è stato possibile chiarirne la identità!

«Ad ogni modo si tratta di una galante avventura, che non è davvero interesse della giustizia l'approfondire nella presente causa.

«Per noi è certo che l'inquisito meditava da vario tempo il suo latrocinio. Per noi è certo che egli si è appostato alcune ore, aspettando una preda.»

Dopo una lunga perorazione, nella quale ricapitolò tutte le resultanze del processo, l'avvocato fiscale fece intendere che egli avrebbe preso le sue conclusioni.

IV.

Aveva parlato da circa tre ore, e il pubblico lo aveva sempre ascoltato con l'attenzione più concentrata.

Nella perorazione scongiurò i giudici a non lasciarsi vincere da alcuna perplessità per le incoerenze dimostrate dall'inquisito nel suo interrogatorio, pel suo rifiuto a rispondere, per gli schiamazzi con cui non aveva esitato ad offendere la stessa Rota.

Tali simulazioni non erano nuove, altri rei se n'erano valsi come espediente a sviare la meritata severità della Legge.

L'Avvocato fiscale terminò dicendo, che egli domandava per l'inquisito la stessa condanna da lui già domandata nelle sue conclusioni, che si trovavano fra gli atti del processo scritto.

«Concludo dunque--queste furono le ultime parole dell'oratore fiscale--che la Regia Rota condanni l'inquisito Nello Bartelloni nella pena di servizio ai pubblici lavori per anni venti, _previa un'ora di esposizione_, a indennizzare la parte lesa, e nelle spese della procedura.»

Previa un'ora di esposizione!

I mercatìni quasi non si tenevano più. Il loro desiderio era sodisfatto! Nello sarebbe messo alla _gogna_; lo avrebbero riveduto: avrebbero ricavato da lui i numeri del Lotto. Insomma si preparava ad essi in quel triste avvenimento una eccellente occasione di darsi bel tempo, di andar attorno con le spose, coi figliuoli, e far gazzarra.

Ma il pubblico, agitato, commosso, non ebbe tempo di lasciarsi sfuggire la più piccola espressione di sodisfazione o di meraviglia, poichè già si era alzato il celebre avvocato Arzellini.

Eravamo, dunque, al punto di quella lotta da atleti fra i due ragguardevoli oratori, che già abbiamo annunziato al lettore, e alla quale il pubblico ardeva di assistere.

L'avvocato Arzellini era quasi circondato da giovani avvocati, che, non avendo potuto trovare posto nelle sedie, gli si erano avvicinati, e, in piedi, gli stavano dappresso con la reverenza, l'affettuoso raccoglimento di discepoli, che non volevano perdere una sola parola del maestro venerato.

Tutti i cuori battevano, tutte le orecchie erano tese.

Gli stessi giudici si erano rivolti verso il difensore, e mostravano di esser disposti ad ascoltarlo con la maggior deferenza.

Lucertolo si era messo quasi accanto all'avvocato.

L'orazione non doveva avere ascoltatore più attento e più appassionato di lui.

--«Se grave e dolorosa causa--cominciò l'avvocato Arzellini--fu mai al mio patrocinio commessa, come non dirò io esser tale quella che quasi tremando mi accingo a discutere?... Nè le tristezze di questa causa, sebbene di fatti e varia e complicatissima sia, nascono dagl'intrinseci, che la presentano come problema giuridico da risolversi. Esse nascon piuttosto dagli sventurati estrinseci, che la circondano.

«Grave la fa l'inaudito e quasi inesplicabile coraggio di chi ispirò gli aliti primi dell'accusa... formando nella contradizione evidente di ogni diretto, o indiretto mezzo di prova un'ipotesi, la quale obietta un delitto della più incallita umana ferocia a giovane di tenera età, quasi demente, e peregrino nel cammin della vita.

«Grave la fanno il terrore e la perplessità in cui l'accusa ha gettato i nostri animi.

«Fa grave questa causa l'incontro fatale di circostanze, le quali, sebben nate dalla sciagura, o dalla imprudenza, assumono aspetto fallace di delittuose apparenze ad eccitare lo straordinario zelo, con cui l'encomiabile Uffizio fiscale sostiene l'accusa con tutte le forze dell'ingegno e dell'eloquenza.

«Grave fa pesar questa causa nell'afflitto mio cuore il dovere di un padre, che corre alla difesa del proprio figlio. Non mi fè certo la natura padre dell'inquisito: ma tal mi fece la Legge collocando tra le mie braccia questo sventurato innocente, questo tapino, solo nel mondo, senza guida, e senza alcun'altra tenerezza, affinchè io lo difenda e lo protegga. Di rado sentii più, ottimi giudici, quanto fosse sacro il mio ufficio.

«E qui un lamento mi sia permesso se non utile alla causa, e agli ottimi giudici, utile a me, ed al pubblico, che mi ascolta e che la Legge ammette a questo congresso solenne.»

L'avvocato lamentò quindi con parole energiche la condotta seguìta dalla polizia nelle prime indagini; la sua cieca persuasione di aver messo subito le mani sul delinquente, trascurando ogni altra ricerca, e adoperandosi anzi a propalare contro l'inquisito la più spaventevole leggenda.

Deplorò che alte influenze avessero pur regolato l'andamento del processo e che più volte in esso si fosse pronunziato, come potentissima arme contro il disgraziato, che egli doveva difendere, il nome dell'augusto Sovrano.

«Abbiamo, o giudici--proseguì l'avvocato--ben luttuoso argomento a trattare: un tentativo d'omicidio, seguíto da furto. Una vittima illustre, che, trafitta da pugnale, cade ferita, in mezzo alle più terribili angoscie, merita l'attenzione del magistrato e la società offesa reclama la severa ed esemplare punizione dell'assassino. Ma, se la società offesa nel più sacro de' suoi diritti domanda vendetta, la legge richiede imperiosamente che sia chiaramente ed evidentemente dimostrata la reità di chi è accusato, affinchè il giudice, trascinato da una fallace apparenza, non sacrifichi la vita di un innocente.

«È egli o no dimostrato, nel concreto del nostro lacrimevole caso, chi abbia sparso il sangue dell'infelicissimo pittore Roberto Gandi?