Il processo Bartelloni

Chapter 14

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Anche gl'Israeliti solennizzarono il felice ritorno e l'imeneo del Sovrano. Fu cantato un inno per rendimento di grazie in musica nella _scuola_ italiana: le straducole del Ghetto, ove esistono le scuole ed altri stabilimenti degl'Israeliti, furono illuminate.

A Livorno i Sovrani, con la Granduchessa vedova, l'Arciduchessa Maria Luisa, accompagnati dalla Corte, preceduti dal governatore, erano intervenuti al tempio della nazione israelitica. Ivi furono invocate le celesti benedizioni con preci ed inni, che stampati nell'originale ebraico, con la versione italiana, furono presentati alle LL. AA., che vollero esaminare i cinque libri delle leggi mosaiche vergati sopra lunghe pergamene.

Una festa di ballo dava il Casino dei Nobili, una festa più grandiosa fu quella data la sera del 25 da S. E. il conte Luigi Grifeo de' principi di Partanna, incaricato d'affari di S. M. Siciliana.

Il principe abitava in via San Sebastiano il palazzetto, oggi recinto da muri, quasi attiguo al già convento della Annunziata, e che allora aveva dinanzi a sè un largo prato.

E a dimostrare come i nostri vecchi si sapessero divertire anch'essi nelle feste sfarzose, che si protraggono sino alle prime ore del mattino, e, cominciate tra lo scintillar dei doppieri, finiscono ai raggi sfolgoranti del sole, riferiamo la genuina narrazione di una fra le più allegre e gentili invitate:¹

¹ Da una lettera scritta in quell'anno da una signora fiorentina: dal giornale fiorentino di quel tempo e da altri documenti e da narrazioni orali di persone fededegne, ho raccolti tutti i particolari storici, dei quali garantisco la scrupolosa veridicità.

«Eccitava fin dal primo ingresso, un moto di sorpresa e di piacere, la vista del prato in cui sorge il palazzo abitato dall'Ecc. Sua. Con sagace industria di gusto, esso era stato ridotto a vaghissimo giardino, sparso di graziose macchine d'architettura chinese riccamente illuminate, e fra cui s'inalzava un gran _Trasparente_ dove era rappresentata co' suoi simboli la Toscana, in atto d'offrire un sacrifizio di ringraziamento a Imeneo: felice allegoria della circostanza.

«Ma quel che veramente rapiva, erano le suppellettili, l'apparato, l'illuminazione dell'interno del palazzo. Per tutto si ammirava ricchezza, eleganza, novità. La stanza però all'entrar nella quale, specialmente, niuno della numerosa e scelta società poteva contenersi da giusti encomii, era la così detta stanza chinese, che pel brio, per la vaghezza e per l'armonia dei colori produceva un effetto magico.

«Le LL. AA. II. e RR., gli Augusti Sovrani, come pure la Granduchessa Vedova e l'Arciduchessa Maria Luisa che onorarono questa festa della loro presenza, si degnarono di manifestare all'egregio diplomatico la Loro Reale soddisfazione sì con lusinghiere espressioni come col trattenersi fino ad ora della notte avanzata, prendendo parte coll'usata loro affabilità alle danze.

«Straordinaria fu pure in questa festa la profusione dei rinfreschi, e la squisitezza del _buffet_. Destava particolarmente meraviglia la tavola del _Tè_ pel ricco vasellame, ond'era munita e adorna.

«Si calcola che concorressero a questa festa più di 700 persone. La bella società non si sciolse fino alle ore 6 del mattino, quando sulla terrazza fu imbandito un lautissimo _déjuné_, a cui vennero invitate tutte le dame e i cavalieri ancora rimasti, e che di sì grandiosa festa fu il degno compimento.

La sera del 29 il teatro della Pergola si apriva a benefizio della Pia Casa di Lavoro con il gran ballo _Anna Erizzo_, composto e diretto dal signor Monticini: ballo nel quale--scrive un critico del tempo--«pel carattere come per la ricchezza, il vestiario rammentava (non è adulazione) l'Oriente.»

Alcune settimane innanzi era stata solennizzata nella Pia Casa di Lavoro la festa di San Ferdinando.

«Il concorso di ogni ceto di persone--scrive un cronista--ammesso a forma del costume nell'interno dello stabilimento fu in quest'anno maggiore del consueto e continuò fino all'ora permessa.

«Oltre alla pulitezza del locale e al buon'ordine che vi si ammira costantemente, meritarono osservazione le manifatture che si eseguiscono nel luogo e in special modo quella dei tappeti e dei berretti alla levantina.

«Ebbervi luogo le consuete sacre funzioni nella chiesa dove si distribuirono ai reclusi che ne erano meritevoli i soliti premi, ed alle fanciulle le dieci doti concesse annualmente dalla sovrana munificenza.»

Storia di cinquant'anni fa che, in certe cose, par storia di ieri!

XXV

Siamo nello Spedale dei Pazzi, detto di _Bonifazio_.

--No, no! non si accosti!... Stia nascosta il più che può!--diceva il vecchio dottore ad Antonietta.

La ragazza aveva gli occhi gonfii di lacrime.

A qualche distanza da lei si tenevano Roberto, il Brinda, Lina.

Dallo spiraglio della porta socchiusa si vedeva in mezzo ad una stanza uno strano gruppo.

Ad un tavolino sedevano Enrico ed Agatina.

I due vecchi mangiavano, e di tanto in tanto il cieco tendeva una mano, cercava la mano scarna della sua vecchierella e la accarezzava.

--E non l'abbiamo trovata neppure iersera--mormorava il cieco--la nostra figliuola!... Il dottore ci ha assicurato che l'avremmo ritrovata presto!

--Sta' sicuro che la ritroveremo, Enrico!--ripigliava Agatina.--Ho fatto un sogno stanotte... Mi è parso che avevo sentito laggiù... nella stanza dove c'è il cembalo... cantare una di quelle canzoni che tu stesso insegnavi ad Antonietta quando era bambina... mi suonava nell'orecchio proprio la sua voce... ho dato una spinta all'uscio... e... era lei... tutta vestita di bianco... Mi sono slanciata per abbracciarla, e gridarle: figliuola, figliuola!... ma allora mi sono svegliata.

--Sente! sente!--ripetè il dottore ad Antonietta.

La ragazza non poteva rattenersi: voleva entrar di forza nella stanza, saltare al collo de' suoi vecchi; colmarli di baci, di carezze: inginocchiarsi dinanzi a loro.

Il Brinda e Roberto, a un cenno del dottore, avevano dovuto avvicinarsele e l'avevano presa ciascuno per una mano.

Nello stato di prostrazione in cui erano i vecchi una commozione troppo forte poteva ucciderli!

Finito che ebbero il loro pasto frugale, Agatina disse ad Enrico:

--Andiamo a cercarla, come tutte le sere! Si alzò, prese il braccio del cieco, e traversarono insieme una fila di stanze.

Agatina guardava dietro a ogni porta; il cieco, inquieto, frugava per tutto col bastone.

--Non c'è! non c'è!--ripetevano tutti e due, di tanto in tanto, desolati, soprassedendo alle loro ricerche.

Arrivarono alla stanza in cui era il cembalo.

Come sempre, il vecchio fece correr le dita per alcuni istanti sulla tastiera.

A' suoni, che ne uscivano, i due vecchi provavano un fremito, ricordando sempre più la figliuola tanto amata.

L'offuscamento della loro ragione, senza violenza, senza grida incomposte, nato dal dolore, la stessa cupa, silenziosa tranquillità della loro disperazione straziavano il cuore.

Fu necessario strappare Antonietta a quello spettacolo.

--Stasera e domattina--soggiunse il dottore, quando la porta fu riserrata--io parlerò di nuovo coi vecchi, li preparerò all'incontro... e domani sera, all'ora fissata, tutti loro verranno qui, e tenteremo l'esperimento.

--Riuscirà?--domandò Antonietta, ansiosa.

--Dio solo può saperlo, figliuola!--interruppe il Brinda.--La ragione umana muove da Lui.

--Che sarà di me?--e la povera ragazza si gettò singhiozzante tra le braccia del maestro.

--Lei è abbattuta!--ripigliò il medico--e per domani sera avrà bisogno di molta forza, di molto coraggio... Non deve passare tutte queste ore a piangere, ad angosciarsi... Bisogna cercare--disse, rivolto al Brinda e a Roberto--di distrarla.

Dacchè era giunta a Firenze, Antonietta, che aveva preso dimora ad un piano della stessa casa in cui abitava il Brinda, non era mai uscita, se non per recarsi all'Ospedale a domandar nuove de' suoi vecchi.

Un giorno aveva voluto rivedere la sua casupola in via degli Amieri, ma non le era bastato l'animo di rimanervi a lungo.

Il cuore le si schiantava alle memorie delle cure affettuose, che vi aveva ricevuto, dei giorni felici, che vi aveva trascorso, abbelliti dalla pietà, dall'amore immenso di un padre e di una madre, che Dio aveva messo ai lati della sua culla, come due veri angioli di bontà.

XXVI.

Firenze continuava ad esser tutta risuonante di grida gioconde, di lieti rumori, affollata di gente accorsa a godere, a partecipare delle pubbliche allegrezze.

In quella sera, 30 giugno, la festa campestre delle Cascine lasciava spopolate, quasi deserte, tutte le vie della città: la gente facilmente usciva a diporto, come ad assistere ad un gaudio della natura.

Serata incantevole!

Il cielo folgorava di una luce bianca, nel plenilunio.

Uno zeffiro, carico di profumi, portava nelle strade, dopo aver asolato tra i fiori dei giardini, un'onda di fragranze, e temperava, molceva deliziosamente il caldo della giornata.

--Ah! che splendida sera!--osservò il Brinda, quando ebbero fatto alcuni passi fuori dell'Ospedale.--Antoniettina! tu devi contentarmi. Tu hai bisogno di aria, di distrazione... Domani sarai di certo consolata di tutto, ora ci vuole coraggio!... Promettimi che più tardi verrai con noi alle Cascine. Prenderemo per uno de' viali più solitarii... staremo da noi, in disparte... ma vedremo anche noi la bellissima festa, e godremo di questa nottata di paradiso...

Il Brinda aveva tutt'altro che piacere di andare a quella festa, ma voleva distrarre Antonietta, voleva tentare, se fosse possibile, acquetare per poco in lei il tumulto de' tristissimi pensieri.

E la ragazza aveva pure ben altra inclinazione che di andare alla festa; ma l'idea delicata che, rifiutando, essa avrebbe forse privato il maestro, il suo grande amico Brinda, di una sodisfazione, a cui forse il buon vecchio teneva, si lasciò sfuggire un sì, disposta a rassegnarsi.

--Però--riprese--anderemo tardi...--certa che avrebbe potuto allora persuader il vecchio a uscir solo.

--Quando vorrai.

In quell'ora migliaia di persone si sparpagliavano pei viali, nei prati delle Cascine.

Nel 1833 le mura di Firenze sorgevano al Ponte alla Carraia. Tutto il Lungarno, dal ponte alla Carraia sino a dove è oggi la così detta barriera delle Cascine, non esisteva: vi erano le mura e il greto.

Si accedeva alle Cascine dalla così detta _Porticciuola_, oltre che dalla Porta al Prato. La Porticciuola era dove è oggi la Piazza Curtatone, allo sbocco di Via Borgognissanti, e di un'altra viuzza, parallela, che si chiamava Via Gora, famoso raddotto di donnaccole, di poverissime famiglie dell'infima plebe, che abitavano i luridi tugurii, i quali avevano dietro a sè le mura della città, di costa all'Arno.

Dalla Porticciuola e dalla Porta al Prato sino alla Real Villa, per lo spazio di un miglio, centinaia di fiammelle, ricorrenti in molteplici ordini tra le file degli alberi, delle strade, degli attigui viali, gettavano torrenti di luce.

L'ingegnere comunale Paolo Veraci aveva fatto prodigii!

Splendevano altresì, in quest'intervallo, due grandi guglie e due colonne, quelle con insolito chiarore poco fuori della Porta al Prato, queste al bivio delle due strade dalla Porta al Prato e dall'altra detta la _Porticciuola_; e la illuminazione continuava pel ponte del _Fosso Bandito_, la Ghiacciaia, il Fonte di Narciso, ecc. Lumi sparsi anche per entro ai boschetti tramandavano al di fuori un vago chiarore, ed offrivano frappe allo sguardo di bell'effetto.

Fin oltre alla R. Villa si spiegava la maggior pompa dell'illuminazione e dell'apparato. Ivi da prima, verso l'estremità del Prato detto _della Tinaia_, scorgevasi un gran padiglione ottagono destinato per sala da ballo agli invitati più ragguardevoli. Nè con eleganza, nè con ricchezza maggiore poteva questo essere adorno e illuminato. Al di dentro l'addobbo di drappi, di veli e di tappeti; le belle suppellettili, lo splendor delle lumiere e dei candelabri ardenti che il riverberar degli specchi ripeteva in varie guise. Anche l'esterno del padiglione era illuminato con sfarzo corrispondente. Lì vicino, da un lato, sovrastava un cerchio d'alberi; da altra parte si era formato con vasi di fiori e piante ivi a tal uopo in giro raccolti un vago giardinetto; un _attendamento_, in fine era stato a breve distanza costrutto per la preparazione e distribuzione dei rinfreschi. Questi annessi pure erano illuminati.

In faccia alla Real Villa attirava tutti gli sguardi una pagoda chinese, che di leggiadra architettura e simmetricamente illuminata s'innalzava in mezzo alle illuminazioni non solo del prossimo _parterre_ e dei contigui viali, ma anche della periferia dei maestosi alberi sorgenti all'intorno, ai rami dei quali essendosi appesi fanaletti variamente colorati, e con industria compartiti, quasi ne risultava il prodigio d'una vasta Iride notturna, quanto bella altrettanto grandiosa.

Di là, si entrava nel Prato, detto del _Quercione_.

«Qui--scrive un cronista--la festa era stata specialmente apparecchiata per l'effusione della gioia popolare. L'ampiezza della superficie del Prato avea costretto a dividerla in due parti, una sola e la più prossima alla Villa apparandone per la festa. Quello spazio che rimaneva pur vasto, era sparso di varii padiglioni, ove ristorar si potesse la moltitudine con cibi e rinfreschi; di palchi eretti per varie bande musicali, e nel centro si elevava un tempietto della Fortuna costrutto per l'estrazione a sorte dei cento premii, la collazione dei quali era stata prenunziata.»

Circa la mezzanotte una coppia furtiva si avanzava per uno dei vialetti, non illuminati.

I due innamorati godevano gli splendori di quella notte, soave come un bel sogno, nell'armonia delle orchestre, nelle grida garrule della folla, nello scintillìo di miriadi di lumi, come se la terra si fosse cosparsa di stelle di fuoco.

Il venticello notturno alitava all'intorno, come per portar con sè le promesse, i giuramenti, che si scambiavano in quelle ore incantevoli i cuori appassionati.

--Mi amerai sempre?--diceva l'uomo sommessamente, accostando il labbro all'orecchio della donna, a cui dava il braccio.

--Sempre! sempre!--rispondeva la donna.--Non ti pare che abbiamo abbastanza sofferto per meritare ciascuno di noi il nostro amore?... Ma... torniamo indietro.

Erano Roberto e Antonietta che, appena arrivati, lasciavano la festa.

XXVII.

Nessuno pensava più al delitto del Vicolo della Luna.

Lucertolo sentiva che le sue scoperte non erano compiute: che mancava tuttora qualche cosa a ristabilire nella sua pienezza la scena di sangue avvenuta la notte del 14 gennaio 1831.

Appena Lina fu tornata in Firenze, il birro, sebbene essa cercasse nascondersi, l'aveva subito scovata, e se le era attaccato alle calcagna.

Lina non poteva fare un passo, senza trovarselo attorno.

Lucertolo, dopo la notte in cui aveva sorpreso la bella ragazza nel disordine, che scopriva le sue forme seducenti, aveva concepito un'idea: idea, che gli si era sempre più radicata nella mente, dacchè aveva riconosciuto essere stata una favola quella dell'amante, fuggiasco per i tetti.

L'atto disperato con cui Lina, punta dai rimorsi, che non le lasciavano tregua, non sapendo francamente risolversi a denunziare il fratello, aveva consegnato al birro la cassetta, che conteneva le prove imperfette della reità di Bobi, da Lucertolo era stato interpretato in modo ben diverso dall'intendimento ond'ella era stata mossa ad eseguirlo.

Lina, consegnando al birro la cassetta, era certa della discrezione di lui, e con quel mezzo termine credeva acquetare la propria coscienza; sebbene, quando anche Lucertolo fosse stato tentato di frugare nella cassetta, nulla vi avrebbe trovato che potesse approdare alle sue ricerche, poichè Lina aveva tagliato i pezzi del fodero del pugnale e dalla camicia l'estremità della manica insanguinata.

Sognava Lina nel consegnare la cassetta, comechè essa stessa molto non credesse al sogno, che, serbando per sè i pezzi del fodero del pugnale, il pezzo della camicia insanguinata, allorchè non potesse più tacere, e il dovere le imponesse di denunziare il fratello per salvare dalla galera un innocente, gli oggetti depositati nelle mani dell'agente della polizia servirebbero a dare maggior peso alle sue dichiarazioni.

E pur denunziando il fratello avrebbe avuto una piccola vendetta dell'agente, che lo aveva tanto perseguitato, e il quale farebbe una ben trista figura dinanzi a' suoi per essersi lasciato abbindolare da una donna!

Queste erano le apparenti ragioni che a sè dava Lina per scusare il suo operato, ma chi le avesse potuto leggere nel più riposto dell'animo vi avrebbe trovato altre cause.

Si diceva Lina che Lucertolo, ricevendo da lei la piccola cassetta, avrebbe creduto naturalmente vi fosse qualche ricordo di famiglia, qualche oggetto a cui teneva la povera ragazza, e avrebbe riputato l'atto come segno di fiducia in lui, come indizio che la ragazza fosse estranea ad ogni complicità nel delitto del Vicolo della Luna, poichè ricorreva a lui, e se gli confidava in quella maniera.

Ma Lucertolo non aveva pensato a nulla.

Aveva preso la rozza cassetta, l'aveva gettata in fondo ad un baule, e subito fece il disegno che la cassetta dovesse giovargli un giorno ad attuare certo suo disegno.

--Vi riporterò quella cassetta!--aveva detto più volte a Lina, incontrandola.

La ragazza gli aveva sempre risposto, indifferente alle occhiate assassine, che le lanciava il birro, disinvolta:--Quando vi pare!... Non c'è furia!... Quando sarò tornata nella mia casa in Via Cardinali... Per ora non ci vado!

Una parente di Lina era rimasta nella antica casupola del pompiere varii anni, e, tornata Lina, se n'era andata perchè essa potesse di nuovo abitarvi, se volesse.

La sera del 30 giugno. Lina aveva chiesto il permesso di passare la notte in casa sua. E le era stato accordato da Antonietta, che pensava la ragazza vaga di andarsene a godere la festa delle Cascine con le sue amiche, non rivedute più da tanto tempo.

Invece Lina si indirizzò subito verso la via San Miniato fra le Torri e salì la scaletta della Torre, che era dinanzi ad un vecchio albergo.

Oggi anche quel vetusto edificio fu abbattuto.

La scaletta era così angusta che un uomo molto pingue, anche solo, non avrebbe potuto passarvi.

Le stanzuccie all'ultimo piano che abitava Lina, furono abitate sino a circa quarant'anni or sono: di lassù si godeva la vista di tutta Firenze, delle montagne, delle colline che la circondano: vi si viveva in pace da tutti i rumori, che non giungevano sino a quella tranquilla e ardua altezza.

Dieci minuti dopo che Lina era entrata nella Torre, un uomo usciva dal Vicolo degli Anselmi, e ratto ratto, traversando il Mercato, imboccava la via Cardinali, e si fermava al primo uscietto, a sinistra, così angusto e così basso, e si chinava, si rimpicciniva per entrarvi. Poi si arrampicava a stento, imbarazzato dalla sua corpulenza, nell'andar su per la scala.

Lina già si era tolte le vesti, non resistendo al caldo di quella notte di giugno, e andava qua e là, facendosi lume, rovistando per la casa, che non aveva a suo agio riveduto da tanto tempo.

Ad un tratto sente che qualcuno saliva la scala.

Poi un picchio dato alla porta come nella notte in cui aveva avuto tanto spavento.

Stette cheta e spense il lume.

Il picchio fu ripetuto.

Sentiva che una mano cercava la serratura della porta.

Forse era un ladro!

Lina pensò di domandare: chi è; di urlare, di chiedere aiuto, se non avesse risposta.

--Chi è?--domandò la procace ragazza, tutta tremante, accostandosi in punta di piedi alla porta.

--Io... Lina... io!--rispose sommessamente una voce a lei nota.

Era Lucertolo!

XXVIII.

La ragazza stette un po' perplessa, se dovesse o no aprire.

Ma ormai aveva gran desiderio di ricuperare la cassetta, poichè quello che conteneva non poteva più servire ad altro che ad eccitare sospetti. Ad ogni modo era inutile che restasse nelle mani del birro.

--Aspettate!--mormorò attraverso la porta.

Si allontanò e, ripresi i suoi panni, si rivestì così in fretta.

Poi andò ad aprire.

Il birro, entrando, trasse un grosso respiro.

Però Lina, appena ebbe aperto e il birro fu entrato, tese la mano per ripigliare la cassetta, ma non richiuse la porta, come se volesse indicare all'agente che doveva subito svignarsela.

--Ah, vuoi scacciarmi, senza che neanche ripigli fiato!--osservava il birro, tornato al tuono familiare e scherzevole che in altri tempi adoperava con Lina.

--E' troppo tardi--continuava la ragazza--se qualcuno sapesse che siete qui!

--Non ti confondere!--replicava l'agente.--Ti assolverebbe anche il San Sebastiano, che è nella nicchia d'Orsammichele, visti i motivi per cui sono venuto a trovarti.

--Quali motivi?

--Eccoti... il primo... quello di chiuder l'uscio.

E il birro eseguì l'atto annunziato.

--Ora passiamo di qua.

E se ne andarono nella stanzetta, che un tempo aveva servito di camera a Bobi Carminati e sedettero l'uno di contro all'altra.

--Tieni la cassetta... e ringraziami... di averla custodita così bene!--cominciò Lucertolo.

--Vi ringrazio! vi ringrazio!--rispose Lina.

--E ora lasciati dire un'altra paroletta... Sai che io sarò nominato fra pochi giorni capo agente?

La ragazza dette in un piccolo grido di sorpresa.

Il birro intanto la guardava.

Le vedeva le meravigliose braccia bianche uscire dalla manica della vesticciuola leggerissima che indossava, il seno turgido, tuttora agitato per la paura che la ragazza aveva avuto.

--Ti vorrei dire una mia idea...

Lucertolo in quel momento sentiva più forte che mai tornargli alla mente la sua idea favorita, l'idea, che aveva tanto accarezzato.

Esitava a palesarla.

Voleva far una proposta e temeva che non fosse accolta.

Non sapeva da che parte rifarsi, che via tenere, se adescar la ragazza con tutte le dolcezze di eloquio delle quali era capace, o incuterle spavento per quello che egli ancora poteva fare a suo danno.

Come accade, fra varie ispirazioni, il birro si appigliò alla peggiore.

--Siete tutti tornati a Firenze... finalmente!--disse con una certa espressione d'ironia.

--Tutti... chi...?

--Il pittore... tu... la ragazza di Via degli Amieri...

--La ragazza di Via...--rispose Lina confusa, balbettando.

--Eh, sì, mia cara... L'ho veduta un par di volte soltanto, mentre pedinavo te, e l'ho subito riconosciuta... Ti dirò qui, a quattr'occhi, che c'è chi può riconoscerla, se io pronunzio una parola... Nella stanza del Vicolo della Luna, davanti la quale il pittore fu ferito da tuo fratello...

--Ma che dite?

--Da tuo fratello... Dio l'abbia in gloria, e si sia pentito a tempo... prima d'affogare!...

Lina respirava.

--In quella stanza furono trovati alcuni quadri. In tutti è dipinta una donna, una bella donnina, nelle più graziose e provocanti attitudini... Sai chi è quella donna? La stessa che si trovava nella stanza la sera in cui fu commesso il delitto...

Il birro tacque, poi quasi subito aggiunse:

--E' la tua padrona!

A Lina ghiacciava il sangue.

--I quadri non sono ritratti... in tutti è raffigurata la fisonomia con espressione così diversa che pare un'altra fisonomia, il pittore ha cambiato, ha fatto di suo capriccio, ma... il tipo c'è... c'è sempre il colore dei capelli e il modello di quel bel nasino... E' difficile che altri l'avverta, ma l'ho avvertito io che da anni aguzzo gli occhi sulle prove, sui corpi di quel delitto, ho esaminato centinaia, per non dire migliaia di volte, tutti gli oggetti che si trovavano in quella stanza per trarne una rivelazione... io, che dopo la confessione d'Isacco, dopo quello che avevo per induzione scoperto sul conto di tuo fratello ero in condizione di poter mettere in relazione tutte le circostanze stranissime, che avevano concorso al compimento del delitto, che lo avevano preceduto, accompagnato, seguito...

--Sognate!--interruppe Lina, che aveva ricuperato la sua baldanza.